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Joseph Roth… Anche il signore ben vestito sparì nelle tenebre. A lui era realmente toccato in sorte il miracolo della conversione. E aveva deciso di condurre la vita dei più poveri…

maggio 23, 2017

Anche il signore ben vestito sparì nelle tenebre. A lui era realmente toccato in sorte il miracolo della conversione. E aveva deciso di condurre la vita dei più poveri. E per questo viveva sotto i ponti. Ma, tornando all’altro, costui era un bevitore, anzi un ubriacone. Si chiamava Andreas, e viveva alla giornata come molti bevitori. Tanto tempo era passato dall’ultima volta che aveva posseduto duecento franchi. E forse proprio per questo, perché era passato tanto tempo, tirò fuori al fioco chiarore di uno dei rari lampioni che erano sotto i ponti, un pezzetto di carta e un mozzicone di matita, e scrisse l’indirizzo della piccola Santa Teresa e la somma di duecento franchi, che da quel momento le doveva. Salì per una delle scale che portano dalle rive della Senna al lungofiume. Là, lo sapeva, c’era un ristorante. Ed egli entrò, e mangiò e bevve in abbondanza, spendendo molti soldi, portandosi via anche un’intera bottiglia per la notte, che aveva intenzione di passare sotto il ponte, come al solito. Si scelse anche un giornale dal cestino della cartastraccia; non per leggerlo, ma per coprirsi. I giornali tengono caldo, come sanno tutti i vagabondi.

Joseph Roth

da La leggenda del santo bevitore (Adelphi editore)

William Shakespeare… Miei compagni e fratelli in esilio, l’abitudine a questi luoghi non ha reso la vita più dolce che nel lusso dorato?…

maggio 16, 2017

ex duca – Miei compagni e fratelli in esilio, l’abitudine a questi luoghi non ha reso la vita più dolce che nel lusso dorato? Non sono questi boschi più sicuri della corte piena d’invidie? Non sentiamo il mutar delle stagioni, come Adamo in peccato, e all’artiglio del gelo e alla ruvida sferza del vento invernale, quando soffia e m’addenta il corpo fino a farmi rattrappire per il freddo, rido e dico: “Questa non è adulazione. Questi sono consiglieri che mi persuadono concretamente di ciò ch’io sono”. L’avversità mi mostra dolce, come il rospo brutto e velenoso che reca in capo una gemma preziosa. La nostra vita, non costretta in pubblico, sente gli alberi che parlano, i ruscelli che narrano, i discorsi delle pietre e bontà in ogni cosa.

William Shakespeare

da Come vi piace

Italo Calvino… Non pensavo che alla Terra. Era la Terra a far sì che ciascuno fosse proprio quel qualcuno e non altri…

maggio 10, 2017

Non pensavo che alla Terra. Era la Terra a far sì che ciascuno fosse proprio quel qualcuno e non altri; quassù, strappati alla Terra, era come se io non fossi più quell’io, né lei per me quella lei. Ero ansioso di tornare sulla Terra, e trepidavo nel timore d’averla perduta. Il compimento del mio sogno d’amore era durato solo quell’istante in cui c’eravamo congiunti roteando tra Terra e Luna; privato del suo terreno terrestre, il mio innamoramento ora non conosceva che la nostalgia straziante di ciò che ci mancava; un dove, un intorno, un prima, un poi.

Italo Calvino

da La distanza della Luna in Le Cosmicomiche

Microgiallo… sei personaggi senza più l’autore…

maggio 4, 2017
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#microgiallo

Lo uccisero spingendolo nella buca del suggeritore perché da loro pretendeva più realismo. Adesso si che erano sei personaggi in cerca d’autore.

Akio

Jorge Amado… Quando la chitarra singhiozzerà nelle mani del suonatore di serenate, nato a Bahia…

aprile 26, 2017

Quando la chitarra singhiozzerà nelle mani del suonatore di serenate, nato a Bahia, figlio della sua poesia e del suo dolore, non fermarti neppure a riflettere, poiché la città magica ti aspetta, e io sarò la tua guida nelle sue strade e nei suoi misteri.

Jorge Amado

José Saramago… Io Pessoa e gli specchi…

aprile 19, 2017

Fernando Pessoa era un uomo che conosceva le lingue e componeva versi. Si guadagnò il pane mettendo parole al posto delle parole, scrisse versi come si fanno i versi, come se fosse stata la prima volta. Cominciò chiamandosi Fernando, persona come tutti. Naturalmente la sua vita era fatta di giorni e sappiamo che i giorni anche se uguali non sono mai gli stessi. Non sorprende, quindi, che un bel giorno Fernando, passando davanti ad uno specchio vi abbia scorto, di striscio, un’altra persona: un uomo lo osservava da dentro lo specchio e quell’uomo non era lui. Molto ci si attende dalle figure che appaiono negli specchi, tranne che parlino. E affinché quei due, Fernando e l’immagine riflessa, non rimanessero lì a guardarsi per l’eternità, Pessoa disse: “Mi chiamo Ricardo Reis”. L’altro sorrise e scomparve. Dopo poco spuntò un’altra immagine. Pessoa si affrettò a dire: “Mi chiamo Alberto Caeiro”. L’altro non sorrise, gesticolò un po’ e sparì. Non c’è due senza tre, aveva sentito dire Fernando Pessoa e rimase in attesa. La terza figura ritardò qualche secondo ad apparire. Fernando disse: “Mi chiamo Alvaro de Campos”. le sue ultime parole prima di morire furono: “Datemi gli occhiali”. Fino a oggi nessuno s’è chiesto perché li volesse. E’ possibile che la sua intenzione fosse quella di guardarsi allo specchio per conoscere l’identità dell’ “altro”. La Parca non gli diede tempo. Oltretutto, la stanza non disponeva neppure di uno specchio. Pessoa mai riuscì ad avere la certezza di sapere chi veramente fosse stato, sebbene questo dubbio ci permetta di vedere un po’ più chi siamo.

José Saramago

(tratto da un intervento sul tema della Fiera del libro di Torino, pubblicato dal Corriere della Sera, 7 maggio 2009)

Buona Pasqua e Pasquetta 

aprile 15, 2017

Cari lettori di A Video Spento, buona Pasqua e Pasquetta. 

Jean-Michel Basquiat al Chiostro del Bramante di Roma: opere dalla Collezione Mugrabi

aprile 10, 2017

Jean-Michel #Basquiat #ChiostroDelBramante #Roma Opere dalla Collezione Mugrabi #arte #pittura

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Fernando Pessoa… Dalla terrazza di questo caffè guardo con un fremito la vita…

aprile 7, 2017

Dalla terrazza di questo caffè guardo con un fremito la vita. Vedo poco di essa: il suo disordine, in questo suo concentrarsi entro questa piazzetta nitida e mia. Una fiacchezza, come il principio di una sbornia, mi illumina di cose l’anima. Fuori di me, nei passi dei passanti […] scorre la vita evidente e unanime.

In quest’attimo i miei sensi si assopiscono e tutto mi sembra un’altra cosa: le mie sensazioni son un errore confuso e lucido, apro le ali ma non mi muovo, come un condor ipotetico.

Quale uomo di ideali, chissà se la mia aspirazione più alta non sia quella di occupare questa seggiola al tavolo di questo caffè?

Ogni cosa è vana come rimestare la cenere, vaga come il momento in cui non è ancora l’alba.

E la luce sgorga così serenamente e perfettamente sulle cose, le avvolge talmente di realtà ilare e mesta! Tutto il mistero del mondo precipita fino a materializzarsi davanti ai miei occhi in banalità e strada.

Ah, in quale modo le cose quotidiane sfiorano misteri in noi! In quale modo alla superficie toccata dalla luce di questa vita così complessa in quanto umana, l’Ora, sorriso incerto, sale alle labbra del Mistero! Come sembra moderno tutto ciò! E allo stesso tempo così antico, così occulto, con un senso così diverso da quello che risplende in tutto!

Fernando Pessoa

da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares (Economica Feltrinelli)

Monet Painting in his Garden at Argenteuil, Pierre-Auguste Renoir via @ArtPicsChannel

aprile 4, 2017

 

Alan Bennett… E’ vero che all’inizio leggeva con trepidazione e un certo nervosismo. Si perdeva di fronte all’infinita quantità dei libri e non aveva idea di come procedere…

marzo 31, 2017

E’ vero che all’inizio leggeva con trepidazione e un certo nervosismo. Si perdeva di fronte all’infinita quantità dei libri e non aveva idea di come procedere; leggeva senza metodo, un libro portava a un altro e spesso ne iniziava due o tre contemporaneamente. Gli appunti erano venuti dopo; leggeva sempre con una matita a portata di mano, non per riassumere quello che leggeva ma solo per trascrivere i passaggi che l’avevano colpita. Fu solo dopo un anno di letture e di appunti che Sua Maestà si azzardò ad annotare un pensiero tutto suo. “La letteratura” scrisse “mi appare come un vasto paese dai confini remoti, verso i quali mi son diretta ma che non mi sarà mai dato raggiungere. E ho cominciato troppo tardi. Non potrò mai recuperare”. Poi (un pensiero a parte): “L’etichetta sarà una cosa scomoda, ma l’imbarazzo è peggio”. Leggere le metteva anche tristezza; per la prima volta in vita sua le vennero dei rimpianti. Aveva finito una delle tante biografie di Sylvia Plath e in realtà era contenta di aver avuto una vita meno travagliata; ma leggendo l’autobiografia di Lauren Bacall non poté fare a meno di pensare che la Bacall si era divertita di più, e con sua sorpresa si trovò ad invidiarla. Qualche settimana dopo la regina alzò gli occhi dal libro che stava leggendo e disse a Norman: “Si ricorda quando le ho detto che lei è il mio factotum? Bene. Ho scoperto cosa sono io: una tardodiscente”. Con il dizionario sempre alla mano, Norman lesse ad alta voce: “Tardodiscente: chi impara solo in età avanzata”. Era quella necessità di dover recuperare il tempo perduto a farla leggere con tale rapidità, e ultimamente a commentare sempre più spesso e con meno incertezza. Cominciò quindi ad affrontare quella che a tutti gli effetti era critica letteraria con la stessa schiettezza che destinava ad altri settori della sua vita. La regina non era una lettrice clemente e spesso avrebbe voluto averceli lì, gli autori, per poterli rampognare. “Sono l’unica” scrisse “a voler dare una bella lavata di capo a Henry James?”. “Capisco l’ammirazione per il dottor Johnson, ma non ha scritto anche una quantità di pompose stupidaggini?”. Un giorno, all’ora del tè, stava leggendo Henry James quando sbottò: “E muoviti!”. La cameriera, che stava portando via il carrello del tè, disse: “Chiedo scusa, Maestà”, e nel giro di due secondi era già schizzata fuori dalla stanza. “Ma no, non tu, Alice” le gridò dietro la regina, addirittura rincorrendola sulla porta. “Non tu!”.

Alan Bennett

da La sovrana lettrice (Adelphi ed. – trad. Monica Pavani)

Jerome Klapka Jerome… Era una mattinata splendida, della tarda primavera o della prima estate, come preferite…

marzo 27, 2017

Era una mattinata splendida, della tarda primavera o della prima estate, come preferite, quando il colore delicato e lucente dell’erba e del fogliame sta divenendo di un verde più scuro, e l’anno sembra una bella e tenera fanciulla, tremante a causa di strani e appena desti impulsi, sull’orto della femminilità. Le bizzarre viuzze di Kingston, là ove scendevano fino all’orlo dell’acqua, sembravano quanto mai pittoresche nell’abbacinante luce del sole, con il fiume scintillante percorso dalle chiatte, gli argini boscosi e le ville ben tenute lungo ciascuna riva. Harris, con una giacca a vento rossa e arancione, grugniva ai remi sullo sfondo di lontane vedute del grigio e antico palazzo dei Tudor; e tutto contribuiva a formare uno scenario assolato, così vivido eppur placido, così colmo di vita eppur pacifico che, sebbene fosse ancora giorno pieno, mi sentii cullare e cominciai a sognare ad occhi aperti, cogitando.

Jerome Klapka Jerome

da Tre uomini in barca (trad. Bruno Oddera, Oscar Mondadori)

Guy de Maupassant… Il tram di Neuilly aveva appena passato la porta Maillot e adesso stava filando lungo la grande avenue che sbocca sulla Senna…

marzo 24, 2017

Il tram di Neuilly aveva appena passato la porta Maillot e adesso stava filando lungo la grande avenue che sbocca sulla Senna. La piccola locomotiva, attaccata al vagone, strombazzava per evitare gli ostacoli, sputava vapore, ansimava come una persona che corre trafelata, mentre i pistoni facevano un rumore precipitoso di gambe di ferro in movimento. I caldo pesante di una giornata di fine estate spiombava sulla strada da dove, sebbene non ci fosse un alito di vento, si levava una polvere bianca, gessosa, opaca, soffocante e calda, che si appiccicava sulla pelle umida, riempiva gli occhi, entrava nei polmoni. Le persone andavano sulle porte in cerca d’aria. I vetri della vettura erano abbassati, e tutte le tendine sventolavano, agitate dalla rapida corsa. All’interno c’erano solo poche persone (perché nei giorni caldi la gente preferiva l’imperiale o le piattaforme). Erano quelle donnone con abiti ridicoli, quelle borghesi di periferia che sopperiscono con una serietà fuori luogo alla mancanza di distinzione; quegli uomini stanchi dell’ufficio, con la faccia giallognola, il corpo sbilenco, con una spalla più alta dell’altra per i lunghi lavori a tavolino. Le facce inquiete e tristi la dicevano lunga sulle preoccupazioni domestiche, sul continuo bisogno di denaro, sulle antiche speranze morte per sempre. Tutti infatti facevano parte di quell’esercito di poveri diavoli logori che vivacchiano modestamente in un’umile casa a intonaco, con un’aiuola per giardino, in mezzo a quella campagna fatta di immondezzai che delimita Parigi.

Guy de Maupassant

dal racconto In famiglia

benvenuta primavera….

marzo 21, 2017

 

Raymond Queneau… Un auto si è fermata. Può darsi che vengono a prenderli. Oppure che se ne vanno. Chi sono. Quanti sono. Può darsi che ne conosco qualcuno lì in mezzo. O solo uno…

marzo 13, 2017

Un auto si è fermata. Può darsi che vengono a prenderli. Oppure che se ne vanno. Chi sono. Quanti sono. Può darsi che ne conosco qualcuno lì in mezzo. O solo uno. Comunque uno. Fra tutti gli uomini che ho visti qui, a Dublino, in questo ufficio postale di Eden Quay, doveva pur esserci dei Repubblicani. Ne riconoscerò forse uno lì in mezzo. No. Non ci sono donne fra loro. Poco ma sicuro. Sennò, sarebbe già venuta qui. Il Repubblicano che posso riconoscere, che cosa ne verrà fuori? Forse sarà uno che mi odia. Uno che avrò fatto aspettare un bel po’ dietro allo sportello. Uno che gli avrò fatto rifare un indirizzo perché non sapeva bene l’inglese. Un tipo del Connemara. E ce n’è lì in mezzo che vogliono rimettersi a parlare irlandese. Come se Sir Durand si rimettesse a parlare francese. Che ne è di lui, Sir Durand. Lo hanno forse fatto prigioniero. O ammazzato. Quello sparo era forse per lui. Povero Sir Durand, lui che mi amava tanto, e così rispettoso. Ma forse se l’è scavata. Forse era tra quelli che correvano. Tra quei rumori di passi, c’era forse il suo. Lui così degno. Può darsi che è stato costretto a correre. Ah ah ah. Lui, correre. Ah ah ah. Così degno, che mi amava tanto. E me che sono sempre rinchiusa qui.

Raymond Queneau

da Troppo buoni con le donne (Einaudi)

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