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novembre 18, 2011

William Trevor: Quando fui attratto per la prima volta da un racconto dovevo avere forse quattro anni…

Quando fui attratto per la prima volta da un racconto dovevo avere forse quattro anni. La mia immaginazione fu colpita dalle tristi vicende da cortile della piccola gallina rossa e dalle meraviglie delle storie di fate: storie e realtà infantile si mescolavano. Con il tempo si separarono, mentre il mondo quotidiano delle piccole città irlandesi di Cork e Tipperary diveniva più concreto. La noia della scuola era alleviata dal viaggio romantico di Diarmuid e Grainne, dalla saga della razzia di vacche di Cooley e dalle imprese di Cuchulainn. Per secoli queste storie hanno allietato la vita di campagna irlandese. Raccontate intorno ai camini delle grandi case e delle capanne, con il tempo furono trascritte dai monaci cristiani, per poi essere di nuovo tramandate a voce dalle generazioni successive. I narratori erano abili attori. Viaggiavano in lungo e in largo, portando con loro le notizie degli ultimi avvenimenti e le loro storie turbolente. Poi cominciarono a essere sempre di meno, fin quando scomparvero del tutto, ma si lasciarono dietro un’influenza duratura: nelle zone rurali ancor oggi racconti e aneddoti spesso ravvivano la comunicazione e sono un modo naturale per esprimere un’opinione. Alcuni vecchi ricordano ancora le occasioni sociali in cui sentirono per la prima volta raccontare di uomini e luoghi stregati, di amori fatali, e di donne con il dono della preveggenza. I giovani inventano le loro storie. Lo facevo anch’io.

William Trevor

da Come scrivo un racconto in La Lettura del Corriere della Sera, 13/11/2011

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