Tornare a collezionare vecchi Andy Capp

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Bjorn Larsson… Penso spesso a una letteratura che somigli alla mia visione del mare…

Penso spesso a una letteratura che somigli alla mia visione del mare, come luogo dov’è possibile sperimentare altre vite, altri pensieri, altre identità, altre passioni, insomma dov’è possibile mettersi interamente in gioco. Perché sia così, la letteratura deve essere un viaggio da cui non si ritorna gli stessi di quando si è partiti. La letteratura, come il vero viaggio di avventura, deve essere un incontro con l’altro da cui non si esce indenni. Sia il lettore che lo scrittore devono mettersi nei panni altrui e rischiare di diventare altro, esattamente ciò che rifiutano di fare i fanatici e gli integralisti di tutte le specie.

Bjorn Larsson

(da Il Messaggero del 15/8/07)

Marcello Mastroianni… Nostalgia del futuro

Nostalgia del futuro

Quando si è ragazzi, i paesi che non conosciamo, e su cui tanto fantastichiamo ci sembrano sempre più belli e misteriosi, addirittura più reali delle città dove abitiamo. Forse il fascino così profondo del viaggiare resta per sempre legato a questa specie di prospettiva fantastica che rende i luoghi lontani al tempo stesso più misteriosi e più reali di quelli che abbiamo sotto gli occhi. Secondo Proust, “i paradisi migliori sono i paradisi perduti”. E’ una frase giustamente famosa. Io mi permetto di aggiungere che forse esistono paradisi ancora più attraenti dei paradisi perduti: sono quelli che non abbiamo mai vissuto, i luoghi e le avventure che intravediamo laggiù – non alle nostre spalle, come i paradisi perduti che ci riempiono di nostalgia, ma davanti a noi, in un futuro che un giorno forse, come sogni che si avverano, riusciremo a raggiungere, a toccare. Chissà, forse il fascino del viaggiare sta in quest’incanto, in questa paradossale nostalgia del futuro. E’ la forza che ci fa immaginare – o illudere – di fare un viaggio e trovare, in una stazione sconosciuta, qualcosa che potrebbe cambiare la nostra vita. Forse uno smette veramente di essere giovane quando riesce solo a rimpiangere, ad amare soltanto i paradisi perduti.

Marcello Mastroianni

da Mi ricordo, si, io mi ricordo (Baldini e Castoldi editore)

Kurt Vonnegut… Vengo da una famiglia di artisti. E anche io mi guadagno da vivere con la mia arte. Non è stata una scelta da ribelle…

Vengo da una famiglia di artisti. E anche io mi guadagno da vivere con la mia arte. Non è stata una scelta da ribelle. E’ come se avessi rilevato la pompa di benzina di famiglia. Anche i miei antenati avevano tutti a che fare con l’arte. Io sto semplicemente portando avanti la tipica attività di famiglia.

Ma mio padre, che era un pittore e architetto, era stato colpito così duramente nel periodo della Grande Depressione – durante il quale aveva fatto la fame – che pensava fosse meglio che io non avessi nulla a che fare con l’arte. Tentò di indirizzarmi verso tutt’altra strada perché si era reso conto che l’arte valeva ben poco come mezzo di guadagno. Mi disse che mi avrebbe mandato all’università solo se avessi studiato qualcosa di serio, qualche materia pratica.

Alla Cornell University mi diplomai in chimica perché quello era il campo in cui si era fatto strada tanto bene mio fratello. I critici pensano sempre che uno non possa essere un artista serio se ha fatto degli studi tecnici, come nel mio caso. So che in genere all’università, nelle facoltà di lettere, senza grossa cognizione di causa si insegna a guardare con orrore alle facoltà di ingegneria, di fisica, di chimica. E questa stessa paura, secondo me, si trasferisce anche nell’ambito della critica letteraria. Gran parte dei nostri critici vengono dagli studi umanistici, e guardano con sospetto chiunque si interessi di tecnologia. Insomma, come stavo dicendo, io mi sono diplomato in chimica ma finisco continuamente a insegnare nelle facoltà di lettere, e così ho avuto modo di offrire il contributo del pensiero scientifico alla letteratura. Ma non mi è stata mai dimostrata grande riconoscenza per questo.

Sono diventato un cosiddetto scrittore di fantascienza quando qualcuno ha stabilito che ero uno scrittore di fantascienza. Non ci tenevo affatto a essere etichettato in quel modo, e mi chiedevo cosa avevo fatto di male per non vedermi riconosciuto come uno scrittore serio. Alla fine ho deciso che la mia colpa era quella di parlare di tecnologia nei miei libri, mentre la stragrande maggioranza dei migliori scrittori americani di tecnologia non ne sa un bel niente. Sono stato etichettato come scrittore di fantascienza perché parlavo di Schenectady, una cittadina dello Stato di New York. Il mio primo libro, Piano meccanico, era ambientato a Schenectady. A Schenectady ci sono delle enormi fabbriche, punto e basta. Io e i miei amici eravamo ingegneri, fisici, chimici e matematici. E così, quando parlavo della General Electric e di Schenectady, ai critici che non avevano mai messo piede da quelle parti sembrava che stessi descrivendo un futuro immaginario.

Ma secondo me i romanzi che non fanno nessun riferimento alla tecnologia rappresentano la vita in maniera imperfetta, così come rappresentavano la vita in maniera imperfetta i vittoriani che eliminavano ogni riferimento al sesso.

Kurt Vonnegut
da Un uomo senza patria (minimum fax editore – trad. Martina Testa)

 

Carlo Emilo Gadda… Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa…

Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto “latino”, benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne. La sua padrona di casa lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell’arruffio strano d’ogni trillo e d’ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d’ore senza pace, che formavano il tormentato contesto del di lui tempo. “Non ha orario, non ha orario! Ieri mi è tornato che faceva giorno!”. Era, per lei, lo “statale distintissimo” lungamente sognato, preceduto da cinque A sulla inserzione del Messaggero, evocato, pompato fuori dall’assortimento infinito degli statali con quell’esca della “bella assolata affittasi” e non ostante la perentoria intimazione in chiusura: “Escluse donne”: che nel gergo delle inserzioni del Messeggero offre, com’è noto, una duplice possibilità d’interpretazione. E poi era riuscito a far chiudere un occhio alla questura su quella ridicola storia dell’ammenda… sì, della multa per la mancata richiesta della licenza di locazione… che se la dividevano a metà, la multa, tra governatorato e questura.

Carlo Emilo Gadda

da Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

John Steinbeck… Le mamme si rivoltavano tra le mani le reliquie del passato condannato all’oblio. Questo era il libro di papà mio, gli piaceva, c’è dentro il suo nome…

Le mamme si rivoltavano tra le mani le reliquie del passato condannato all’oblio. Questo era il libro di papà mio, gli piaceva, c’è dentro il suo nome. Quella pipa anche era sua. E questo quadro… un angelo, lo guardavo sempre prima di mettere al mondo i miei. Oh, quel cane di porcellana, l’aveva portato zia Sadie dalla fiera di St. Louis. Cosa serve? Perché portarselo appresso? La lettera scritta da mio fratello la vigilia della morte. Questo cappello; fuori moda, ma le piume son ben conservate. No, non c’è posto. Com’è possibile vivere senza le cose che sono la nostra vita? Spogli del nostro passato non ci riconosciamo. Fa niente, non c’è posto, bisogno lasciarlo, bruciarlo. E sugli sgabelli superstiti le donne guardavano il loro passato con occhi sognanti e lo bruciavano nella loro memoria. Poi si riscuotevano di soprassalto, e ammucchiavano la roba sull’aia e v’appiccavano il fuoco, ma restavano a guardare con occhi sognanti le fiamme distruggere la loro vita. Poi, frenetiche, aiutavano gli uomini a caricare l’autocarro, e l’autocarro partiva sollevando una nuvola di polvere.

John Steinbeck
da Furore (Bur ed. – trad. Carlo Coardi)

Saul Bellow… Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog. C’era della gente che pensava che fosse toccato, e per qualche tempo persino lui l’aveva dubitato.

Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog. C’era della gente che pensava che fosse toccato, e per qualche tempo persino lui l’aveva dubitato. Ma adesso, benché continuasse a comportarsi in maniera un po’ stramba, si sentiva pieno di fiducia, allegro, lucido e forte. Gli pareva d’essere stregato, e scriveva lettere alla gente più impensata. Era talmente infatuato da quella corrispondenza, che dalla fine di giugno, dovunque andasse, si trascinava dietro una valigia piena di carte. Se l’era portata, quella valigia, da New York a Martha’s Vineyard. Ma da Martha’s Vineyard era riscappato indietro subito; due giorni dopo aveva preso l’aereo per Chicago, e da Chicago era filato in un paesino del Massachusetts occidentale. Lì, nascosto in mezzo alla campagna, scriveva a più non posso, freneticamente, ai giornali, agli uomini pubblici, ad amici e parenti e finì per scrivere pure ai morti, prima ai suoi morti e poi anche ai morti famosi. Era estate alta nelle Berkshires. Herzog viveva da solo nella casa grande e antica. Lui che di solito era così schizzinoso per il cibo, ora mangiava pancarré in cellophan, fagioli in scatola e formaggini. Ogni tanto coglieva dei lamponi nel giardino invaso dalle erbacce, scostando gli spinosi arboscelli con distratta cautela; quanto al dormire, dormiva sul materasso, senza lenzuola – sull’abbandonato letto matrimoniale – o nell’amaca coprendosi soltanto col cappotto. Alte canne di yuccam alberelli d’acero e carrubi lo assediavano d’ogni parte, in giardino. Di notte, se apriva gli occhi, le stelle erano vicinissime, simili a corpi spirituali. Fuochi, certo; gas – minerali, calore, atomi – ma alle cinque del mattino, per un uomo che giace in un’amaca avvolto nel proprio cappotto, cose piene d’eloquenza.

Saul Bellow 
incipit di Herzog

Truman Capote… Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell’appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano…

Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell’appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano. Stampato con una certa eleganza formale, il biglietto diceva: Signorina Holiday Golightly, e sotto, in un angolo: in transito. Cominciò a perseguitarmi come una canzonetta: Signorina Holiday Golightly, in transito. Una notte, quando le due erano già passate da un pezzo, mi svegliai al suono della voce di Yunioshi che gridava giù per le scale. Poiché abitava all’ultimo piano la sua voce echeggiava per tutta la casa, esasperata e severa. “Signorina Golightly! Devo protestare!”. La voce che rispose dal basso, era sciocca di giovinezza e un po’ divertita. “Oh tesoro, mi dispiace davvero. Ho perduto la chiave”. “Non potete suonare il mio campanello. Dovete, dovete assolutamente farvi fare una chiave.” “Ma le perdo tutte, sempre.” “Io lavoro, e ho diritto di dormire,” sbraitò Yunioshi: “Voi invece continuate a suonare il mio campanello…” “Oh, non inquietatevi, carissimo; non lo farò più. E se mi promettete di non arrabbiarvi”, la voce si faceva sempre più vicina, la ragazza stava salendo le scale, “potrei anche lasciarvi scattare le fotografie di cui abbiamo parlato”. Ero saltato giù dal letto e avevo socchiuso la porta. Sentivo il silenzio di Yunioshi, lo sentivo perché era accompagnato da un cambiamento di ritmo nella respirazione più che palese. “Quando?” volle sapere. La ragazza rise. “Una volta o l’altra,” rispose, farfugliando lievemente. “In qualsiasi momento,” replicò lui, e chiuse la porta. Uscii sul pianerottolo e mi sporsi dalla balaustra, quel tanto per vedere senza essere visto. Era ancora sulle scale, ora aveva raggiunto il mezzanino, e i colori chiassosi dei suoi capelli da ragazzino, a ciocche fulve, venate di biondo albino e di giallo, riflettevano la luce della lampada. Era una sera calda, quasi estiva, lei indossava un abito nero, aderente e fresco, portava sandali neri e una collana di perle. Nonostante la sua elegante snellezza, aveva l’aria sana di chi vive di latte e burro e si lava con l’acqua e il sapone. Aveva le guance d’un rosa acceso, la bocca grande, il naso all’insù. Un paio di occhiali neri le cancellava gli occhi. Aveva un viso che, pur avendo superato la fanciullezza, non era ancora quello di una donna. Pensai che poteva avere qualsiasi età fra i sedici e i trenta; come scoprii in seguito mancavano due mesi al suo diciannovesimo compleanno.

Truman Capote

da Colazione da Tiffany

Edith Wharton… Mentre attendeva che Madame de Malrive s’infilasse i guanti, John Durham sostava nel vano del portone guardando oltre Rue de Rivoli…

Mentre attendeva che Madame de Malrive s’infilasse i guanti, John Durham sostava nel vano del portone guardando oltre Rue de Rivoli la luminosità pomeridiana dei giardini delle Tuileries. I suoi soggiorni in Europa erano abbastanza rari da mantenere indenne la freschezza dell’occhio, e sempre lo colpiva di nuovo lo spettacolo vasto e magistralmente ordinato di Parigi: quell’aria di esser stata progettata con audacia e ponderatezza come uno sfondo al godimento della vita, invece di trovarsi costretta a far concessioni di malavoglia agli istinti festaioli, oppure a barricarvisi contro in uno squallido oscurantismo, com’era il caso della sua deplorevole New York.

Edith Wharton 

da Madame de Treymes (Passigli editore)

Gao Xingjian… Avevamo appena due settimane di ferie, e anche se la nostra luna di miele era stata dimezzata, era davvero più dolce del miele…

Avevamo appena due settimane di ferie, e anche se la nostra luna di miele era stata dimezzata, era davvero più dolce del miele. Una dolcezza sulla quale non voglio soffermarmi, che anche voi gente di mondo sicuramente avrete provato, ma soprattutto una dolcezza che appartiene tutta solo a noi. Ciò di cui vorrei parlarvi è Il Tempio della Grazia perfetta, o Yuan’en: il termine yuan vuol dire “completezza/perfezione”, e en “grazia/benevolenza”. Ma è un nome che nessuno conosce perché si riferisce a un tempio in rovina, abbandonato, che non viene incluso tra i luoghi da visitare negli itinerari turistici. A parte la gente del luogo, nessuno ne sa niente. E anche tra i locali ho paura siano ben pochi quelli che lo conoscono.

Insomma, si tratta di un tempio, ma di un tempio scalcinato, dove nessuno brucia incensi, recita preghiere, di cu nessuno si prende cura, e che noi abbiamo scoperto per puro caso. E se non fosse stato per il nostro meticoloso insistere nel decifrare le tracce dei caratteri incisi su una stele di pietra che stava sul fondo di un bacile, sotto una pompa per l’acqua, nemmeno noi avremmo saputo che il tempio aveva un nome. La gente de luogo lo chiamava semplicemente il Grande tempio, ma in effetti non era certo gran cosa rispetto al Tempio degli Spiriti nascosti di Hangzhou, o a quello delle Nuvole azzurre di Pechino.

Non era nient’altro che un antico edificio con il tetto a doppio ordine di cornicioni, costruito sulle alture nelle vicinanze di un capoluogo di distretto, e davanti al quale rimaneva ancora un portale a blocchi di pietra. Il muro che recingeva la corte era crollato, e le pietre e i mattoni con cui era stato costruito erano stati portati via non si sa bene quando, ma ormai da tempo, dai contadini delle vicinanze, per costruire case e recintare porcilaie, e rimaneva soltanto un pezzo di terra invaso dalle erbacce.

Guardando dalla strada principale del capoluogo lo si scorgeva di lontano, e sulla collina, sotto i raggi del sole, scintillavano lo sguardo, con qualcosa di seducente. Anche la nostra sosta nel capoluogo era stata del tutto casuale. Il treno era fermo sul binario, era già passata l’ora della partenza, perché probabilmente stava aspettando l’arrivo di un super-rapido leggermente in ritardo. Terminato il viavai dei viaggiatori che salivano o scendevano dalle carrozze, la banchina era ormai deserta, e l’inserviente stava a chiacchierare, in piedi accanto alla porta del vagone. Oltre i binari, nella valle, si stendevano i tetti di tegole grigie delle case. Ancora più lontano si profilavano catene di montagne verdi e lussureggianti; questa antica cittadina sembrava diffondere calma e serenità.

Gao Xingjian

dal racconto Il Tempio della Grazia perfetta in Una canna da pesca per mio nonno (Rizzoli editore – trad. Alessandra Lavagnino)