John Steinbeck… Le mamme si rivoltavano tra le mani le reliquie del passato condannato all’oblio. Questo era il libro di papà mio, gli piaceva, c’è dentro il suo nome…

Le mamme si rivoltavano tra le mani le reliquie del passato condannato all’oblio. Questo era il libro di papà mio, gli piaceva, c’è dentro il suo nome. Quella pipa anche era sua. E questo quadro… un angelo, lo guardavo sempre prima di mettere al mondo i miei. Oh, quel cane di porcellana, l’aveva portato zia Sadie dalla fiera di St. Louis. Cosa serve? Perché portarselo appresso? La lettera scritta da mio fratello la vigilia della morte. Questo cappello; fuori moda, ma le piume son ben conservate. No, non c’è posto. Com’è possibile vivere senza le cose che sono la nostra vita? Spogli del nostro passato non ci riconosciamo. Fa niente, non c’è posto, bisogno lasciarlo, bruciarlo. E sugli sgabelli superstiti le donne guardavano il loro passato con occhi sognanti e lo bruciavano nella loro memoria. Poi si riscuotevano di soprassalto, e ammucchiavano la roba sull’aia e v’appiccavano il fuoco, ma restavano a guardare con occhi sognanti le fiamme distruggere la loro vita. Poi, frenetiche, aiutavano gli uomini a caricare l’autocarro, e l’autocarro partiva sollevando una nuvola di polvere.

John Steinbeck
da Furore (Bur ed. – trad. Carlo Coardi)

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Saul Bellow… Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog. C’era della gente che pensava che fosse toccato, e per qualche tempo persino lui l’aveva dubitato.

Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog. C’era della gente che pensava che fosse toccato, e per qualche tempo persino lui l’aveva dubitato. Ma adesso, benché continuasse a comportarsi in maniera un po’ stramba, si sentiva pieno di fiducia, allegro, lucido e forte. Gli pareva d’essere stregato, e scriveva lettere alla gente più impensata. Era talmente infatuato da quella corrispondenza, che dalla fine di giugno, dovunque andasse, si trascinava dietro una valigia piena di carte. Se l’era portata, quella valigia, da New York a Martha’s Vineyard. Ma da Martha’s Vineyard era riscappato indietro subito; due giorni dopo aveva preso l’aereo per Chicago, e da Chicago era filato in un paesino del Massachusetts occidentale. Lì, nascosto in mezzo alla campagna, scriveva a più non posso, freneticamente, ai giornali, agli uomini pubblici, ad amici e parenti e finì per scrivere pure ai morti, prima ai suoi morti e poi anche ai morti famosi. Era estate alta nelle Berkshires. Herzog viveva da solo nella casa grande e antica. Lui che di solito era così schizzinoso per il cibo, ora mangiava pancarré in cellophan, fagioli in scatola e formaggini. Ogni tanto coglieva dei lamponi nel giardino invaso dalle erbacce, scostando gli spinosi arboscelli con distratta cautela; quanto al dormire, dormiva sul materasso, senza lenzuola – sull’abbandonato letto matrimoniale – o nell’amaca coprendosi soltanto col cappotto. Alte canne di yuccam alberelli d’acero e carrubi lo assediavano d’ogni parte, in giardino. Di notte, se apriva gli occhi, le stelle erano vicinissime, simili a corpi spirituali. Fuochi, certo; gas – minerali, calore, atomi – ma alle cinque del mattino, per un uomo che giace in un’amaca avvolto nel proprio cappotto, cose piene d’eloquenza.

Saul Bellow 
incipit di Herzog

Truman Capote… Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell’appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano…

Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell’appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano. Stampato con una certa eleganza formale, il biglietto diceva: Signorina Holiday Golightly, e sotto, in un angolo: in transito. Cominciò a perseguitarmi come una canzonetta: Signorina Holiday Golightly, in transito. Una notte, quando le due erano già passate da un pezzo, mi svegliai al suono della voce di Yunioshi che gridava giù per le scale. Poiché abitava all’ultimo piano la sua voce echeggiava per tutta la casa, esasperata e severa. “Signorina Golightly! Devo protestare!”. La voce che rispose dal basso, era sciocca di giovinezza e un po’ divertita. “Oh tesoro, mi dispiace davvero. Ho perduto la chiave”. “Non potete suonare il mio campanello. Dovete, dovete assolutamente farvi fare una chiave.” “Ma le perdo tutte, sempre.” “Io lavoro, e ho diritto di dormire,” sbraitò Yunioshi: “Voi invece continuate a suonare il mio campanello…” “Oh, non inquietatevi, carissimo; non lo farò più. E se mi promettete di non arrabbiarvi”, la voce si faceva sempre più vicina, la ragazza stava salendo le scale, “potrei anche lasciarvi scattare le fotografie di cui abbiamo parlato”. Ero saltato giù dal letto e avevo socchiuso la porta. Sentivo il silenzio di Yunioshi, lo sentivo perché era accompagnato da un cambiamento di ritmo nella respirazione più che palese. “Quando?” volle sapere. La ragazza rise. “Una volta o l’altra,” rispose, farfugliando lievemente. “In qualsiasi momento,” replicò lui, e chiuse la porta. Uscii sul pianerottolo e mi sporsi dalla balaustra, quel tanto per vedere senza essere visto. Era ancora sulle scale, ora aveva raggiunto il mezzanino, e i colori chiassosi dei suoi capelli da ragazzino, a ciocche fulve, venate di biondo albino e di giallo, riflettevano la luce della lampada. Era una sera calda, quasi estiva, lei indossava un abito nero, aderente e fresco, portava sandali neri e una collana di perle. Nonostante la sua elegante snellezza, aveva l’aria sana di chi vive di latte e burro e si lava con l’acqua e il sapone. Aveva le guance d’un rosa acceso, la bocca grande, il naso all’insù. Un paio di occhiali neri le cancellava gli occhi. Aveva un viso che, pur avendo superato la fanciullezza, non era ancora quello di una donna. Pensai che poteva avere qualsiasi età fra i sedici e i trenta; come scoprii in seguito mancavano due mesi al suo diciannovesimo compleanno.

Truman Capote

da Colazione da Tiffany

Edith Wharton… Mentre attendeva che Madame de Malrive s’infilasse i guanti, John Durham sostava nel vano del portone guardando oltre Rue de Rivoli…

Mentre attendeva che Madame de Malrive s’infilasse i guanti, John Durham sostava nel vano del portone guardando oltre Rue de Rivoli la luminosità pomeridiana dei giardini delle Tuileries. I suoi soggiorni in Europa erano abbastanza rari da mantenere indenne la freschezza dell’occhio, e sempre lo colpiva di nuovo lo spettacolo vasto e magistralmente ordinato di Parigi: quell’aria di esser stata progettata con audacia e ponderatezza come uno sfondo al godimento della vita, invece di trovarsi costretta a far concessioni di malavoglia agli istinti festaioli, oppure a barricarvisi contro in uno squallido oscurantismo, com’era il caso della sua deplorevole New York.

Edith Wharton 

da Madame de Treymes (Passigli editore)

Gao Xingjian… Avevamo appena due settimane di ferie, e anche se la nostra luna di miele era stata dimezzata, era davvero più dolce del miele…

Avevamo appena due settimane di ferie, e anche se la nostra luna di miele era stata dimezzata, era davvero più dolce del miele. Una dolcezza sulla quale non voglio soffermarmi, che anche voi gente di mondo sicuramente avrete provato, ma soprattutto una dolcezza che appartiene tutta solo a noi. Ciò di cui vorrei parlarvi è Il Tempio della Grazia perfetta, o Yuan’en: il termine yuan vuol dire “completezza/perfezione”, e en “grazia/benevolenza”. Ma è un nome che nessuno conosce perché si riferisce a un tempio in rovina, abbandonato, che non viene incluso tra i luoghi da visitare negli itinerari turistici. A parte la gente del luogo, nessuno ne sa niente. E anche tra i locali ho paura siano ben pochi quelli che lo conoscono.

Insomma, si tratta di un tempio, ma di un tempio scalcinato, dove nessuno brucia incensi, recita preghiere, di cu nessuno si prende cura, e che noi abbiamo scoperto per puro caso. E se non fosse stato per il nostro meticoloso insistere nel decifrare le tracce dei caratteri incisi su una stele di pietra che stava sul fondo di un bacile, sotto una pompa per l’acqua, nemmeno noi avremmo saputo che il tempio aveva un nome. La gente de luogo lo chiamava semplicemente il Grande tempio, ma in effetti non era certo gran cosa rispetto al Tempio degli Spiriti nascosti di Hangzhou, o a quello delle Nuvole azzurre di Pechino.

Non era nient’altro che un antico edificio con il tetto a doppio ordine di cornicioni, costruito sulle alture nelle vicinanze di un capoluogo di distretto, e davanti al quale rimaneva ancora un portale a blocchi di pietra. Il muro che recingeva la corte era crollato, e le pietre e i mattoni con cui era stato costruito erano stati portati via non si sa bene quando, ma ormai da tempo, dai contadini delle vicinanze, per costruire case e recintare porcilaie, e rimaneva soltanto un pezzo di terra invaso dalle erbacce.

Guardando dalla strada principale del capoluogo lo si scorgeva di lontano, e sulla collina, sotto i raggi del sole, scintillavano lo sguardo, con qualcosa di seducente. Anche la nostra sosta nel capoluogo era stata del tutto casuale. Il treno era fermo sul binario, era già passata l’ora della partenza, perché probabilmente stava aspettando l’arrivo di un super-rapido leggermente in ritardo. Terminato il viavai dei viaggiatori che salivano o scendevano dalle carrozze, la banchina era ormai deserta, e l’inserviente stava a chiacchierare, in piedi accanto alla porta del vagone. Oltre i binari, nella valle, si stendevano i tetti di tegole grigie delle case. Ancora più lontano si profilavano catene di montagne verdi e lussureggianti; questa antica cittadina sembrava diffondere calma e serenità.

Gao Xingjian

dal racconto Il Tempio della Grazia perfetta in Una canna da pesca per mio nonno (Rizzoli editore – trad. Alessandra Lavagnino)

David Foster Wallace… Ecco una teoria. I grandi atleti sono affascinanti perché incarnano il successo basato sul confronto che noi americani veneriamo…

Ecco una teoria. I grandi atleti sono affascinanti perché incarnano il successo basato sul confronto che noi americani veneriamo – il più veloce, il più forte – e perché lo fanno in modo non ambiguo. la questione di chi sia il miglior idraulico o il miglior ragioniere è impossibile persino da definire, laddove chi sia il miglior lanciatore, il miglior cestista o tennista è, in qualsiasi momento, una questione di record statistici pubblici. I grandi atleti ci affascinano perché fanno presa sulle nostre ossessioni gemelle per superiorità competitiva e numeri.

Poi sono belli: Jordan sospeso a mezz’aria come una sposa d Chagall, Sampras che assesta una volée a un’angolatura che sfida Euclide. E ci ispirano. Negli atleti di livello mondiale che si affrancano dalle leggi della fisica c’è una bellezza trascendente che rende manifesto Dio nell’uomo. Quindi in realtà sono più teorie. I grandi atleti sono la profondità in movimento. Consentono ad astrazioni come “potenza” e “grazia” e “controllo” non solo di incarnarsi ma di essere teletrasmesse. Essere un grande atleta, in campo, significa essere quel mirabile ibrido fra animale e angelo che noi spettatori medi, privi di bellezza, facciamo tanta fatica a vedere in noi stessi.

Perciò vogliamo conoscerli, questi uomini e donne eccellenti, fisicamente dotati, volitivi. Anche noi, come pubblico, siamo volitivi: vederli giocare non ci basta. Vogliamo diventare intimi con tutta quella profondità. Vogliamo entrarci dentro, vogliamo la Storia. Vogliamo sentire di umili origini, stenti, precocità, determinazione, scoraggiamento, tenacia, spirito di squadra, sacrificio, istinto omicida, linimenti e dolore. Vogliamo sapere come ci sono riusciti. Quante ore per notte Bird bambino se ne stava davanti casa a lanciare a canestro sotto le luci del vialetto? A quale ora impossibile si svegliava Bjorn ogni mattina? Che tipo di macchine spingevano i fratelli Butkus su e giù per le strade di Chicago per allenarsi? A cosa hanno dovuto rinunciare Palmer e Brett e Payton ed Evert? E ovviamente vogliamo sapere anche cosa si prova, dentro, a essere sia belli che i migliori (“Cos’hai provato quando hai vinto quella partita decisiva?”). Quale combinazione di vuoto mentale e concentrazione si richiede per mandare a segno un putt o un tiro libero del valore di migliaia di dollari davanti a milioni di occhi sbarrati? Cosa passa per la testa? Questi atleti sono persone reali? Sono anche solo lontanamente simili a noi? La loro Ansia della sconfitta ha niente in comune con le nostre piccole ansie di frustrazione quotidiane? E che dire del Brivido della vittoria, cosa si prova a tirar su quel dito da numero 1 e “intenderlo” davvero?

David Foster Wallace

dal saggio Come Tracy Austin mi ha spezzato il cuore in Considera l’aragosta (Einaudi editore)

Ennio Flaiano… Ieri sera, eccomi in un cinema…

Ieri sera, eccomi in un cinema. Nella sgradevole attesa dell’inizio, la sala era illuminata male. E poi: al contrario degli spettatori di un teatro, gli spettatori di un cinema hanno sempre l’aria di vergognarsi e si spandono tra le file vuote, restano sprofondati nelle loro poltrone senza volgersi o levarsi. Sembrano covare propositi loschi. Molti guardano il soffitto. Intanto sullo schermo passavano diapositive pubblicitarie di parrucchieri, mobilieri, tintorie, allevamenti di polli. I brevi film che seguirono trattavano questi argomenti con petulante serietà: che cosa mettersi nei capelli perché brillino, perché bisogna preferire certe pentole, perché la signora è felice di lavare i piatti, perché un alito puro favorisce l’attività sentimentale. Infine una giovane famigliola, che mi sembrava di conoscere (o sono tutte uguali?), sedeva a tavola e mangiava maionese. Vennero poi altri giovani e ragazze a inseguirsi su una spiaggia, a tuffarsi nelle onde, protetti da una crema per la pelle. Altri giovani, in abito da sera, bevevano liquori. Tutti gli idilli si concludevano. Il giovane guardava la ragazza e sorrideva, la ragazza rispondeva con un sorriso di accettazione. Probabilmente erano felici. Quando cominciò il film vero e proprio mi sentivo non solo stanco ma turbato dall’idea di non essere nel mio tempo, di non amare la società, di “non conoscere i giovani”. Quei giovani sullo schermo che enunciavano assiomi erano dunque tutto il mio prossimo? Possibile che non avessero altro da dirmi? Ho assunto l’aria di colpa e d’attesa che avevano già gli altri spettatori e intanto ruminavo questo dubbio, che l’uomo di massa non può separare il proprio divertimento dal peccato che ne è all’origine e che quindi lo determina: la insoddisfazione del proprio stato, il desiderio di evaderne attraverso sogni compiacenti che la pubblicità fa suoi alleati. (Panorama, agosto 1963)

Ennio Flaiano

da La solitudine del satiro (Bompiani classici)

Groucho Marx… Caro Sam, i miei progetti sono ancora in Embrione: non so se ci sei mai stato, è un sobborgo della metropoli delle pie illusioni…

5 dicembre 1945

Caro Sam,

i miei progetti sono ancora in Embrione: non so se ci sei mai stato, è un sobborgo della metropoli delle pie illusioni. Attualmente sono immerso anima e corpo in “Casablanca”, un’avventura appassionante. Mi alzo ogni mattina alle sette, sferro alla sveglia un calcio nei cosiddetti e volo allo studio. Mi convocano sempre alle nove del mattino, il che significa cominciare le riprese seduta stante alle tre del pomeriggio. Protestare è inutile: il mondo della celluloide funziona così, e forse è soprattutto per questo che si vedono tante schifezze al cinematografo sotto casa.

Tuo

Groucho

Groucho Marx

da Le lettere di Groucho Marx (Adelphi ed. traduzione Davide Tortorella)

Katherine Mansfield… Faccio risalire l’inizio della mia esistenza al momento in cui presi in affitto un appartamento da scapolo al quinto piano di un palazzo alto…

Faccio risalire l’inizio della mia esistenza al momento in cui presi in affitto un appartamento da scapolo al quinto piano di un palazzo alto, non troppo scalcinato, in una strada che poteva essere discreta o poteva non esserlo. Cosa utilissima questa… Lì vidi la luce, e misi fuori le mie due corna con uno studio, una camera e una cucina sul dorso. E mobili veri nelle stanze. In camera da letto, un armadio con lo specchio lungo, un letto grande con la trapunta gialla, un comodino col piano di marmo, e un servizio da toletta cosparso di meline. Nel mio studio – scrittoio inglese con cassetti, sedia da tavolo con cuscini in pelle, libri, una poltrona, un tavolino con sopra un tagliacarte e una lampada e alcuni studi di nudo alle pareti. Usavo la cucina solo per buttarvi la carta straccia. Ah, rivedo me stesso quella prima sera, dopo che quelli dei mobili se n’erano andati ed ero riuscito a sbarazzarmi di quella vecchiaccia della portiera – camminare per le stanze in punta di piedi, dare una sistemata in giro, fermarmi davanti allo specchio con le mani in tasca, e dire a quella radiosa visione: “Sono un ragazzo che ha il suo appartamento. Scrivo per due giornali. Mi occupo di letteratura seria. Sono all’inizio della carriera. Il libro che pubblicherò lascerà la critica letteralmente a bocca aperta. Scriverò di cose che non sono mai state toccate prima. Mi farò un nome come scrittore del mondo sommerso. Ma non come hanno fatto altri prima di me. Oh, no! Con grande ingenuità, con una vena di delicato umorismo e da dentro, come se tutto fosse molto semplice, molto naturale. Vedo la mia strada con estrema chiarezza. Nessuno l’ha mai fatto come lo farò io perché nessuno ha mai vissuto le mie esperienze. Sono ricco – ricco”. Eppure non avevo più soldi di quanti ne abbia adesso. E’ incredibile come si possa vivere senza soldi… Ho un mucchio di bei vestiti, biancheria intima di seta, due abiti da sera, quattro paia di scarpe di vernice con tomaia in pelle leggera, ogni genere di piccoli accessori, come guanti e portacipria e un servizio da manicure, profumi, sapore di prima qualità, e niente che sia stato pagato.

Katherine Mansfield

dal racconto Je n parle pas francais in Felicità (Grandi Classici Tascabili Marsilio, trad. di Marina Mascagni)