Quando fui attratto per la prima volta da un racconto dovevo avere forse quattro anni. La mia immaginazione fu colpita dalle tristi vicende da cortile della piccola gallina rossa e dalle meraviglie delle storie di fate: storie e realtà infantile si mescolavano. Con il tempo si separarono, mentre il mondo quotidiano delle piccole città irlandesi di Cork e Tipperary diveniva più concreto. La noia della scuola era alleviata dal viaggio romantico di Diarmuid e Grainne, dalla saga della razzia di vacche di Cooley e dalle imprese di Cuchulainn. Per secoli queste storie hanno allietato la vita di campagna irlandese. Raccontate intorno ai camini delle grandi case e delle capanne, con il tempo furono trascritte dai monaci cristiani, per poi essere di nuovo tramandate a voce dalle generazioni successive. I narratori erano abili attori. Viaggiavano in lungo e in largo, portando con loro le notizie degli ultimi avvenimenti e le loro storie turbolente. Poi cominciarono a essere sempre di meno, fin quando scomparvero del tutto, ma si lasciarono dietro un’influenza duratura: nelle zone rurali ancor oggi racconti e aneddoti spesso ravvivano la comunicazione e sono un modo naturale per esprimere un’opinione. Alcuni vecchi ricordano ancora le occasioni sociali in cui sentirono per la prima volta raccontare di uomini e luoghi stregati, di amori fatali, e di donne con il dono della preveggenza. I giovani inventano le loro storie. Lo facevo anch’io.
William Trevor
da Come scrivo un racconto in La Lettura del Corriere della Sera, 13/11/2011