David Foster Wallace… Ecco una teoria. I grandi atleti sono affascinanti perché incarnano il successo basato sul confronto che noi americani veneriamo…

Ecco una teoria. I grandi atleti sono affascinanti perché incarnano il successo basato sul confronto che noi americani veneriamo – il più veloce, il più forte – e perché lo fanno in modo non ambiguo. la questione di chi sia il miglior idraulico o il miglior ragioniere è impossibile persino da definire, laddove chi sia il miglior lanciatore, il miglior cestista o tennista è, in qualsiasi momento, una questione di record statistici pubblici. I grandi atleti ci affascinano perché fanno presa sulle nostre ossessioni gemelle per superiorità competitiva e numeri.

Poi sono belli: Jordan sospeso a mezz’aria come una sposa d Chagall, Sampras che assesta una volée a un’angolatura che sfida Euclide. E ci ispirano. Negli atleti di livello mondiale che si affrancano dalle leggi della fisica c’è una bellezza trascendente che rende manifesto Dio nell’uomo. Quindi in realtà sono più teorie. I grandi atleti sono la profondità in movimento. Consentono ad astrazioni come “potenza” e “grazia” e “controllo” non solo di incarnarsi ma di essere teletrasmesse. Essere un grande atleta, in campo, significa essere quel mirabile ibrido fra animale e angelo che noi spettatori medi, privi di bellezza, facciamo tanta fatica a vedere in noi stessi.

Perciò vogliamo conoscerli, questi uomini e donne eccellenti, fisicamente dotati, volitivi. Anche noi, come pubblico, siamo volitivi: vederli giocare non ci basta. Vogliamo diventare intimi con tutta quella profondità. Vogliamo entrarci dentro, vogliamo la Storia. Vogliamo sentire di umili origini, stenti, precocità, determinazione, scoraggiamento, tenacia, spirito di squadra, sacrificio, istinto omicida, linimenti e dolore. Vogliamo sapere come ci sono riusciti. Quante ore per notte Bird bambino se ne stava davanti casa a lanciare a canestro sotto le luci del vialetto? A quale ora impossibile si svegliava Bjorn ogni mattina? Che tipo di macchine spingevano i fratelli Butkus su e giù per le strade di Chicago per allenarsi? A cosa hanno dovuto rinunciare Palmer e Brett e Payton ed Evert? E ovviamente vogliamo sapere anche cosa si prova, dentro, a essere sia belli che i migliori (“Cos’hai provato quando hai vinto quella partita decisiva?”). Quale combinazione di vuoto mentale e concentrazione si richiede per mandare a segno un putt o un tiro libero del valore di migliaia di dollari davanti a milioni di occhi sbarrati? Cosa passa per la testa? Questi atleti sono persone reali? Sono anche solo lontanamente simili a noi? La loro Ansia della sconfitta ha niente in comune con le nostre piccole ansie di frustrazione quotidiane? E che dire del Brivido della vittoria, cosa si prova a tirar su quel dito da numero 1 e “intenderlo” davvero?

David Foster Wallace

dal saggio Come Tracy Austin mi ha spezzato il cuore in Considera l’aragosta (Einaudi editore)

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