2005
lunedì, gennaio 31, 2005
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Linus se ne sta sotto le coperte
Linus: Oggi non posso andare a scuola… mi fa male la spalla destra… Se dovesse capitarmi di sapere una risposta, non sarei in grado di alzare la mano.
Lucy: Su, scendi dal letto! Puoi sempre alzare l’altra mano…
Linus: pretendi che io risponda alle domande con la mano sinistra?!
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domenica, gennaio 30, 2005
il mio amico Maigret
descrizioni, personaggi, atmosfere
Al numero 18 di rue de la Roquette, Maigret trovò un albergo di infimo ordine. Quella parte della via è situata a meno di cinquanta metri da place de la Bastille e vi sbocca rue de Lappe, con le sue balere e le sue bettole. A ogni porta c’è un bistrot, ogni casa è un albergo frequentato da vagabondi, disoccupati cronici, immigrati e prostitute. Eppure, in questo inquietante rifugio della malavita trovano modo di inserirsi delle officine dove, a porte spalancate, si lavora col martello e la fiamma ossidrica, in un andirivieni di pesanti autocarri. E si crea un violento contrasto fra la vita attiva, gli operai regolari, i commessi indaffarati, con in mano le loro bolle di consegna, e le figure sordide o insolenti che si aggirano nei paraggi.
Georges Simenon da L’impiccato di Saint-Pholien (trad. Gabriella Luzzani)
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sabato, gennaio 29, 2005
il club di Groucho Marx
ovvero “non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri”
Ricordo anche il giorno in cui mio figlio Arthur, che all’epoca aveva sette anni, rifiutò di guardare il nostro primo film di successo, The Cocoanuts, perchè non c’erano sparatorie. La cosa mi depresse, non tanto perchè non gli era piaciuto il film quanto perchè temevo che da grande avrebbe fatto il critico.
Groucho Marx da O quest’uomo è morto, o il mio orologio si è fermato (Einaudi ed.)
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venerdì, gennaio 28, 2005
il brano
Moleskine è un taccuino con la copertina nera che mi accompagna sempre e in cui riverso i miei dubbi, i miei stupori e le mie rabbie di ogni giorno. Sulle sue pagine butto giù articoli, capitoli di romanzo, racconti, ricette di cucina, dichiarazioni d’intenti o promemoria di impegni che in genere dimentico. Ho un rapporto passionale con le Moleskine e quando una lettrice o un lettore complice — per questo scrivo, per creare complicità — me ne dà una, vergine e ancora avvolta nel cellophane, gliene so-no grato. Ma prima o poi arrivo sempre alla fine dei fogli, divenuti ormai pagine, e quando le rileggo in una breve cerimonia d’addio prima di inaugurarne una nuova, guardo quanto ho scritto e, di solito, scopro che non ho perso la capacità di stupirmi. Rileggerle è riavvolgere la vita e vederla scorrere fugace, fotogramma per fotogramma… I testi che seguono sono tratti dalle tre Moleskine che ho finito tra il gennaio 2002 e il marzo 2004 e da allora, come scrisse Van Gogh al fratello Theo, «i mulini non ci sono più, ma il vento è sempre lo stesso».
Luis Sepulveda da Una sporca storia (Guanda ed)
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giovedì, gennaio 27, 2005
dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo
adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948
articolo 2
1. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
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il brano
Anna Frank da Diario
“La gioventù, in fondo, è più solitaria della vecchiaia”. Questa massima, che ho letto in qualche libro, mi è rimasta in mente e l’ho trovata vera. E’ vero che qui gli adulti trovano maggiori difficoltà che i giovani? No, non è affatto vero. Gli anziani hanno un’opinione su tutto, e nella vita non esitano più prima di agire. A noi giovani costa doppia fatica mantenere le nostre opinioni in un tempo in cui ogni idealismo è annientato e distrutto, in cui gli uomini si mostrano da loro lato peggiore, in cui si dubita della verità, della giustizia e di Dio. Chi ancora afferma che qui nell’alloggio segreto gli adulti hanno una vita più difficile, non si rende certamente conto della gravità e del numero dei problemi che ci assillano, problemi per i quali forse noi siamo troppo giovani, ma che ci incalzano di continuo, sino a che, dopo lungo tempo, noi crediamo di aver trovato una soluzione; ma è una soluzione che non sembra capace di resistere ai fatti, che l’annullano. Ecco la difficoltà di questi tempi: gli ideali, i sogni, le splendide speranze non sono ancora sorti in noi, che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà. E’ un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità. Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà un tempo in cui forse saranno ancora attuabili.
(Trad. A. Vita – Einaudi ed)
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mercoledì, gennaio 26, 2005
il brano
Stendhal da Ricordi di egotismo
Ho io tratto tutto il vantaggio possibile, per la mia felicità, dalle occasioni che il caso m’ha presentate durante questi nove anni di Parigi? Che uomo sono? Sono provvisto di buon senso? Buon senso in profondità? Ho uno spirito singolare? In fede mia non lo so proprio. Traverso i miei casi d’ogni giorno, non mi pongo mai questi problemi fondamentali; perciò i miei giudizi variano come il mio umore. I miei giudizi non sono che punti di vista.
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martedì, gennaio 25, 2005
londra: sguardi digitali
il piccione reale
(foto akio, dicembre 2004)
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lunedì, gennaio 24, 2005
in punta di blog
alfabeto personale dal muro della franci
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Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown sta parlando con Linus
Charlie Brown: Non metterò più piede in quel negozio. Ci compravo tutti i miei albi di fumetti. Ogni volta che ne compravo uno, il commesso diceva: “Stasera facciamo letture ponderose, eh?” Non metterò più piede in quel negozio.
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domenica, gennaio 23, 2005
il post di Flaiano
Ieri sera, eccomi in un cinema. Nella sgradevole attesa dell’inizio, la sala era illuminata male. E poi: al contrario degli spettatori di un teatro, gli spettatori di un cinema hanno sempre l’aria di vergognarsi e si spandono tra le file vuote, restano sprofondati nelle loro poltrone senza volgersi o levarsi. Sembrano covare propositi loschi. Molti guardano il soffitto. Intanto sullo schermo passavano diapositive pubblicitarie di parrucchieri, mobilieri, tintorie, allevamenti di polli. I brevi film che seguirono trattavano questi argomenti con petulante serietà: che cosa mettersi nei capelli perché brillino, perché bisogna preferire certe pentole, perché la signora è felice di lavare i piatti, perché un alito puro favorisce l’attività sentimentale. Infine una giovane famigliola, che mi sembrava di conoscere (o sono tutte uguali?), sedeva a tavola e mangiava maionese. Vennero poi altri giovani e ragazze a inseguirsi su una spiaggia, a tuffarsi nelle onde, protetti da una crema per la pelle. Altri giovani, in abito da sera, bevevano liquori. Tutti gli idilli si concludevano. Il giovane guardava la ragazza e sorrideva, la ragazza rispondeva con un sorriso di accettazione. Probabilmente erano felici. Quando cominciò il film vero e proprio mi sentivo non solo stanco ma turbato dall’idea di non essere nel mio tempo, di non amare la società, di “non conoscere i giovani”. Quei giovani sullo schermo che enunciavano assiomi erano dunque tutto il mio prossimo? Possibile che non avessero altro da dirmi? Ho assunto l’aria di colpa e d’attesa che avevano già gli altri spettatori e intanto ruminavo questo dubbio, che l’uomo di massa non può separare il proprio divertimento dal peccato che ne è all’origine e che quindi lo determina: la insoddisfazione del proprio stato, il desiderio di evaderne attraverso sogni compiacenti che la pubblicità fa suoi alleati. (Panorama, agosto 1963)
Ennio Flaiano da La solitudine del satiro (Bompiani classici)
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sabato, gennaio 22, 2005
dal cassetto dei ricordi
Kempes contro Bettega
Alla fine delle medie la scuola organizzò un viaggio a Londra abbinato ad un corso di lingua. Un’esperienza indimenticabile e molto utile. Ho appreso di più in quel mese che nei successivi cinque anni di liceo. Si erano conclusi da poche settimane i mondiali di calcio del ’78 in cui la nazionale italiana allenata da Bearzot era stata la squadra rivelazione. Prima nel girone eliminatorio davanti alla favorita Argentina che fummo gli unici a battere in quel mondiale con un gol spettacolare di Bettega su assist di tacco di Paolo Rossi. Roberto Bettega è stato uno dei miei calciatori preferiti. Un attaccante completo, elegante, con un grande senso tattico, eccellente colpitore di testa, perfetto rifinitore. Di lui ricordo alcuni gol di tacco con i portieri immobili e la sua specialità: il gol di testa in tuffo. Con la maglia della nazionale ne fece uno stupendo a Torino in una partita che l’Italia vinse sei a uno contro la Finlandia. Si tuffò su una palla a pochi centimetri dal terreno con le braccia protese in avanti e una meravigliosa girata di testa in rete. A Londra alloggiavamo al Templeton College insieme ad un gruppo di studenti spagnoli di Valencia. La giornata tipo prevedeva il breakfast, la lezione, il lunch, due ore di conversation e poi liberi. Mi ero invaghito di una coetanea spagnola e gran parte del mio tempo libero lo trascorrevo a farle l’imitazione di Umberto Tozzi. Le piaceva sentirmi cantare in italiano Ti amo e Tu. Per questo fatto Carlos, uno degli accompagnatori spagnoli, mi prendeva in giro. Ogni volta che mi incontrava sorrideva e poi mi diceva davanti a tutti: “Te gusta Teresa eh Fabricio!”. A me Teresa me gustava mucho ma ero pur sempre un ragazzino ed arrossivo. Carlos era un grande tifoso di Mario Kempes l’attaccante argentino che proprio quell’anno era stato il capocannoniere dei mondiali e che giocava nel Valencia. Nelle partitelle estemporanee che giocavamo sul prato davanti alla scuola la divisione delle squadre era scontata: italiani contro spagnoli, accompagnatori inclusi. Gli spagnoli quando segnavano un gol stavano minuti interi a festeggiare in modo strafottente. Per me ovviamente il più antipatico di tutti era Carlos che dopo il gol correva per tutto il campo come un forsennato urlando il nome di Mario Kempes come fanno i telecronisti brasiliani. In un mese di college di partitelle se ne giocano tante e dopo un pò questa cosa ci cominciò a dare fastidio. Non che loro segnassero più gol di noi, erano solo più accaniti nel gioco. Fu così che cominciai anch’io ad esultare per i nostri gol correndo per il campo e gridando il nome di Roberto Bettega alla brasiliana. Questo non fece che peggiorare le cose. Dopo ogni gol spagnolo Carlos cominciò ad avvicinarsi a me in atteggiamento di sfida dicendo: “Kempes es mejor de Roerto Ettega”, così lo pronunciava. La cosa sarebbe inevitabilmente finita dopo un pò se non ci si fosse messa di mezzo la proverbiale diplomazia inglese. Che cosa ti organizza la direzione del college per la fine del corso? Una bella partita di calcio tra studenti italiani e spagnoli, sul campo in erba della scuola e con tanto di coppa in palio. Da quel momento in poi tutto passò in secondo piano comprese le ultime lezioni del corso d’inglese e le serenate a Teresa. In classe, a mensa, nelle pause, durante le passeggiate in città, la sera nelle nostre camere non parlavamo d’altro. Lo staff inglese era divertito di quanto avessimo preso sul serio la cosa. Fu una di quelle partite che sul risultato di nove pari si decide di far finire ad undici e la vincemmo. Una felicità immensa per tutto il gruppo italiano ed una grande delusione per gli spavaldi spagnoli come quelle che solo lo sport sa dare. Giocare una partita di calcio in Inghilterra, contro la squadra di un’altra nazione, su un campo in erba, con le ragazzine che facevano il tifo sulle gradinate e alzare la coppa al cielo fu per noi come vincere la finale dei mondiali.
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venerdì, gennaio 21, 2005
ipse dixit
Il giornalista è come uno strillone che scende tutti i giorni per strada con un cartello con scritto: “La fine del mondo è vicina”. L’uccello del malaugurio sceglie anche la data precisa dell’Apocalisse e quando non arriva, torna a casa, fa un altro cartello con una nuova data e ricomincia daccapo. Ecco cosa sono i media oggi.
Michael Crichton
dal Corriere della Sera del 9/1/2005
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giovedì, gennaio 20, 2005
la perla in libreria
Lo hanno ripubblicato! La Rizzoli ha ripubblicato il Memoriale di Sant’Elena di Emmanuel de Las Cases (a cura di Luigi Mascilli Migliorini)! Il barone de Las Cases seguì Napoleone Bonaparte nell’esilio di Sant’Elena proprio per scrivere il Memoriale.
Il mio entusiasmo è legato ad una tradizione di famiglia. Mio fratello A* è appassionato di storia ed in particolare della Seconda Guerra Mondiale e di Napoleone. La tradizione familiare vuole che io vada in cerca di libri interessanti sui due temi e che glieli regali per la sua biblioteca storica. Sono due filoni editoriali molto ricchi e spesso ho l’imbarazzo della scelta. Secondo una recente statistica, in tutto il mondo ogni giorno esce un libro su Napoleone. In Itala l Memoriale di Sant’Elena è stato pubblicato l’ultima volta negli anni ’60 da una piccola casa editrice che non esiste più. Insomma, era finora un libro introvabile. Il sabato compro La Stampa perché c’è tuttoLibri e così ho scoperto che il libro è stato ripubblicato. La recensione era di Ernesto Ferrero l’autore di N. un libro sul primo esilio di Napoleone all’Isola d’Elba. Ferrero spiega in sintesi cosè il Memoriale:
“ Il Memoriale è almeno tre cose insieme: la cronaca di un soggiorno drammatico per via delle angherie e delle umiliazioni che gli Inglesi inflissero a Napoleone e alla piccola corte che l’aveva seguito; una riflessione-racconto degli eventi che avevano scandito l’epopea guerresca e civile; un testamento politico ricco di intuizioni profetiche, spesso sbalorditive (gli Inglesi che perderanno l?india per mancanza di bravi managers; il futuro duopolio Russia-Stati Uniti)”.
A dire il vero il Memoriale su internet si trova. Ma stampare duemila pagine rischiava di essere una condanna pari all’ esilio di Sant’ Elena. Nel mio giro domenicale delle librerie ho prenotato da Feltrinelli i due tomi (25 euro). Ieri mi è arrivato l’sms che li potevo ritirare. Non ho resistito e rinunciando all’effetto sorpresa ho telefonato subito a mio fratello: “L’ho trovato! Ho trovato il Memoriale!”. Li per lì mio fratello non ha capito e avrà pensato che ero impazzito. Di certo in quel momento non stava pensando a Napoleone. Ma quando mi sono spiegato è stato felicissimo. Ieri sera sono andato a ritirarlo. Mi sono seduto sul divano della libreria e ne ho assaggiato alcuni brani. Vogliate favorirne uno.
Arrivo della biblioteca. Testimonianza di Horneman in favore del generale Bonaparte.
Il tempo è pessimo; verso le tre l’Imperatore mi ha fatto chiamare: era nel gabinetto topografico circondato da tutti, e occupato a vuotare le casse dei libri arrivati col Newcastle. L’Imperatore stesso vi metteva mano con una sorta di gioia: gli uomini si modellano sulle circostanze e le loro gioie si adattano alle loro pene. Vedendo la collezione del Moniteur tanto attesa, l’Imperatore ne ha provato un immenso piacere, se n’è impadronito e non l’ha più lasciata per tutta la giornata. Dopo pranzo si è messo a scorrere le relazioni dei viaggi in Africa scritti da Park e Horneman, dei quali seguiva le tracce sul mio Atlante Horneman e la Società africana di Londra si dilungavano, in quella relazione, sui servigi e la generosità del generale in capo all’armata d’Egitto (Bonaparte), che si era adoperato per agevolare le loro scoperte, ecc. ecc. Le espressioni cortesi e amichevoli impiegate a questo proposito, stupivano e rallegravano l’Imperatore che, da molto tempo non è più abituato a leggere il proprio nome se non accompagnato da epiteti sempre oltraggiosi.
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mercoledì, gennaio 19, 2005
la pinacoteca impossibile
“Questa volta è semplicemente la mia camera da letto, qui deve avere spazio solo il colore: semplificandoli, conferisco agli oggetti uno stile più alto che dovrebbe far pensare a quiete o più in generale al sonno. In breve, guardare il quadro dovrebbe avere l’effetto di calmare la mente o meglio la fantasia.”
Vincent van Gogh
autore: Vincent van Gogh
titolo: La camera da letto
anno: 1888
tecnica: Olio su tela
dimensione: 72 x 90
proprietà: Rijksmuseum Vincent van Gogh, Amsterdam.
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martedì, gennaio 18, 2005
il racconto
Virginia Woolf
Una casa stregata
A qualunque ora ci si svegliasse c’era una porta che si chiudeva. Da una stanza all’altra andavano, mano nella mano, sollevando qua, aprendo là, guardando ancora – una coppia spettrale. – E’ qui che l’abbiamo lasciato – diceva lei. E lui aggiungeva, – ma anche qui! – E’ di sopra – mormorava lei. – E poi in giardino – sussurrava lui. – Piano – dicevano, o li sveglieremo. Ma non ci svegliavate, no. – Lo stanno cercando; stanno scostando la tenda – potevamo dire, e leggere ancora una pagina o due. – Ora l’hanno trovato: – sentirlo con certezza e fermare la matita sul margine della pagina. E poi, magari, stanchi di leggere, ci alzavamo ed eravamo noi a cercare, la casa tutta vuota, le porte aperte, solo i piccioni selvatici che gorgogliavano soddisfatti e il ronzio della trebbiatrice che risuonava dalla fattoria. – Cosa sono venuto a fare? Cosa volevo trovare? – C’erano mele nel solaio. E così giù di nuovo, il giardino silenzioso come sempre, solo il libro era scivolato tra l’erba. Ma l’avevano trovato in salotto. Mai tuttavia che li si potesse vedere. I vetri della finestra riflettevano mele, riflettevano rose; tutte le foglie nel vetro erano verdi. Solamente, se loro passavano nel salotto, la mela girava per mostrare il suo lato giallo. Eppure, appena un attimo dopo, se si apriva la porta, sparso sul pavimento, attaccato alle pareti, pendente dal soffitto – cosa? Le mie mani erano vuote. L’ombra di un tordo attraversò il tappeto; dalla più remota profondità del silenzio il piccione selvatico trasse la sua goccia di suono. – Al sicuro, al sicuro, al sicuro – il polso della casa batteva morbidamente. – Il tesoro sepolto; la stanza… – Il polso si fermò all’improvviso. Oh, era quello il tesoro sepolto? Un momento dopo la luce era svanita. Fuori in giardino, allora? Ma gli alberi catturavano un raggio di sole nella loro rete di oscurità. Così delicato, così prezioso, nascosto nella frescura, il raggio che cercavo ardeva sempre dietro al vetro. Il vetro era morte; morte era tra di noi; giungendo prima alla donna, centinaia di anni fa, lasciando la casa, sigillando tutte le finestre; le stanze erano state immerse nell’oscurità. Lui aveva lasciato la casa, lasciato lei, era andato a Nord, a Est, aveva visto le stelle rovesciate nel cielo meridionale; andando in cerca della casa l’aveva trovata sprofondata tra le dune. – Al sicuro, al sicuro, al sicuro – il polso della casa batteva gioiosamente. – Il tesoro è vostro. Il vento ruggisce su per il viale. Gli alberi si chinano e si piegano di qua e di là. Raggi di luna sguazzano e schizzano all’impazzata attraverso la pioggia. Ma il raggio della lampada cade dritto dalla finestra. La candela brucia rigida e immobile. Errando per la casa, aprendo le finestre, sussurrando per non svegliarci, la coppia spettrale va in cerca della sua gioia. – Qui abbiamo dormito – dice lei. E lui aggiunge, – Baci senza fine.- Svegliarsi al mattino. – Argento tra gli alberi. – Di sopra. – In giardino. – Quando venne l’estate. – Nei giorni invernali della neve. – Le porte si vanno chiudendo in lontananza, colpi delicati come il battito di un cuore. Vengono più vicini; si fermano sulla soglia. Il vento è caduto, la pioggia versa argento sui vetri. I nostri occhi si oscurano; non sentiamo passi accanto a noi; non vediamo la signora stendere il suo mantello spettrale. Le mani di lui schermano la lanterna- – Guarda – sospira.- Dormono profondamente. Amore sulle loro labbra. Chinandosi, tenendo la loro spada d’argento sopra di noi, a lungo guardano e profondamente. A lungo sostano. Il vento soffia diritto; la fiamma si inchina lievemente. Folli raggi di luce lunare attraversano il pavimento e le pareti, e, incrociandosi, macchiano i volti chini, i volti assorti, i volti che indagano i dormienti e ne cercano la gioia nascosta. – Al sicuro, al sicuro, al sicuro – il cuore della casa batte orgogliosamente. – Lunghi anni – sospira lui. – Ancora mi hai ritrovato. – Qui – mormora lei, – mentre dormivo; leggendo in giardino; ridendo, rotolando le mele in solaio. Qui abbiamo lasciato il nostro tesoro. – Al sicuro, al sicuro, al sicuro! – Il polso della casa batte all’impazzata. Svegliandomi, grido – oh, è questo il vostro tesoro sepolto? La luce nel cuore.
da Virginia Woolf – I racconti – Baldini e Castoldi ed.
Trad. di Andrea Bottini e Francesca Duranti
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lunedì, gennaio 17, 2005
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown: Nessuno mi ama! Nessuno mi ama veramente! Per farmi felice basterebbe che qualcuno mi dicesse che mi ama…
Lucy: Sei sicuro?
Charlie Brown: Certo che lo sono!
Lucy: Vuoi dire che saresti felice se qualcuno soltanto dicesse che ti ama? Intendi dire che chiunque ha il potere di renderti felice solo dicendo una cosa così semplice?
Charlie Brown: Si! Intendo esattamente questo!
Lucy: Beh, non mi pare che tu chieda troppo… non mi pare… Ma sei proprio sicuro? Vuoi solo che qualcuno ti dica: “Ti amo, Charlie Brown”… E poi saresti felice?
Charlie Brown: E poi sarei felice!
Lucy: Io non me la sento!
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domenica, gennaio 16, 2005
la mia new york in bianco e nero
cartello in un ristorante
(foto akio, giugno 2000)
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sabato, gennaio 15, 2005
il club di Groucho Marx
ovvero “non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri”
Groucho: Cosa hai intenzione di fare dopo l’università?
Studente: L’avvocato.
Groucho: Capisco. E intendi entrare in politica oppure rigare dritto?
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venerdì, gennaio 14, 2005
l’intervista
L’orchestra di voci
Intervista ad un giovane direttore di coro
G* ha vent’anni, frequenta il corso di organo e composizione organistica e di composizione al conservatorio e da un anno dirige un coro; l’ha scelta come professione. La figura del direttore d’orchestra mi ha sempre affascinato così ho colto l’occasione per togliermi alcune curiosità da profano.
Come nasce la tua passione per la musica
La musica è una passione di famiglia. Da sempre in casa si ascolta e si fa musica. Crescendo ho capito che questa passione sarebbe stata anche una professione.
Che genere di coro dirigi?
Un coro formato da coristi non professionisti che hanno le conoscenze musicali di base e molta passione. Il nostro repertorio va dalla polifonia di Giovanni Pierluigi da Palestrina al sinfonico di Vivaldi, Pergolesi e Mozart fino agli autori di inizio ‘900. L’età dei miei coristi va dai 16 ai 40 anni ed oltre. La musica ha la capacità di accomunare persone di varie età e con interessi diversi. Siamo riusciti a creare un ambiente piacevole che ci dà molte soddisfazioni.
Che cosa fa un direttore di coro?
Sui manuali del conservatorio c’è una frase che sintetizza il compito di un direttore di coro: “Un coro canta come canta il suo direttore”. Dalla scelta del brano da eseguire alla assegnazione dei respiri; dalla pronuncia delle parole alla intonazione e fusione delle voci; dalla tecnica individuale di emissione vocale alla interpretazione del brano rispettandone lo stile. Il direttore di coro è un musicista, come il direttore d’orchestra, ma gli strumenti di cui dispone sono le voci dei coristi. Con tutti i “vizi” e le “esigenze” che una voce può avere. I “vizi” sono quelli dati dalle inflessioni dialettali e da una errata emissione di voce del corista. Le “esigenze” sono la necessità di riposo della voce prima di un concerto, il riscaldamento della voce e non ultimo l’impegno fisico che ne condiziona la durata della prestazione.
Il direttore di coro quindi è un po’ come un allenatore di calcio. Cura gli aspetti tecnici, estetici ma anche quelli psicologici.
Certo, ogni corista ha una propria personalità e reagisce diversamente alle istruzioni del direttore. Quest’ ultimo deve avere la capacità ed il carisma per far eseguire da personalità differenti quella che è la sua idea della partitura.
Come lavori alla esecuzione di una partitura?
Scelto il brano, studio il periodo storico in cui è stato scritto e la vita dell’autore. Lo faccio ogni volta anche nel caso di autori che conosco bene. Mi serve per rispettarne il più possibile lo stile ed il carattere. L’esame tecnico della partitura è la fase più delicata. In base alla lunghezza del brano suddivido il lavoro da studiare durante le prove con il coro e definisco un calendario. Poi pongo i respiri cioè i momenti in cui il corista deve respirare e stabilisco la velocità di esecuzione del brano (metronomo).
Cosa vuol dire che il corista “deve respirare”?
In un coro anche il momento in cui si respira deve essere coordinato e non può essere lasciato alla casualità o al bisogno del singolo. Un buon direttore di coro pone i respiri tenendo conto delle esigenze dei coristi nel rispetto della scorrevolezza della frase.
Parlami della gestualità del direttore di coro.
Per molti spettatori i gesti che fa il direttore di coro sul podio sono incomprensibili. Herbert Von Karajan diceva che “un gesto non è altro che l’indicazione di un qualcosa stabilito durante le prove”. Il direttore, attraverso il suo gesto, insieme alla mimica e al carisma, crea quella alchimia necessaria per comunicare al coro quello che sente. I gesti sono in parte codificati, la cosiddetta tecnica di direzione, e in parte sono gesti propri di ciascun direttore.
Quale è il calendario dei tuoi prossimi concerti?
Domenica scorsa ho tenuto il primo concerto dell’anno. Abbiamo eseguito il Gloria di Vivaldi ed il Te Deum di Mozart. A Pasqua eseguiremo lo Stabat Mater di Pergolesi e a giugno il Magnificat di Vivaldi.
I tuoi direttori d’orchestra e di coro preferiti?
Herbert Von Karajan per la direzione d’orchestra e Karl Richter, che è stato anche un grande organista, per la direzione di coro.
Pensi che con questa breve intervista siamo riusciti a dare un’idea di cosa fa un direttore di coro?
Ti ho parlato degli aspetti generali di questa professione, senza toccare la sfera puramente tecnica, ma si, penso che abbiamo dato un’idea di cosa fa un direttore di coro.
(2 gennaio 2005)
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giovedì, gennaio 13, 2005
in punta di blog
conversazione tra alkanette ed il signor Cabaret, titolare della drogheria “Ridi che ti passa”.
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la poesia
Ebbi un fiore da dare
a chi non osai dire
che le volevo parlare,
e il fiore dovette morire.
Fernando Pessoa
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mercoledì, gennaio 12, 2005
la recensione di kooblog (un blog di libri)
Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon
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il brano
Joseph Mitchell da Shaw in passerella
Shaw: A volte gli americani mi sbalordiscono al punto da indurmi a chiedermi che ne sarà di loro.
Giornalista: Crede che esista per noi una qualche speranza di cambiamento?
Shaw: Farebbe meglio a chiederlo all’Onnipotente.
Giornalista: Non sapevo che fosse in rapporti con l’Onnipotente, Mr Shaw.
Shaw: Io no, ma gli americani si.
Giornalista: Può dirci se i suoi trenta volumi di commedie abbiano mai prodotto un risultato concreto?
Shaw: Ognuno spero sia stato di una certa utilità per qualcuno.
Giornalista: Dove pensa che andrà dopo la morte, Mr Shaw?
Shaw: Mi auguro sinceramente di finire con la mia morte. Credete forse che nutra la speranza di essere George Bernard Shaw per l’eternità? Vi piacerebbe l’idea?
Nessuno ha espresso un’opinione in proposito.
Giornalista: Che cosa le sarebbe piaciuto fare a New York, se si fosse trattenuto un po’ più a lungo?
Shaw: Tagliare la corda.
Giornalista: Ci prova gusto nel fare battute offensive?
Shaw: Ebbene, mi stia a sentire. Se dico a un americano: “Hai il cappello in testa”, quello si avvicina e mi chiede: “Ehi, che intendevi dire quando hai detto che ho il cappello in testa?”.
Giornalista: Crede che qualcuna delle sue commedie possa durare un secolo?
Shaw: Non si sa mai. Io ho sempre sostenuto che la fama prima si esaurisce e meglio è. L’importante è che durino i diritti.
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martedì, gennaio 11, 2005
taccuino londinese
Visita alla Tate Gallery (… Britain)
Dal 2000 la collezione della Tate Gallery è esposta in due sedi: la Tate Modern e la Tate Britain. La mia guida è del 1997, così quando sono arrivato alla sede storica voluta da Sir Henry Tate ho scoperto che qui sono esposte solo le opere degli artisti britannici (da cui il nome). Io che ero lì soprattutto per le opere di Renoir, Pissarro, Degas, Rodin, Toulouse-Lautrec, Van Gogh, Gauguin e Kandinskij, mi sono trovato davanti ad artisti inglesi a me sconosciuti come William Dobson, Richard Wilson e Stanley Spencer. Sarà il caso di avvisare quelli che gestiscono la metropolitana. Alla fermata di Pimlico che conduce alla Tate Britain ci sono alle pareti le riproduzioni di opere di Degas e Dalì. Al ritorno, uno ci rimane male doppiamente. L’edificio della Tate Britain è molto bello con il portico sulla parte frontale che guarda il Tamigi. Così come sono belle e spaziose le trenta sale su un unico livello che ospitano la collezione. Mi è piaciuto un olio su tela gigantesco (2743 x 5486 mm) di Stanley Spencer (1891-1959) intitolato The Resurrection, Cookham (1924-27). Una rappresentazione dell’Inghilterra pastorale in cui il villaggio di Cookham sul Tamigi è rappresentato come una sorta di paradiso in terra. Decisamente di altro genere i dipinti viscerali, terrificanti e morbosi con cui Francis Bacon interpreta la condizione dell’uomo moderno. L’opera che mi è piaciuta di più è una scultura di Jacob Epstein (1880-1959) intitolata Torso in Metal from `The Rock Drill’ (1913-14). Un robot simbolo della modernità degli inizi del ventesimo secolo che dopo la Prima Guerra Mondiale Epstein modifica, mutilitandolo, per rappresentare le vittime della violenza della vita moderna. Sono comunque soddisfatto: chi visita una mostra l’ultimo giorno dell’anno ne visita tutto l’anno. Per il momento mi prendo un caffè ed un muffin ai frutti rossi nella accogliente caffetteria del museo.
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lunedì, gennaio 10, 2005
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Lucy: perchè una volta non mi fai una sorpresa e mi mandi delle rose?
Schroeder: perchè non la fai a me una sorpresa e mi lasci in pace?
Lucy: Certe sorprese sono meglio di altre.
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domenica, gennaio 09, 2005
Notte gracchiante
un vetro silente
piccolo fiore che sbocci
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ipse dixit
Nel 1981, quando uscì il mio primo libro, giuravo che il romanzo era stato ucciso dalla tv. Non era vero. Il libro è un’altra cosa dalla tv. Come una chitarra non è un computer.
Andrea De Carlo
dal Corriere della Sera del 5/12/04
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sabato, gennaio 08, 2005
incipit
Voltaire da Candido
C’era in Vestfalia, nel castello del signor barone di Thunder – ten- Tronckl, un ragazzo cui la natura aveva fornito un temperamento assai mite. Gli si leggeva in fronte l’indole sua. Aveva l’intelletto abbastanza solido, e il più ingenuo cuore del mondo: credo fosse chiamato Candido appunto per questo. I servitori vecchi di casa sospettavano ch’egli fosse figlio della sorella del signor barone e di un buono e rispettabil cavaliere del vicinato, non mai voluto sposare dalla damigella perchè non gli era riuscito di provare che settantadue quarti soli, essendosi perduto il rimanente del suo albero genealogico per oltraggio del tempo. Il signor Barone era uno dei grandi signori della Vestfalia; il suo castello era fornito infatti di porta e di finestre, e nella maggior sala si ammirava perfino un parato; coi cani dei suoi cortili egli al bisogno poteva mettere insieme una muta; i mozzi di stalla gli facevan da bracchieri, e il curato del paese era il suo Grande Elemosiniere. Tutti gli dicevano Vostra Grazia, e crepavan dalle risa quando raccontava una delle sue barzellette. La signora Baronessa pesava intorno alle trecencinquanta libbre, e godeva perciò di una grande considerazione; le cresceva poi il rispetto, la dignità con cui soleva fare gli onori di casa. Sua figlia Cunegonda aveva diciasett’anni, ed era di bel colorito, grassottella, fresca e appetitosa. Il figlio del Barone si mostrava per ogni rispetto degno del proprio genitore. Il precettore Pangloss era l’oracolo di casa, e il piccolo Candido ascoltava i suoi insegnamenti con la fiducia propria dell’età e del suo temperamento.
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venerdì, gennaio 07, 2005
il brano
Gao Xingjian da Attimi
Sulla superficie del mare galleggia una bottiglia vuota di acqua minerale, che danza sulle onde. La luce del sole è sempre magnifica, il cielo è tanto limpido da sembrare finto ma, forse proprio per la troppa limpidezza, la troppa luminosità, la eccessiva vastità, la bottiglia di plastica vuota che galleggia lontano diventa completamente scura, quando le onde riflettono i raggi accecanti del sole, sembra un uccello acquatico, o un altro oggetto galleggiante. Il suono continuo è cessato non si sa quando, come un filo che ondeggia al vento, ormai perduto.
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giovedì, gennaio 06, 2005
vita da gnomi
Sotto un terzo albero vicino alla casa, si costruiscono i magazzini, dove sono riposte le scorte e le provviste. Qui lo gnomo mette grano, fagioli, semi, patate e nocciole. Queste provviste sono indispensabili, specialmente durante gli inverni lunghi e rigidi. A proposito, lo gnomo non si tira mai indietro quando c’è da aiutare qualche povera creatura affamata, che non ha più niente da mangiare. I magazzini sotto il terzo albero, a volte sono collegati con la casa, ma non sempre. E’ molto divertente quando capita di vedere uno gnomo tutto indaffarato a riempire di provviste il suo magazzino, mentre dietro a lui un criceto è altrettanto indaffarato a vuotarlo. Naturalmente, quando viene scoperto, succedete il finimondo.
Wil Huygen da Gnomi (trad. Maria Duca Buiton)
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mercoledì, gennaio 05, 2005
di blog in blog
Il telesilenzio che avrei voluto oggi.
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martedì, gennaio 04, 2005
221B Baker Street
il portone della casa di Sherlock Holmes e del dott. Watson a Londra
(foto akio, dicembre 2004)
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lunedì, gennaio 03, 2005
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Piperita Patty: Gli anni sono come piscine, Ciccio… Saltiamo dentro da una parte e poi annaspiamo finchè non arriviamo dalla parte opposta. Come è stato il tuo anno, Ciccio.
Charlie Brown: Qualcuno ha fatto uscire tutta l’acqua!
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lunedì, febbraio 28, 2005
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Linus: Quando sarò grande farò il fanatico!
Charlie Brown: Ma di che cosa sarai fanatico, Linus?
Linus: Oh, non lo so ancora… Ma non importa… Credo che sarò un fanatico eclettico!
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domenica, febbraio 27, 2005
ipse dixit
Quand’ero piccolo la mia famiglia emigrò in Argentina, e io, in quanto cileno, ero considerato un diverso. Mi difendevo dall’isolamento e dai complessi leggendo molto. “Cuore” mi emozionava perchè ci ritrovavo la mia situazione, fatta di povertà e ansia di farmi accettare. Subivo anche il fascino di quel road-movie ante-litteram che è Pinocchio, colpito soprattutto da una frase che riflette perfettamente il dramma dell’esilio. Quando esce dal ventre del pescecane e approda in terraferma, Pinocchio chiede: è possibile trovare su quest’isola qualcosa da mangiare senza essere mangiati? Ovvero: nutritemi per favore, ma rispettando la mia identità e le mie emozioni.
Antonio Skàrmeta
da “La Repubblica” del 25/2/2005
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sabato, febbraio 26, 2005
parole, parole, parole
venustà [vc. dotta, lat. venustate(m), da venustus 'venusto'; 1441] s. f. * (lett.) Condizione di chi (o di ciò che) è venusto: ‘la venustà non è il medesimo che la bellezza, ma è un fiore che da essa spunta’ (TASSO). SIN. Grazia.venùsto [vc. dotta, lat. venustu(m), da Venus, genit. Veneris 'Venere, bellezza'; sec. XIII] agg. * Che è di una bellezza ideale, sia per la perfezione delle forme sia per la grazia e l’armonia dei movimenti: ‘donna venusta’; ‘forme venuste’ | (lett.) “Stile venusto”, pieno di dignità, decoro ed eleganza insieme, di una bellezza severa e dignitosa.dal Vocabolario della lingua italiana Zingarelli
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mercoledì, febbraio 23, 2005
amici lettori,
sono a letto con l’influenza. Per qualche giorno stacco anche con il computer. Ciao.
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la mia new york in bianco e nero
la pausa pranzo dei brokers di wall street
(foto akio, giugno 2000)
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martedì, febbraio 22, 2005
dalla letteratura al cinema
William Shakespeare, Il mercante di Venezia
Vai per vedere lo Shylock di Al Pacino e non ne resti deluso (ottimo il doppiaggio di Giancarlo Giannini). Vai per vedere se hanno maltrattato il testo e tiri un sospiro di sollievo. Vai per vedere come è stato immaginato Belmont luogo dell’immaginario e ne apprezzi la luminosa semplicità. Il mercante di Venezia di Michael Radford mi è piaciuto e questo si era capito. Buono il cast , buone sceneggiatura e regia. Tornando a casa non potrete fare a meno di rileggerlo.
L’odio di Shylock
Signor Antonio, più e più volte a Rialto mi avete insultato per il mio denaro e i miei interessi: io l’ho sempre sopportato con una paziente alzata di spalle (la sopportazione è l’emblema della nosta gente). Mi chiamate miscredente, cane assassino, sputate sulla mia gabbana d’ebreo, e tutto per l’uso che faccio di quel che è mio. Ebbene, ora pare vi occorra il mio aiuto, e caspita, venite da me e mi dite “Shylock, vorremmo dei soldi”, tutto qui – voi che mi avete scatarrato sulla barba, preso a calci come si scaccia dalla porta un can randagio; e mi chiedete soldi. Che dovrei dirvi? Non dovrei rispondere “un cane ha forse soldi? È possibile che un cagnaccio abbia tremila ducati da prestare? O dovrò inchinarmi fino a terra, e con voce di schiavo, col fiato sospeso, dirvi in umile sussurro “Buon signore, mercoledì scorso mi sputaste addosso, quel giorno mi prendeste a calci, quell’altro mi chiamaste cane: e per tutte queste cortesie vi presterò tutti questi bei soldi”?
Il desiderio di vendetta di Shylock
Salerio: Ma son sicuro che se non potà farvi fronte, tu non ti prenderai la sua carne… a che servirebbe?
Shylock: A farne esca pei pesci. Se non nutre nient’altro, nutrirà la mia vendetta. Mi ha svillaneggiato, defraudato di mezzo milione, ha riso delle mie perdite, deriso i miei guadagni, spregiato il mio popolo, ostacolato i miei affari, raffreddato i miei amici, infiammato i miei nemici… e perché? Perché sono un ebreo. Un ebreo, non ha occhi? Non ha mani, un ebreo, membra, corpo, sensi, sentimenti, passioni? Non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, soggetto alle stesse malattie, guarito dalle stesse medicine, scaldato e gelato dalla stessa estate e inverno di un cristiano?… Se ci pungete, non sanguiniamo? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? E se ci fate un torto, non ci vendicheremo? – Se siamo come voi in tutto il resto, vi somiglieremo anche in questo. Se un ebreo fa torto a un cristiano, che fa il mite cristiano? Vendetta! E se un cristiano fa torto a un ebreo, che farà secondo l’esempio cristiano, l’ebreo paziente? Vendetta! Metterò in pratica la malvagità che mi insegnate, e sarà difficile che non superi i maestri.
L’invito al perdono di Porzia nei panni dell’avvocato Baldassarre inviato dal dotto Bellario
La clemenza ha questa qualità, non è forzata: scende come pioggerellina dal cielo sul terreno sottostante. E’ due volte benedetta, per chi dà e per chi riceve; è più potente nei potenti, si addice al monarca sul trono più della corona. Lo scettro indica il suo potere temporale, attributo della maestà e della soggezione, e lì risiede il terrore che incute il re: ma la clemenza è superiore al potere dello scettro, ha il suo trono nel cuore dei re, è attributo di Dio stesso. Il potere terreno più assomiglia al potere di Dio quando clemenza tempera giustizia: perciò, ebreo, pretendendo giustizia, considera che secondo giustizia nessuno di noi avrà salvezza. Noi invochiamo clemenza, e la nostra stessa preghiera ci insegna a tutti a far atto di clemenza. Ho parlato tanto per mitigare il rigore della tua pretesa, perché, se la mantieni, questa rigorosa corte veneziana per forza deve pronunciarsi a sfavore del mercante.
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lunedì, febbraio 21, 2005
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Snoopy sta leggendo l’ennesima risposta da una rivista
Caro collaboratore, grazie per aver sottoposto il suo racconto alla nostra rivista. A risparmio di tempo, accludiamo due dichiarazioni di rifiuto… Una per questo racconto e l’altra per il prossimo che ci manderà!
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domenica, febbraio 20, 2005
il brano
La zattera perduta correva desolatamente davanti a un vento leggero con la sua vela tirata, quando la vela marcia improvvisamente si fendette e volò via. Quando venne la notte, cominciò di nuovo ad andare, correndo lungo la buia marea come spinta da un’elica fantasma.
F. Scott Fitzgerald
dai Taccuini in L’età del jazz e altri scritti (trad. Domenico Tarizzo)
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sabato, febbraio 19, 2005
voci di strada, voce di popolo
…Ma poi è semplice. Quanno arivi a lujo (luglio) dici: ce stanno li sordi? Se pò annà in vacanza. Nun ce stanno li sordi? Nun se pò annà in vacanza…
anonimo romano
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venerdì, febbraio 18, 2005
la pinacoteca impossibile
E’ buio. All’improvviso si spalanca il soffitto; un tuono, un lampo di luce ed ecco irrompere nella stanza, un’impetuosa creatura alata, avvolta in volute di nuvole. Un forte fremito di ali. ‘Un angelo!’, penso io. Ma non riesco ad aprire gli occhi: dall’alto sgorga una luce troppo forte. L’ospite alato vola per tutti gli angoli della stanza, si solleva nuovamente e vola via attraverso la fenditura del soffitto, portando con sé il fulmine e l’azzurro. E di nuovo torna il buio. Mi sveglio.
Marc Chagall
autore: Marc Zacharovic Chagall
titolo: Sopra la città
anno: 1914-18
tecnica: Olio su tela
dimensione: 139×197 cm.
proprietà: Mosca, Galleria Statale Tret’jakov
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giovedì, febbraio 17, 2005
il post di Flaiano
Lo scrittore pigro dormiva. Il personaggio principale del racconto che stava scrivendo al momento in cui il sonno l’aveva colto, uscì dall’ultimo capitolo e si mise a frugare tra i romanzi dello scaffale. “Accidenti,” pensava “ma qui tutti si divertono, viaggiano, parlano, si ubriacano, hanno strane tendenze, fanno continuamente l’amore. E io, e io?” Lo scrittore pigro si svegliò e gli disse: “Se vuoi fare queste cose, falle nel cestino”. E strappò le pagine che aveva scritto. E poiché il suo personaggio non smetteva di piangere, prima di riaddormentarsi gli disse: “Piangi, piangi, che ti fa bene”.
Ennio Flaiano
da La solitudine del satiro ed. Bompiani
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mercoledì, febbraio 16, 2005
ipse dixit
Ci si innamora dei luoghi e di un paesaggio come ci si innamora delle persone. Tutti i luoghi hanno qualcosa da dire, bisogna solo saperli ascoltare.
Dacia Maraini
dal Corriere della Sera del 4/2/05
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martedì, febbraio 15, 2005
il brano
Simonetta Agnello Hornby da La mennulara
Mentre il padre faticava, lei raccoglieva lumache, capperi, frutta selvatica, legna, tutto quello che riusciva a trovare per mangiare e accendere il fuoco. Al ritorno in paese Luigi strascicava i piedi, stanco morto, mentre la bambina gli camminava a lato impettita nonostante la pesante bisaccia del suo raccolto, a volte si caricava perfino la zappa del padre. Don Giovannino si tratteneva dall’offrirle di salire sulla sua giumenta perché temeva che, senza di lei accanto, Luigi sarebbe crollato per strada. A sei anni la piccola aveva cominciato a lavorare nelle squadre di mennulare. Era tra le più giovani, ma nessuna era brava come lei: si dava da fare con concentrazione e caparbietà, pronta ad aiutare le altre e a imparare. I suoi ditini non perdevano una mandorla, un’oliva, un pistacchio, come se i polpastrelli avessero occhi. Li scovava tra le zolle di terra dura, in mezzo alle pietre, nei rovi. Dove passavano quelle piccole dita minute non restava bacca o frutto da raccogliere, né per terra né sui rami, senza paura si arrampicava sugli alberi alti per staccare le mandorle più difficili, quelle che non vogliono cadere sotto i colpi delle bacchette. Dopo la morte del padre, all’età di otto anni, era lei che manteneva la madre e la sorella. Non c’era lavoro che non accettasse, dovunque e per qualsiasi compenso, purchè le permettesse di ritornare in paese la sera. Le sue dita parevano zampe di ragno, tanto erano magre e indaffarate a raccogliere mandorle, come se tessessero una rete sulla terra. Fu allora che le affibbiarono il nomignolo “la Mennulara”, che le rimase.
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lunedì, febbraio 14, 2005
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown: Ecco la ragazzina coi capelli rossi… sta distribuendo valentine… Le distribuisce a tutti i suoi amici… Le distribuisce una per una… Le sta distribuendo… continua a distribuirle… Adesso ha finito… quella era l’ultima… adesso se ne va via… Buon San Valentino!
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domenica, febbraio 13, 2005
la poesia
Le bolle di sapone che questo bimbo
si diverte a staccare da una cannuccia
sono traslucidamente tutta una filosofia.
Chiare, inutili e passeggere come la Natura,
amiche degli occhi come le cose,
sono quello che sono
con una precisione rotondetta e aerea,
e nessuno, neppure il bimbo che le libera,
pretende che siano più che non sembrino.
Alcune a stento si vedono nell’aria tersa.
Sono come la brezza che passa e tocca appena i fiori
e solo sappiamo che passa
perchè qualche cosa si alleggerisce in noi
e accetta tutto più nitidamente.
Fernando Pessoa
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sabato, febbraio 12, 2005
ricordo di arthur miller
Anche Arthur Miller, quando cercò di interpretare il dramma di Marilyn Monroe, capì che “puoi richiamare l’immagine di una rosa, non il profumo”.
Enzo Biagi da Odore di Cipria (Rai, Eri-Rizzoli ed)
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venerdì, febbraio 11, 2005
akio nella sala da the
marmellate che passione
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ipse dixit
La funzione della libreria è far trovare al lettore non solo il libro che cerca ma soprattutto quello che può scoprire, che non sa neppure che esista, poterlo sfogliare…
Stefano Bellentani (direttore libreria Sala Borsa di Bologna)
da tuttoLibri – La Stampa del 15/1/05
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giovedì, febbraio 10, 2005
221B Baker Street
il violino di Sherlock Holmes
(foto akio, dicembre 2004)
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watson&holmes
Il mio amico era molto amante della musica, lui stesso abilissimo esecutore e compositore di non comune talento. Tutto il pomeriggio se ne rimase nella sua poltrona in uno stato di perfetta beatitudine, agitando lentamente le dita lunghe e sottili a tempo con la musica, col volto sorridente e disteso, lo sguardo sognante, così diverso quanto mai si poteva concepire da Holmes il segugio, Holmes l’implacabile, astuto e rapido cacciatore di criminali. Nel suo singolare carattere quella duplice natura si alternava di volta in volta e la sua estrema precisione e acutezza costituivano, come spesso ho pensato, una reazione all’umore poetico e contemplativo che occasionalmente predominava in lui. La sua natura singolare lo portava da una languidezza estrema a un’energia divorante; e, come ben sapevo, non era mai tanto temibile come quando, dopo aver oziato per giorni nella sua poltrona fra le sue improvvisazioni e le sue edizioni in caratteri gotici, veniva ripreso all’improvviso dalla bramosia della caccia e la sua brillante logica toccava i vertici dell’intuizione, a un punto tale che coloro ai quali i suoi metodi non erano familiari lo guardavano di traverso, come si guarderebbe una persona dotata di cognizioni sovrannaturali. Quel pomeriggio, vedendolo così rapito dalla musica a St. James’s Hall sentii che tempi duri si preparavano per coloro cui si era impegnato a dare la caccia.
Arthur Conan Doyle dal racconto La Lega dei Capelli Rossi
Trad Nicoletta Rosati Bazzotto – Fabbri editori
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mercoledì, febbraio 09, 2005
akio e Il Codice da Vinci di Dan Brown
Da qualche giorno anch’io sono uno dei milioni di lettori del libro di cui si è più parlato negli ultimi 14 mesi. Sia chiaro, non me ne vanto, ho solo deciso che 5 euro si potevano spendere per sapere cosa c’è scritto di tanto sconvolgente, pardon, coinvolgente. E’ uscito in versione super economica nei Miti Mondatori e mi ero ripromesso di acquistarlo solo in questo caso. Ogni tanto un thriller lo leggo anche se mi sento sempre in colpa nei confronti dei miei amici giallisti Simenon, Malèt, Conan Doyle e Christie. Per compensare l’effetto letteratura di consumo e per alleggerire il senso di colpa sto leggendo anche l’Animale morente di Philip Roth. La differenza? Roth lo sto leggendo con parsimoniosa avidità e Brown per finirlo. Il Codice è scritto per diventare un film americano che infatti è già in lavorazione. Nelle prime 50 pagine ti trovi davanti ad un thriller classico: prologo, presentazione del protagonista, qualche indizio sparso, l’ambientazione caratterizzante, l’assassino, citazioni storiche, il presunto mandante, l’enigma e i personaggi di contorno. La scrittura non ha segni distintivi e come difetto non mi sembra da poco. In quanto al complotto vaticano è stato ipotizzato in centinaia di romanzi e anche questo non è un buon motivo per dire ullallà. Signor Dan Brown, grazie. Le faremo sapere.
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martedì, febbraio 08, 2005
il brano
Philip Roth da L’animale morente
Il grosso scherzo che ti fa la biologia è che raggiungi l’intimità con una persona prima di sapere qualcosa di lei. Fin dal primo momento, hai capito tutto. Inizialmente, l’attrazione è esercitata dalle superfici, ma c’è anche l’intuizione della dimensione più completa. E l’attrazione non dev’essere necessariamente la stessa: lei può essere attirata da una cosa, tu da un’altra. E’ superficie, è curiosità, ma poi, boom, ecco la dimensione.
Trad. Vincenzo Mantovani – Einaudi ed.
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lunedì, febbraio 07, 2005
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Lucy è dietro al suo banchetto con su scritto Psychiatric Help 5 cents. The doctor is in.
Charlie Brown: Cosa deve fare uno quando si sente sempre triste?
Lucy: “Io stamattina sono caduta pattinando e mi sono sbucciata le ginocchia in un modo che non riesco quasi a camminare! Non venire a seccarmi con i tuoi stupidi guai!
Charlie Brown: Deve essere un bravo dottore… Mi sento molto meno triste di prima…
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domenica, febbraio 06, 2005
ipse dixit
Quando scrivo una canzone sento che la vita va avanti, che continuo a vivere. Scrivendo un libro (l’autobiografia Chronicles) invece ho avuto la sensazione che la vita si fosse fermata… Quando scrivi smetti di vivere. E’ isolamento, ma non splendido.
Bob Dylan
dal Corriere della Sera – Weekend libri del 9/1/2005
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sabato, febbraio 05, 2005
il brano
Il suo talento era naturale come il disegno tracciato dalla polvere sulle ali di una farfalla. In un primo tempo non lo capì più di quanto lo capisca la farfalla. Solo più tardi si rese conto delle sue ali danneggiate. Non riuscì più a volare perchè era scomparso l’amore per il volo e potè solo ricordarsi di quando volare non gli era costato il minimo sforzo.
Ernest Hemingway da Festa mobile
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venerdì, febbraio 04, 2005
la poesia
Tempo divoratore, spunta le zampe del leone e fa’ divorare
alla terra la sua dolce progenie;
strappa i denti aguzzi alle mascelle della feroce tigre e brucia
nel suo sangue la longeva Fenice;
crea liete e tristi stagioni mentre fuggi, e fa’ tutto quel che vuoi,
Tempo dal piede veloce, al vasto mondo e a tutte le sue effimere dolcezze.
Ma io ti proibisco il crimine più orrendo: oh, non incidere
con le tue ore la bella fronte del mio amore
e non tracciarvi linee con la tua penna antica;
lui nel tuo assalto conservalo intoccato, modello di bellezza per gli uomini a venire.
Ma fa’ del tuo peggio, vecchio Tempo: malgrado il tuo torto
il mio amore vivrà nei miei versi giovane sempre.
William Shakespeare
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giovedì, febbraio 03, 2005
personaggi letterari
Svagata e sorridente, sic transit da Tiffany
di Nico Orengo
Sul biglietto da visita, che si è fatta fare da Tiffany, Holly Golightly si è fatta stampare la dicitura “in transito”. E in effetti la protagonista di Colazione da Tiffany di Truman Capote è una delle figure più sfuggenti della narrativa americana degli anni ’50. Imprendibile e affascinante cover-girl, dal passato impreciso e dal futuro misterioso, Holly si aggira in una New York di piccoli gangster, agenti cinematografici, scrittori, avvocati, fotografi, con la leggerezza di chi arriva da nessuna parte per andare chissà dove. Svagata e sorridente, vive in un alloggio dove le valigie sono ancora da disfare e un trasloco di mobili mai ci sarà. Precaria dell’esistenza è impeccabile nella sua eleganza e nello smarcarsi o sorvolare sulle situazioni più imbarazzanti. Adorata da baristi, ereditieri, scrittori, si muove come in uno stato di continua sospensione dalla realtà, come in una eterna primavera. Inconsapevole staffetta di un boss mafioso che settimanalmente va a trovare in carcere, indocile preda di un produttore che vuole trasformarla in attrice, lei si muove come una farfalla. O chi non si fa illusioni sul proprio destino. L’aspirante scrittore, l’inquilino del piano di sopra, che la osserva e registra le sue bizzarrie, i suoi movimenti, i suoi capricci e i suoi sogni infantili, le sue malinconie profonde.
(da Segnalibro-tuttoLibri-La Stampa del 29/1/05)
il brano scelto da me
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mercoledì, febbraio 02, 2005
in punta di blog
una vita perfetta di franci
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la mia new york in bianco e nero
un momento di relax a tribeca
(foto akio, giugno 2000)
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martedì, febbraio 01, 2005
saltapagina
Alessandro Baricco da Seta
Di fronte a sé vide l’enorme voliera, con le porte spalancate, completamente vuota. E davanti ad essa, una donna. Hervé Joncour non si guardò intorno, continuò semplicemente a camminare, lento, e si fermò solo quando arrivò davanti a lei. I suoi occhi non avevano un tglio orientale, e il suo volto era il volto di una ragazzina. Hervé Joncour fece un passo verso di lei, allungò una mano e aprì. Sul palmo aveva un piccolo foglio, piegato in quattro. Lei lo vide e ogni angolo del suo volto sorrise. Appoggiò la sua mano su quella di Hervé Joncour, la strinse con dolcezza, indugiò un attimo, poi la ritrasse stringendo fra le dita quel foglio che aveva fatto il giro del mondo.
………………………………………………………………………
Alla fine di luglio Hervé Joncour partì con la moglie, per Nizza. Si stabilirono in una piccola villa, in riva al mare. Così aveva voluto Hélène, convinta che la serenità di un rifugio appartato sarebbe riuscita a stemperare l’umore malinconico che sembrava essersi impossessato del marito. Aveva avuto l’accortezza, nondimeno, di farlo passare per un suo capriccio personale, regalando all’uomo che amava il piacere di perdonarglielo. Trascorsero insieme tre settimane di piccola, inattaccabile felicità. Nelle giornate in cui il caldo si faceva più mite, noleggiavano una carrozza e si divertivano a scoprire i paesi nascosti sulle colline, dove il mare sembrava un fondale di carta colorata. Di tanto in tanto, si spingevano in città per un concerto o un’occasione mondana. Una sera accettarono l’invito di un barone italiano che festeggiava il suo sessantesimo compleanno con una solenne cena all’Hotel Suisse. Erano al dessert quando accadde a Hervé Joncour di alzare lo sguardo verso Hélène. Era seduta dall’altra parte del tavolo, accanto a un seducente gentiluomo inglese che, curiosamente, sfoggiava sul tight una coroncina di piccoli fiori blu. Hervé Joncour lo vide chinarsi verso Hélène e sussurrarle qualcosa all’orecchio. Hélène si mise a ridere, in modo bellissimo, e ridendo si piegò leggermente verso il gentiluomo inglese arrivando a sfiorarne, coi suoi capelli, la spalla, in un gesto che non aveva nessun imbarazzo, ma solo una sconcertante esattezza. Hervé Joncour abbassò lo sguardo sul piatto. Non potè fare a meno di notare che la propria mano, stretta su un cucchiaio d’argento, stava indubbiamente tremando. Più tardi, nel fumoir, Hervé Joncour si avvicinò, barcollando per il troppo alcool bevuto, a un uomo che seduto, solo, al tavolo, guardava avanti a sé, con una vaga espressione ebete sul volto. Si chinò verso di lui e gli disse lentamente
- Devo comunicarvi una cosa molto importante, monsieur. Facciamo tutti schifo. Siamo tutti meravigliosi, e facciamo tutti schifo.
……………………………………………………………..
Sei mesi dopo il suo ritorno a Lavilledieu, Hervé Joncour ricevette per posta una busta color senape. Quando la aprì, vi trovò sette fogli di carta, coperti da una fitta e geometrica scrittura: inchiostro nero: ideogrammi giapponesi. A parte il nome e l’indirizzo sulla busta, non c’era una sola parola scritta in caratteri occidentali. Dai timbri, la lettera sembrava provenire da Ostenda. Hervé Joncour la sfogliò e la osservò a lungo. Sembrava un catalogo di orme di piccoli uccelli, compilato con meticolosa follia. Era sorprendente pensare che erano invece segni, e cioè cenere di una voce bruciata.
……………………………………………………………….
- Sapete, monsieur, io credo che lei avrebbe desiderato, più di ogni altra cosa, essere quella donna. Voi non lo potete capire. Ma io l’ho sentita leggere quella lettera. Io so che è così. Hervé Joncour era arrivato davanti alla porta. Appoggiò la mano sulla maniglia. Senza voltarsi, disse piano
- Addio, madame.
Non si videro mai più.
……………………………………………………………….
La domenica si spingeva in paese, per la Messa grande. Una volta l’anno faceva il giro delle filande, per toccare la seta appena nata. Quando la solitudine gli stringeva il cuore, saliva al cimitero, a parlare con Hélène. Il resto del suo tempo lo consumava in una liturgia di abitudini che riuscivano a difenderlo dall’infelicità. Ogni tanto, nelle giornate di vento, scendeva fino al lago e passava ore a guardarlo, giacchè, disegnato sull’acqua, gli pareva di vedere l’inspiegabile spettacolo, lieve, che era stata la sua vita.
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giovedì, marzo 31, 2005
il brano
Richard Bach da Biplano
Voliamo quanto più basso possibile, ma tenendoci sempre vicino a campi adatti per l’atterraggio. A volte non possiamo volare molto bassi perchè i campi sono sparpagliati in mezzo al regno dei pini che copre la terra fin dove arriva il mio sguardo. Ecco una strada nel bosco che corre parallela alla mia ferrovia, ecco un laghetto e un pascolo, poi di nuovo i pini, dappertutto. Verde antico, verde scuro e in mezzo il verde giovane, chiaro, dei rami nuovi che si protendono verso il sole, e lo guardano ancora stupefatti. Tanti, tantissimi alberi. Accanto a una strada in terra battuta, una casa malandata, un terreno incolto. L’ombra del biplano passa sul comignolo. Il rumore del motore deve essere forte e insolito. Ma non si apre alcuna porta, non si vede nessuno. Ora è passata, ce la siamo lasciata alle spalle. Chi vive in quella casa? Quali ricordi sono racchiusi nelle sue travi; quali felicità ha visto, quali gioie, e quali delusioni? C’è tutto un mondo là dentro: dolori e piaceri, vittorie e sconfitte e interessi, e tante cose che succedono un giorno dopo l’altro mentre il sole sorge sugli stessi pini a est e tramonta sugli stessi pini a ovest. Tutto un mondo di cose importanti che succedono veramente, a persone vere. Forse domani sera si balla a Marysville e forse in quella casa ci sono vestiti di percalle da stirare. Forse un giorno hanno deciso di lasciare la casa e di andare a cercare una vita migliore ad Augsta o Clairmont. Forse, forse, forse. Forse non c’è nessuno in quella casa, e quello è soltanto lo scheletro di una casa. Qualunque cosa sia, qualunque sia la sua storia, l’ombra del biplano ha impiegato meno di mezzo secondo a sfiorarla; e poi è rimasta lì a rimpicciolire dietro di noi.
Rizzoli ed. trad. Argia Micchettoni
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mercoledì, marzo 30, 2005
la poesia
Mario Luzi
Nella gloria delle finestre
Prima di primavera, ma poco,
si diffonde la sua acquosa luminescenza
e quel chiaro e quell’alone sui monti,
quel trepidare dell’aria, quel vibrare delle immagini
di là da quella garza
di indicibile festivit, schermate
e accese da essa, quel fulgore
dell’effimero
esultante a un tratto di esserlo – vigilia,
vigilia incolmabile
di nessun avvenimento -
c’è
non so in quale ricordo,
ma c’è detta dall’erba
questa nota
di non so che perduto monocordio -
pensa lei raggiunta in tutte le cellule.
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martedì, marzo 29, 2005
il brano
Pablo Neruda da Per nascere son nato
È arrivata l’Esmeralda! È arrivata l’Esmeralda! Spuntano le teste dalle finestre delle cucine, i fuochisti affacciano la testa dai loro cantieri, i bambini corrono come se arrivasse la primavera, vecchi signori con barba, bastone e pantaloni a righe si fermano. Tutti guardano verso un punto. Escono dalle loro tane tutti gli abitanti segreti, tutta la gente invisibile, le cinquanta colline del porto guardano verso un solo punto. Tutti gli occhi di Valparaiso, anche quelli che non hanno avuto il tempo di guardare i fiori e le stelle, guardano contemporaneamente: è un punto bianco che si va ingrandendo, è una colomba che va crescendo è un veliero come una rosa bianca, è l’Esmeralda. Per capire il mio paese bisogna conoscere l’Esmeralda. Il Cile è un paese montuoso, elevato, pieno di ariste e di abissi vertiginosi. I minerali hanno reso irte di rame e di ferro le alture. Sulle loro cime vive la neve bianca. Il Cile è un balcone titanico e stretto. Le cordigliere ci respingono. Noi cileni ci mettiamo in fila per vedere il nostro mare, lo spazio iracondo, le onde dell’oceano. E in questa dura grandezza, l’Esmeralda è il nostro lusso, è la pietra lunare del nostro anello marino.
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lunedì, marzo 28, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Sally sta scrivendo un tema
Questo è il mio tema sul Giorno Festivo, che scrivo di lunedì perchè oggi non c’è scuola. Oggi tutti osservano il Giorno Festivo in modo da avere un ponte di tre giorni e andare al mare. Il che non c’entra molto col Giorno Festivo, che poi è domani.
poi Sally si rivolge a Charlie Brown
Questo è il tipo di tema in cui puoi prendere 2 come 9!
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domenica, marzo 27, 2005
il foglietto
una borsetta blu
impegni ineludibili
sorrisi piccanti nel cuore
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sabato, marzo 26, 2005
ipse dixit
Maupassant e Cechov facevano di tutto per sembrare oggettivi, e proprio per questo risultano l’esatto contrario: ripensando a loro, mi sono spesso detto che se un autore non riesce a tenersi fuori da una storia, tanto vale che ci si lasci trascinare dentro. Il rischio è solo che ci creda un pò troppo, finendo per somigliare a quei logorroici che monopolizzano la conversazione. Come tutte le convenzioni, anche questa va dunque usata con cautela.
William Somerset Maugham (1874 – 1965)
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venerdì, marzo 25, 2005
roma: sguardi digitali
fermata d’autobus
(foto akio, febbraio 2005)
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giovedì, marzo 24, 2005
il post di Campanile
Come visitare lo studio d’un pittore
La visita allo studio d’un pittore è una cosa difficile. Si comincia, di solito, a lodare sventatamente i primi quadri con superlativi; dopo qualche passo, l’incauto che s’è slanciato a cuor leggero su questa via, deve ripetersi o tentar qualche variante che, a chi udisse senza vedere, farebbe credere trattarsi d’un pranzo. E poichè la buona educazione, e anche il pittore, vogliono un crescendo ammirativo nei giudizi, a un certo punto il visitatore non sa come andare avanti. Se il primo quadro è bellissimo, il secondo splendido, il terzo meraviglioso e il quarto magnifico, come sarà il quinto? Mettiamo che sia sorprendente; al sesto vi voglio vedere. Per via del crescendo, esso non potrà che rientrare nell’ordine del soprannaturale. E dal settimo in poi? Ecco. L’errore in cui cadono quelli che visitan lo studio d’un pittore, è di cominciar dai superlativi. Bisogna, invece, amministrar con previdenza il patrimonio degli aggettivi, magari cominciando con una certa freddezza. Ma se lo studio è molto fornito neppur questo è sufficiente; si comincerebbe con: “passabile, non c’è male, grazioso, bello”, e subito si ricadrebbe nel vicolo cieco dei “bellissimo”, eccetera. Dunque? Dunque, signori, cominciare con apprezzamenti tanto più freddi, quanto più numerosi sono i quadri da esaminare, per aver poi il margine necessario al crescendo. Prima di cominciare il giro si domanda: “Quanti sono i quadri da vedere?” “Quattordici.” Bene. Per gli ultimi dieci sono a posto. Bisogna trovare gli apprezzamenti per i primi quattro: apprezzamenti freddi, date l’esigenze del crescendo.
Ecco uno
Specchietto per quattordici quadri
1 – Così, così.
2 – Passabile.
3 – Niente di straordinario, ma insomma ci possiamo contentare.
4 – Un pochino meglio.
5 – Non c’è male.
6 – Discreto.
7 – Grazioso.
8 – Bello.
9 – Bellissimo.
10 – Splendido
11 – Meraviglioso.
12 – Magnifico.
13 – Sorprendente.
14 – Soprannaturale.
E se i quadri sono molti di più? Bando agli scrupoli: cominciare con apprezzamenti sfavorevoli. Ci guadagneranno i superlativi finali.
Achille Campanile da In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto)
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mercoledì, marzo 23, 2005
la poesia
Fammi un quadro del sole -
Posso appenderlo in camera mia
e fingere di scaldarmi
mentre gli altri lo chiamano “Giorno”!
Disegna per me un pettirosso – su un ramo -
così sognerò di sentirlo cantare
e quando nei frutteti cesserà il canto -
ch’io deponga l’illusione.
Dimmi se è vero che fa caldo a mezzogiorno -
se sono i ranuncoli che “volano”
o le farfalle che “fioriscono”.
E poi, sfuggi il gelo sopra i prati
e la ruggine sugli alberi.
Dammi l’illusione che questi due – ruggine e gelo -
non debbano arrivare mai!
Emily Dickinson
Make me a picture of the sun -
So I can hang it in my room -
And make believe I’m getting warm
When others call i “Day”!
Draw me a Robin – on a stem -
So I am hearing him, I’ll dream,
And when the Orchards stop their tune -
Pur my pretense – away -
Say if it’s really – warm at noon -
Whether it’s Buttercups – that “skim” -
Or Butterflies – that “bloom”?
Then – skip – the frost – upon the lea -
And skip the Russet – on the tree -
Let’s play those – never come!
(1860)
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martedì, marzo 22, 2005
il brano
Miguel de Cervantes Saavedra da Don Chisciotte della Mancia
I tuoi proverbi, caro Sancio, calzan sempre così bene, che vorrei, vedi che altrettanto bene la fortuna rispondesse ai miei desideri. Detto questo, Sancio voltò il ciuco, una legnata, e via. Don Chisciotte rimase a cavallo a riposar sulle staffe, appoggiato alla lancia, pieno di tristi e tumultuosi pensieri, in mezzo a’ quali lo, lasceremo per seguir Sancio Panza, che si separò dal suo padrone non meno inquieto e pensoso di lui, e anzi tanto inquieto e pensoso, che appena uscito dal bosco si voltò indietro e, visto che Don Chisciotte non si scorgeva più, discese dal ciuco, e sedutosi a piè d’un albero cominciò a ragionar tra sè e sè dicendo: “Vediamo un pò, signor Sancio, dove va ora la Signoria Vostra? Va a cercare un ciuco smarrito? – Nemmeno per sogno. – E allora che cosa va a fare? – Vo a cercare, come se nulla fosse, una principessa, e in lei il sole della bellezza e tutto il cielo insieme.
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lunedì, marzo 21, 2005
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown: forse mi lascio turbare da troppe cose… ogni piccola cosa pare sconvolgermi… penso che erigerò una specie di steccato mentale per difendermi dalle notizie sgradevoli
Lucy: non farlo di paletti… sono difficilissimi da verniciare!
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domenica, marzo 20, 2005
il brano di Desertovivo
Cercava di fare meno rumore possibile mentre apriva il cassetto, non voleva svegliarlo. Lui era già sveglio pero’, girato da un lato, con gli occhi aperti a guardare la tenda. – sono sveglio… – lei per un attimo si bloccò …si girò per guardarlo, era li ranicchiato sul bordo del letto, sopra la coperta, girato di spalle, ancora con i pantaloni addosso, i calzini rammendati e la canottiera cosi’ innocentemente bianca, che splendeva quasi nella penombra. Prese le calze dal cassetto e lo richiuse, sempre piano. Come se avesse avuto paura di svegliarlo ancora di piu’. – Lasciami dei soldi prima di uscire – … – te li lascio sul tavolo in cucina -… silenzio. Ando’ in cucina, si sedette e si mise le calze.
lasciato come commento su avideospento
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sabato, marzo 19, 2005
il mio amico Maigret
personaggi, descrizioni, atmosfere
Maigret risale lentamente rue Pigalle con le mani nelle tasche del cappotto: è passata la mezzanotte e il temporale ha rinfrescato l’aria, lasciando tracce di bagnato sul marciapiede. Sotto le insegne luminose, i portieri dei locali notturni non tardano a riconoscerlo, e i clienti del bar-tabacchi all’angolo di rue Notre-Dame-de Lorette si scambiano un’occhiata interrogativa, in piedi intorno al banco a ferro di cavallo. Chi non è dell’ambiente non può accorgersi di nulla. Eppure, da un capo all’altro della Montmartre notturna serpeggia un moto impercettibile, come il fremito che annuncia burrasca sull’acqua di uno stagno. Maigret lo sa e ne è contento.
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venerdì, marzo 18, 2005
il brano
Paul Auster da Una menzogna quasi vera
conversazioni con Gérard de Cortanze
Molto giovane, ho sperato di diventare un romanziere, di scrivere delle storie. Mi sono profondamente immerso nella letteratura, e più in particolare nella poesia che costituisce la ragione stessa di ogni letteratura, di tutto questo sforzo che tende a esprimersi attraverso le parole. Parallelamente scrivevo prosa, ma senza che i risultati mi dessero soddisfazione. Custodivo nel cassetto i miei testi in prosa. Non so perchè, le mie poesie mi parevano più degne di essere pubblicate… Verso i trent’anni, ho attraversato una tremenda crisi. Non riuscivo più a scrivere poesie. Per diversi anni, ho gettato il novantanove per cento di quel che scrivevo! Ero infelice nella vita e lavorare mi era sempre più difficile. Ho pensato che era tutto finito per me, che non sarei mai stato uno scrittore. Nonostante tutte le mie speranze e il mio lavoro, dovevo decidermi a progettare un altro avvenire. Poi, non so perchè, qualcosa è scattato dentro di me: una nuova consapevolezza, un nuovo desiderio di scrivere. Sotto una forma diversa: quella della prosa, e ho deciso di seguire questo impulso, senza per questo rompere del tutto con la poesia. Mi è molto difficile distinguere in modo chiaro questo processo, addentrarmi in questa foresta oscura, ma tali sono i fatti… A distanza di tempo, posso affermare che la mia poesia è di sicuro una parte di me che non rinnego. Anzi, è proprio all’origine di quanto scrivo adesso.
traduzione di Damiano Abeni
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giovedì, marzo 17, 2005
la poesia
Charles Bukowski
Contappunto
lui si accorse che ogni volta che
lui diceva una cosa lei
diceva il contrario.
lui decise di lasciar perdere.
vale a dire, decise di non farglielo
notare.
ma ogni volta che lui diceva una cosa
(nei giorni e nelle settimane che seguirono)
lei subito diceva il contrario.
lui pensava: si vede che questo è il suo modo di
dimostrare la sua intelligenza.
si vede che lei fa così
con tutti.
lui decise di tenersi per sé le sue opinioni
e di parlare di meno
o non parlare affatto
se possibile
ma un giorno
lui senza pensarci
disse una cosa e
lei disse di nuovo il contrario.
così decise di farglielo notare.
disse: “ti rendi conto che ogni volta
che dico una cosa
tu dici il contrario?”
“ma no, non è vero, ribatté
lei.
Minimun fax editore – traduzione di Damiano Abeni
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mercoledì, marzo 16, 2005
in punta di blog
ostriche e perle da il muro della franci
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221B Baker Street
le poltrone di Sherlock Holmes e del dr. Watson
(foto akio, dicembre 2004)
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martedì, marzo 15, 2005
il brano
Carlo Cassola da La ragazza di Bube
Di essere vestita male, le importava fino a un certo punto; ma avrebbe pagato chissà che cosa per avere un paio di scarpe coi tacchi alti. Un giorno che si provava quelle di Liliana, l’aveva vista la zia, ed era andata su tutte le furie. “Che gliele hai date a fare?” aveva gridato alla figliola. “Non lo sai che la roba sua ognuno se la deve tenere per sè?” “Ma io me l’ero messe solo un momento, per vedere come stavo” si era giustificata Mara. E la zia: “Tanto tu le scarpe coi tacchi alti non sei destinata a portarle. Tu non sei mica nelle condizioni di Liliana, che può aspirare anche a un capomastro, o a un fattore: tu, bisogna che ti contenti di un giornalaio. E ringrazia Dio se lo trovi, perchè chi vuoi che s’imparenti con una famiglia come la tua?”. “La mia famiglia non ha proprio niente di meno delle altre” aveva ribattuto lei. “Già, come se non si sapesse che tua madre quando era ragazza ha avuto un figlio da un uomo sposato! E che tuo padre rubava e l’hanno messo in prigione!”. Ma lei non si era lasciata smontare: “M’importa assai di quello che hanno fatto mio padre e mia madre. I giovanotti mica guardano alla famiglia, guardano com’è una ragazza. E io, se proprio lo vuoi sapere, sono fatta cinquanta volte meglio della tua figliola”. E se n’era andata con un’alzata di spalle. Era sicura di sè, delle proprie risorse: aveva un’illuminata fiducia nella sua bellezza e nella sua furberia…
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lunedì, marzo 14, 2005
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown: Mi preoccupa che da grande potrei diventare uno scavatore di fossi…
Linus: Beh, potrebbe succedere… ma forse in seguito potresti fare qualcos’altro.
Charlie Brown: E se mi capita un fosso lungo?
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domenica, marzo 13, 2005
la poesia
Trilussa
Giordano Bruno
Fece la fine de l’abbacchio ar forno
perchè credeva ar libbero pensiero,
perchè si un prete je diceva: – E’ vero -
lui risponneva: – Nun è vero un corno! -
Co’ quell’idee, s’intenne, l’abbrucioro,
pe’ via ch’er Papa, allora, era severo,
mannava le scommuniche davero
e er boja stava all’ordine del giorno.
Adesso so’ antri tempi! Co’ l’affare
ch’er libbero pensiero sta a cavallo
nessuno pò fa’ più quer che je pare.
In oggi, co’ lo spirito moderno,
se a un Papa je criccasse* d’abbruciallo
pijerebbe l’accordi cor governo.
*prendesse la voglia
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sabato, marzo 12, 2005
metropolis
Roma, Galleria Alberto Sordi. La gente passeggia. Nello spazio dedicato di solito ai musicisti ci sono quattro monaci tibetani su una pedana rialzata. Sono i monaci del monastero di Gaden Jang Tse in India. Stanno disegnando un mandala tibetano della pace e raccolgono fondi per il sostentamento dei piccoli monaci profughi oltre che per il mantenimento della tradizione monastica. La gente si ferma e ne ammira la tecnica. Uno di loro prega mentre gli altri tre lavorano.
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venerdì, marzo 11, 2005
il club di Groucho
ovvero non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri
Avete mai provato a farvi venire sonno con dei giochi mentali? Avete provato a ingannare l’insonnia con l’astuzia? Fra le cose che favoriscono il sonno ci sono i presentatori della radio e la conta delle pecore. Se possibile, sarebbe meglio avere le pecore in camera da letto. Se però siete allergici alla lana (e quasi tutti i pullover che compro sembrano esserlo), potete favorire il sonno contando pantere. Per tanti motivi le pantere sono preferibili alle pecore – tutti sanno che le pecore belano e spesso inciampano mentre camminano; le pantere, invece, avanzano silenziose e sono abbastanza intelligenti per tenere la bocca chiusa. Certo, c’è il rischio che una pantera vi mangi, ma se soffrite d’insonnia, è in realtà la cosa migliore che vi possa accadere.
Groucho Marx da Grouchismi
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giovedì, marzo 10, 2005
londra: sguardi digitali
i saldi invernali da Selfridge & Co, Oxford Street
(foto akio, dicembre 2004)
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mercoledì, marzo 09, 2005
il brano
Bruce Chatwin dal racconto Il mondo di Rock in Che ci faccio qui? Adelphi ed. – traduzione di Dario Mazzone
Il sole cala dietro la montagna, e noi dobbiamo infine dire addio al dottore. Non può fare a meno di donarmi una pianta della sua farmacia, una pianta dal nome sibilante, Saussurea gossipiphora, che cresce soltanto al limite delle nevi perenni. Spera di poter presto lasciare al figlio l’attività professionale per essere libero di raccogliere erbe sui monti. Alza gli occhi verso il Picco del Drago di Giada e all’improvviso, col suo soprabito argenteo, diventa l’immagine vivente del poeta Li-Po, l’esploratore di altipiani che ho sempre prediletto:
Tu mi domandi perchè mai io vivo
sulle colline grigie.
Io sorrido ma non rispondo, perchè
i miei pensieri sono altrove.
Come petali di pesco portati
dalla corrente, sono partiti
verso altri climi, verso paesi
diversi dal mondo degli uomini.
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martedì, marzo 08, 2005
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Lucy: se tornassi da un lungo viaggio, mi soffocheresti di baci?
Schroeder: no!
Lucy: se rimanessi al tuo fianco per il resto della tua vita, mi soffocheresti di baci?
Schroeder: ne dubito
Lucy: in entrambi i casi non verrò soffocata di baci…
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sabato, marzo 05, 2005
amici lettori sono di nuovo a letto con l’influenza. Torno appena mi sarà passata.
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venerdì, marzo 04, 2005
il brano
Honorè de Balzac da Papà Goriot
A quel ballo, Rastignac ricevette numerosi inviti. La cugina lo presentò ad alcune signore che avevano pretese d’eleganza e i cui salotti avevano fama di essere accoglienti. Si vide lanciato nella migliore e più distinta società parigina. Quella serata ebbe quindi per lui gli incanti di un brillante esordio che avrebbe ricordato anche in vecchiaia, come una fanciulla ricorda il ballo di cui è stata la regina. L’indomani, quando a colazione raccontò il suo successo a papà Goriot, davanti ai pensionanti, Vautrin si mise a sorridere diabolicamente. “E lei crede”, esclamò quell’inesorabile ragionatore, “che un uomo alla moda possa abitare in rue Neuve- Saint- Geneviève, in Casa Vauquer? Pensione infinitamente rispettabile sotto ogni aspetto, ma tutt’altro che fashionable. E’ facoltosa, può vantarsi della sua abbondanza, ed è fiera di essere il maniero temporaneo di un Rastignac, ma è pur sempre in rue Neuve- Saint- Geneviève, e ignora il lusso, dato che è meramente patriarcalorama. Mio giovane amico”. riprese Vautrin, “se vuol figurare a Parigi, ha bisogno di tre cavalli e di un tilbury per la mattina, di un coupè per la sera, in tutto novemila franchi per i mezzi di trasporto. Sarebbe indegno del suo destino se non spendesse tremila franchi dal sarto, seicento dal profumiere, cento scudi dal calzolaio, cento dal cappellaio. Quanto alla lavandaia, le costerà mille franchi. I giovani alla moda non possono non essere all’altezza in fatto di biancheria: non è la cosa che in loro si osserva di più? L’amore e le chiese esigono belle tovaglie sui loro altari. E così siamo quattordicimila. Non le sto a parlare di quello che perderà al gioco, in scommesse, in regali. Per le piccole spese, non si possono contare meno di duemila franchi. Ho fatto questo genere di vita e so quanto costa. Aggiunga a queste prime necessità trecento luigi per la zuppa, mille franchi per la cuccia. Via, figliolo mio, o si hanno in saccoccia i nostri venticinquemila franchi all’anno, o si finisce nel fango, ci si fa prendere in giro, e il nostro avvenire, i nostri successi, le nostre amanti se ne vanno a farsi benedire! Dimenticavo il cameriere e il groom! Sarà Christophe a portare i suoi bigliettini amorosi? Li scriverà sulla carta che usa adesso? Sarebbe come suicidarsi. Creda a un vecchio pieno d’esperienza!”, seguitò con un rinforzando della sua voce di basso. “ O esiliarsi in una virtuosa soffitta e sposarsi con il lavoro, o prendere un’altra strada”. E Vautrin strizzò l’occhio, sbirciando la signorina Taillefer in modo da ricordare e riassumere in quello sguardo le seducenti argomentazioni seminate nell’animo dello studente per corromperlo.
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giovedì, marzo 03, 2005
lisbona: sguardi digitali
la statua di Fernando Pessoa tra i tavoli del caffè “A Brasileira”
(foto akio, giugno 2003)
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mercoledì, marzo 02, 2005
la perla sul web
Il Corriere della Sera on line ha pubblicato la versione integrale in italiano del racconto Comfort Zone – Un’infanzia con Charlie Brown di Jonathan Franzen (traduzione di Maria Sepa). Lo scrittore parla della sua infanzia, dei rapporti con i genitori ed il fratello e ne esce uno spaccato della società americana degli anni settanta. Un confronto-scontro generazionale in cui Charlie Brown sembra essere uno dei pochi punti d’unione. La versione originale del racconto è stata pubblicata il 29 novembre 2004 dal New Yorker ed è anch’essa disponibile on line.
“In quella stagione turbolenta in cui il cosiddetto gap generazionale stava lacerando il paesaggio culturale, l’opera di Charles Schulz era amata quasi dall’unanimità. Cinquantacinque milioni di americani avevano visto A Charlie Brown Christmas il dicembre precedente, con uno share di più del cinquanta percento. Il musical You are a Good Man, Charlie Brown erano due anni che faceva il tutto esaurito a Broadway. Gli astronauti dell’Apollo X, nelle prove generali per il primo atterraggio sulla luna, avevano battezzato la loro navicella e il modulo lunare Charlie Brown e Snoopy. I giornali con le vignette dei Peanuts raggiungevano più di centocinquanta milioni di lettori, le raccolte dei Peanuts erano dappertutto negli elenchi dei bestseller, e se i miei amici ne erano in qualche modo una prova, non c’era quasi stanza di bambino in America che non avesse un cestino della carta straccia, un lenzuolo o un libro dei Peanuts. Schulz era l’artista vivente di gran lunga più famoso del pianeta”.
Ognuno di noi potrebbe raccontare la propria vita accompagnandola con i ricordi di letture, canzoni, film, persone. Ricordi più o meno nitidi; più o meno belli. Il racconto di Franzen dà valore al ricordo e stimola il lettore a fare lo stesso. E’ accompagnato da molti brani dei Peanuts un po’ come fa a video spento il lunedì.
«Tutto quel che faccio mi fa sentire in colpa», dice Charlie Brown. È sulla spiaggia e ha appena lanciato un sasso nell’acqua, e Linus ha commentato, «Bella roba… Ci son voluti quattromila anni a quel sasso per arrivare a riva e tu l’hai rigettato in acqua».
Buona lettura.
ps. Il Corriere l’ha pubblicata su 9 pagine e richiede un pò di elaborazione per stamparsela o copiarla. Per facilitarvi la cosa ho messo qui sotto i link alle 9 pagine.
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martedì, marzo 01, 2005
ricordare Mario Luzi
Una poesia nasce come un’onda che sale su piano piano e che sfocia in un terremoto.
Mario Luzi
da “Il Tempo” del 9/11/2004
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venerdì, aprile 29, 2005
Quando la rabbia prevale sulla ragione. Ciao Mull.
un tuo post
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giovedì, aprile 28, 2005
ipse dixit
Ci ha scritto uno che scrive i libri per Enzo Biagi e siccome Biagi si è accorto che i suoi libri si vendono meno di quelli di Bruno Vespa, è preoccupato perchè Biagi vuole licenziarlo: vuole assumere quello che scrive i libri di Vespa.
Gene Gnocchi
da Specchio de La Stampa del 9/4/2005
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mercoledì, aprile 27, 2005
dal comodino al blog
Philip Roth da L’animale morente
Sono passati otto anni, dunque: io ne avevo già sessantadue e la ragazza, che si chiama Consuela Castillo, ne aveva ventiquattro. Consuela non è come le altre. Non ha l’aria di una studentessa, per lo meno. Non è una mezza adolescente, non è una ragazza sbracata, sciatta, pullulante di “cioè”. E’ raffinata nel parlare, misurata, e il suo portamento perfetto: sembra che sappia qualcosa della vita degli adulti, oltre a stare seduta, stare in piedi e camminare. Come entri nell’aula, capisci che questa ragazza o la sa più lunga delle altre o a questo aspira. Il modo in cui s veste, per esempio. Non è proprio quella che chiameremmo eleganza, la sua, e non ha sicuramente nulla di vistoso, ma, tanto per cominciare, Consuela non è mai in jeans, stirati o sgualciti che siano. Veste con cura, sobrietà e buon gusto, gonne, abiti e calzoni su misura. Non per desensualizzarsi, si direbbe, ma per professionalizzarsi, veste come l’attraente segretaria di un prestigioso studio legale. Come la segretaria del presidente di una banca. Ha una camicetta di seta color panna sotto un blazer di buon taglio blu con i bottoni d’oro, una borsetta marrone con la patina della pelle più costosa e un paio di stivaletti alla caviglia intonati alla borsetta, e porta una sottana di maglia grigia un pò elastica che rivela le linee del suo corpo con tutta la malizia che può metterci una sottana come quella. I capelli sono acconciati con naturalezza, ma con cura. Il colorito è pallido, la bocca arcuata, anche se le labbra sono piene, la fronte è tondeggiante, una fronte levigata di un’eleganza brancusiana. E’ cubana. I suoi sono prosperi cubani che stanno nel New Jersey, oltre il fiume, nella Bergen County. Ha capelli nerissimi, lustri, ma un pò grossi. Ed è grande. E’ una ragazzona. La camicetta di seta è slacciata fino al terzo bottone, e questo ti permette di vedere che Consela ha due seni prepotenti, bellissimi. Noti subito il solco tra i seni. E vedi che lei lo sa. Vedi che, nonostante la compostezza, la meticolosità, lo stile cautamente soigné (o forse proprio per questo), Consuela è cosciente del proprio fascino. Viene alla prima lezione con la giacca abbottonata sopra la camicetta, ma cinque minuti dopo se l’è già tolta. Quando guardo di nuovo dalla sua parte, vedo che se l’è rimessa. In questo modo capisci che è cosciente del suo potere, ma che ancora non sa come usarlo, non sa cosa farne, ma sa nemmeno quanto lo desidera. Quel corpo le riesce ancora nuovo, deve ancora metterlo alla prova, ci sta ragionando su, un pò come un ragazzo che cammina per la strada con una pistola carica e deve ancora decidere se andare in giro armato per difendersi o per iniziare una vita di delitti. Ed è cosciente anche di un’altra cosa, una cosa che non potevo dedurre da quel primo incontro in aula: la cultura è importante, per lei, anche se in un modo antiquato e deferente. Non che sia una cosa da cui voglia trarre il suo sostentamento. Non vuole e non potrebbe – stata allevata troppo bene e in un modo troppo conforme alla tradizione, per questo -, ma la cultura è importante e meravigliosa come nessun’altra delle cose che conosce. Consuela è la ragazza che trova affascinanti gli impressionisti, ma il Picasso cubista deve guardarlo bene, aguzzando gli occhi (sempre con un senso di fastidiosa perplessità) e mettendocela tutta per cogliere l’idea. Lei sta lì, in attesa della nuova e sorprendente sensazione, del nuovo concetto, della nuova emozione, e quando non viene (non viene mai), si accusa di essere inadeguata e priva di… cosa? Si accusa di non riuscire a capire nemmeno che cosa le manca. L’arte che puzza di modernità non la lascia soltanto perplessa, ma anche delusa di sé. Vorrebbe che Picasso contasse di più, che operasse in lei qualche trasformazione, magari, ma teso sulla ribalta del genio c’è un telo trasparente che le offusca la vista e tiene un pò a distanza la sua venerazione. Consuela dà all’arte, a tutte le arti, assai più di quanto ne riceva, una specie di zelo che non manca di un suo fascino struggente. Un cuore generoso, un bel viso, uno sguardo insieme invitante e remoto, due seni stupendi; e nata, come donna, da così poco tempo che trovare dei frammenti del guscio attaccati a quella fronte ovoidale non sarebbe stata una sorpresa. Capii immediatamente che quella sarebbe stata la mia ragazza.
trad. Vincenzo Mantovani – Einaudi Ed.
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martedì, aprile 26, 2005
221B Baker Street
la corrispondenza di sherlock holmes
(foto akio, dicembre 2004)
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lunedì, aprile 25, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Schroeder: Sai cosa non ha mai avuto Beethoven? Beethoven non ha mai avuto ragazze attaccate al suo piano che lo scocciavano con faccende di regali!
Lucy: Ah, no? povero Beethoven!
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domenica, aprile 24, 2005
la poesia
Sylvia Plath
E’ da Natale che vivono con noi,
ingenui e trasparenti,
animaletti-anima ovali,
occupano metà dello spazio,
si muovono e strusciano sulle seriche
invisibili bave d’aria, mandano uno strillo e un pop
se aggrediti, poi scappano via e si fermano tremando
appena.
Testa di gatto gialla, pesce azzurro
che con strane lune viviamo
al posto di mobili morti!
Stuoie di paglia, pareti bianche
e questi erranti
globi d’aria sottile, rossi, verdi,
che danno gioia
al cuore come i desideri o i liberi
pavoni benedicenti
un vecchio terreno col dono di una penna
forgiata in metalli stellati.
Il tuo
fratellino fa
stridere il suo palloncino come un gatto.
Sembra vedere
dall’altra parte un buffo mondo rosa da mangiare
e morde,
poi cade seduto,
brocchetta grassa,
contemplando un mondo chiaro come l’acqua.
Nel pugnetto
un brandello rosso.
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sabato, aprile 23, 2005
ipse dixit
C’è un folto gruppo di libri che tengo nello studio, sia per rileggerli sia per averli feticisticamente vicini: Sciascia, Faulkner, Gadda, Vazquez Montalban, Manzoni.
Andrea Camilleri
dal Corriere della Sera – Magazine del 9/9/2004
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venerdì, aprile 22, 2005
Il brano
William Shakespeare da Otello
Iago – Gli uomini dovrebbero essere quali sembrano, e quelli che non lo sono, non dovrebbero aver l’aspetto di uomini.
Otello – Certo, gli uomini dovrebbero essere quali sembrano.
Iago – Perciò penso che Cassio sia onesto.
Otello – Ma c’è qualcosa di più nelle tue parole: ti prego, parla a me come parleresti all’anima tua quando rimugini dentro di te, dà al tuo peggior pensiero la peggiore delle parole.
Iago – Mio buon signore, perdonatemi; sebbene sia tenuto ad ogni atto di obbedienza, non sono obbligato a ciò da cui persino gli schiavi sono esentati. Esprimere i miei pensieri?! Supponiamo che siano vili e falsi; perché dov’è quel palazzo in cui non s’infiltri a volte del sudiciume? Chi ha un seno così puro, in cui pensieri impuri non tengano udienze e non siedano in concilio con le più legittime meditazioni?
Otello – Tu trami contro il tuo amico, Iago, se solo pensi ch’egli patisca un torto e fai il suo orecchio straniero ai tuoi pensieri.
Iago – Vi scongiuro – sebbene forse io possa essere maligno nelle mie congetture, giacchè confesso è maledizione della mia natura ficcare gli occhi negli inganni, e spesso la mia gelosia dà corpo a colpe inesistenti – vi scongiuro, nella vostra saggezza non badate a uno che fa congetture così imperfette, e non createvi un tormento delle sue osservazioni casuali e insicure. Non gioverebbe alla vostra pace, né al vostro bene, né alla mia dignità d’uomo, alla mia onestà, o saggezza, farvi conoscere i miei pensieri.
Otello – Che cosa intendi dire?
Iago – Il buon nome, mio signore, sia nell’uomo che nella donna, è il gioiello più prezioso della loro anima. Chi mi ruba denaro, mi ruba cianfrusaglia: è qualcosa, ed è nulla; era mio, è suo, ed è stato schiavo di migliaia; ma chi mi ruba il buon nome, mi deruba di ciò che non arricchisce lui e lascia me misero davvero.
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giovedì, aprile 21, 2005
il post di Troisi
L’ispirazione
Qualcuno ha scritto di me: “Troisi si è guardato attorno e ha raccontato quello che ha visto”. No, nunn’è accussì. nun è ‘o vero che uno si guarda attuorno e gli viene l’ispirazione. I’ sto ‘a giurnata sana a guardà attuorno a me. Guardo, osservo, scruto, studio, ma nun me viene niente. Allora aspetto. I’ sò capace ‘e stà ani interi senza recitare. I’ nun sò attore nato. Si, recitare mi piace, mi piace la gente che applaude, mi piace comunicare emozioni. Ma cchiù ‘e tutto a me mi piace d’inventare. Quando mi viene l’ispirazione devo scrivere subito. Dove mi trovo: su ‘nu foglio, su ‘nu pacchett’é fiammiferi, su ‘nu cunto ‘e ristorante. Cchiù ‘e tutto mi piace d’inventà le situazioni.
Massimo Troisi
da Il mondo intero proprio – Mondadori
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mercoledì, aprile 20, 2005
roma: sguardi digitali
decoro urbano (ovvero non fare il mondezzaro)
(foto akio, marzo 2005)
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martedì, aprile 19, 2005
il racconto a puntate
Gabriel Garcia Marquez
Addio a Ernest Hemingway, ovvero elogio del pescatore solitario (prima parte)
Questa volta sembra che sia vero: Ernest Hemingway è morto. La notizia ha commosso, in località opposte e discoste del mondo, i suoi camerieri di bar, le sue guide per cacciatori, i suoi giovani toreri, i suoi autisti di taxi, alcuni pugili in disgrazia e qualche pistolero in pensione. Intanto, nella cittadina di Ketchum, Idaho, la morte del buon vicino è stata appena un doloroso incidente locale. Il cadavere è rimasto esposto per sei giorni, non perchè gli venissero resi onori militari, ma in attesa di qualcuno che stava cacciando leoni in Africa. Il corpo non verrà abbandonato agli avvoltoi, vicino ai resti di un leopardo congelato sulla cima di una montagna, ma riposerà tranquillamente in uno di quei cimiteri troppo igienici degli Stati Uniti, circondato da cadaveri amici. Tali circostanze, che assomigliano tanto alla vita reale, costringono questa volta a credere che Hemingway è morto davvero, al terzo tentativo. Cinque anni fa, quando il suo aereo ebbe un incidente in Africa, la morte non poteva essere vera. Le squadre di ricerca lo trovarono allegro e mezzo ubriaco, in una radura della foresta, a poca distanza dal luogo dove si aggirava una famiglia di elefanti. La stessa opera di Hemingway, i cui eroi non hanno il diritto di morire prima di avere assaporato per qualche tempo l’amarezza della vittoria, aveva screditato in partenza quel genere di morte, più consona al cinema che alla vita. Invece adesso, lo scrittore di sessantadue anni, che la scorsa primavera fu ricoverato due volte all’ospedale per farsi curare un disturbo di vecchiaia, è stato trovato morto nella sua camera con la testa fracassata dalla pallottola di una doppietta per la caccia alla tigre. A favore dell’ipotesi del suicidio c’è un argomento tecnico: la sua esperienza nell’uso delle armi fa scartare la possibilità di un incidente.
continua…..
dal Catalogo degli Oscar Mondadori 2005, apparso originariamente il 9 luglio 1961 con il titolo Un hombre ha muerto de muerte natural
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lunedì, aprile 18, 2005
Charles M Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown: Ciao Snoopy, come stai? Cosa pensi del mondo in generale? E della vita? Che cosa pensi delle tasse, della teologia, dei tacchini, del timballo, delle tarantole e di Tennessee Williams? ……
Snoopy lo guarda impassibile
Charlie Brown: Sei saggio, Snoopy… quando non ci si è formati un’idea sicura, è meglio tacere…
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domenica, aprile 17, 2005
il brano
Lezione all’ora di pranzo
I topolini erano nati da pochi giorni ed erano pieni di vitalità. Sotto lo sguardo attento della madre si divertivano saltando e ruzzolando, squittendo e mandando gridolini. All’improvviso si bloccarono: una grande ombra nera era piombata su di loro e sul loro campo di giochi. I topini si guardavano intorno per cercare l’origine di quell’ombra. Ed eccolo lì, un grosso gatto nero pronto a saltare: aveva grandissimi occhi gialli, baffi lunghi e minacciosi, denti aguzzi, giallastri e che stillavano saliva. Se quel gatto avesse potuto parlare, avrebbe certamente detto: “Ora di pranzo!”. Veloce come un fulmine, la mamma dei topolini balzò a frapporsi tra i cuccioli e il gatto e, fissando il micione negli occhi, urlò con convinzione: “Bau! Bau! Bau! Bau! Bau! Bau! Bau! Bau!”. Il gattone rimase così sorpreso che fece dietrofront e si allontanò con la coda tra le gambe. La madre si rivolse ai topolini e disse: “Ecco, cari: che ci sia di lezione. Mai sottovalutare l’importanza di imparare una seconda lingua”.
da Le parole portano lontano di Nick Owen
trad. di Federica Bannella – Ponte alle Grazie ed.
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sabato, aprile 16, 2005
il post di Flaiano
I posteri giudicheranno certo assai meglio le nostre questioni ma se noi non sbagliassimo sarebbe la fine. Sia ben chiaro che per saggezza intendo la capacità di agire in armonia coi miei errori preferiti.
Ennio Flaiano da La saggezza di Pickwick
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venerdì, aprile 15, 2005
taccuino newyorkese
pranzo a wall street e strane figurine
Scalinata del Federal Hall National Memorial. E’ l’ora di pranzo di una splendida giornata di sole. Tutti hanno un sacchetto da cui tirano fuori di tutto: piatti di pasta fredda, hot dog, patate fritte, sandwich, sushi, insalate di ogni genere e frutta, tanta frutta. Si mangia seduti sulla scalinata avendo come panorama la frenesia del financial district. Anch’io tiro fuori dal sacchetto un sandwich con prosciutto, formaggio e pomodoro. Per chiudere in dolcezza tre cookies con pezzetti di cioccolato bianco. Visto che mi trovo al financial district faccio il mio investimento un pò azzardato. Acquisto 3 figurine sportive su una bancarella di un mercatino in mezzo ai grattacieli tra Trinity Church ed il World Trade Center. Non so nulla di sport americano così pesco a caso: Kendall Gill dei New Jersey Nets (basket), David Cone dei New York Yankees (baseball) e Kent Graham dei New York Giants (football). Qui le figurine sono la dimostrazione di una vera e propria fissazione degli sportivi americani: le statistiche. Su una facciata la foto dell’atleta e sul’altra una quantità esagerata di informazioni sulla sua carriera sportiva. Con queste tre figurine in tasca mi dirigo verso le Torri Gemelle.
(21 giugno 2000)
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giovedì, aprile 14, 2005
la poesia
Allen Ginsberg
Un supermarket in California da Jukebox all’idrogeno
Come ti penso stasera, Walt Whitman, perchè camminavo per piccole strade sotto gli alberi col mal di testa guardando consapevole la luna piena.
Nella mia fatica affamata, e per comprare immagini, entrai nel supermarket di frutta al neon, sognando le tue enumerazioni!
Che pesche e che penombre! Intere famiglie a far provviste la sera! Corridoi pieni di mariti! Mogli negli avocados, bambini nei pomodori! – e tu, Garcia Lorca, che cosa stavi facendo giù fra i meloni?
Ti ho visto, Walt Whitman, senza figli, vecchio mangione solitario, a frugare fra le carni nel frigorifero e occhieggiare i garzoni del droghiere.
Ti ho udito fare domande a ciascuno: Chi ha ucciso le cotolette di poco? Quanto costano le banane? Sei tu il mio Angelo?
Ho girato fra le pile di scatolame luccicanti seguendoti, e seguito nell’immaginazione dal poliziotto del mercato.
Abbiamo camminato insieme lungo i passaggi aperti nella nostra fantasia solitaria assaggiando carciofi, possedendo ogni leccornia congelata, e senza mai passare davanti al cassiere.
Dove andiamo, Walt Whitman? Le porte chiudono tra un’ora. Dove punta stasera la tua barba?
(Sfioro il tuo libro e sogno la nostra odissea al supermarket e mi sento assurdo).
Passeggeremo tutta notte per strade solitarie? Gli alberi aggiungono ombra all’ombra, luci spente nelle case, ci sentiremo soli.
Cammineremo sognando la perduta America dell’amore lungo automobili azzurre nei viali, verso casa nel nostro cottage silenzioso?
Ah, caro padre, grigio di barba, vecchio solitario maestro di coraggio, che America avresti quando Caronte smise di spingere il suo ferry e tu scendesti su una riva fumosa a guardare la barca scomparire sulle acque nere del Lete?
Berkeley 1955
traduzione Fernanda Pivano
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mercoledì, aprile 13, 2005
221B Baker Street
alcuni “attrezzi del mestiere” di Sherlock Holmes
(foto akio, dicembre 2004)
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martedì, aprile 12, 2005
Il brano
Giovanni Verga da Eva
Si chiamava Eva, o almeno si faceva chiamare così, e quel nome era forse un epigramma. Tutti conoscevano la sua vita un po’ più in là del palcoscenico della Pergola, e, forse meglio di tutti, le dame del gran mondo che parlavano di lei celandosi dietro il ventaglio. Nessuno ne sapeva più di un altro. Era l’apparizione di un astro in mezzo alla splendida società fiorentina, una febbre di giovanotto fatta donna. L’avevo incontrata due volte, e non mi era sembrata la stessa donna, forse per le diverse disposizioni d’animo in cui mi ero trovato; e forse anche per ciò che era rimasta in me più viva e profonda l’impressione di lei. La prima volta la vidi pel Lungarno, in un elegante legnetto, e guidava una bella pariglia di cavalli inglesi; aveva il sorriso negli occhi più che nelle labbra, ed era una cert’aria graziosa ed ardita in tutta la sua persona che vedendola faceva sorridere di piacere. Io ero triste, senza saperne il perché, forse per non avere meglio da fare, e macchinalmente la seguii cogli occhi e col pensiero – e il pensiero corse lontano verso tutte le ridenti follie del cuore. Un’altra volta la incontrai alle Cascine, in uno di quei viali che nessuno frequenta. Quel mattino il mio cuore faceva festa – domeniche gioconde dei venticinque anni che non tornano più! – Il sole splendeva, ed il sorriso brillava negli occhi di Vittorina – larva di un di quei giorni in cui si prodiga tanta parte di cuore come se non dovessero tramontare giammai – fantasma di un’ora felice che si dimentica prima ancora che sia trascorsa, – nello stesso modo che ella avrà dimenticato persino il mio nome, o lo rammenterà come io adesso mi rammento del suo, a proposito di qualche cosa che allora ci passò sotto gli occhi senza che ce ne avvedessimo. Il viale era deserto, gli uccelli cinguettavano fra gli alberi, e i rami sussurravano lieve lieve, intrecciando mollemente le loro ombre in bizzarri disegni sulla ghiaia del viale. Noi non si parlava certamente dell’ultimo fascicolo dell’Antologia. Vittorina era allegra, cantava, rideva e il riso la faceva bella. Io guardavo ed ascoltavo. Quando il nostro fiacre passò accanto ad un bellissimo legno, che stava fermo in mezzo al viale, vidi, attraverso il cristallo scintillante, una testolina bionda, come una rosea visione, incorniciata dall’imbottitura di seta della carrozza. Ella ci volse uno sguardo, un solo sguardo limpido come l’azzurro dei suoi occhi, ma disattento, anzi noncurante, uno di quegli sguardi che vi affissano in volto senza vedervi, e tornò a chinare gli occhi sul libro.
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lunedì, aprile 11, 2005
Charles M Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy: Ho qui una cosa per te, Charlie Brown. Una cosa che ti dovrebbe essere molto utile: una lista dei tuoi difetti! A un certo punto non riuscivo più a fermarmi.
il giorno dopo
Lucy: Ecco qui Charlie Brown… Ho un’altra lista da darti…
Charlie Brown: Un’altra lista? Ma se me ne hai data una ieri!
Lucy: Infatti non c’è gran che di nuovo… E’ solo un’appendice di aggiornamento!
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domenica, aprile 10, 2005
voce di popolo
un edicolante risponde ad un cliente che gli chiede come va il lavoro
‘o vedi! Sò diventato un papa store (store detto alla romana)
ascoltato qualche giorno dopo la morte del papa
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sabato, aprile 09, 2005
il brano
Thomas Mann da Cane e padrone
Amo molto i ruscelli, come del resto tutte le acque, dal mare al più piccolo stagno paludoso, e quando il mio orecchio ne percepisce da lontano il mormorio e il chiacchierio furtivo, seguo la voce fluida anche a lungo, se necessario, per trovare dove scorre per vedere a tu per tu il nascosto e ciarliero figlio delle altitudini e per conoscerlo. Belli sono i torrenti che scendono giù tra gli abeti e per ripide balze rupestri, tonando fragorosi, formando vasche verdi e gelide e precipitandosi verticali, dissolti nel bianco, alla balza seguente. Guardo con piacere e simpatia anche i ruscelli di pianura, siano bassi da non coprire quasi i ciottoli levigati, argentei e sdrucciolosi del loro letto, o profondi come fiumi che, protetti da ambo le parti da salici molto sporgenti, fluttuino pieni e impetuosi, scorrendo più rapidi nel centro. Chi non segue nelle passeggiate il corso delle acque, se gli è data la libertà di scelta? La forza d’attrazione che l’acqua esercita sugli uomini è di indole naturale e simpatetica. L’uomo è figlio dell’acqua, il nostro corpo ne è composto per nove decimi, e in un determinato stadio dello sviluppo prima della nascita possediamo le branchie. Per quanto mi concerne, ammetto che la contemplazione dell’acqua, in qualsiasi forma e aspetto, significa per me di gran lunga la più immediata e la più efficace specie di piacere naturale, anzi, la vera concentrazione, il vero oblio di se stesso, il giusto riscatto nell’universale della propria esistenza limitata, mi è concesso solo contemplando l’acqua. Quella del mare, che sia calmo o che si franga rumoroso, può trasportarmi, per esempio, in un stato di tale profondo delirio organico, di tale assenza da me stesso, che perdo ogni sensazione del tempo e la noia diventa un concetto futile, poichè le ore trascorrono, in una simile unione e compagnia, come minuti. Ma pure chinato sulla spalletta d’una passerella che attraversi un rivo potrei restare quanto si vuole, perduto nello spettacolo di quello scorrere che è vorticoso, senza che l’altro fluire in me e intorno a me, il passare frettoloso del tempo, riesca a incutermi timore o impazienza. Tale simpatia per la natura liquida, mi rende caro e importante il fatto che la stretta regione in cui abito sia delimitata da tutte e due le parti dall’acqua. Il ruscello locale è, tra i suoi simili, schietto e sincero, non ha nulla di particolare, e ha un carattere piacevolmente mediocre. Di un’ingenuità trasparente come il vetro, senza inganni e segreti, è lontanissimo dal simulare torbide profondità, è basso e limpido e mostra candidamente che sul suo fondo, nella melma verde, ci sono pentole vecchie e la carcassa d’una scarpa. Del resto è abbastanza profondo per servir da dimora a graziosi pesciolini d’un grigio argentato, agilissimi, che al nostro avvicinarsi guizzano via tracciando ampi zig-zag. In molti punti s’allarga a laghetto, sulle sponde ci sono alcuni bei salici, uno dei quali attira, nel passarvi davanti, la mia particolare ammirazione. Cresce sul pensio, un pò distante quindi dall’acqua. Ma uno dei rami si protende bramoso giù verso il ruscello e ha davvero ottenuto che l’acqua che scorre ne lambisca sulla punta, il fogliame argenteo. E se ne sta così, a godersi quel contatto.
trad. Brunamaria Dal Lago Veneri, Newton Compton ed.
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venerdì, aprile 08, 2005
il brano
Italo Calvino da Il romanzo come spettacolo in Una pietra sopra
Dickens aveva una forte passione istrionica. Provò a fare l’attore ma senza successo. Grande successo ebbe invece quando, al culmine della sua fama, leggeva episodi dei suoi romanzi in teatri di Londra e della provincia. La narrativa tornava alle sue origini di comunicazione orale; il pubblico pagava il biglietto per i recital del romanziere come per uno spettacolo. Ma questo carattere di spettacolo s’estendeva anche all pagina stampata. Per Dickens essere autore d’un romanzo non voleva dire solo scriverlo, ma anche essere regista della sua interpretazione visuale, dirigendo l’illustratore, e del ritmo delle emozioni del pubblico, mediante le interruzioni delle puntate, per cui il farsi del romanzo, come d’uno spettacolo, avveniva quasi sotto gli occhi del lettore, in dialogo con le sue reazioni: curiosità, paura, pianto, riso.
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giovedì, aprile 07, 2005
la perla sul web
Saul Bellow raccontò l’anima dell’uomo moderno
di Fernanda Pivano
da corriere.it
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incipit
Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog. C’era della gente che pensava che fosse toccato, e per qualche tempo persino lui l’aveva dubitato. Ma adesso, benché continuasse a comportarsi in maniera un po’ stramba, si sentiva pieno di fiducia, allegro, lucido e forte. Gli pareva d’essere stregato, e scriveva lettere alla gente più impensata. Era talmente infatuato da quella corrispondenza, che dalla fine di giugno, dovunque andasse, si trascinava dietro una valigia piena di carte. Se l’era portata, quella valigia, da New York a Martha’s Vineyard. Ma da Martha’s Vineyard era riscappato indietro subito; due giorni dopo aveva preso l’aereo per Chicago, e da Chicago era filato in un paesino del Massachusetts occidentale. Lì, nascosto in mezzo alla campagna, scriveva a più non posso, freneticamente, ai giornali, agli uomini pubblici, ad amici e parenti e finì per scrivere pure ai morti, prima ai suoi morti e poi anche ai morti famosi.
Saul Bellow da Herzog
Mondadori , trad. Letizia Ciotti Miller
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mercoledì, aprile 06, 2005
il club di Groucho
ovvero non m’interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri
Ad Arthur e Katie Murray
23 maggio 1951
Cari Katie e Arthur,
sono considerevolmente rattristato dall’annuncio che il 3 giugno vostra figlia Jane sposerà un oscuro ciarlatano di nome Heimlich. Da molto tempo avevo meso gli occhi su Jane, e mi ero cullato nella speranza che un giorno voi sareste diventati i miei suoceri. Bene, lei ha fatto la sua scelta; una scelta che, ritengo, finirà per rimpiangere. Con me, ogni giorno le avrebbe recato ventiquattr’ore di allegria e risate; con Heimlich avrà una vita di virus, vaccini, bisturi e guanti di gomma. Solo il tempo deciderà se la scelta fu giusta. Per quanto amareggiato, contrariato e deluso, invio a entrambi i miei pù sentiti rallegramenti.
Baci,
Groucho
ps. Un consiglio per Jane: fà in modo che tutte le sue infermiere siano brutte.
da Le lettere di Groucho Marx
trad. Davide Tortorella, Adelphi ed.
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martedì, aprile 05, 2005
la mia parigi in bianco e nero
scalinata a montmatre
(foto akio, maggio 2002)
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lunedì, aprile 04, 2005
Charles M Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy: Pensi che mi amerai quando sarò vecchia e grigia?
Schroeder: non lo so. Se non ti amo adesso, come farò ad amarti quando sarai vecchia e grigia?
Lucy: vedremo!!!
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sabato, aprile 02, 2005
il documento
Eugenio Scalfari da La Repubblica del 17 ottobre 1978
Una novità storica e positiva per il mondo
Piazza San Pietro è ammutolita all’annuncio di un papa straniero. Polacco per di più, e non di quelli che soffrirono e reagirono alle vessazioni contro la “chiesa del silenzio”. A così breve distanza da un avvenimento che non è retorica questa volta definire storico, il commento non può che concentrarsi su alcuni aspetti che s’impongono all’attenzione di tutti. E che sono i seguenti.
1) Da quattro secoli e mezzo il “vicario di Cristo” era sempre stato scelto tra i membri italiani del Sacro Collegio. S’interrompe una tradizione che ha dunque alle spalle quasi mezzo millennio e che certamente non è stata neutrale sia nella condotta della cattolicità sia sulla vita politica e sociale de nostro paese.
2) Nel precedente Conclave – di appena due mesi fa – fu parere nanime e preventivo dei Grandi Elettori di puntare su un cardinale italiano. Gli uomini di chiesa fanno dipendere, com’è legittimo, le loro decisioni in materie così rilevanti dallo Spirito Santo. Ebbene, bisognerà concludere che in cinquanta giorni lo Spirito Santo ha mutato parere in modo radicale, capovolgendo quello che sembrava essere un punto fermo della vita e della continuità della Santa Sede.
3) Viviamo in un mondo – e in un paese – dove i personaggi sono sempre gli stessi, le capacità di rinnovamento limitatissime, la libertà d’inventiva e di fantasia ridotta al minimo dal peso delle istituzioni e dei condizionamenti che esse esercitano. Con l’elezione del cardinale Wojtyla al soglio pontificale la Chiesa dimostra d’essere la più giovane tra le istituzioni esistenti, nonostante i duemila anni che le pesano sulle spalle.
4) Un papa straniero e per di più polacco; un vescovo che ha amministrato una diocesi, quella di Cracovia, in un paese comunista, un sacerdote che conosce le difficoltà e la virtù della mediazione con una realtà politica così diversa e per certi aspetti così antinomica rispetto alla Chiesa, com’è quella del comunismo “reale”: in quale altro modo la Chiesa poteva esprimere più chiaramente di così la propria ecumenicità e decidere di portare tanto avanti il processo di sprovincializzazione cominciato col pontificato di papa Giovanni?
5) I contrasti all’interno del Conclave debbono esser stati fortissimi. Si contrapponevano almeno quattro gruppi che rappresentavano quattro tendenze di fondo: il gruppo conservatore e anticonciliare, che aveva trovato in Giuseppe Siri il suo scoperto campione; il gruppo centrista raccolto attorno a Benelli, quello stesso che nel Conclave precedente aveva imposto Luciani, sperando di evadere scelte più impegnative con l’elezione di un “pastore” di provincia, governabile da “chi ne sapeva più di lui”; il gruppo dei “conciliari” più progressisti che puntava su un cardinale “terzomondista”, rappresentante e testimone della chiesa povera e sofferente; il gruppo della Curia, esperto nella condotta degli affari ecclesiastici, quanto lontano dall’ispirazione evangelica. Due settimane di riunioni e sondaggi ininterrotti non sono evidentemente bastate a superare i contrasti e a far emergere un candidato sul quale potesse realizzarsi un ampio consenso. Nel momento in cui scriviamo, poco si sa dell’andamento del Conclave, ma basta il fatto che ci siano volute otto votazioni per scegliere il nuovo papa per comprendere che la battaglia tra i centondici Grandi Elettori dev’essere stata assai aspra. La biografia, la nazionalità, la personalità del nuovo papa lasciano supporre, in attesa di ulteriori informazioni, che il suo nome non sia stato un punto di compromesso, ma una vittoria di stretta misura d’un gruppo sull’altro. In questo scontro, una cosa è comunque fin d’ora certa: non è l’ala tradizionale e conservatrice del Sacro Collegio ad aver prevalso.
6) Il cardinale Karol Wojtyla fa parte del segretariato permanente de Sinodo. Segno evidente che il Conclave ha inteso sottolineare la necessità di associare l’episcopato mondiale al governo della Chiesa. In più: egli rappresenta i cattolici d’un paese – s’è già detto – le cui possibilità di progresso e d’evoluzione riposano in gran parte sulla politica di distensione e di pacifica convivenza. Nella segreteria di Stato, questa politica fa capo a monsignor Casaroli, uno degli uomini più eminenti ma anche meno ascoltati in Vaticano negli ultimi anni. E’ probabile quindi che l’elezione di Wojtyla coinciderà con un rafforzamento di Casaroli e della sua politica.
7) Infine un aspetto che più da vicino ci riguarda: la politica italiana. Con un papa come Giovanni Paolo II è impensabile che i problemi italiani trovino ancora in Vaticano un qualsiasi ancoraggio. La Dc deve affrettarsi più che mai a diventare un partito “laico”, poichè ogni punto di riferimento di là dal tevere è ormai caduto. Non può che essere motivo di soddisfazione constatare che un elemento di turbativa nella dinamica politica italiana è venuta meno. Ma – non sembri un paradosso – l’allontanamento della Santa Sede dalle nostre “beghe di casa” apre anche un vuoto. Il Vaticano, nel bene e nel male, è stato per trent’anni un punto di riferimento del maggior partito italiano. Oggi quel punto di riferimento non c’è più. Ciò accresce la responsabilità del partito cattolico e lo obbliga, finalmente, a dimostrarsi adlto e a rispondere in persona prima. Per tutte queste ragioni, e al di là della personalità del nuovo pontefice che ancora non conosciamo, l’evento accaduto ieri sera e annunciato al mondo dalla loggia di piazza San Pietro è storico e positivo.
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venerdì, aprile 01, 2005
la pinacoteca impossibile
Quale sarà lo scopo della pittura futura? Sarà esattamente uguale a quello della poesia, della musica e della filosofia: creare sensazioni sconosciute in passato: spogliare l’arte del comune dell’accettato, da qualsiasi soggetto a favore di una sintesi estetica: sopprimere completamente l’uomo quale guida o come mezzo per esprimere dei simboli, delle sensazioni, dei pensieri, liberare la pittura una volta per tutte dall’antropomorfismo che soffoca la scultura: vedere ogni cosa, anche l’uomo, nella sua dualità di “cosa”. Questo è il metodo di Nietzsche. Applicato alla pittura, potrebbe dare dei risultati straordinari. Ciò è quanto io cerco di dimostrare nei miei dipinti.
Giorgio De Chirico da Meditazioni di un pittore, 1912
autore: Giorgio De Chirico
titolo: Il grande metafisico
anno: 1917
tecnica: Olio su tela
dimensione: 104,5 x 69,8
proprietà: New York, The Museum of Modern Art
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martedì, maggio 31, 2005
il brano
Mark Twain dal racconto La banconota da un milione di sterline
Ricorderai che una volta la Banca d’Inghilterra emise due banconote da un milione di sterline ciascuna, che dovevano essere usate per una transazione internazionale. Per non so qual ragione, soltanto una di quelle banconote era stata usata, l’altra restava ancora nei forzieri della banca. Be’ i due fratelli, chiaccherando vennero a domandarsi cosa sarebbe capitato a uno straniero onesto e intelligente che si fosse trovato a Londra senza un amico, senza altro denaro che quel biglietto da un milione di sterline, e nessun mezzo per dimostrare in che modo ne fosse venuto in possesso. Il fratello A diceva che sarebbe morto di fame, il fratello B diceva di no. Il fratello A diceva che lo straniero non avrebbe potuto incassare il biglietto in nessuna banca nè in nessun altro luogo, poichè sarebbe stato arrestato sul posto. Così avevano continuato a discutere fino a che il fratello B aveva detto di essere pronto a scommettere ventimila sterline che l’uomo sarebbe vissuto per trenta giorni, comunque, con quel milione, senza finire in prigione. Il fratello A lo prese in parola. Il fratello B, andato alla Banca d’Inghilterra, comprò il biglietto. Proprio da inglese, vedete fino al midollo. Poi dettò una lettera, che uno dei suoi impiegati vergò in una calligrafia pulita e rotonda, quindi i due fratelli si misero alla finestra per un’intera giornata per cercare l’uomo adatto a cui darla.
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lunedì, maggio 30, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Schroeder: Non ti sposerei a meno che tu fossi l’ultima ragazza sulla terra!
Lucy: Hai detto “a meno che” o “neanche se”?
Schroeder: Lo ammetto ho detto “a meno che”…
Lucy: SPERANZA!
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domenica, maggio 29, 2005
metropolis: roma
In una via del centro. Quattro immigrati si ritrovano presso il chiosco di fiori gestito da uno di loro. In attesa dei clienti guardano la cassetta di un film del loro paese. Ridono, con moderazione.
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sabato, maggio 28, 2005
il brano
Paco Ignacio Taibo II da Te li do io i Tropici, Marco Tropea editore
Scriviamo
Scriviamo con la sensazione scostante che nulla di quanto stiamo imprimendo sulla carta avrà mai il potere di cambiare la storia, nemmeno quella di un destino individuale, eppure, allo stesso tempo, con la netta impressione che nell’intricata giungla cittadina di antenne televisive qualcuno ci stia ascoltando e tutto quanto un giorno potrà cambiare. Scriviamo tronfi della passione logorata, ma non per questo meno ardente, di chi sa di dominare il linguaggio in un paese dominato dalle mode e dall’analfabetismo dell’efficienza; alle fiere del libro ci divertiamo a spargere la voce che sessanta nostri autografi, libro compreso, si possono barattare con uno di Maradona e due di Ronaldo. Scriviamo spinti dalla vocazione per la volontà, la leggenda, l’utopia, l’umorismo nero, la satira, il melodramma involontario, il realismo accidentale. Scriviamo perchè ci sembrerebbe di morire se non potessimo raccontare storie di fate e folletti, gli incubi dell’ultimo dittatore o la descrizione del campo da pallacanestro dopo la partita, e moriremmo davvero se smettessimo di farlo. Scriviamo con tutta l’anima, con la disperazione di un disgraziato che rischia la vita sull’ultimo tram se non troviamo il tono giusto, se non riusciamo a costruire bene un personaggio secondario o a trovare la parola perfetta per descrivere lo smog della notte quando non ci è possibile vederlo. Scriviamo perchè crediamo nel potere della parola, nella sua suadente capacità trasformatrice; sappiamo che la letteratura è la più efficace arma di distruzione di neuroni avariati, simile a una grande navicella aliena in orbita ei nostri cervelli; sappiamo che nessuno può rimanere la stessa persona dpo aver letto il Diario di Anna Frank e che un uomo di quarant’anni non può essere razzista se da adolescente è stato un fanatico di Sandokan e di Salgari; sappiamo che laddove Lenin falliva, Robin Hood era sempre invincibile; sappiamo che si rimorchia molto più facilmente con le poesie di Neruda e che il conte di Montecristo è la personificazione del sacrosanto diritto alla vendetta, che da queste parti è diventata lo strumento politico più diffuso. Scriviamo qui, nel luogo che ci ha scelto e che abbiamo fatto nostro, in questa America Latina ultima riserva di passioni in un pianeta decaffeinato e light. Nemmeno allo stadio terminale di un’infermità mentale scambieremmo la nostra condizione di narratori latinoamericani con il lauto conto in banca di qualche scrittore americano di best seller o di uno stilista modaiolo europeo. Non abbiamo bisogno di dosi extra di esotismo per essere amati dai nostri lettori, condividiamo già con loro l’amore per soggetti reali o inventati come il Rio de la Plata al tramonto, la pioggia di Managua, il colore rosso vivo, il pennacchio di Montezuma, le corse dei ragazzini per le strade, i personaggi che si tagliano le vene per amore, le bancarelle di pasti caldi lungo i marciapiedi davanti all’Hospital General, i cortei di protesta che invadono le strade di Caracas, la sensazione di un libro è tanto utile quanto un’amaca nella foresta amazzonica del Pero, l’idea che il sesso è una meravigliosa festa piena di insidie. Non corriamo il rischio di diventare provinciali. Non c’è ragione per cui, dal nostro sperduto angolo di mondo, dobbiamo rinunciare alla curiosità per l’astrofisica, agli ultimissimi giochini per computer, alle novità del tetro off di Broadway, alle campagne di solidarietà per le popolazioni che muoiono di fame nel Corno d’Oro africano o alle notizie dell’ultima impresa sull’Everest nelle catene dell’Himalaia. Non chiediamo niente più di quello che già possediamo: la facoltà di scrivere ed essere letti. E così raccontiamo con la stessa rabbia feroce e divertita di chi, solo dopo aver perso tante volte l’aereo, comincia a capire veramente il senso del viaggio.
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venerdì, maggio 27, 2005
dal cassetto dei ricordi
quando mamma mi vestiva da Zorro a carnevale. Sono affezionato a Zorro. Seguivo in tivù le avventure sue, di Bernardo e del sergente Garcia che ancora non erano stati colpiti dalla colorazione marroncina. Non c’era tanta scelta per il costume di carnevale: D’Artagnan, indiano, cow boy e Zorro. Eravamo la maggioranza. Le cronache familiari narrano che indossavo il costume anche quando non era carnevale per giocare in casa. Ieri è uscito il romanzo di Isabel Allende su Zorro. L’ho preso. Mi aspetto duelli con la spada, passioni, avventure, mistero, colpi di scena, la giustizia che vince sulle ingiustizie, il bene che distrugge il male. L’eroe romantico che ha riempito le ore della fanciullezza di chissà quanti altri bambini.
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giovedì, maggio 26, 2005
Il brano
Charles Simic dal racconto La vita delle immagini nella rivista Adelphiana
Se le fotografie vivono nella mia memoria è perché la città dove vagabondo è ancora ricca di prodigi visivi. E chiunque la percorra a piedi si trova naturalmente a scattare istantanee immaginarie. Per quanto ne so, forse anche la mia faccia intravista rapidamente tra la folla vive nella memoria di qualcuno. Un occhio attento fa del mondo un mistero. Uomini o donne che settant’ anni fa se ne andavano tranquillamente in giro potevano cogliere una macchina fotografica puntata su di loro, oppure passarci accanto senza accorgersene. Era come giocare a nascondino. Pensavano che essere in piena vista fosse una sorta di protezione, ma la macchina li scovava, mostrando qualcosa che loro stessi non sapevano di nascondere. Spesso avevano lo sguardo dubbioso di chi si è prestato all’esperimento di un ipnotizzatore sul palco e si sveglia all’applauso del pubblico.
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mercoledì, maggio 25, 2005
il post di Flaiano
Lei non può immaginare quanto io non sia irremovibile nelle mie idee.
Ennio Flaiano
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martedì, maggio 24, 2005
la mostra
Capolavori del Guggenheim
il grande collezionismo da Renoir a Warhol
Dalla sala 4 non volevo andare via. Dopo aver visitato tutta la mostra sono tornato indietro per passeggiare ancora tra quelle meraviglie: sei Kandinsky, tre Chagall, due Klee, un Balla e un Mirò. Una sala meravigliosa. Kandinsky e Chagall sono tra i miei preferiti e in questa mostra sono esposti alcuni quadri emozionanti. Di Kandinsky Il Gruppo in crinolina (1909) dove il colore e il tratto delle figure rendono ultramoderna la rappresentazione ottocentesca. E poi il Paesaggio con pioggia (1913) in cui è chiaro che la strada verso l’astrattismo è ormai intrapresa. E subito dopo eccolo il Kandinskij astratto. Azioni varie (1941), Qualche cerchio (1926) e Cerchio blu: tre fuochi d’artificio per l’anima. Il calesse volante di Chagall (1913) spicca il suo volo poetico in mezzo ad una macedonia gustosissima di colori. Vorresti immergerti in quel rosso unico. Velocità astratta + rumore (1913-14) di Giacomo Balla: il futurismo che deborda sulla cornice. Il personaggio (1925) di Joan Mirò: un fantasma surreale che galleggia in un cielo azzurro pallido. Un extraterrestre? No, invenzione complessa. Manet, Monet, Renoir, Picasso, Cézanne, Van Gogh mi avevano accolto all’ingresso della mostra nella sala 1. Senza nulla togliere ai ritratti e ai paesaggi degli altri, Il paesaggio con neve di Van Gogh è spettacolare ed intenso. Triste e forte. Guardi quel contadino che non curante della neve continua a seminare. Non nascerà nulla dal quel seme, ma lui è lì a seminare lo stesso. Deve farlo. Il cubismo di Georges Braque, Robert Delaunay e Fernand Léger nella sala 2. Mi colpisce l’opera del boemo Frantisek Kupka intitolata Piani di colore, grande nudo (1909-10). Il nudo di donna adagiato su una poltrona è vestito da macchie di colore che sembrano uscite da una lastra ai raggi x. Nella sala 5 troneggia Pittura (1953) di Jean Mirò, un olio su tela di grandi dimensioni (195×378 cm). Un giorno Mirò vide da un treno un volo di corvi sopra un campo e lo interpretò come una scrittura primitiva. Ci aggiunse le stelle, il sole e i personaggi: astratto, surreale e così simile ai moderni graffiti metropolitani. Nella sala 6 c’è Picasso. La Donna dai capelli gialli (1931) è un Picasso rotondo non squadrato. La diciassettenne Marie-Thérèse Walter amante di Picasso si adagia sulle proprie braccia; chiude gli occhi, si addormenta. Sinuosa, ondulata. Un volto rosato, tondo; e quell’oro nei capelli. Intorno al quadro i visitatori si zittiscono, per non svegliarla. Ci sono 83 opere in mostra e non ho intenzione di farmele piacere tutte. Per quanto interessanti le opere di Jackson Pollock non mi fanno impazzire. L’Autoritratto verde di Andy Warhol che chiude la mostra è di dimensioni esagerate (269×269). Molto più coinvolgente il suo Disastro arancione n.5. Quella sedia elettrica ripetuta quindici volte è una scossa alle nostre coscienze che lascia senza fiato e fa venire i brividi. Le origini della pop art sono rappresentate anche da due opere di Roy Lichtenstein. E’ il volto da fumetto della Ragazza con una lacrima (1977) che guardo per ultimo. Le faccio l’occhiolino e me ne vado. Devo ammetterlo; Solomon R. Guggenheim, sua nipote Peggy e la consulente Hilla Rebay hanno messo insieme una collezione niente male.
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lunedì, maggio 23, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy parla con Linus che guarda la tv seduto in poltrona
Lucy: Prima che io diventi grande, probabilmente avremo una donna presidente… Lo sai cosa significa, eh? Significa che non potrò essere la prima… Questo mi fa impazzire!!
L’urlo di Lucy fa cadere Linus dalla poltrona
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domenica, maggio 22, 2005
ipse dixit
Mia nipote una volta mi ha detto che ho una grande immaginazione. Le ho chiesto a mia volta: che cos’è una grande immaginazione? Lei ha risposto: ti ricordi di cose che non sono mai successe. E penso che questo descriva la mia vita.
Isabel Allende
dal Corrriere della Sera del 20/5/2005 trad. Maria Sepa da The Guardian
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sabato, maggio 21, 2005
taccuino newyorkese
piacere, sono new york
Esco dal Porth Authority Terminal e sono sulla 42esima strada. Dopo averla tanto immaginata ecco Manhattan. La città si agita intorno a me come in un telefilm. Arrivo a Time Square, felice come un bambino. Niente metro, faccio a piedi tutta la 42esima in direzione East River. Supero la Public Library, ma ci tornerò. E’ una delle tappe irrinunciabili. Entro nella Grand Central Station. Che meraviglia. Torno in strada. In lontananza troneggia il Crystler Building con la guglia metallica illuminata dal sole. Spettacolare. Arrivo fino al palazzo delle Nazioni Unite. Mi volto. Tutta la 42esima strada in uno sguardo. Il mio primo impatto con New York City. Ed è subito amore.
(19 giugno 2000)
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venerdì, maggio 20, 2005
dal comodino al blog
Honorè de Balzac da Il cugino Pons
“Signore”, riprese il tedesco con calma, “sono venuto qui questa sera con tutta l’intenzione di chiedere al presidente la mano di sua figlia. Volevo dare un avvenire brillante alla signorina Cécile offrendole ciò che mi avesse permesso di donarle col mio patrimonio; ma una figlia unica è una bambina che l’indulgenza dei genitori ha abituato a fare ciò che vuole e che non ha mai conosciuto nessun ostacolo. Qui come altrove, in altre famiglie, ho potuto osservare il vero e proprio culto che si ha per questa specie particolare di divinità: non solo la vostra nipotina è l’idolo della casa, ma poi la presidentessa porta i… lei sa cosa! Signore, ho visto il matrimonio di mio padre diventare per questo motivo un inferno. La mia matrigna, fonte di ogni mia sfortuna, figlia unica, adorata, la più deliziosa delle fidazate, è diventata poi un diavolo incarnato. Non dubito affatto che la signorina Cècile sia un’eccezione alla mia regola, ma non sono più un giovanotto, ho quarant’anni, e la differenza di età procura delle difficoltà che non mi permettono di rendere felice una persona abituata a veder fare alla presidentessa il bello e il cattivo tempo, e che la presidentessa ascolta e considera come un oracolo. Con che diritto potrei esigere un cambiamento di idee e di abitudini da parte della signorina Cécile? Al posto di un padre e di una madre compiacenti e attenti ai suoi minimi capricci si scontrerebbe con l’egoismo di un quarantenne; se lei resiste, sarà l’uomo, cioè io, a dover soccombere. Agisco allora da uomo onesto. Mi ritiro. D’altra parte, desidero sacrificarmi totalmente; se fosse tuttavia necessario spiegare perchè non ho fatto altro che fare una visita qui…” “Se sono queste le sue ragioni, signore”, disse il futuro pari di Francia, “benchè siano davvero singolari, sono plausibili…” “Signore, la prego, non metta in dubbio la mia sincerità”, ricominciò Brunner interrompendolo. “Se conosce una povera ragazza che provenga da una famiglia sovraccarica di figli, comunque ben educata, senza dote, come se ne trovano molte in Francia, il cui carattere mi offra delle garanzie, io sono pronto a sposarla.”
trad. Paola Ballandi – Frassinelli editore.
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giovedì, maggio 19, 2005
il brano
Piero Chiara dal racconto L’orologiaio in vetrina
I passanti si fermavano spesso a vedere lavorare l’orologiaio, che ogni tanto si aggiustava la lente alzando il sopracciglio, poi tornava a spiluzzicare con le pinzette dentro piattini pieni di rotelle e di viti, che teneva coperti con piccole campane di vetro. Veloce e preciso, carpiva dal piano del tavolino i tronchesini o il martelletto, che mollava subito per passare all’estrapade quando gli occorreva collocare una molla nel suo cilindro, oppure alla potence se doveva incastrare qualche pietra. L’orologio lo teneva stretto dentro una morsetta dalle ganasce imbottite, oppure nel cavo di una mano, come un uccellino del quale stesse per operare il cuore.
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mercoledì, maggio 18, 2005
i dialoghi tra Boh e Mah
: akio è così euforico per il suo compleanno
: saranno i fumi dell’età
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221B Baker Street
i cappelli di Holmes e Watson
(foto akio, dicembre 2004)
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martedì, maggio 17, 2005
la poesia
Emily Dickinson
Se per sfuggire la memoria
avessimo le ali
molti volerebbero
abituati a ben più lente cose.
Gli uccelli – spauriti – scruterebbero
il carro gigantesco
degli uomini che fuggono
dalla propria mente
(1880)
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lunedì, maggio 16, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Sally: ecco il mio tema sull’importanza di saper leggere… Se non sai leggere, e ricevi una lettera d’amore, non puoi sapere cosa c’è scritto… Sarebbe molto triste… D’altra parte, a lungo andare, potrebbe risparmiarti un sacco di guai…
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domenica, maggio 15, 2005
il post di Flaiano
Il mio bambino di otto anni ha scritto un romanzo, La lavagna rosa, e l’ho trovato con mia moglie, un avvocato e l’editore che discutevano del contratto. E’ un romanzetto di cento pagine dove racconta le sue esperienze nell’asilo; più che altro un libro di ricordi, trattandosi di avvenimenti di tre anni fa. Ecco come sono i giovani. Non hanno ancora cominciato a vivere e già vogliono sopravvivere. Mi sono chiuso nel mio studio a riordinare le carte e i cassetti, forse dovrei rimettermi a scrivere anch’io.
Ennio Flaiano da Il gaio futuro in Le ombre bianche Bompiani ed.
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sabato, maggio 14, 2005
ipse dixit
Conservo il ritaglio di un giornale in cui si parlava degli scrittori che hanno venduto di più nel XX secolo. C’ero anche io. Accanto a Salgari e Calvino.
Giobbe Covatta
dal Corriere della Sera – Magazine Tv del 28/4/2005
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venerdì, maggio 13, 2005
il brano
Charles Bukowsky da Birra, fagioli, crackers e sigarette (lettere) Minumum fax ed.
a E. V. Griffith
27 settembre 1971
I miei primi 50 mi sono sembrati i ottima forma, dottore. Non so se lo sa, ma a 50 anni ho lasciato il mio lavoro… quel che si direbbe un buon posto di impiegato statale… è stato un paio di anni fa, e ora vivo solo della mia fortuna, per cui gli assegni di un certo tipo per me sono sempre un enorme sostegno, sia pratico che spirituale. Pratico perchè mi consente di andare avanti, spirituale in quanto mi consente di andare avanti nel modo che voglio io. Penso che la qualità della mia scrittura sia migliorata da quando ho lasciato il lavoro; in quello che scrivo c’è più energia, più humour e più vitalità. Ma in verità non ho lasciato il lavoro per il bene della letteratura, per il bene dei miei Versi, maperchè quel Figlio di Buona Donna di lavoro mi stava ammazzando. Mi ritrovavo dal dottore una o due volte a settimana, per un motivo o per l’altro. Non riuscivo ad alzare le braccia fino alle spalle; tutto il mio corpo era un’unica massa di dolore; mi spuntavano vesciche bianche sul dorso e sul palmo di entrambe le mani; soffrivo di vertigini… amico mio, STAVO MORENDO PER LA TRISTEZZA DI DOVER LAVORARE PER 50 ANNI AL SERVIZIO DI QUALCUN ALTRO. Immagino che uno scrittore non dovrebbe mai essere molto felice, vero? Ho momenti di grande depressione, ora, in cui mi sembra di impazzire, ma ci sono anche ore intere in cui mi rilasso COME SE STESSI A MOLLO SUL BAGNASCIUGA, e questo mi riempie, amico mio, come sanno riempire la luce del sole e l’amore. Me la merito, una fettina di modesta soddisfazione; me la sono guadagnata; in questo momento, gli dei la stanno concedendo anche a me. La sofferenza assoluta senza mai alcun sollievo è inutile. Oltretutto, l’amore delle donne tende a farsi avanti proprio quando sei rilassato, quando fai il fannullone, quando te ne stai seduto a poltrire davanti a una macchina da scrivere con un caffè e una sigaretta appena rollata alle tre di pomeriggio, è allora che tende a far capolino l’amore. All’amore non piacciono gli orologi, e un povero disgraziato che si fa il culo davanti a una pressa perforante. Quello che sto dicendo è che da un pò di tempo in qua le cose stanno andando maledettamente bene, cazzo… e cioè sopravvivo, pago l’affitto, gli alimenti a mia figlia, ho una salute di ferro e una bella storia d’amore… Porto fuori i secchi della spazzatura e li riporto dentro per avere uno sconto di dieci dollari sull’affitto. Dormo fino a mezzogiorno e vado a letto alle 2 o alle 3 di notte. E ho imparato a convivere con quella macchina da scrivere. Voglio dire, aspetto che sia pronta lei, o almeno penso di aspettare finchè sia pronta. Continuo a scrivere roba pessima, ma è sempre parte del flusso creativo, parte del mio lavoro, conta, aiuta, in qualche modo. Non mi fraintendere, il mondo non è cambiato, e so che potrei essere in mezzo a una strada da qui a pochi giorni. Sono perfino salito sulla collina a trovare i barboni, e gli ho portato birra, fagioli, crackers e sigarette. Vivono fra gli alberi, lassù, sopra l’autostrada. C’è un bel verde, è tranquillo, è un posto tollerabile come pochi altri. Però non ci sono cassette della posta lassù, e non è un posto molto comodo per scrivere o battere a macchina. Ma la fortuna non mi sta voltando le spalle. I libri della Black Sparrow, Days (The Day Run Away Like Wild Horses Over the Hills) e Post Office, continuano ad andare in ristampa, e sta per uscire una nuova raccolta di poesie, e poi Ferlinghetti dice che fra poco mi pubblicherà un libro di racconti. Sono stato fortunato a non essere diventato ricco e famoso per merito di un unico bestseller e di una grande casa editrice. Gli dei hanno voluto che io andassi avanti così, tirando a campare. Fa bene alle molle che hai dentro, al vecchio materasso delle budella. Non sarebbe potuto andare meglio se l’avessi scelto e programmato io stesso.
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giovedì, maggio 12, 2005
il post di Groucho
ovvero, non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri
La tv presenta per me una serie di problemi assolutamente nuovi. Nei trentacinque anni che ho trascorso nel mondo dello spettacolo ho imparato la complessità del palcoscenico, poi del cinema, poi della radio. Ora tocca alla televisione: non riesco nemmeno a imparare come si accende! Inizialmente credevo che portare il nostro spettacolo in Tv sarebbe stato semplice: soltanto io e qualche concorrente a chiaccherare, tutto qui. Non avevo idea che avrei avuto quattro telecamere a fissarmi, un truccatore che mi guarda storto da dietro le quinte ogni volta che alzo le sopracciglia, gli addetti alle luci che mi fulminano se proietto un’ombra nel posto sbagliato, il regista che gesticola freneticamente se finisco fuori campo, lo sponsor che strilla se dimentico la pubblicità… Immagino che mi abituerò a tutto questo. Dopotutto, la televisione sta progredendo rapidamente. Ho notato che gli apparecchi televisivi non fanno che migliorare. per esempio, i vecchi apparecchi avevano trentacinque valvole, ma ora sono scesi a diciotto. Basterebbe eliminare il tubo catodico e saremmo alla perfezione. Ho anche notato che gli schermi stanno diventando più grandi. Sia ringraziato il cielo, per quegli schermi: sono l’unica barriera che impedisce alla roba che c’è dentro di penetrare in salotto. Credo che i televisori ideali dovrebbero avere due schermi: il secondo si potrebbe usare per nascondere il televisore.
Groucho Marx da O quest’uomo è morto, o il mio orologio si è fermato
trad. Anna Martini, Einaudi ed.
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mercoledì, maggio 11, 2005
ipse dixit
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne.
Wislawa Szymborska
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martedì, maggio 10, 2005
la mia new york in bianco e nero
il molo dello staten island ferry
(foto akio, giugno 2000)
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lunedì, maggio 09, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy: ho una domanda… Pensi che sia acida?
Linus: certo probabilmente sei la persona più acida del mondo!
Lucy: le persone un giorno sono allegre e il giorno dopo tristi… non sai mai come prenderle… non vorresti che fossi così, no? E come si fa a essere sempre amabili? Non è possibile… cosa ti aspetti da me?
Linus: io non mi aspetto nulla.
Lucy: non mi sei d’aiuto!
Linus: okay, senti qua. Che ne dici di un anno con duecento giorni di amabilità, cento “molto allegri”, sessanta di acidità e cinque “molto tristi”? A me piacerebbe, credo…
Lucy: e oggi potrebbe essere uno dei “molto tristi”?
Linus: certo… perchè no?
Lucy: pow!! (scaraventando Linus a terra). E’ stupendo… me ne rimangono quattro “molto tristi” e ho ancora tutti i sessanta di acidità…
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domenica, maggio 08, 2005
il post di Campanile
Tornando al famoso taccuino
Dunque, non ho posto che per un taccuino. Quand’è pieno e debbo attaccarne un altro, bisogna che me ne disfi. Come faresti tu? Non so nè voglio sapere. Io ricorro a un sistema semplicissimo: sviluppo gli appunti nell’ordine in cui sono scritti e, arrivato all’ultima pagina, mando all’editore il manoscritto d’un romanzo. Dirai: ma è impossibile scrivere un romanzo così? In realtà sarebbe impossibile, se non avessi l’abitudine d’annotare, oltre le osservazioni che mi passano pel capo, anche gli appuntamenti, i numeri telefonici, gli indirizzi: cose che, se non sono straordinariamente utili nella vita, sono utilissime in un romanzo. Così mi accade di confondere tra uno spunto e il numero delle scarpe, che – tra parentesi – non ho mai saputo; cioè di fare un romanzo col numero delle scarpe e andare dal calzolaio a riferirgli un elegante paradosso. Gran successo in tutt’e due i casi. Specialmente nel secondo, in quanto che il calzolaio mi dà non uno, ma diverse paia di scarpe, per di più gratis. Me le dà in una forma un pò vivace, e tale che non sempre mi riesce di afferrarle al volo, ma, insomma, me le dà. Naturalmente questo prezioso taccuino non si separa un istante da me. Quando vado a letto, per il caso che mi risvegli con una buona idea, lo metto nella tasca del pigiama, dove mi avviene di dimenticarlo l’indomani.
Achille Campanile da In campagna è un’altra cosa
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sabato, maggio 07, 2005
il foglietto
anticipo d’estate
nei parchi
i senzatetto
trovano
le loro panchine
occupate
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venerdì, maggio 06, 2005
Il brano
Bob Smith da Il ragazzo che amava Shakespeare
Zoe faceva parte del gruppo «storico» di anziani che era venuto a seguire le mie lezioni su Shakespeare. Non sopportava Cimbelino. Aveva un atteggiamento di sufficienza nei confronti di tutti i drammi dell’ultimo periodo. ”Ho ottantun anni» diceva indispettita. “Alla mia età posso ben dire quel che penso!”. Quel che pensava era che a quarantasei anni William Shakespeare aveva ormai esaurito la sua genialità. “E La tempesta?” replicavo io. “O Il racconto d’inverno?”. “Caro Robert” borbottava ostentando un finto broncio, “il suo è un sentimentalismo addirittura grottesco”. Su Shakespeare si sbagliava, ma sul mio conto probabilmente aveva visto giusto.
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giovedì, maggio 05, 2005
vita da gnomi
E così il sole sorge sulla dimora dello gnomo. Gli gnomi a letto si augurano l’un l’altro slitzweitz (la parola che usano per dire “buonanotte”). Per un pò arrivano le risatine soffocate dalla nicchia dei bambini, via via si alza il russare dalle nicchie dei genitori, i topi campagnoli cercano una posizione più comoda nella cesta, il bricco dell’acqua si raffredda sulla stufa, e nel ripostiglio il grillo trilla contento. Tutto è calmo. Fuori, possono aggirarsi i furfanti; possono scatenarsi tempeste, tuoni, piogge; possono esserci animali da preda in quantità. Ma sopra la solida casa dello gnomo si alza dritto un grande albero: il vigile grillo, la talpa e il coniglio daranno immediatamente l’allarme, se necessario. Non può succedere niente.
da Gnomi di Wil Hujgen, trad. Maria Duca Buitoni, Rizzoli ed.
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mercoledì, maggio 04, 2005
il post di Eco
Come scrivere bene
Ho trovato in internet una serie di istruzioni su come scrivere bene. Le faccio mie, con qualche variazione, perchè penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura.
1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu”.
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19. Metti, le virgole, al posto giusto.
20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24. Sii coinciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinchè il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32. Cura puntigliosamente l’ortograffia.
33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34. Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonchè deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere
Umberto Eco da La bustina di Minerva (1997) Bompiani ed.
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martedì, maggio 03, 2005
tre righe
Le prime esperienze sono irripetibili. Il primo amore, la prima alba, la prima isola dei mari del Sud, sono memorie unite e toccate da una verginità del senso.
Robert Louis Stevenson
da Nei mari del sud
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lunedì, maggio 02, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Piperita Patty: Compiti? No, signora, mi sono dimenticata di fare i compiti… Mi sono ricordata di scendere dal letto stamattina… Mi sono ricordata di fare colazione e mi sono ricordata di venire a scuola… Non contano niente tre cose su quattro?
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londra: sguardi digitali
le panchine di st. james park
(foto akio, dicembre 2004)
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giovedì, giugno 30, 2005
il brano
Guy de Maupassant dal racconto In famiglia
Il tram di Neuilly aveva appena passato la porta Maillot e adesso stava filando lungo la grande avenue che sbocca sulla Senna. La piccola locomotiva, attaccata al vagone, strombazzava per evitare gli ostacoli, sputava vapore, ansimava come una personache corre trafelata, mentre i pistoni facevano un rumore precipitoso di gambe di ferro in movimento. I caldo pesante di una giornata di fine estate spiombava sulla strada da dove, sebbene non ci fosse un alito di vento, si levava una polvere bianca, gessosa, opaca, soffocante e calda, che si appiccicava sulla pelle umida, riempiva gli occhi, entrava nei polmoni. Le persone andavano sulle porte in cerca d’aria. I vetri della vettura erano abbassati, e tutte le tendine sventolavano, agitate dalla rapidacorsa. All’interno c’erano solo poche persone (perchè nei giorni caldi la gente preferiva l’imperiale o le piattaforme). Erano quelle donnone con abiti ridicoli, quelle borghesi di periferia che sopperiscono con una serietà fuori luogo alla mancanza di distinzione; quegli uomini stanchi dell’ufficio, con la faccia giallognola, il corpo sbilenco, con una spalla più alta dell’altra per i lunghi lavori a tavolino. Le facce inquiete e tristi la dicevano lunga sulle preoccupazioni domestiche, sul continuo bisogno di denaro, sulle antiche speranze morte per sempre. Tutti infatti facevano parte di quell’esercito di poveri diavoli logori che vivachiano modestamente in un’umile casa a intonaco, con un’aiuola per giardino, in mezzo a quella campagna fatta di immondezzai che delimita Parigi.
(1881)
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mercoledì, giugno 29, 2005
faccia da filosofo
cicerone
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martedì, giugno 28, 2005
voce di popolo
secondo me l’omo dovrebbe stà in penzione fino a sesantacinque anni e poi inizià a lavorà.
detto da un pensionato ad un suo amico mentre passeggiano
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lunedì, giugno 27, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown: Talvolta, mi sento così solo che piangerei…
Lucy: Avresti bisogno di amici, Charlie Brown…
Charlie Brown: che scoperta!! Certo che avrei bisogno di amici!! Se avessi degli amici non mi sentirei solo!!
Lucy: Nessuna meraviglia che tu non abbia amici… sei così scorbutico!
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domenica, giugno 26, 2005
ipse dixit
Camminavo con due amici, il sole stava tramontando, quando improvvisamente il cielo si tinse di rosso sangue. Mi fermai, esausto, e mi appoggiai ad un recinto. Sopra la città e sul fiordo color blu-nerastro c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici proseguirono e io rimasi lì, tremando d’ansia e sentii un urlo che attraversava la natura.
Edvard Munch
citazione riferita alla nascita del quadro L’urlo.
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sabato, giugno 25, 2005
il post di Campanile
Sogni di una notte d’estate
In fondo al paese, su bancarelle illuminate ad acetilene, si vendon fette di cocomero ai contadini venuti per la mietitura. Cioè, non so con precisione se siano venuti per la mietitura, per la trebbiatura, o per la semina, perchè non sono molto forte in agricoltura. Non so nemmeno se siano contadini. Forse sono malviventi in villegiatura. Certe facce da fare spavento. Costoro, mentre addentan le rosse fette, fraternizzando col cocomeraro, fanno strani discorsi. vantano primati singolari: quello, per esempio, di sputare a distanza; chi asserisce di conoscere un tale che arriva fino a quattro metri a piè fermo, chi assicura d’aver visto un altro che giungeva a cinque metri; l’eroe dei discorsi, che viene nominato tra la generale ammirazione, è un certo Brambilla, macchiettista che “lavora”, com’egli dice, nel teatrino del paese. Egli pare riesca a superare i dieci metri di distanza. Forse c’è dell’esagerazione, ma la figura di questo grande assente giganteggia al rosso riverbero dei cocomeri spaccati. Io, Amleto e Abrogio, teendo d’esser presi per signorini schizzinosi e fatti segno al lancio delle cocce di cocomero, ci fingiamo ammiratori delle strane prodezze e, per non essere da meno, siamo costretti a raccontare anche noi di avere amici capaci di sputare fino alla distanza di sette od otto metri. Attribuiamo questa abilità di preferenza agli amici dello zio, che non se l’immaginano. Il dottor Pagliuca sè conquistata una fama invidiabile. Questo ci procura la stima di quei rozzi nottambuli e ci permette di consumare senza pericolo le fette di cocomero.
A proposito delle quali, mi viene in mente il cartello che vidi affisso in un teatrino suburbano a Roma: E’ severamente proibito il lancio delle cocce di cocomero.
Achille Campanile da In campagna è un’altra cosa
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venerdì, giugno 24, 2005
quarta di copertina
Londra di Mario Maffi
Londra è l’immagine e il mito della metropoli moderna: “È una città-mondo, contiene le stratificazioni del passato e del presente, il verticale e l’orizzontale geografici e sociali, il sopra e il sotto, il nord e il sud, l’est e l’ovest, il centro e i margini…”. Come sa chi ha letto i romanzi di Dickens o il Jekyll di Stevenson, così come chi si è perso fra streets, squares, gardens, lanes, la città-mondo è anche una città-labirinto, che si dirama nello spazio e nel tempo. A guidarci nell’esplorazione del labirinto (e dell’intero mondo che racchiude) è Mario Maffi, con la passione e la finezza di scrittura che abbiamo imparato a conoscere in Sotto le torri di Manhattan. Lungo l’arco di trent’anni Maffi percorre le strade di Londra, si immerge nelle pagine dei suoi scrittori, ascolta le voci (in cockney e nei tanti accenti dell’inglese d’oggi) dei suoi abitanti, così come le storie narrate dagli edifici, dai quartieri, dai musei, dalle stazioni, dal fiume e dai canali. Questo libro aiuterà ogni viaggiatore a scoprire, sotto la mappa della Londra di oggi, le tante Londre che si sono succedute nei secoli, dalla vaga trama di sentieri che univano i villaggi dei britanni alla città romana, da quella medievale alla Londra devastata dal Grande Incendio del 1666, dalla capitale vittoriana, con le sue stazioni-cattedrali, a quella bombardata durante la seconda guerra mondiale, dalla Londra thatcheriana “aggressivamente vetrocementata” a quella odierna, opulenta e trionfalistica, delle Millenium Dome e Millenium Wheel. E siccome conoscere una città significa conoscere gli uomini e le donne che la abitano, questo libro è una miniera inesauribile di storie: le storie che racconta un vecchio marinaio in un pub e quelle cantate sul palcoscenico da un grande studioso della cultura popolare, le storie di Jack lo Squartatore e dell’Elephant Man, del dottor Jekyll e di Sherlock Holmes, la storia di Boadicea, regina degli Iceni, che si ribellò al dominio romano e giace – forse – sotto il binario 9 della stazione di King’s Cross.
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giovedì, giugno 23, 2005
la mostra
Canaletto: il trionfo della veduta
Canaletto va preso a piccole dosi. L’eccesso di perfezione può essere frastornante almeno quanto vedere una quarantina di dipinti di vedute veneziane (qualcuna romana) tutte insieme. Senza contare i disegni; mirabili. I dipinti sono tecnicamente perfetti e talmente ricchi di dettagli che hai l’impressione di trovarti davanti al gioco della settimana enigmistica “aguzza la vista”. Decine e decine di personaggi e storie da decifrare, tantissime scene di vita immobili da immaginare animate. Ogni quadro è una testimonianza straordinaria della Venezia settecentesca. I quadri sono luminosissimi, i colori bellissimi e vivi. Tagli di luce e prospettive stupefacenti. Sono esposte anche opere di alcuni suoi allievi; la differenza è abissale. Ho l’impressione che Canaletto fosse un furbastro. Una stessa veduta l’ha dipinta da varie angolazioni come se avesse piazzato un cavalletto con sopra una macchina fotografica e clic, clic, clic. E non credo che se le facesse pagare poco. Il Canal Grande, Piazza San Marco e i moli visti da tutte le angolazioni e altezze, con o senza un elemento architettonico; con o senza dettagli. Questo trionfo di vedute mi ha dato una certa assuefazione. Una collezione di opere bellissime e perfette ma è proprio questa perfezione che gli toglie l’effetto emozionale. La mostra è di altissimo livello con opere provenienti dai più importanti musei e collezioni private di tutto il mondo. Un unico neo: quell’eccesso di perfezione.
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mercoledì, giugno 22, 2005
il brano
Joe R. Lansdale da L’anno dell’uragano
Le onde arrivavano rumorosamente sulla spiaggia, e l’aria notturna era sorprendentemente pesante per quell’ora. Densa com’era, sembrava appendersi al petto nudo e sudato di ‘Lil’ Arthur John Johnson. Inspirare quell’aria ed espirarla era un po’ come risucchiare cotone e spingerlo nuovamente fuori. Diede un cazzotto alla traversina con tutta la sua forza; era la centesima volta che lo faceva, quella notte. Colpita dal suo pugno destro, la traversina si mosse nella sabbia. La percosse con un gancio destro, le rifilò un diretto destro devastante, mettendoci dentro tutta la sua corporatura da un metro e ottanta per novanta chili. La traversina si piegò all’indietro, fu scalzata dalla sabbia, ricadde sulla spiaggia. Arthur fece un passo indietro e distese davanti a sé le ampie mani nere, esaminandole alla luce della luna. Erano logore, ma sostanzialmente integre. Andò al bagnasciuga, s’accovacciò e le cacciò in acqua, lasciando che l’oceano le lavasse. Il sale non bruciava nemmeno. Aveva mani di cuoio. Le strofinò insieme, assicurandosi che l’acqua di mare le ricoprisse completamente. Raccolse l’acqua con le mani a coppa, se la passò sulla faccia, sopra la testa rasata di forma ogivale. Erano mesi che lo faceva, assieme a molti altri esercizi da pugile, indurendosi mani e faccia con il lavoro e l’acqua salmastra. Si diceva che il tipo con cui doveva combattere, quel McBride, avesse pugni come rasoi, pugni che tagliavano attraverso i guanti e laceravano la carne.
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martedì, giugno 21, 2005
la mia new york in bianco e nero
harlem: scritte su un muro (in alto a destra una foto con martin luther king)
(foto akio, giugno 2000)
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lunedì, giugno 20, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Peggy Jean: Ti ha mai baciato nessuno, Brownie Charles?
Charlie Brown: Beh, io… ehm… io…
Snoopy: E quando ero un cucciolo, e ti leccavo sulla guancia?
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domenica, giugno 19, 2005
incipit
Andrea Levy da Un’isola di stranieri
Mi tornò in mente tutto. Celia Langley. Celia Langley in piedi di fronte a me, le mani sui fianchi e la testa fra le nuvole. Che dice: “Oh, Hortense, da grande…” (tutte le sue fantasticherie cominciavano con “Da grande…”). “Da grande, Hortense, andrò via dalla Giamaica, me ne andrò a vivere in Inghilterra.” A quel punto la sua voce assumeva una pronuncia raffinata mentre alzava il naso in aria – per quanto glielo consentiva il naso largo e piatto – e ondeggiava componendo l’immagine nella sua fantasia. “Hortense, in Inghilterra avrò una grande casa, col campanello davanti alla porta, e suonerò quel campanello.” E imitava il suono del campanello, din-don, din-don. “Suonerò il campanello di quella casa, quando sarò in Inghilterra. Ecco cosa farò da grande.” Al momento non avevo risposto nulla. Mi ero limitata ad annuire dicendo: “Certo che lo farai, Celia Langley, lo farai di sicuro!” Io non osavo nemmeno sognarlo, che un giorno sarei stata io ad andare in Inghilterra. Che un giorno sarei stata io a salire su una nave grande come il mondo e a sentire il calore del sole che gradatamente mutava da infuocato a carezzevole sopra la mia testa. E invece ero lì! A suonare il campanello alla porta di una casa di Londra. A pigiare col dito e sentire din-don, din-don. Oh, Celia Langley, dov’eri con le tue idee grandiose e il naso in aria? Riuscivi a vedermi? Mi vedevi lassù a Londra? Hortense Roberts sposata: con l’anello d’oro e un abito da sposa nel baule. La signora Joseph. La signora Gilbert Joseph. Che te ne pare, Celia Langley? Ero lì in Inghilterra a suonare il campanello di una delle case più alte che avessi mai visto.
traduzione Laura Prandino
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sabato, giugno 18, 2005
il club di Groucho
(ovvero non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri)
Ricordo quella volta che siamo andati a pescare nello stretto di Long Island e l’uomo che dava a noleggio la barca e l’attrezzatura da pesca ci disse che l’esca costava undici dollari. Io risposi che sarebbe stato più economico tagliare a pezzi i bambini e usare loro come esca, ma Ruth si seccò. Disse che non era una bella cosa da dire, che l’uomo avrebbe potuto prendermi sul serio, e… insomma, io sapevo che aveva ragione lei. Ma la vera ragione per cui io ero scontento della battuta era che non aveva avuto successo: il tizio della barca mi fissò muto, aspettando i suoi undici dollari con la mano tesa.
Groucho Marx da Grouchismi ed. Oscar Mondadori
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venerdì, giugno 17, 2005
dal cassetto dei ricordi
le voci sulle tracce del tema di maturità. Allora non c’era internet ma il tam-tam metropolitano fu altrettanto efficace. Fummo presi anche noi dalla psicosi di massa che generò una febbre sempre più alta con l’avvicinarsi della data dell’esame. Si vociferava di fantomatici figli di funzionari ministeriali che avevano avuto delle anticipazioni sicure sulle tracce. Mi rivedo con tutta la classe al Cinema Capranica dove proiettavano il film (appena uscito per una incredibile fatalità) che ci avrebbe illuminato sulla traccia più gettonata: Gandhi (e la pace). Oltre tre ore di film per la regia di Sir Richard Attenborough con Ben Kingsley. I più secchioni prendevano appunti al buio. Non mi ricordo l’argomento che alla fine uscì ma mi ricordo che la pace e un pò di Gandhi ce li infilai lo stesso. Qualsiasi traccia uscirà quest’anno, sono certo che i maturandi che sceglieranno il tema di cultura generale riusciranno ad infilarci lo tsunami e un pò di papa.
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giovedì, giugno 16, 2005
Il brano
Emilio Salgari da Le novelle marinaresche di mastro Catrame
Quanti anni aveva mastro Catrame? Nessuno lo sapeva, perché tutti l’avevano conosciuto sempre vecchio. È certo però che molti giovedì dovevano pesare sul suo groppone, giacché egli aveva la barba bianca, i capelli radi, il viso rugoso, incartapecorito, cotto e ricotto dal sole, dall’aria marina e dalla salsedine. Ma non era curvo, no, quel vecchio lupo di mare! Procedeva, è vero, di traverso come i gamberi, si dondolava tutto, anche quando il vascello era fermo e il mare perfettamente tranquillo, come se avesse indosso la tarantola, tanta era in lui l’abitudine del rollio e del beccheggio; ma camminava ritto, e quando passava dinanzi al capitano o agli ufficiali teneva alto il capo come un giovinotto, e da quegli occhietti d’un grigio ferro, che pareva fossero lì lì per chiudersi per sempre, sprizzava un bagliore come di lampo. Ma che orsaccio era quel mastro Catrame! Ruvido come un guanto di ferro, brutale talvolta, quantunque in fondo non fosse cattivo: poi superstizioso come tutti i vecchi marinai, e credeva ai vascelli fantasmi, alle sirene, agli spiriti marini, ai folletti, ed era avarissimo di parole. Pareva che faticasse a far udire la sua voce, si spiegava quasi sempre a monosillabi e a cenni, non amava perciò la compagnia e preferiva vivere in fondo alla tenebrosa cala, dalla quale non usciva che a malincuore. Si sarebbe detto che la luce del sole gli faceva male e che non poteva vivere lontano dall’odore acuto del catrame, e forse per questo gli avevano imposto quel nomignolo, che poi doveva, col tempo, diventare il suo vero nome.
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mercoledì, giugno 15, 2005
la mostra
Tom Wesselmann al MACRO (Museo di Arte Contemporanea di Roma)
L’arte di Tom Wesselmann è intensa, spumeggiante, viva, attuale, inebriante, sognante e intrigante. Wesselmann è nato a Cincinnati nel 1931 ed è morto nel dicembre scorso a New York. Ha lavorato personalmente a questa mostra e alcune delle opere esposte sono state realizzate per l’occasione. La mostra è divisa in quattro sezioni: nudi, nature morte, astratti, fumi. I suoi nudi sono incredibili. A cominciare dalle proporzioni da cartellone pubblicitario che ti fanno sembrare di essere al cinema. Davanti a “Sunset Nude with Matisse apple pink tablecloth” (2003) ti vorresti sedere per vedere come va a finire: prenderà una di quelle mele e la morderà? Si sistemerà i capelli facendo attenzione a non far cadere quel fiore? All’improvviso, usciranno fuori gli occhi e poi il naso e gli altri dettagli del volto? E mentre aspetti che quella bocca parli senti il rumore del popcorn sgranocchiato dal vicino. E poi “Bedroom breast” (2004) e “Bedroom Brunette with Irisis” (1988), che sono gli interni più esterni che abbia mai visto. I colori accecanti, senza sfumature, netti. Contorni definiti che incorniciano corpi, oggetti e forme esaltandoli. Le atmosfere tropicali di “Sunset Nude with Palm Tree” (2003) e “Sunset Nude with Big Pal Tree” (2004) sono così invitanti che ti sembra di stare a Disney World dentro ad un simulatore di spiaggia. Come fai a definire “natura morta” un’opera come “Sneakers and Purple Panties” (1981). Come fai a non chiederti che storia c’è dietro quelle scarpe da ginnastica e dietro quegli slip viola lasciati cadere sopra. E non puoi fare a meno di apprezzare il tratto e l’uso del colore. Tecnica e contenuto; immaginario e realtà; vite e vita. Wesselmann ha iniziato come fumettista è passato per la Pop Art ed è approdato al Nuovo Realismo ispirandosi a Matisse. A me sembra un figurativo classico rispetto alle molte interpretazioni della realtà che l’arte contemporanea propone ultimamente.
I mezzi di comunicazione di massa e il consumismo sono invadenti e Wesselmann si è fatto invadere in “Still life#35” (1963). Ma poi ha scelto la vita reale. La seducente bocca fumante di “Smokers#15” (1974) esce dalla parete e ti riporta agli anni ’50 e ’60 facendoti sentire un viaggiatore del tempo che è nato nel XX secolo, vive nel XXI secolo e vorrebbe che la macchina del tempo fosse lì a portata di mano per farlo viaggiare; nel futuro o nel passato poco importa. Il costo del biglietto di ingresso alla mostra è molto pop, 1 euro, e anche questo la rende unica.
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martedì, giugno 14, 2005
il brano
Alessandro Baricco da Omero, Iliade
Alla fine giungemmo gli uni davanti agli altri. Ci fermammo. E allora, d’improvviso, dalle schiere dei Troiani uscì Paride, simile a un dio, una pelle di pantera sulle spalle. Era amato con arco e spada. Stringeva in una mano due lance dalla punta di bronzo, e le agitava verso di noi sfidando a duello i principi achei. Quando Menelao lo vide, gioì come un leone affamato che si imbatte nel corpo di un cervo e lo divora. Pensò che era giunto il momento di vendicarsi dell’uomo che gli aveva rubato la sposa. E saltò a terra dal carro, impugnando le armi. Paride lo vide e gli tremò il cuore. Tornò indietro, in mezzo ai suoi, per sfuggire alla morte. Come un uomo che vede un serpente e subito balza all’indietro, e trema, e fugge, pallido in volto. Così lo vedemmo scappare. Finchè Ettore non lo fermò gridandogli “Paride maledetto, seduttore, bugiardo. Non vedi che gli Achei ridono di te? Ti credevano un eroe, solo perchè si facevano impressionare dalla tua bellezza. Ma adesso sanno che non hai coraggio e non hai forza nel cuore. Proprio tu che, ospite di Menelao, in terra straniera, gli hai portato via la moglie, tornando a casa al fianco di quella donna bellissima. Ma quella era gente guerriera, Paride, e tu sei diventato la rovina di tuo padre, della tua città, di tutto il popolo. E adesso non vuoi affrontare Menelao? Peccato, scopriresti che razza di uomo è quello a cui hai rubato la sposa. E cadresti nella polvere, a scoprire come sono inutili la tua cetra, e il tuo volto bellissimo, e i tuoi capelli. Ah, siamo davvero vili, noi Troiani: se no a quest’ora tu saresti sepolto sotto un cumulo di pietre, a scontare tutto il male che hai fatto”. Allora Paride rispose: “Tu hai ragione Ettore. Ma che cuore hai, sempre inflessibile, come una scure che affonda nel legno, diritta… Mi rinfacci la mia bellezza… Però anche tu non li disdegni i doni degli dei, i talenti che ci hanno regalato: possiamo rifiutarli? Possiamo per caso sceglierli? Ascoltami: se vuoi che io mi batta in duello, fa’ sedere tutti i Troiani e tutti gli Achei, e lascia che io e Menelao, sotto gli occhi dei due eserciti, ci battiamo per Elena. Chi vincerà si prenderà la donna e tutte le sue ricchezze. E quanto a voi, Troiani e Achei, stringerete un patto di pace, e i Troiani ricominceranno a vivere nella fertile terra di Troia, e gli Achei torneranno ad Argo, alle loro ricchezze, e alle loro donne, bellissime”. Grande fu la gioia di Ettore quando ascoltò quelle parole. Avanzò, da solo, in mezzo ai due eserciti, e sollevando al cielo la lancia fece segno ai Triani di fermarsi. E loro gli ubbidirono. Noi iniziammo subito a prenderlo di mira, con frecce e pietre, e allora Agamennone gridò “Fermatevi! Achei, non colpitelo, Ettore vuole parlarci!”. E allora anche noi ci fermammo. C’era un grande silenzio. E in quel silenzio Ettore disse, parlando ai due eserciti: “Ascoltatemi! Ascoltate quello che dice Paride, colui che ha scatenato questa guerra. Lui vuole che deponiate le armi, e chiede di combattere lui solo contro Menelao, e decidere in uello chi avrà Elena e le sue ricchezze”. Gli eserciti rimasero in silenzio. Allora si sentì la voce possente di Menelao. “Ascoltate anche me, che sono l’offeso e che più di ogni altro ho un dolore da vendicare. Cessate di combattere, perchè ormai troppo avete sofferto per questa guerra che Paride ha scatenato. Combatterò io, con lui, e il destino deciderà chi di noi due deve morire. Voi trovate un modo di fare la pace, al più presto. Gli Achei vadano a prendere un agnello da offrire a Zeus. E voi, Troiani, procurate un agnello bianco e uno nero, per la Terra e il Sole. E andate a chiamare il grande re Priamo, perchè sia lui a sancire la pace: i suoi figli sono superbi e infidi, ma lui è un vecchio, e i vecchi sanno guardare il passato e il futuro, insieme, e capire cosa è meglio per tutti. Venga, lui e si suggelli la pace: e che nessuno osi infrangere i patti sanciti nel nome di Zeus.” Io sentii le sue parole e poi vidi la gioia di quei due eserciti, improvvisamente uniti dalla speranza di metter fine a quella guerra luttuosa. Vidi i guerrieri scendere dai carri, e togliersi le armi di dosso e posarle per terra, coprendo i prati di bronzo. Non avevo mai visto la pace così vicina. Allora mi voltai e cercai Nestore, il vecchio saggio Nestore. Volevo guardarlo negli occhi. E nei suoi occhi vedere morire la guerra, e l’arroganza di chi la vuole, e la follia di chi la combatte.
in corsivo una delle aggiunte fatte da Baricco al testo di Omero.
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lunedì, giugno 13, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown: a volte sto sveglio la notte a pensare a tutte le scemenze che faccio ogni giorno… Se vivrò fino a ottanta anni e farò dieci scemenze al giorno… Saranno circa duecentonovantamila scemenze…
Quando si sommano tutte le scemenze che si fanno, è meglio fare cifra tonda…
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domenica, giugno 12, 2005
metropolis: roma
Migliorare il sistema dei trasporti romani è un’impresa. Se c’è una cosa che invidio alle grandi città che ho visitato sono gli autobus e la metropolitana. Da qualche settimana sono entrati in servizio alcuni nuovi convogli della metro (linea A). Sono bellissimi; condizionati, spaziosi, puliti, comodi, silenziosi, luminosi. Se non ho fretta faccio passare anche due o tre treni in attesa di quelli nuovi. Sembra che da ottobre ne entreranno in funzione altri sei. Non so quanto durerà questo benessere metropolitano ma intanto me lo godo.
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sabato, giugno 11, 2005
la poesia
Wislawa Szymborska
Ad alcuni piace la poesia
Ad alcuni -
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.
Piace -
mi piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.
La poesia -
ma cos’e’ mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano.
Wislawa Szymborska, da 25 poesie, (Mondadori, i Miti Poesia, trad. di Pietro Marchesani)
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venerdì, giugno 10, 2005
in punta di blog
Ultimo giorno di scuola da maestra e non solo
Serpenti e piercing di Hitomi Kanehara nella recensione di suzupearl
Le braci di Sàndor Màrai nella recensione di teejay
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lisbona: sguardi digitali
pasteis de belém
(foto akio, luglio 2003)
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giovedì, giugno 09, 2005
incontro con l’autore
Alessandro Piperno autore del romanzo Con le peggiori intenzioni ed. Mondadori
Legge il Corriere della Sera seduto al tavolino del bar della Galleria Alberto Sordi. Indossa un vestito color panna che più estivo non si può, le scarpe invernali di camoscio marrone con la gomma alta, la borsa di cuoio da professore universitario e sulla sedia c’è il casco da scooter. Non dà l’impressione di sentirsi l’autore rivelazione dell’anno. Lo spazio Feltrinelli della Galleria Sordi di Roma stavolta è pieno di persone. I flash dei fotografi fanno il loro illuminante dovere. Lui si mette in posa con il libro in mano. Una troupe televisiva lo intervista. Una lettrice gli chiede di firmare il libro ma lo scrittore del momento non ha una penna in tasca. Gli presto una bic. Alessandro Piperno è il caso letterario dell’anno. Così si direbbe dall’attenzione che ha avuto il suo primo romanzo. Però non ha stravenduto come scrivono. Piperno dice che ad ogni presentazione gli attribuiscono una vendita sempre maggiore. La verità, dice, è che il libro è andato bene ma che ne sono state stampate 117.000 copie e ancora ce ne sono in libreria: “Niente a che vedere con la Mazzantini e Faletti”. Il moderatore gli chiede come sta Gaia. Piperno sorride e gli dice “lo so che tu sei convinto che Gaia esiste davvero, ma non è così. E’ un personaggio inventato a cui sono molto affezionato”. Si parla della Generazione Piperno come ha titolato il Magazine del Corriere della Sera. Piperno risponde con ironia a chi ha scritto che il suo è un romanzo furbo, un po’ di destra e un po’ di sinistra; “il romanzo di un furbo cerchiobottista che non prende posizione”. Lui crede che il romanzo non possa essere etichettato in nessun modo e se proprio gli vogliamo dare un’etichetta possiamo inserirlo tra i romanzi “intimistico-esistenziali”. Il moderatore chiede se gli è simpatico Daniel Sonnino. Piperno sorride per la prima volta e dice: “Mi è molto simpatico. Chi non ha amato il libro forse non ha amato la sua supponenza. Ma è la persona più simpatica del libro”. Mette la pipa spenta in bocca, lo fa spesso. Ha la pipa tra le mani, la accarezza e poi la porta alla bocca dove la tiene per qualche secondo. Come si è trovato ad essere diventato un fenomeno di costume? Chiede il moderatore. “Con un profondo disagio iniziale ma adesso mi sto abituando”. Rifiuta l’ etichetta del dandy. Dice che non è colpa dei giornali ma che in questa storia del dandismo (“che è un movimento letterario serio”) non ci si ritrova, e ammette: “da una parte essere considerato un fenomeno di costume mi ha infastidito dall’altra mi rendo conto che è stato determinante per il successo del romanzo”. E’ una presentazione dove si parla più delle critiche che degli apprezzamenti al libro. Piperno spesso ripete “… quelli che non hanno amato il libro; … quelli che criticano il libro…”. Si parla dei meccanismi di citazione presenti nel libro, degli stilemi americani, dei significativi riferimenti storici di cui il racconto è ricco, delle situazioni ispirate ad autori come il Philip Roth di Pastorale americana e Henry Roth; “prendere pagine gloriose della letteratura e farne una parodia mi ha divertito” dice Piperno e prosegue “questo è il libro di uno che ama i romanzi e ne ha letti tanti”. E’ il momento delle domande del pubblico. Una lettrice prima gli fa un sacco di complimenti per come è scritto il libro e poi gli dice che non gli sono piaciuti i riferimenti troppo espliciti nelle scene di sesso. Piperno dice che Con le peggiori intenzioni è anche un romanzo sul sesso e sulla perversione sessuale e che su questi argomenti non si può essere impliciti. Porta di nuovo la pipa spenta alla bocca. Dopo qualche secondo la toglie e si poggia sulla scrivania con una mano sul mento. Si parla dell’ebraicità del libro e di come è stato accolto dalla comunità ebraica romana: “Proprio ieri ho incontrato il rabbino Di Segni, mi ha detto che mi vuole incontrare, che il libro gli è piaciuto anche se ci sono delle cose su cui non è d’accordo”. Il libro è molto romano, è ambientato a Roma e un lettore chiede se i lettori del resto d’Italia potranno apprezzare le sfumature e le descrizioni così dettagliate. Risposta di Piperno: “Non bisogna essere siciliani per capire Pirandello e parigini per capire Balzac”. Piperno è orgoglioso del fatto che i diritti cinematografici sono stati acquistati il giorno dopo che il libro è uscito, prima che diventasse un caso letterario. L’ultima domanda gliela rivolge una signora che lo conosce da bambino e che gli ha cambiato i pannolini: “perché hai ambientato la storia ai Parioli se tu hai vissuto a Monteverde? Non è che lo hai fatto per essere un po’ snobbino e vendere il libro?” Hai capito la signora dei pannolini. Il pubblico sorride, anche perché la signora insiste, Piperno risponde: “Ho vissuto a Monteverde ma frequentavo gente tipo quella dei Parioli. Come scrittore mi devo occupare dell’immaginario”. Per la cronaca; la bic che gli ho prestato per firmare il libro alla lettrice me l’ha restituita.
Roma, 8 giugno 2005
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mercoledì, giugno 08, 2005
la pinacoteca impossibile
Raffaello Sanzio
autore: Raffaello Sanzio
titolo: La fornarina
anno: 1520
tecnica: Olio su tavola
dimensione: 87×63 cm.
proprietà: Roma, Galleria Nazionale di Arte Antica, Palazzo Barberini
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martedì, giugno 07, 2005
il brano
Rudyard Kipling da Kim
La veranda sul retrobottega, costruita a picco sul fianco della collina, affacciava come è tipico di Simla sui comignoli dei vicini. Ma più ancora del pasto tutto persiano cucinato da Lurgan Sahib con le sue stesse mani, fu la bottega ad affascinare Kim. Il museo di Lahore era più grande, ma lì c’erano più meraviglie: pugnali da fantasmi e ruote da preghiere tibetane; collane di turchese e di ambra grezza; braccialetti di giada verde; bastoncini d’inceso curiosamente raccolti in vasi incrostati di granati grezzi; le maschere diaboliche della sera prima e una parete tappezzata di drappeggi blu pavone; statuette dorate di Buddha e altarini portatili di lacca; samovar russi con turchesi sul coperchio; servizi di finissima porcellana in bislacche scatole ottagonali di bambù; crocefissi di avorio giallo… provenienti nientemeno che dal Giappone, almeno a sentire Lurgan Sahib; balle di tappeti polverosi, dal tanfo micidiale, cacciati dietro paraventi marci e laceri a disegni geometrici; brocche persiane per detergere le mani dopo il pasto; incensieri di rame opaco nè cinesi nè persiani, corsi tutt’intorno da fregi di diavoli fantastici; cinture di argento ossidato che si annodavano come pellame greggio; forcine di giada, avorio e plasma; armi di ogni genere e fattura, e mille altre cianfrusaglie erano imballate accatastate o semplicemente buttate in giro per la stanza, lasciando un pò di spazio solo intorno al traballante tavolo di abete, dove lavorava Lurgan Sahib. “Queste cose non contano niente” disse il padrone di casa, seguendo lo sguardo di Kim. “Le compro perchè sono carine, e le vendo anche… se mi piace l’acquirente. Ecco a cosa lavoro io: in parte è lì sul tavolo”. Alla luce del mattino era tutto uno sfolgorio di sprazzi rossi, azzurri e verdi, ravvivato qua e là dal barbaro barbaglio bianco azzurro di un diamante. Kim sgranò gli occhi.
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lunedì, giugno 06, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown: Ascolta Violet… In questo paese ogni giorno nascono duecentocinquantamila fra cani e gatti.
Violet: E’ fantastico!
Snoopy: Fantastico?! Disgustoso! Dovrebbero fare qualcosa contro tutti quei gatti!
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domenica, giugno 05, 2005
ipse dixit
Non ha importanza dove si scrive e nemmeno lo stile con cui si scrive, quello che conta è essere davvero consapevoli di ciò che si sta scrivendo, sia esso un articolo oppure un romanzo. L’importante è la consapevolezza: se imbratti le tele con lo spray non devi crederti Jackson Pollock.
Roberto Cotroneo
dal Corriere della Sera del 19/5/2005
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sabato, giugno 04, 2005
in punta di blog
Ringrazio RitaM per avermi autorizzato al copia e incolla di questo suo post sull’amore per i libri e per la lettura.
A piedi nudi nel parco (nel mio)
Ciò che sto per scrivere comporta un grosso sforzo per me. E’ entrare nel mio mondo segreto, nel mio diario. Quello che da piccola tenevo celato dentro un fazzoletto viola nel cassetto della mia scrivania, quello con il lucchetto e la chiave nascosta dentro una calza dietro gli slip colorati. Infondo a tutte le mie cose. State per entrare nel mio parco. Fatelo a piedi nudi per favore. Ci sono tante parole stampate, c’è l’arte, la fantasia, l’immaginazione e i sogni, i viaggi lontani e vicini, irreali e surreali, veri e sentiti. E’ tutto ciò che mi ha aiutato ancora adesso, ad andare avanti. Ho deciso di mostrarlo a voi, svelarlo così, nudo, anche grazie all’invito di tre persone amiche, in primis Fabiana. E’ per voi, prendetevene cura.
Libri che possiedo nella mia libreria e genere
Ho una cura maniacale per i libri e tutto ciò che è carta rilegata e piena di parole. Mi ci è voluto molto per arrivare a possedere una discreta quantità di libri in casa (eccellenti, buoni o scarsi che siano), con grande gioia per il mio portafogli, ma non importa, la letteratura non ha prezzo. Ho un estremo rispetto per chi pubblica e viene pubblicato, arrivo a pensare sempre che dietro c’è molta fatica mista ad ambizione, amore e odio, una necessità irrefrenabile di comunicare e condividere ciò che la penna e il cuore dettano. E molta molta alienazione. Un donarsi per essere, con sudore, ma anche con soddisfazione. Non possiedo un genere definito di libri, variano molto. Sono divisi in base allo stato d’animo, niente ordine alfabetico per carità, non abito in una libreria (anche se il mio sogno sarebbe di possederne una). C’è l’angolo spensierato, dei fumetti, rigorosamente manga, che si leggono da destra verso sinistra e che mostrano tutto ciò che di buono e marcio c’è nel nostro mondo. Infondo sono un fumetto anche io, a tratti incomprensibile e malinconico, alla rovescia e geniale. Poi c’è l’angolo dell’amore, della fantascienza, quello dei saggi e dei viaggi. Ma quello più fornito e straripante, per chi mi conosce può immaginarlo, è l’angolo della Poesia. Non so quanti libri, libriccini o libretti abbia. Non li ho mai contati. Sono tanti e non mi vergogno a confessare che appena vedo un qualcosa in versi, di qualunque poeta o simile, lo prendo. E’ una malattia quasi, che ci volete fare. Un libro mi attira per la copertina, ma non solo, anche per come sono rilegati, che tipo di carta hanno e l’odore che emanano. Potrei uccidere per un libro, sì lo ammetto spudoratamente.
Ultimo libro comperato
Un Amore di Dino Buzzati (Il primo scrittore amato a scuola, bé, dopo Verga e Pirandello…)
Libro che sto leggendo ora
Alta Fedeltà di Hornby. La storia potrebbe sembrare comune e banale a tratti, ma signori miei, il suo modo di descriverla, di srotorarla, è semplicemente geniale. Correrei subito a Casablanca a mutare i miei connotati se poi mi dicessero:-Sei Hornby ora, puoi andare!- Uao!!!. Il suo umor inglese è sorprendente. Vi prego, non svelatemi il finale, se lo avete letto, lo devo ancora finire, mi manca poco e me lo voglio gustare! Grazie!
Tre libri che consiglio ad altri blogger e perché
Vorrei saltare questo punto, mi ci vorrebbe un anno intero di scrittura fitta fitta fatta senza sosta per fare un buon elenco degno dei “migliori”. Ci provo, lasciatemi solo arrivare a un po’ di più di tre titoli:
- Henry & June di Anais Nin (simpatica iniziazione alle fantasie sessuali di una passione che va oltre l’essere terreni)
- Sexus di Miller (poeta, scrittore, narratore, pazzo ipocondriaco, schizofrenico mangiatore di sesso e di orge, di più nin zò)
- Il gioco del mondo di Cortazar (ti cambia la vita e a tratti anche la realtà che ti circonda)
- La metamorfosi di Kafka (siamo tutti un po’ così, non credete? Mutiamo e cambiamo, come mostri)
- Tokyo Blues di Murakami (perché da questo libro ho iniziato a leggere in ogni dove, nei bagni soprattutto, di qualsiasi grandezza e fattezza. Non ha importanza dove si è, basta avere in mano un libro amico e tutto acquista un senso)
- Pasolini-Poesie in forma di rose (come non averlo? come non essere innamorati di Pier Paolo?)
- L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera (perché nella vita le scelte, le cose e le persone che si scelgono hanno un peso, una certa importanza e rilevanza, sempre.)
- Le affinità elettive di Goethe (se non lo avete letto, fatelo assolutamente, è un ordine!)
- Bar Sport di Benni (ho riso, molto, di gioia e con goduria, scrive benissimo, spassoso)
- Cristo si è fermato ad Eboli di Levi (mi cambiò l’umore per non so quanti mesi a scuola, travolgente)
- Fontamara di Silone (è uno dei pochi libri autografato che possiedo, lo tengo imbustato per paura che si rovini e sorrido pensando a quando quell’omino piccolo piccolo che venne nella mia scuola a parlare di un padre padrone con parole semplici. Lo abbracciai alla fine, gli voglio un gran bene, ancora)
- Uno, nessuno e centomila di Pirandello (mamma mia che storia eh? da far girare la testa. Se lo rileggo, forse sarebbe la quarta o quinta volta che lo faccio, ci scorgo cose nuove ogni volta!)
- Poesie Italiane di Brodskij ( le mie preferite quando voglio amare di più la mia Italia, strano però che non siano state scritte da un italiano, anzi, forse meglio…)
Mi fermo qui, potrei dilungarmi fino a non so quando, mi duole farlo, ma devo!
da le mani sul cuore dell’1/6/2005
grazie ancora rita per questo bellissimo post.
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venerdì, giugno 03, 2005
roma: sguardi digitali
assortimento di ideali, miti e simboli in vendita su una bancarella di Piazza Navona
(foto akio, marzo 2005)
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giovedì, giugno 02, 2005
il brano
John Lennon da Live – Un’autobiografia dal vivo Minimum fax ed.
Strawberry Fields esiste davvero. Dopo aver lasciato Penny Lane, mi sono trasferito dalla zia che viveva in periferia, in una bella bifamiliare con un piccolo giardino; una zona di dottori e avvocati, insomma quel genere di persone lì, non immaginarti il tipico quartiere povero e squallido che c’è in tutte le storie dei Beatles. Nel sistema delle classi io ero mezza classe più in alto rispetto a Paul, George e Ringo, che vivevano in case popolari. La casa era di nostra proprietà e avevamo un giardino. Loro non avevano un bel niente. Strawberry Fields era vicino a quella casa: era un edificio nei pressi del riformatorio maschile dove andavamo spesso da ragazzi con i miei amici Nigel e Pete – si andava a delle feste all’aperto. Andavamo là a cazzeggiare e a vendere bottiglie di limonata a un penny. Ci divertivamo sempre, a Strawberry Fields. E’ da là che ho preso il nome. Ma l’ho usato come un’immagine. “Strawberry Fields forever”.
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mercoledì, giugno 01, 2005
incontro con l’autore
Melanie A. Moore autrice del romanzo Arabian Blonde ed. Oscar Mondadori
Melanie Moore è una scrittrice (ex modella) conosciuta tra l’altro per aver partecipato a Markette il programma televisivo di Piero Chiambretti su La7. Ha scritto romanzi, libri d’arte e di poesia alcuni dei quali recensiti da Fernanda Pivano e Barbara Alberti. Non ho letto i suoi libri e con curiosità sono stato alla presentazione del suo ultimo romanzo che si è tenuta ieri alla Feltrinelli nella Galleria Sordi di Roma. Sono in pochi ad avere la mia stessa curiosità. Una ventina di persone. Per l’autrice il libro racconta in chiave ironica e amara la storia di Sky, una barbie (che certe volte si sente più coniglietta) che si innamora di uno sceicco saudita e prova piacere ad essere una donna oggetto, fino a quando non si stancherà. Il tutto ambientato nel mondo degli sceicchi miliardari, del potere e dell’opulenza che più opulenza non si può. Per Barbara Alberti Sky è “un Amleto fra le lenzuola; una Marchesa Casali politicamente corretta; una vera Marilyn femminista; una gatta che non ha le unghie; una femminista che desidera essere madre e moglie coccolata; una bambina che cerca nell’uomo il padre che non ha avuto; un mostro; un disastro, ma con tutto il fascino della donna disastrosa”. E conclude: “Povera Sky, speriamo che possa imparare a vivere”. L’autrice è compiaciuta e divertita anche se si meraviglia del fatto che la Alberti abbia preso spesso le parti dello sceicco. La Moore è tutto fuorchè una barbie e nemmeno una coniglietta. Se lo è stata, oggi non lo è più. Come la protagonista del romanzo dice di voler guardare avanti e di continuare a scrivere. Parla del suo nuovo personaggio con trasporto. Sky è “una barbie che come lavoro fa la barbie a tempo pieno; un personaggio amorale; è come un profumo che è superfluo ma necessario; una donna che nell’attesa di diventare un essere umano ama da coniglietta”. E aggiunge: “Dopo spero diventi una donna vera”. La sala è freddina ma poi la domanda scontata arriva: “ Sky è Melanie?”. Senza girarci intorno l’autrice dice che il libro è un diario e il dubbio che Barbara Alberti aveva lasciato diventa una certezza. “Che opinione vi siete fatti?” chiede la Alberti al pubblico (nessuno dei presenti ha letto il libro). Rispondo: “E’ difficile farsi una opinione di un mondo miliardario”. La battuta piace quasi a tutti. La Moore non mi sembra tanto contenta e allora preciso: “Lei ha detto che non è tutto oro quello che luccica, che nel libro ci sono risvolti amari, a volte duri, ma deve ammettere che scegliere di viverli in mezzo alla opulenza non deve essere così amaro”. Melanie Moore sminuisce la mia osservazione con un “meglio soffrire da ricchi che da poveri”. Non ho detto questo ma che parlare di “sofferenza” (per giunta d’amore) in mezzo ai miliardi mi sembra esagerato. Ma fa lo stesso.
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domenica, luglio 31, 2005
dal cassetto dei ricordi
una domenica in giardino
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sabato, luglio 30, 2005
il brano
Andrea D’Agostino da Mi mangiassero i grilli Fernandel editore
Piove fitto stamattina e, per la prima volta da quando è cominciata la vendemmia, restiamo a casa. Io e il nonno ci siamo svegliati dopo le sei, ormai i nostri orologi biologici sono puntati all’alba, ma Peppe ci ha detto di starcene a letto che è troppo bagnato. Il nonno ha ripreso a dormire, a lui basta chiudere gli occhi. Io sono sveglio: ascolto la pioggia che incurva il tetto, che scorre sul legno, sotto la vernice scrostata delle persiane, che lava le foglie dell’edera e stacca quelle gialle del castagno. Rimbombano i tuoni che ci cadono attorno. Il nonno si sveglia di nuovo alle otto e mi chiede se ho dormito. Mi dice di bere una tisana di lavanda, stasera. E’ un sonnifero. Va avanti allo specchio del bagno e si accorcia i baffi con la forbicina. Si rade. Oggi lo farò anch’io, la barba mi punge sul collo. Peppe e il nonno vanno a Codevilla a fare la spesa, poi passeranno in cantina sociale. Il nonno mi ha proposto di accompagnarli. Ho risposto che preferisco riposare, poi preparerò il pranzo. Un carabiniere può essere ovunque, questo lo penso soltanto. Peppe mi ricorda di stare alla larga dal suo appartamento. Il tergicristallo pendola a scatti, l’ho visto quando la Prinz è passata sotto la finestra della cucina. Il parabrezza fa in tempo a coprirsi di gocce. Infilo gli stivali da vigna, prendo l’ombrello meno bucato e vado nell’orto. Raccolgo qualche pomodoro e un grappolo d’uva americana, quella dolce come fragola che Peppe mi ha proibito di mangiare. Entro nel nuovo pollaio, immergo le mani nella cesta del mangime, muovo le braccia e disegno sulla superficie del grano rughe rotonde che svaniscono come le scie degli aerei. Colmo le mangiatorie quasi vuote. Le galline sono dentro, all’asciutto. Hanno fatto tre uova. Mi cambio e stendo i vestiti bagnati davanti alla stufa. Metto una pentola d’acqua sul fuoco, peso quattro etti di pasta. Lavo i pomodori e li grattugio, preparo il sugo con la polpa. Mentre apparecchio, succhio il grappolo d’uva che ho rubato a Peppe. Nascondo raspo e semi in fondo alla spazzatura, sotto un paio di guanti bucati. Peppe e il nonno tornano quando l’acqua comincia a bollire. Verso il sale grosso e butto la pasta. Ho aggiunto dei capperi al sugo, li abbiamo raccolti a Risicallà, io e il nonno. Il nonno porta dentro le borse, ha i capelli umidi. Peppe mette la Prinz in garage.
“Il sapone per i piatti l’avete preso?”
“Sì, Vinicio”.
“Fra cinque minuti è pronto”.
“Metto le ciabatte”.
Il nonno va in camera e continua a parlare.
“Cos’hai cucinato?”
“Spaghetti e capperi”.
Peppe entra in cucina. Senza rispondere al mio saluto si accosta ai fornelli. Scoperchia la padella, scorge i capperi e snocciola bestemmie che fatico a comprendere. Vent’anni lontano da Enna hanno imbastardito il suo siciliano. Sono sul punto di reagire ma il nonno si affaccia alla porta e chiede cosa stia succedendo. Peppe si rivolge a lui con rancore:
“Quando ve ne andate?”
Poi lo scansa, sale le scale e si chiude a chiave di sopra.
“Colpa dei capperi”.
Spiego al nonno.
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venerdì, luglio 29, 2005
incontro con l’autore
Andrea D’Agostino autore del romanzo Mi mangiassero i grilli (Fernandel editore)
Farà lo scrittore solo se dopo questo primo romanzo gli verrà di scriverne un altro e, soprattutto, se ci sarà qualcuno che avrà voglia di leggerlo. Andrea D’Agostino (nella foto è quello con la t-shirt arancione “Julie’s Haircut”) ha impiegato sei anni per scrivere le novantasei pagine di Mi mangiassero i grilli. Mi ha invitato alla presentazione romana del suo libro dopo aver letto l’incontro con Alessandro Piperno. Ci sono andato e quando mi sono presentato dicendogli “ciao, sono Fabrizio del blog a video spento” lui mi ha risposto “ma allora funzionano stì blog” ed io “beh, dipende chi è la persona che c’è dietro al blog”. La presentazione si tiene presso la Libreria “Il Corsaro” che è così interessante da meritare un post a parte. Si trova nel quartiere popolare del Pigneto. Forse è proprio per questo motivo che l’hanno chiamata così. Non deve essere facile gestire una libreria di periferia. Il Pigneto è un quartiere a me caro. Ci abitavano i miei nonni materni, quelli del cestino di vimini. Ad un passo dalla libreria la mattina si tiene il mercato dove da bambino venivo con nonna a fare la spesa. Nerone “il norcino”, mi dava le molliche di parmigiano e c’era un negozio di giocattoli dove ho comprato alcune delle macchinine più belle della mia infanzia. Ci sono due nonni nel romanzo di D’Agostino. E’ con loro che cresce Vinicio che però si chiama Cataldo ed è orfano di entrambi i genitori. Nonno Ciccino ha scoperto di essere burocraticamente morto e lascia la Sicilia per lavorare nella campagna dell’Oltrepò pavese. Nonna Marisa ha un brutto carattere e “quando il nonno sparì, si considerò vedova e vestì a lutto come gran parte delle vecchie ennesi”. Vinicio che però si chiama Cataldo ha disertato e se lo trovano i carabinieri lo arrestano. Così raggiunge il nonno nel pavese per vendemmiare. E Matilde? E Peppe? E Suor Camilla? E padre Franco? E Romano? E Humphrey Bogart? E il Bacio di Klimt? E la signora Lillù? E Mustazzu? No, non sono loro i grilli. E poi? Cosa c’è? C’è la Sicilia, che come si dirà durante la presentazione, è una Sicilia che il mare non lo vede nemmeno nelle belle giornate. La presentazione comincia con mezz’ora di ritardo così leggo le prime trenta pagine. Sono sufficienti per apprezzarne la scrittura asciutta e concreta. Dopo averlo letto tutto posso confermare che è un libro ben scritto. Luca, “Il Corsaro” proprietario della libreria (nello foto è quello con il vestito celeste), saluta i dieci intervenuti “una pattuglia di eletti”. E’ un venerdì di metà luglio e molti sono già in vacanza. D’Agostino ringrazia Giulia Belloni della Meridiano Zero per l’editing definitivo e la casa editrice Fernandel che gli ha offerto il contratto meno vincolante. Il romanzo non è autobiografico anche se ad Enna ha vissuto e un paio di vendemmie le ha fatte davvero; “ma a Vinicio succedono delle cose che avrei voluto mi capitassero”. C’è un’atmosfera familiare. La mamma del “Il Corsaro” arriva con lo sformato per il buffet previsto a fine presentazione. Ma non è una presentazione; è un reading. L’attore Corrado Fortuna, protagonista del My name is Tanino di Virzì, legge quasi tutto il libro. Lo accompagna con accordi alla chitarra il cantautore barese Francesco Cerasi. D’Agostino li guarda divertito e soddisfatto. Parla poco, sembra in imbarazzo anche se confessa che ha scoperto il piacere di fare le presentazioni del libro. Gli chiedo cosa legge e quali sono gli scrittori che gli piacciono. D’Agostino studia lettere e una delle cose che gli piace di questa facoltà è che gli ha fatto apprezzare i classici come Il Gattopardo, Il Rosso e il Nero, La Certosa di Parma e Faust. La presentazione volge al termine giusto il tempo di ascoltare due pezzi dell’ultimo cd di Francesco Cerasi che si fa pregare un pò ma poi li esegue con intensità. Mi perdo il buffet con lo sformato della signora Giovanna e la torta alle noci portata da D’Agostino. Domani parto e non ho ancora preparato la valigia. La presentazione mi è piaciuta per la sua semplicità, per l’ambientazione, per la eccellente lettura di Fortuna e perchè ho incontrato un autore esordiente che, al contrario di quanto dice nonno Ciccino a Vinicio, non sembra avere troppi grilli per la testa. Caro Andrea D’Agostino, il romanzo mi è piaciuto e se deciderai di fare lo scrittore io avrò voglia di leggerti.
Roma, 15 luglio 2005
Nel post di domani un brano tratto dal libro.
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giovedì, luglio 28, 2005
un pessoa ogni tanto
E’ blando il giorno, blando il vento.
E’ blando il sole e blando il cielo.
Fosse tale il mio pensiero!
Fossi io così, fossi io così!
Ma tra me e le blande glorie
di questo cielo limpido e quest’aria senza me
intervengono sogni e memorie…
Essere io così, essere io così!
Ah, il mondo è quanto noi portiamo.
Esiste tutto perchè esisto.
C’è perchè vediamo.
E questo è tutto, questo è tutto!
Fernando Pessoa
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mercoledì, luglio 27, 2005
roma: sguardi digitali
chiusura definitiva (della libreria discount “Biblioteca di Abelardo in Corso Vittorio Emanuele II)
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martedì, luglio 26, 2005
dall’edicola al blog
Un the in kimono di Benedetta Centovalli
(da Stilos, quindicinale di libri, del 19/7/05)
Tokyo, specie durante il giorno, è una città abitata da donne. Gli uomini lavorano prigionieri negli uffici, aziende, banche, e nel cuore del mattino e del pomeriggio, sono le donne che popolano negozi e strade. Così i numerosissimi piccoli locali per mangiare o per prendere il the – spesso concentrati in un solo piano di edifici di dimensioni diverse adibiti a centri commerciali – son frequentati soprattutto da donne giovani. Donne sole o donne insieme ad altre donne che si fermano a bere the e a mangiare una fetta di torta. Ha ancora il fascino del rito questa versione aggiornata della cerimonia del the. Vicino alla stazione di Shinagawa si trova una piccola sala, The Afternoon Tea, dove si possono degustare the accompagnati da dolci o gelati. Ci sono andata tutti i pomeriggi della mia breve permanenza in città. Mi piaceva fermarmi a osservare i comportamenti di queste donne seduta davanti a una tazza di the. Sposata o single che sia, la donna giapponese spesso senza impegni di lavoro, o cn impegni solo part-time, dedica il tempo libero per stare con le amiche, fare compere, coltivare qualche passione. Vestite in modo sobrio e appropriato, ombelico e seni coperti, passano un’ora o due a un tavolo con un libro in mano o più spesso a chiaccherare con un’amica. Fanno sempre movimenti aggraziati, raramente accavallano le gambe o compiono gesti bruschi, non alzano la voce, se ridono si coprono la bocca con la mano, mangiano lentamente. Una fetta di torta può durare un’eternità nel loro piatto. Sono in kimono anche quando vestono all’occidentale, perchè la loro gestualità nasce dal loro abito tradizionale, che ancora oggi indossano almeno mentalmente. Camminano a passettini e si muovono con calma, la loro eleganza è in kimono. Questo abito del pensiero continua a modellare i loro corpi, che recuperano forma e avvenena solo stretti nei tessuti, fasciati dall’obi. La donna giapponese conserva l’attitudine di un’adorabile bambolina, kawai, si piega a una cultura secolare maschile e discriminante, di rado si ribella al suo destino. Tra i giovani ci sono espressioni forti e vistose di protesta che paiono però esaurirsi nella sostituzione degli abiti da collegiale con un’allegra varietà di abbigliamenti e capigliature dalle fogge più fantasione e strampalate, che alla prima occasione torneranno ad essere vesti opportune di madre e di moglie, di impiegato, funzionario o dirigente modello. La donna giapponese vive in questo contrasto di luce e ombra, di modernità e tradizione, è il perno di un paese inconciliato e forse inconciliabile. Su di lei si regge la struttura gerarchica e patriarcale della società giapponese, intorno a lei ruotano i consumi. Una società ancora feudale, drammaticamente preumanistica, e l’antichissimo matriarcato, pur tuttavia non cancellato, segnano questa difficile identità femminile nel Giappone di oggi. Anche la complessità della lingua è lì a raccontarci una storia di separazione e di differenza non arresa. Tre sistemi di scrittura, di cui l’hiragana, quello sillabico nato intorno al nono secolo, era la lingua delle donne. Essendo il linguaggio ideografico cinese di esclusivo dominio maschile, l’hiragana diventa nell’epoca Heian il sistema di scrittura femminile semplificato per lettere e testi letterari. “La storia di Genji” di Murasaki Shikibu (2 voll., Einaudi, 1992, in attesa della prima traduzione italiana dall’originale giapponese), l’opera più grande e universale della letteratura nipponica, nasce così, in una lingua inventata dalle donne: “onna-de”, mano femminile, e il loro silenzio si anima atraverso alcuni capolavori della letteratura di tutti i tempi: Sei Shonagon e le sue “Note del guanciale”. Come se una società poco dedita alla realizzazione della felicità individuale, e femminile in particolare, remissiva e disposta alla rinuncia, d’improvviso con un colpo d’ala si girasse nel suo contrario a rovesciare un millennio di storia e ritrovasse insieme alla tensione per il bene comune la possibilit di esprimere la totalità dell’esistenza con voce di donna.
(per approfondire alcuni di questi aspetti della cultura giapponese: Antonietta Pastore, “Nel Giappone delle donne”, Einaudi, 2004).
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lunedì, luglio 25, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Sally arriva alla fermata del bus dove c’è già Linus che aspetta
Sally:Perchè mi precipito qui tutti i giorni dieci minuti prima per non perdere il bus scolastico? … E poi me ne sto qui dieci minuti sperando che non venga?
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domenica, luglio 24, 2005
l’aforisma
A furia di aspettare mi si sono esasperati i libri
Alda Merini
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sabato, luglio 23, 2005
taccuino campagnolo di un cittadino metropolitano
la panzanella di metà mattina è uno dei momenti che preferisco. Il pomodoretto appena colto dall’orto, le fette di pane da tagliare con il giusto spessore; l’olio torbido di frantoio; il profumo delle foglie di basilico. Mentre schiacci il pomodoro la mollica del pane raffermo si ammorbidisce e lo accoglie qua e là, a pezzettoni. L’olio gocciola sul pane e deborda per finire sul piatto bianco in attesa di essere intinto per la scarpetta fatta con l’ultimo pezzetto di crosta e mollica rimasto.
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domenica, luglio 17, 2005
amici lettori, mi prendo qualche giorno di vacanza. Torno a fine settimana. Ciao.
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Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown: Le stelle sono meravigliose, non è vero?
Lucy: uh, hum…
Charlie Brown: Sai cosa penso? Penso che una di quelle stelline lassù sia la mia stella… E come io sono solo qui sulla terra fra milioni di uomini, quella stellina è sola lassù fra milioni e milioni di stelle! Ha un senso tutto questo, Lucy? Credi che significhi qualcosa?
Lucy: certo… significa che stai crollando Charlie Brown!
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sabato, luglio 16, 2005
il post di campanile
In una piazzetta c’era un carrozzone di zingari, arrivati da poche ore, e, in mezzo a un cerchio di paesani e villeggianti, un magro pagliaccio, truccato in modo spaventevole, faceva giuochi di prestigio, mentre sua moglie, in abito di ballerina, suonava magistralmente il tamburo. Il giocoliere chiese: “Chi di lor signori può favorirmi un momento una sigaretta?” Suares gliela diede. “E ora”, aggiunse il tetro pagliaccio “chi vuol favirirmi un cerino? Avutolo, accese la sigaretta e la ingoiò: indi la fece uscire successivamente dagli occhi, dal naso, dalle spalle e via dicendo, sempre accesa. Compie tutti questi prodigi, poi, ai primi applausi del pubblico, distrattamente fumò la sigaretta e passò ada altro argomento, gridando: “E ora, signori, un esercizio anche più sorprendente, da me esperimentato con successo a Parigi e a Catanzaro. Chi di loro vuol favorirmi un momento un piatto di spaghetti? Nessuno si mosse e i nostri amici, con vivo dispiacere di Andrea, ripresero la loro strada. Andando, udirono ancora la voce lamentosa del pagliaccio che ripeteva: “Avanti, signori chi vuol avere la compiacenza di favorirmi per un istante solo un piatto di spaghetti? Lei? No? Lei? No? Lei? No? Erano già lontani dal paese che ancora li seguiva, sempre più fioco per la distanza, quell’appello lamentoso, senza risposta: “Chi di lor signori vuol avere la bontà di favorirmi per un istante solo un piatto di spaghetti? Lei? No? Lei? No? Lei? No?
Achille Campanile da Agosto, moglie mia non ti conosco
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venerdì, luglio 15, 2005
ipse dixit
Se uscissi di casa e facessi una passeggiata su Park Avenue, dopo un isolato qualcuno mi fermerebbe, e dopo altri due isolati mi fermerebbe un altro, o qualcuno mi urlerebbe da una macchina. E allora uno pensa: “Mio Dio, sembra che mi amino tutti!” Però non vengono a vedere i miei film. Nessuno mi dice mai qualcosa di brutto. Se a qualcuno stai antipatico, di solito ti ignora e basta. In genere le persone che attaccano a parlarti sono i tuoi fan. E ho imparato a dire grazie. Quando ero più giovane, prima di diventare famoso, uno dei miei più grandi piaceri era scrivere per strada. Mi facevo delle lunghe passeggiate in giro per la città e pensavo, buttavo giù le trame per le mie commedie e i miei film, mi venivano delle idee. Adesso non posso più farlo.
Woody Allen
da Io, Woody Allen – Minimun fax ed.
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giovedì, luglio 14, 2005
Sul sito lafeltrinelli sono stati pubblicati i sei racconti vincitori del concorso Centoparole, premio di scrittura breve “Io in Feltrinelli” (presidente di giuria Daniel Pennac). Il primo premio è andato a questo racconto di Stefano Errico di Milano.
Una volta in Duomo…
Una volta c’ho passato otto ore.
Una volta c’ho speso mezzo stipendio.
Una volta ho conosciuto una e, parlando del primo Benni, siamo finiti a letto.
Una volta ho litigato per un fuori catalogo.
Una volta mi sono addormentato sulla poltroncina di fronte alle riviste.
Una volta son caduto dalle scale.
Una volta ho incontrato un mio professore e gli ho consigliato un libro.
Una volta ho declamato una poesia di Kavafis alla mia tipa, ma non le è piaciuta, e l’ho mollata.
Una volta ero senza soldi, ma sono entrato lo stesso, solo per l’odore.
Stefano Errico
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mercoledì, luglio 13, 2005
Grazie a Francesca per avermi regalato la scelta di questo brano.
il brano
Iselin C Hermann da Per lettera
4 giugno
Jean-Luc, sai una cosa?
Queste tre parole mi riempiono il cervello e mi colmano di piacere. Si dice “sai una cosa” per cominciare un discorso. Si dice “sai una cosa” a una persona con cui si parla spesso e si e’ in confidenza. Potrei dire, per esempio:
“Sai una cosa, ho pensato che domani potremmo andare sulla spiaggia”, oppure:
“Sai una cosa, i fiori che mi hai regalato la scorsa settimana non sono ancora appassiti”.
C’e’ un misto di domanda e di asserzione in quelle parole. E al tempo stesso c’e’ qualcosa di casuale, di quotidiano e di molto intimo.
Potrei anche dire:
“Sai una cosa, sei bello”.
Vorrei dirlo mentre sono nella tua cucina e taglio il pane. Ci diamo le spalle quando lascio cadere:
“Sai una cosa, sei bello”.
Allora ti volti verso di me, posi le tue mani sui fianchi e mi giri, in modo che anche io possa guardarti negli occhi mentre tu dici:
“Sai una cosa, anche tu sei bella”.
La tua bocca sia avvicina, il tuo profumo si avvicina, il tuo corpo si avvicina- sei vicinissimo e stai per baciarmi…
“STOP!” grida il regista. “Stop! Rifacciamola”, dice.
“Va bene il caffe’ che trabocca e la fiamma del gas che combatte per sopravvivere, ma non e’ ammissibile che lei tenga in mano un coltello del pane mentre lui la bacia. Non e’ mica il Lady Macbeth”.
“Da capo” dice il regista. Allora il direttore di scena pulisce il caffe’ dal fornello e la truccatrice mi mette il lucidalabbra.
“Ok” diciamo noi, intendendo: “Certo, ben volentieri”.
Il direttore di scena rimette su il caffe’ e si assicura che la fiamma sia accesa, mentre l’assistente chiede: “Pronti?”. Noi annuiamo, volgendoci le spalle, Il ciak e dei numeri indicano quante volte la scena mi e’ passata per la testa – la scena “Sai una cosa”. Sarei felice di affettare tutto il pane che c’e’ dal fornaio e di sbagliare sempre qualche dettaglio- anche a costo di far impazzire il regista -solo per avere la possibilita’ di continuare a dire: “Sai una cosa, sei bello”.
Non mi interessa rendere questa scena perfetta o vincere la Palma d’oro a Cannes. Voglio solo continuare a recitarla.
Sai una cosa, Jean-Luc: ora sai che cosa oggi mi riempie il cervello e mi colma di piacere.
Delphine
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martedì, luglio 12, 2005
il brano
Deborah Moggach da Il sogno dei tulipani
Oggi le strade sono piene di bambini che tornano a casa dalla chiesa. Un ragazzino, che la madre tiene per mano, si gira a guardare un piccione. Due gemelline, entrambe impegnatissime a succhiarsi il pollice, a capo chino si osservano i piedi e cercano di camminare all’unisono. Amsterdam è piena di famiglie – c’è la sua famiglia fantasma, chiusa qui nella sua testa, e tutt’attorno le famigie in carne e ossa che scoppiano di salute. E la loro felicità sembra iriderlo. Cornelis è un uomo abitudinario. Ogni domenica compra una frittella per Sophia, spolverata di zucchero, al banco vicino alla Diga. Vi fanno sempre una sosta; lui annusa il profumo di vaniglia e mandorle. Un bambino tira il padre per un braccio, insistendo perchè gli compri un dolcetto. Ha dei riccioli biondissimi da cherubino, e le guance rubiconde sembrano dipinte da Rubens. Cornelis ha un tuffo al cuore. Sophia ancora non ha detto una parola. E’ tutto il giorno che tace. Forse sta pensando alla stessa cosa cui pensa lui Cornelis le porge la frittella, avvolta in un foglio di carta. Con un gesto abbaccia tutta la scena illuminata dal sole. “Che bella giornata. Solo una cosa manca perchè la mia felicità sia completa”. Sophia, con la frittella ormai quasi in bocca, lo fissa. Sembra una che si riscuote da un sogno. Resta immobile per un attimo, poi dà un morso al dolce.
trad. Laura Noulian, Garzanti ed.
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lunedì, luglio 11, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown parla con Linus
Charlie Brown: non metterò più piede in quel negozio. Ci compravo tutti i miei albi di fumetti. Ogni volta che ne compravo uno, il commesso diceva: “Stasera facciamo letture ponderose, eh?”. Non metterò più piede in quel negozio.
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domenica, luglio 10, 2005
metropolis: roma
primo giorno di saldi estivi in un centro commerciale. La gente entra ed esce dai negozi con frenetica avidità: qualcosa devono comprarla. La fila alle casse e le macchinette delle carte di credito funzionano a pieno regime. Le commesse continuano a compilare i cartellini con gli sconti. I negozi più piccoli fanno entrare uno o due clienti alla volta. Due ragazzine escono soddisfatte da un negozio di costumi da mare con la loro conquista. Il vociare è quello dei grandi assembramenti. Ogni formichina corre a fare la sua provvista di supefluo. Qualche marito accompagnatore siede in attesa vicino alla fontana artificiale. Poca gente ai tavoli dei bar. Poca gente nei negozi di telefonia ed elettronica. E’ il grande momento dei negozi di abbigliamento. I bambini sfogano la loro naturale eccitazione in corse, pianti e urla varie. I sistemi antitaccheggio suonano in continuazione. Nella fretta è facile dimenticarsi di smagnetizzare il codice. Arriva la moglie delusa di uno dei mariti accompagnatori: niente gonna. Trovo rifugio in libreria. Una mamma sergente entra di corsa e si rivolge alterata al marito e alla figlia: “Eccovi dove siete! Ci venite dopo qui”. La figlia risponde: “ma tu stavi guardando la vetrina e intanto noi diamo uno sguardo ai libri”. La madre con decisione: “Prima si guardano le vetrine e poi i libri. I libri li potete comprare da qualsiasi altra parte”. L’aria condizionata allevia lo spettacolo.
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sabato, luglio 09, 2005
il post di Flaiano
Racconto romano: – Un pittore, entusiasta della sua pittura, seduto su un praticello della Villa Borghese, se ne andava in estasi per quel paesaggio. “La Natura”, pensava “non c’è che la Natura”. Finì che si tolse le scarpe e si addormentò. Poco dopo, svegliandosi, si accorse che gli avevano rubato le scarpe.
Ennio Flaiano da Diario Notturno – Adelphi ed.
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venerdì, luglio 08, 2005
il foglietto
voglia di tornare a Londra
Alcuni dei miei ricordi più belli sono legati a Londra. Il primo viaggio all’estero, un bacio indimenticabile, un natale da film, un week-end per farla conoscere a mio fratello e le emozioni del capodanno scorso. Londra l’ho girata, vissuta, desiderata, ammirata, criticata, fotografata, scritta e letta. Voglio tornarci presto. Camminare per le sue strade, stare tra la gente, prendere i bus e la metro più efficienti del mondo, respirarne le atmosfere, scrivere seduto su una panchina a St James Park, mangiare una apple pie con la panna, perdermi nel caos del mercato di Camden Town per comprare cianfrusaglie, passare le ore nelle librerie, vedere i campionati di snooker e freccette in tivù, ordinare una bitter pint of beer, fare la spesa da Sainsbury’s, camminare a Charing Cross Road sotto la pioggia, vedere la gente che mangia a tutte le ore, gironzolare da Hamley’s, comprare un taccuino da Marks & Spencer, camminare la sera nel west-end, scendere a Piccadilly dicendo come Totò: “bivaccheremo a Piccadilly”. E tutto il resto. Voglio tornare presto a Londra perché aveva ragione lo scrittore settecentesco Samuel Johnson: «Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire». Londra è Londra.
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giovedì, luglio 07, 2005
Lisbona (o quasi): sguardi digitali
La stazione ferroviaria di Sintra
foto akio, giugno 2003
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mercoledì, luglio 06, 2005
Il brano
Mark Twain da Il principe e il povero
Tom, lasciato solo nello studio del principe, fece buon uso dell’occasione. Si voltò da una parte e dall’altra davanti al grande specchio, ammirando la propria eleganza; poi si allontanò, imitando il nobile portamento del principe, sempre senza tralasciare di osservare i risultati nello specchio. Subito dopo sguainò la splendida spada, fece un inchino, ne baciò la lama e se l’appoggiò al petto, come aveva veduto fare da un nobile cavaliere, a mo’ di saluto al tenente della Torre, cinque o sei settimane prima, nell’affidargli, affinché venissero imprigionati, i grandi signori del Norfolk e del Surrey. Tom si trastullò quindi con il pugnale tempestato di gemme che gli pendeva sulla coscia; esaminò i costosi e squisiti mobili della sala; provò ognuna delle sontuose sedie e pensò quanto sarebbe stato fiero se il branco del Cortile dei Rifiuti avesse potuto anche soltanto far capolino e vederlo nella sua magnificenza. Si domandò se sarebbero stati disposti a credere al racconto meraviglioso che avrebbe narrato una volta tornato a casa, o se si sarebbero limitati a scuotere la testa dicendo che la sua immaginazione, posta a troppo dura prova, gli aveva in ultimo sconvolto la mente. Al termine di mezz’ora gli accadde a un tratto di pensare che il principe era ormai uscito da un pezzo; subito dopo cominciò a sentirsi solo; ben presto cominciò a tendere l’orecchio ansiosamente e smise di trastullarsi con le belle cose intorno a sé; si sentì dapprima a disagio, poi irrequieto, infine sgomento. E se qualcuno fosse entrato e lo avesse sorpreso con il vestito del principe, senza che il principe si trovasse lì a dare spiegazioni? Non avrebbero potuto impiccarlo immediatamente, per indagare soltanto in seguito sul suo conto? Aveva sentito dire che i grandi erano solerti nelle piccole cose. Le paure si intensificarono in lui sempre e sempre più e infine, tremando, aprì silenziosamente la porta dell’anticamera, deciso a correre in cerca del principe e a ottenere, per il suo tramite, protezione e sollievo. Sei sfarzosi gentiluomini di camera e due giovani paggi di alto rango, vestiti come farfalle, balzarono in piedi e si inchinarono profondamente dinanzi a lui. Tom indietreggiò rapidamente e chiuse la porta. Disse: «Oh, si burlano di me! Ora andranno ad avvertire gli altri. Oh! Perché sono venuto qui a gettare via la mia vita?». Andò avanti e indietro nella sala, colmo di paure senza nome, tendendo gli orecchi, trasalendo a ogni minimo suono. Di lì a non molto la porta si spalancò e un paggio dai modi soavi disse: «La dama Jane Grey». La porta venne chiusa e una leggiadra fanciulla, riccamente vestita, corse verso di lui. Ma poi si fermò all’improvviso e disse, in tono sgomento: «Oh, che cosa ti affligge, mio signore?». A Tom stava venendo meno il respiro, ma, ciò nonostante, egli si ingegnò a balbettare: «Oh, sii misericordiosa! In verità non sono il tuo signore, ma soltanto il povero Tom Canty del Cortile dei Rifiuti, in città. Consentimi, te ne prego, di parlare con il Principe, ed egli sarà così generoso da restituirmi i miei stracci, permettendomi di andarmene illeso via di qui. Oh, sii clemente e salvami!». Nel frattempo il ragazzo si era gettato in ginocchio e supplicava con gli occhi e con le mani alzate, oltre che con la lingua. La fanciulla parve paralizzata dall’orrore. Gridò: «Ah, mio signore, tu inginocchiato? E dinanzi a me!». Poi fuggì atterrita; e Tom, pervaso dalla disperazione, si abbandonò sul pavimento, mormorando: «Non c’è scampo, non c’è speranza. Ora verranno e mi prenderanno». Mentre giaceva lì stordito dal terrore, notizie spaventose andavano diffondendosi rapidamente nel palazzo. Il bisbiglio, poiché sempre esse vennero bisbigliate, volò da servo a servo, da signore a dama, lungo tutti gli interminabili corridoi, di piano in piano, da un salone all’altro: «Il principe è impazzito! Il principe è impazzito!». Ben presto, ogni sala, ogni vestibolo di marmo ospitarono un gruppo di signori e dame splendenti e altri gruppi di persone meno abbacinanti che conversavano seri in viso, a bisbigli, e su ogni volto si dipingeva lo sgomento. Di lì a poco un maestoso funzionario passò accanto a questi gruppi, pronunciando un solenne proclama: «In nome del Re! Che nessuno dia ascolto a questa falsa e stolta notizia, sotto pena di morte, e che nessuno ne parli, o la diffonda. In nome del Re!». I bisbigli cessarono all’improvviso, come se coloro che bisbigliavano fossero stati fulminati. Ben presto, nei corridoi, dilagò un mormorio generale: «Principe! Guardate, viene il Principe!».
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martedì, luglio 05, 2005
dal cassetto dei ricordi
Stavolta la spinta a frugare nel cassetto me l’hanno data due post di tono opposto che ho letto ieri. L’invito di Flavia a ricordare una canzone con tanti tunz tunz tunz tipica di fine anni ’80. La riflessione di Francesca sul tempo che non aiuta a rimarginare le ferite profonde. E in un attimo mi sono ritrovato all’inizio degli anni ’80 e nella testa il ritmo travolgente di Get down on it della Kool and The Gang (decisamente superiore al tunz tunz tunz). Avevo diciotto anni e quella canzone segna la fine di un periodo spensierato e l’inizio di un periodo difficile che ha lasciato ferite profonde. E adesso musica!
What you gonna do? Do you want to get down?
what you gonna do? Do you want to get down?
What you gonna do? You want to get down?
What you gonna do? You want to get down? – Tell me.
Get down on it – get down on it
Get down on it – get down on it
come on and
Get down on it – get down on it
Get down on it
get down on it.
How you gonna do it if you really don’t want do dance
By standing on the wall?
Get your back up off the wall
tell me.
How you gonna do it if you really don’t want to dance
By standing on the wall. Get your back up off the wall
‘Cause I heard all the people sayin’:
Get down on it – come on and
Get down on it – if you really want it
Get down on it – you gotta feel it
Get down on it – get down on it
get down on it
Come on and get down on it
baby baby
Get down on it – get down on it – get down on it.
I say people – what?
What you gonna do?
You’ve gotta get on the groove
If you want your body to move
tell me
baby.
How you gonna do it if you really don’t want to dance
By standing on the wall? Get your back up off the wall. – Tell me.
How you gonna do it if you really won’t take a chance
By standing on the wall? Get your back up off the wall.
‘Cause I heard all the people sayin’:
Get down on it – get down on it – get down on it
Get down on it – when we’re dancin’ – get down on it
Get down on it – get down on it
Get down on it – get down on it
Get down on it – come on and
Get down on it – baby
baby
Get down on it – get down on it – get down on it.
What you gonna do? – Do you want to get down?
What you gonna do? -
Get your back up off the wall.
Dance come on
Get our back up off the wall.
Dance come on!
Get down on it – come on and
Get down on it – if you really want it.
Get down on it – you gotta feel it
Get down on it – get down on it
Get down on it – come on and
Get down on it – get down on it
Get down on it – and while you’re dancin’
Get down on it – get down on it
Get down on it – get down on it
Get down on it – get down on it
Get down on it – get down on it
Get down on it – you move me baby
when you move
Get down on it – get down on it
Get down on it – get down on it
Get down on it – get down on it
Get down on it – get your back up off the wall
Get down on it – get down on it
Get down on it – get down on it
Get down on it – get your back up the wall
Kool and The Gang – Get down on it
(1981)
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lunedì, luglio 04, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown: sempre con la tua coperta, eh, Linus? Che cosa ne farai quando sarai troppo grande per portartela in giro?
Linus: Chi può dirlo? Sto accarezzando l’idea di ricavarne un soprabito sportivo!
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domenica, luglio 03, 2005
la perla sulla bancarella
Vedrò Singapore? di Piero Chiara
Piero Chiara (1913-1986) è tra i miei scrittori preferiti. I suoi racconti e romanzi sulla provincia italiana sono dei capolavori descrittivi che appassionano per i risvolti tra il drammatico ed il grottesco; tra il comico ed il nostalgico. Piero Chiara è pubblicato negli Oscar Mondadori ma non è facile trovarlo in libreria. Il suo nome è spesso sulle etichette che indicano l’ordine alfabetico per autore ma i suoi libri, quando ci sono, sono sempre gli stessi. Su una bancarella ho trovato “l’introvabile” Vedrò Singapore? in una edizione rilegata pubblicata per il Club del libro. Nuovo, a due euro e cinquanta.
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sabato, luglio 02, 2005
Il brano
Corrado Guzzanti e Serena Dandini da Lorenzo e la maturità (come secernere agli esami) ed. Bur
SERENA: Questa sera vorrei parlare anche per tutti gli studenti che ci seguono da casa di alcune tecniche o strategie per fare una buona impressione sulla commissione d’esame…
LORENZO: T’ho detto che je faccio ‘na dialettica che li stendo… Ahò, schiumano dopo du’ minuti, je fischiano le ‘recchie e chiedono pietà: commissario portace allo stadio…
SERENA: Ecco, appunto: la dialettica, l’esposizione orale. Analizziamo quello che hai detto, Lorenzo: “je faccio ‘na dialettica che schiumano”, che lingua è?
LORENZO: È italiano! Mandoabbiti ahò!
SERENA: Lorenzo, non si capisce quando parli: impasti tutto, risulta una lingua sconosciuta…
LORENZO: Muafastaddi’…
SERENA: Cosa? (Ai ragazzi) Voi lo capite?
TUTTI: Sì!
LORENZO: Macheffsafforecchie?
SERENA: Avete capito?
TUTTI: Sì!
LORENZO: ‘O vedi? C’hai ‘n’età…
SERENA (Rassegnata): Per oggi lasciamo da parte la dialettica e passiamo a geografia: quelli sono nomi almeno…
LORENZO: Te dico ‘na parola solo, vediamo se la capisci: Reganati!
SERENA: L’unica cosa che riesci a scandire: Recanati e poi? C’è un mondo intorno a Recanati! Prendiamo la cartina…
LORENZO: Che famo, lezione di rollare? Geografia chiùmo?
SERENA: Forza, non fare lo spiritoso… Vieni, ecco: ti ho portato una cartina politica dell’Europa…
LORENZO: Sì, be’… politica e anche sociale, no? Non trovi che butta un occhio anche nel sociale?
SERENA: Ma che c’entra?
LORENZO: Sì, dài! Questo lo dico che piace alla commissione, ve’? Dà un occhio anche al sociale della gente… È una cartina politica sì, ma sempre con un accento pure al sociale…
SERENA: Che c’entra? Lorenzo, forza… Allora, qui c’è l’Italia: com’è?
LORENZO: Buona, diciamo… Certo, il disegnatore l’ha fatta lunga: forse troppo…
SERENA: Ma non è il disegnatore: è fatta proprio così… L’Italia è uno stivale!
LORENZO: Ahò, se doveva fa’ lo stivale, poteva pure pija ‘na squadra! Lo voleva fa’ a mano libera ma non sei capace… Se devi fa’ lo stivale pija la squadra, no? Comunque è lo stile suo… A chi piace, pe’ carità… Per me c’ha messo troppi bozzi, trovo carina l’idea del triangolo in fondo.
SERENA: Ma che dici? La Sicilia è così: mica se l’è inventata il disegnatore!
LORENZO: Vabbè, e chi te lo tocca ‘sto disegnatore… mamma mia! È ‘nnamorata!
SERENA: Avanti! Facciamo gli Stati!
LORENZO: Vabbè, comunque mi piace questa cartina che non è insensibile al sociale. Pure i colori so’ abbastanza rispondenti…
SERENA: Come?!
LORENZO: L’arancione è un po’ troppo scuro secondo me, però questa non è colpa sua: è della stampa…
SERENA: Non diciamo scemenze…
LORENZO: L’Africa va bene, certo ce so’ sempre problemi con le scritte ma pure qua non è colpa sua: so’ gli africani che scrivono male.
SERENA: Ma che gli africani che scrivono male! Quelli sono i nomi degli Stati, Lorenzo!
LORENZO: Un altro je lo copre…
SERENA: Ma quelli sono i confini degli Stati!
LORENZO: Perché non hanno la regolamentazione della pubblicità. Allora, se uno mette un cartello pubblicitario qua, subito ‘n’artro jelo copre. Guarda qui, c’era scritto: “Oh ragazzi, questi sudano” e subito un altro j’ha attaccato un altro cartello sopra e si legge solo Sudan; questo invece (indica il Mali) aveva scritto: “Ma li mortacci tua” e je l’hanno coperto; è rimasto solo Mali, capito? In Africa se metti un bel cartello de pubblicità, subito l’africano vicino invidioso lo copre e non se legge più niente, capito? Qui, invece, pe’ attira’ i turisti c’era scritto: “Ma Rocco ‘st’estate viene?” Niente: è rimasto solo Marocco… ‘na cosa de dispetti. Vedi qui: c’hanno scritto proprio i turisti di inciviltà: “Mauro e Tania si amano…” (Si riferisce alla Mauritania)
SERENA: Scusa un momento, Lorenzo: tu credi veramente che queste scritte esistono per davvero? Tu sei convinto che queste scritte esistono nella realtà?
LORENZO: Mandoabbiti e certo ahò, e che è il disegnatore che se sveglia la mattina… Queste so’ scritte pubblicitarie che esistono per gli aeroplani: sennò come fanno co’ li aerei pe’ orientasse, pe’ attera’ nello Stato giusto? L’aeroplano fa: “Dove atterriamo?”… Vedi qui? So’ stati bravi… hanno proprio scritto Teheran “Teheran qui”: hanno facilitato!
SERENA (Divertita dall’ingenuità di Lorenzo): Tu non puoi credere veramante che esistano queste scritte giganti in tutti gli Stati!
LORENZO: E certo, ahò! Servono pure per le rotte delle barche: sennò come ti orienti? È tutto blu…
Per esempio se uno deve atterra’ a Fiumicino, vede Italia, sa che T più o meno sta sul Lazio, quando vede A dice: “Cominciamo a scende’ che poi fra un po’ non se vede più”. Infatti è importante per uno Stato scegliere un colore per terra… Hanno fatto bene questo giallo che se legge bene la scritta nera…
SERENA (Stanca e disarmata): Non ho parole…
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venerdì, luglio 01, 2005
dalla letteratura al cinema
La diva Julia di William Somerset Maugham
Julia Lambert è come Rocky Balboa. Incassa colpi su colpi, ha il volto segnato, combatte, sta per abbandonare ma poi vince la battaglia (prima di tutto con sè stessa) e riparte orgogliosa gustandosi una birra fresca al posto di un bicchiere di champagne. Il film di Istvan Szabo con Annette Bening e Jeremy Irons è una commedia agrodolce un pò lenta all’inizio ma decisamente di qualità. L’aria condizionata della sala l’ha reso meraviglioso. La voce di Mariangela Melato non va bene per Annette Bening ma è perfetta per Julia Lambert. Annette Bening non è il prototipo della attrice di teatro inglese degli anni trenta ma la sua interpretazione è intensa e resterà Julia per molto tempo. Jeremy Irons persevera nella scelta di una carriera eccelsa da coprotagonista. Di Maugham ho apprezzato In villa e Pioggia. Prima o poi leggerò La luna e sei soldi, Acque morte, Lo scheletro nell’armadio, Il taccuino dello scrittore e La diva Julia.
saltapagina
Salì le scale prive di passatoia e raggiunse il terzo pianerottolo un pò sfiatata. Lui era venuto su svelto come un capretto, e non le era parso il caso si chiedergli di rallentare il passo. La stanza in cui fu introdotta era abbastanza grande, ma arredata miseramente. Sul tavolo c’erano un piatto di pasticcini e due tazze, una zuccheriera e una lattiera; di terraglia ultraeconomica.
“Si accomodi” disse il giovane. “L’acqua sta per bollire. Un momento solo. Ho un fornello a gas in bagno”.
La lasciò e Julia si guardò attorno. “Meschinello, dev’essere povero in canna”. La stanza le ricordava certi alloggi dove aveva abitato agli albori della sua carriera. Notò i patetici tentativi di nascondere che il salotto serviva anche da camera da letto; era evidente che la notte lui dormiva sul divano contro il muro. Nell’immaginazione gli anni le scivolarono via, e si sentì stranamente ringiovanita. Quanto si erano divertiti in stanze molto simili, e che gusto in quei pranzi fantastici, cose in sacchetti di carta, uova al bacon fritte sul fornello a gas! Il giovane tornò col tè, in una teiera marrone. Julia mangiò del pan di Spagna ricoperto di glassa rosa; una cosa che non faceva da anni. Il tè di Ceylon, molto forte, con latte e zucchero, la riportò a giorni che credeva di aver dimenticato. Si rivide giovane e oscura attrice in erba. Una sensazione deliziosa. Occorreva un gesto, ma gliene venne in mente uno soltanto: si tolse il cappello e diede una scrollata ai capelli.
…
Julia non riusciva a parlare. Le lacrime le riempirono gli occhi e le corsero giù per il viso.
“Mami, cosa c’è? Perchè piangi?”.
“Ma sei un bambino”.
Roger si avvicinò, si sedette sul bordo del letto e la prese tra le braccia.
“Mamma cara, non piangere. Non te l’avrei detto, se sapevo di addolorarti. dopotutto doveva succedere, prima o poi”.
“Ma così presto, così presto. Mi fai sentire così vecchia”.
“Vecchia tu? L’età non l’avvizzisce, nè spegne l’abitudine l’infinita sua varietà”.
Lei rise tra le lacrime.
“Sciocco, credi che a Cleopatra sarebbero piaciute le cose che quel somaro diceva di lei? Avresti potuto aspettare ancora un pò”.
“Meglio così. Adesso so tutto. A dirti il vero mi pare una cosa piuttosto disgustosa”. Julia trasse un profondo sospiro. Il tenero abbraccio del figlio era un conforto, ma sentiva una gran pena per sè stessa.
“Non sei in collera con me?” egli chiese.
“In collera? No. Ma se doveva succedere avrei preferito che fosse in modo meno prosaico. Ne parli come di un esperimento un pò curioso e basta”.
“Direi che è stato così, in un certo senso”.
Lei gli sorrise. “E credi davvero che quello fosse amore?”.
“Bè, per lo più l’amore significa questo, no?”.
“No, non è vero, significa pena e angoscia, estasi, vergogna, paradiso e inferno; significa vivere intensamente, e noia indicibile; significa libertà e schiavitù; significa pace e tormento”.
…
“Tu non distingui tra realtà e finzione. Non smetti mai di recitare, per te è una seconda natura. Reciti quando ci sono degli ospiti. Reciti con i domestici, reciti con papà, reciti con me. Con me reciti la parte della madre amorosa e indulgente, e celebre. Tu non esisti, sei solo le parti innumerevoli che hai interpretato. Mi sono chiesto spesso se esistesse un “tu” o se tu non fossi altro che un veicolo per tutte queste altre persone che fingevi di essere. Quando ti vedevo entrare in una stanza vuota, certe volte volevo aprire la porta d’improvviso, ma temevo di non trovarci nessuno”.
Lo guardò un attimo; rabbrividendo, perchè ciò che diceva le faceva uno strano effetto. L’aveva ascoltato attentamente, perfino con un pò d’ansia: era così serio, sembrava che sfogasse qualcosa che lo opprimeva da anni. Non lo aveva mai sentito parlare tanto.
“Pensi che io sia tutta falsa?”.
“Non proprio. Perchè fingere ti viene naturale. La finzione è la tua verità. Come la margarina è burro per chi non conosce il burro”.
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mercoledì, agosto 31, 2005
il brano
José Ovejero da Nostalgia dell’eroe (Voland ed.)
È un sabato pomeriggio del maggio 1980. Ramón e Amparo sono seduti nella terrazza del villino, costruito dai genitori di Ramón, operai arricchiti, nel corso dei sabati e delle domeniche di vari anni su uno dei terreni incolti che circondano Madrid. La terrazza imbiancata a calce è orientata in modo da approfittare del sole pomeridiano nei giorni non ancora troppo caldi. Amparo, che non vive lì ma di solito va a passare il fine settimana dalla figlia, è uscita con un vassoio di fagiolini a cui toglieranno il filamento, e reca con sé qualcosa di indefinibile, forse un peso ingiusto che porta sempre sulle spalle e fa sentire colpevole chi ha a che fare con lei, come se in fondo la si potesse alleggerire di quel peso, se solo ci si provasse. Ma Ramón sa che il carico appartiene esclusivamente ad Amparo e intuisce persino che l’espressione stanca potrebbe essere un trucco, un modo di attraversare la vita senza che nessuno osi pretendere troppo da lei, perché un tale carico è più che abbastanza.
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martedì, agosto 30, 2005
scrivere con le immagini
la napoli in bianco e nero di camee
Scrivere una città con le immagini è una delle mie passioni. E’ da un pò che penso di tornare per qualche giorno a Napoli, anche per fare delle foto. L’ultima volta ci sono stato dieci anni fa. Le foto di Camilla mi hanno fatto tornare la voglia. Il piccione sospeso sulla città come Jovanotti nel video di Serenata Rap; il biciclettaio nel vicolo; la veduta di correva l’anno che sembra una stampa ottocentesca; ‘a tazzurella ‘e cafè, che mi ha fatto sospirare di desiderio per quel concentrato unico di cultura e passione. Le 11 fotografie di cam in sequenza. Un minuto che scalda il cuore. Grazie cam.
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lunedì, agosto 29, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown: Ecco il bus della scuola!
Sally: l’autista dice che non ti può prendere… il tuo nome non è nell’elenco del computer…
Charlie Brown: digli che sono tuo fratello!
Sally: vuole sapere se per caso sei un piantagrane…
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domenica, agosto 28, 2005
la mia new york in bianco e nero
si chiama little italy ma in pratica è chinatown
(foto akio, giugno 2000)
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sabato, agosto 27, 2005
incontro con l’autore
Gianni Minà autore del libro Il continente desaparecido è ricomparso (Sperling & Kupfer ed.) e direttore della rivista LatinoAmerica
Preferisce parlare dell’ultimo numero della sua rivista piuttosto che del libro; dice solo che è arrivato alla terza edizione e si meraviglia che l’editore (gruppo Mondadori e quindi Berlusconi) finora l’abbia fatto lavorare in piena libertà “forse non si sono accorti di quello che c’è scritto”, dice con una battuta. Con lui, per parlare del numero 90/91 della rivista, c’è il giornalista-fotografo Valerio Bispuri che ha firmato un reportage sull’Argentina. Lui era lì quando nel dicembre 2001 è scoppiato il caos a causa del crac economico. La gente era impazzita, racconta. Di colpo si sono ritrovati nella povertà più assoluta. Persone del ceto borghese ridotte a fare i “cartoneros” in cerca di cartone da rivendere a trenta centesimi di pesos al chilo. Cinque presidenti della repubblica cambiati uno dopo l’altro. Bispuri racconta che quando è tornato nel 2003 era ancora peggio e che nessuno ne parla. Dice che nel nord dell’Argentina è come in Africa. Nella città di Resistencia ci sono bambini denutriti e racconta un aneddoto agghiacciante. In una discarica di resistencia la gente ci vive. Camminando fra quelle persone si è sentito un “cronista invisibile” come se il tempo si fosse fermato. Una bambina mangiava il polistirolo e gli ha detto: “questa è la mia torta di compleanno”. Bispuri è tornato in Argentina quest’anno e ha notato lievi miglioramenti. Ma nessuno parla più dell’Argentina e i giornali non sono interessati a pubblicare articoli e foto. Gianni Minà è orgoglioso di aver pubblicato questo reportage e parla della sua polemica con Reporter senza frontiere che è “martellante” sulla situazione dei diritti civili a Cuba e meno su tutte le altre nazioni che li violano. Minà conclude parlando del valore della testimonianza di Valerio Bispuri “un reporter che consuma le scarpe”: una categoria di giornalista in via d’estinsione.
Roma, Spazio La Feltrinelli Galleria Colonna – 6 luglio 2005
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venerdì, agosto 26, 2005
la poesia
Antonio De Curtis in arte Totò
‘A cunzegna
‘A sera quanno ‘o sole se nne trase
e dà ‘a cunzegna a luna p’ ‘a nuttata,
lle dice dinto ‘a recchia: “I’ vaco a casa:
t’arraccumanno tutt’ ‘e nnammurate”.
(da ‘A livella – Fausto Fiorentino editore)
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giovedì, agosto 25, 2005
metropolis: roma
largo santa susanna ore 23. Sui gradini della chiesa, un barbone inforca in punta di naso i suoi occhiali e si immerge nella lettura di un piccolo libro consumato. Accanto a sè una busta di plastica con le sue cose. Vorrei che l’estate non finisse.
14 agosto 2005
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roma: sguardi digitali
rimozione sampietrini
(foto akio)
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mercoledì, agosto 24, 2005
nove righe
Anche quando riuscivo a strappare l’ordinazione, che fatica costava poi ottenere il danaro! Mi ricordo ad esempio del ritratto della moglie di un calzolaio che dipinsi per un paio di scarpe. Ogni volta che mi credevo arrivato alla fine e già mi sentivo felice proprietario d’un paio di stivali, ecco arrivare una zia, una figlia, una domestica: “Non le pare che mia nipote, mia madre, la mia padrona, non abbia un naso così lungo?” Le scarpe io le volevo, e così diedi alla buona signora il naso della Pompadour.
Pierre Auguste Renoir
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martedì, agosto 23, 2005
il brano
Luigi Pirandello da Uno, nessuno e centomila
Ah, non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta! Non ricordarsi più neanche del proprio nome! Sdrajati qua sull’erba, con le mani intrecciate alla nuca, guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti che veleggiano gonfie di sole; udire il vento che fa lassù, tra i castagni del bosco, come un fragor di mare.
Nuvole e vento.
Che avete detto? Ahimè, ahimè. Nuvole? Vento? E non vi sembra già tutto, avvertire e riconoscere che quelle che veleggiano luminose per la sterminata azzurra vacuità sono nuvole? Sa forse d’essere la nuvola? Né sanno di lei l’albero e la pietra, che ignorano anche se stessi; e sono soli.
Avvertendo e riconoscendo la nuvola, voi potete, cari miei, pensare anche alla vicenda dell’acqua (e perchè no?) che divien nuvola per divenir poi acqua di nuovo. Bella cosa, si.
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lunedì, agosto 22, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown: stanotte ho sognato di nuovo la ragazzina dai capelli rossi… adesso penserò a lei tutto il giorno e sarò depresso…
Linus: so come ti senti, Charlie Brown… ti piacerebbe piangere, ma sei troppo macho…
Charlie Brown: davvero?!
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sabato, agosto 20, 2005
buon fine settimana. A lunedì.
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ipse dixit
Ho passato la mia intera giovinezza scrivendo lentamente, facendo correzioni continue e alla fine scrivevo una frase al giorno e quella frase non aveva alcuna emozione. Accidenti, l’emozione è ciò che mi piace nell’arte, non la tecnica.
Jack Kerouac
(da un’intervista a Paris Review del 1966)
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venerdì, agosto 19, 2005
la mostra
Passaggi in India. Ieri e oggi.
Acquetinte di Thomas e William Daniell e fotografie di Antonio Martinelli
Non so se vivrò le atmosfere descritte da Pasolini e da Terzani e se vedò mai il Taj Mahal. Non so se andrò mai in India. So che le acquetinte e le fotografie di questa mostra ti fanno venire una gran voglia di andarci. In più c’è quel diario che se ne sta lì in una teca con la sua bellissima calligrafia di fine settecento. La calligrafia di William Daniell che in una serie di diari ha raccontato l’avventura della sua vita. E’ stupendo quel quarto volume. La memoria scritta che accompagna un’impresa artistica. Thomas e William Daniell, zio e nipote, fra il 1785 e il 1794, affrontarono un serie di viaggi per realizzare disegni e acquerelli sull’India. Duecento anni dopo il fotografo Antonio Martinelli ha fotografato gli stessi soggetti e luoghi con la stessa angolazione. La mostra mette foto e acquetinte una accanto all’altra. Il risultato è eccellente. Templi, palazzi, fortezze, panorami, meraviglie naturali di un paese misterioso e affascinante, ieri come oggi. Il fascino dei templi, oggi in rovina, confrontati con le acquetinte dove sono al massimo del loro splendore. I Daniell hanno fatto un uso fotografico del disegno e Martinelli fa un uso pittorico della fotografia. I volti nelle foto sono decisamente più intensi. Come nel caso delle persone sedute accanto ai carretti nella foto dell’ingresso al mausuleo nel giardino del sultano Khusero, nei pressi di Allahabad. In alcuni casi le costruzioni recenti impediscono al fotografo di riprodurre le immagini con un punto di vista identico. Ma il confronto e l’impatto comunicativo sono ugualmente efficaci. Nell’opera “Dusasumade Gaut, a Benares sul Gange” è ancora più evidente la povertà di oggi restituita dalla foto. Nell’acquatinta, gli ammassi di case sulle sponde del Gange e la scalinata che i fedeli scendono per bagnarsi nel fiume sacro, rimandano un’idea di maestosità. Nella foto, un senso di drammatica povertà. La fotografia ci restituisce una realtà che forse il pennello ha nascosto. E’ la stessa sensazione che mi viene davanti alla “Veduta del forte Madurai”. Nella foto, il tempio ed il palazzo sono immersi nel caos cittadino tra i carretti di legno del mercato, le baracche, vecchie auto nel traffico, i fili della corrente tra i pali di legno della luce. Il via vai delle persone a piedi. Il “Padiglione di tempio hindu” nell’acquatinta è bucolico, con le mucche. Nella foto la torre è scomparsa e i gradini sono sepolti; ma questi sono i segni del tempo. I segni dell’uomo invece si vedono nel degrado intorno al tempio accentuato dalle strutture del vicino capolinea degli autobus (notare il cartello con la scritta STD con relativa freccia). Le vedute naturalistiche restituiscono una immagine più rassicurante sia nelle acquetinte che nelle fotografie. La “Cascata a Puppanassum” è meravigliosa in entrambe le versioni. Tra una parete e l’altra sono esposte delle sculture di divinità indù. Bellissima la scultura di un “Krishna danzante” proveniente dal Museo Tucci di Roma. Una incarnazione del dio Vishnu, dall’aspetto di un fanciullo danzante poggiato solo su una gamba e con il braccio sinistro sollevato di lato, in un gesto che evoca la forma della proboscide di un elefante. La sorpresa della mostra è l’apertura della terrazza che affaccia su piazza del Quirinale illuminata. Un colpo d’occhio splendido. In terrazza proiettano una rassegna di film indiani. L’immagine che chiude la mostra è quella che ti resta appiccicata: le due immagini del Taj Mahal ad Agra. La foto al tramonto è perfettamente riuscita e vince la sfida con l’acquatinta.
Scuderie del Quirinale, 11 agosto 2005.
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giovedì, agosto 18, 2005
taccuino newyorkese
questione di centesimi
Prendo l’autobus per andare a West New York. Alla fermata prima di Union City un anziano di etnia ispanica sale e paga al conducente: 51 cents. Il conducente di colore li conta, gli dice che non bastano e apre la porta per farlo scendere. L’anziano dice, in slang ispanico-americano, che lui per andare dove deve andare, ha sempre pagato 51 cents. L’autista è irremovibile e lo invita a scendere. Interviene una ragazza vestita in modo elegante che, in perfetto spagnolo, dice all’anziano che sta sbagliando autobus. Deve prendere il numero 48. L’anziano chiede scusa, ringrazia la ragazza e scende. L’autista chiude la porta e riparte.
(20 giugno 2000)
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mercoledì, agosto 17, 2005
il brano
Thomas Mann da Tristano
Eseguì il Notturno in mi bemolle maggiore, opera 9, numero 2. Se davvero era un pò fuori esercizio, le sue esucuzioni di prima dovevano essere artisticamente perfette. Il piano era mediocre, ma già dopo le prime battute lo sapeva usare con sicura perizia. Dimostrò una sensibilità nervosa per la coloritura dei timbri e una gioia per il movimento ritmico che avevano quasi del fantastico. Il tocco era fermo e morbido a un tempo. Sotto le sue mani la melodia cantava fino all’estremo la sua dolcezza, e con grazia esitante gli abbellimenti si adattavano a lei. Era vestita come il giorno del suo arrivo: indossava lo scuro, pesante corpetto con gli arabeschi di velluto in rilievo, che dava alla testa e alle mani un aspetto così delicatamente irreale. La sua espressione non mutò mentre suonava, ma pareva che i contorni delle sue labbra divenissero più netti e le ombre agli angoli degli occhi più profonde. Quando ebbe terminato, abbassò le mani in grembo e continuò a guardare la musica.
(trad. Brunamaria Dal Lago Veneri, Newton Compton editore)
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martedì, agosto 16, 2005
humanum est
nel post su Nyman ho erroneamente attribuito la regia del film Lezioni di Piano a Peter Greenaway anzichè a Jane Campion (ero convinto fosse il suo). Ringrazio l’anonimo o anonima che mi ha corretto nel commento. Mi scuso con gli amici lettori e con gli interessati (anche se non credo lo verranno mai a sapere).
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roma: sguardi digitali
studentessa d’arte al chiostro del bramante
(foto akio, aprile 2005)
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lunedì, agosto 15, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy: domenica è l’anniversario di Beethoven… Credo che gli manderò un biglietto.
Schroeder: Beethoven è morto!
Lucy: Si? Ho risparmiato 20 cents!
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domenica, agosto 14, 2005
il brano
dell’avversità
Quando era piccolo, Cosroes aveva un maestro che riuscì a farlo eccellere in tutte le materie che studiava. Un pomeriggio, il maestro – apparentemente senza motivo – lo castigò con grande severità.
Anni dopo, Cosroes salì al trono. Uno dei suoi primi provvedimenti fu di mandare a chiamare il maestro della sua infanzia e pretendere una spiegazione per l’ingiustizia che aveva commesso.
“Perché mi castigaste senza che io lo meritassi?” domandò.
“Quando vidi la tua intelligenza, seppi subito che avresti ereditato il trono di tuo padre”, rispose il maestro. “E decisi di mostrarti come l’ingiustizia possa segnare un uomo per il resto della vita. Spero che tu non castighi mai nessuno senza motivo.”
Cosroes ammirò la sua saggezza e gli diede un’alta carica.
Paulo Coelho
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sabato, agosto 13, 2005
ipse dixit
Ho un ricordo dolcissimo di Troisi, che ha fatto tanto per la mia vita di scrittore. Gli sono grato del modo straordinario in cui ha saputo appropriarsi del mio personaggio. La sua interpretazione del Postino è una delle dieci o venti migliori performance della storia del cinema.
Antonio Skarmeta
da La Repubblica del 25/2/2005
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venerdì, agosto 12, 2005
bloomsbury
Virginia Woolf
La signora francese in treno
Garrula, pendula, apirando come un tapiro le carnose foglie di sotto dei cavoli; grufolando tra le erbacce, avida persino nella carrozza di terza classe di qualche bocconcino di pettegolezzo… Madame Alphonse disse alla cuoca… gl orecchini che ondeggiavano come alle orecchie dei grandi lobi di qualche pachidermico mostro. Un sibilo con un pò di saliva esce dai denti davanti resi gialli e smussati, mentre mordicchia coste di cavolo. E per tutto il tempo dietro la pendula tentenante testa e la gocciola di saliva le grigie olive di Provenza si irradiano, maturano; formano uno sfondo corrugato di rami contorti e contadini ricurvi. A Londra nella carrozza di terza classe di contro a pareti nere con incollati lucidimanifesti pubblicitari starebbe passando da Clapham diretta a Highgate per rinnovare la coroncina di fiori di maiolica sulla tomba del marito. Là a Clapham Junction siede nel suo angolo, sulle ginocchia una borsa nera; nella borsa una copia del Mail; una foto delle principesse – in quella sua borsa fragrante di arrosto freddo, di sottaceti, di tendine foderate, di campane di chiesa la domenica e i saluti del vicario. Qui essa regge sull’immensa e ondlata spalla la tradizione; persino mentre la bocca le cola, mentre le luccicano gli occhietti di cinghiale si sente il gracidare della rana nel campo di tulipani; il bisbigliare del Mediterraneo che lambisce la sabbia; e la lingua di Molière. Qui il collo taurino regge canestri di uva; attraverso lo sferragliare del treno giunge il chiasso del mercato; un ariete a testa bassa, uomini che lo cavalcano; anatre in gabbie di vimini; gelati in cornetti; garze stese sui formaggi; sul burro; uomini che giocano a bocce accanto a un platano; una fontana; l’odore acre nell’angolo dove i contadini obbediscono apertamente agli imperativi della natura.
(trad. Adriana Bottini – Baldini&Castoldi ed)
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giovedì, agosto 11, 2005
il foglietto
pennarelli dozzinali
consecutio temporum
lezioni di fuoco per sempre
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mercoledì, agosto 10, 2005
la poesia
Federico Garcia Lorca
Nacchera
Nacchera.
Nacchera.
Nacchera.
Scarabeo sonoro.
Nel ragno
della mano
arricci l’aria
calda
e ti strozzi nel tuo trillo
di legno.
Nacchera.
Nacchera.
Nacchera.
Scarabeo sonoro.
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martedì, agosto 09, 2005
serata dvd
(ovvero, il piacere di accendere il video)
Melinda and Melinda di Woody Allen
un Lui: “Hai l’impressione che non comunichiamo più?”
una Lei: “Ma certo che comunichiamo. Possiamo non parlarne?”
Una Melinda con i capelli lisci ed una Melinda con i capelli mossi. Intorno a loro tutto il mondo di Woody Allen. Un cinema scritto. Dalla spigola alla cilena in pastasfoglia caramellata alla lampada di Aladino. Dal bicchiere di vino sorseggiato nel piccolo bistrot buio di Soho alle crisi matrimoniali piccole e grandi. Dal pianoforte suonato in strada durante un trasloco al sentire le melodie di Cole Porter quando si è innamorati. E New York. Una New York che ogni volta mi emoziona. Tre amiche passeggiano sul Bow Bridge a Central Park e rimpiangono:
“Quei giorni lontani dove noi tre credevamo che avremmo dominato il mondo… Cosa non darei per svegliarmi e scoprire che tutta la mia vita è stato solo un brutto sogno e che abbiamo ancora diciassette anni… A chi lo dici… Tu però non cambieresti niente. La tua vita, scorre sul binario giusto. No?… Beh, una domanda un pò assurda. Chi non approfitterebbe di un secondo giro?”
Non è un Woody Allen superlativo ma è un Woody Allen. Vedere un suo film è sempre come fare una seduta dall’analista. Sui titoli di coda ti senti meglio ma sai che ci vorranno altre sedute. Stavolta mi sono immerso in una gustosa macedonia di relazioni intrecciate tra crisi latenti, evidenti, controllate, urlate. Vince la commedia o la tragedia? No, stasera non mi voglio sbilanciare. Mi sbilancio invece su altri tre pezzi scritti alla Woody Allen.
…
“Shopping e colazioni. Mia moglie è a fare shopping e dopo va a colazione. E’ cresciuta a shopping e colazioni. Sua madre faceva shopping e colazioni. E sua nonna anche. Shopping e colazioni. Ecco cosa ti ritrovi sposando una principessa di Park Avenue”.
…
un Lui: “la vita è abbastanza gestibile se tieni basse le tue speranze. Il momento in cui ti concedi dei bei sogni corri il rischio che ti crollino addosso”.
una Melinda: “la mia vita è stata un’opera. Sono una di quelle eroine tristemente ipersensibili per l’esistenza su questo pianeta. Anche se nel mio caso mi sono procurata da sola i guai peggiori. Non dovevo buttarmi sventatamente sui miei sogni”.
…
un Lui: “che cosa sta succedendo? Scusa, noi una volta facevamo l’amore di continuo e adesso trovi sempre una scusa”.
una Lei: “te l’ho detto. Sono emozionalmente in un periodo di difficoltà creativa”.
E’ un film che finisce con un sacrosanto luogo comune e uno schioccar di dita.
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lunedì, agosto 08, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy: tu credi che la vita abbia le sue cime e le sue valli? Charlie Brown: Si, ne sono convinto.
Lucy: allora vuol dire che in ogni vita ci dev’essere un giorno al di sopra di tutti gli altri e che è il più felice, giusto?
Charlie Brown: beh, direi che probabilmente è vero…
Lucy: e se l’hai già avuto?
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domenica, agosto 07, 2005
la mia new york in bianco e nero
il mosaico dedicato a john lennon nella zona ribattezzata strawberry fields a central park
(foto akio, giugno 2000)
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sabato, agosto 06, 2005
ipse dixit
Ho fatto un errore, nella vita, quando ho firmato quella lettera al presidente Roosvelt chiedendo che venisse costruita la bomba atomica. Ma forse mi si potrà perdonare: infatti tutti noi eravamo convinti che fosse altamente probabile che i tedeschi riuscissero a costruirla, e a usarla per diventare la razza padrona.
Albert Einstein, lettera a Linus Pauling
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venerdì, agosto 05, 2005
due righe
Nascono le frasi nella notte. Mi girano attorno, bisbigliano, prendono un ritmo, delle rime, diventano poesie.
Agota Kristof
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giovedì, agosto 04, 2005
appunti di lettura
La visitatrice di Maeve Brennan
Quattro donne e due presenze. Un lungo e duro duello psicologico in cui chi perde (?)trova la forza per urlare che quella è e sarà sempre casa sua. Io farei la stessa cosa che ha fatto Anastasia. Forse resisterei meno a qualcuno che mi dicesse “Quanto hai intenzione di restare?”, anche se quella è casa mia. Ho scoperto Maeve Brennan (1917-1993). Le descrizioni, i piccoli brani da incorniciare, la scrittura semplice, pulita, incalzante, coinvolgente. E la storia; così amaramente possibile; così umana. Comprendo Anastasia che abbassa la guardia e si presenta indifesa alla battaglia. Lei non ha intenzione di combatterla quella battaglia. Non vuole vincere. Vuole restare a casa. Il rancore. Il dolore. L’egoismo. La vendetta consumata postuma che nasce da una profonda solitudine e insoddisfazione. Eppure c’è amore. Non mi meraviglio più quando qualcuno ferisce chi ama. Succede, eccome se succede. Anastasia che si affaccia alla finestra; il tè con la signorina Kilbride che non è “matta come un cavallo” ma una donna che vive nel ricordo di un grande amore; Katharine che è gentile, ma curiosa e invadente; le frasi raggelanti di nonna King. Il canto finale di Anastasia. L’ho letto sabato mattina in due ore (103 pagine, 7,20 euro) sorseggiando un caffè freddo, doppio e lungo al bar di un centro commerciale. La prefazione di Paula Fox (ne posterò la parte iniziale) e le notizie sull’autrice sono molto interessanti. Il volto della Brennan in copertina è bellissimo, enigmatico, complesso, triste.
saltapagina
Il postale correva verso Dublino,…
…
“Con il pensiero tornò a Parigi; nella sua mente si formarono immagini deboli, incerte. Stava di nuovo dicendo addio a suo padre. Era là, in miniatura, e c’era lei, in una chiara, fredda stanza in miniatura. Lui si girò e svanì oltre la porta dell’albergo che si apriva verso l’interno. Sembrava quasi una tartaruga, tutto curvo e ripiegato su se stesso con il cappello in mano. Per la prima volta lei aveva provato il desiderio di scusarsi, di dirgli almeno quanto le dispiaceva, ma lui aveva imboccato il corridoio aveva svoltato l’angolo, era scomparso. Era solo e triste. Dietro di lei, in quella minuscola camera d’albergo della memoria, sua madre era seduta su una sedia accanto alla finestra. Aveva il viso ammorbidito dalle lacrime, le mani intrecciate in grembo, rivolte verso l’alto; rispose allo sguardo della figlia con un’occhiata di passivo riconoscimento, e questo fu tutto…”
…
“Il viaggio fino a casa della nonna le parve troppo lungo, ma trasalì quando l’auto finalmente accostò, e alzò lo sguardo, ansiosa, e vide la porta, così familiare, di tanti anni prima. Nell’ingresso le luci erano accese. La aspettavano, la nonna e Katharine. La porta si spalancò e illuminò i gradini a beneficio del tassista, che saliva a fatica, carico di valigie. Baciò la nonna in fretta, evitando il suo sguardo. Le non si mosse dalla porta del salotto, restò sulla soglia; aveva appena lasciato il caminetto e il libro che stava leggendo, e osservò Anastasia e il suo bagaglio che ingrombava l’ingresso. Era sempre la stessa, con quella sua faccia delicata e meditabonda e signorile, e le mani intrecciate avanti a sè, in un gesto formale. Anastasia pensò: Sta aspettando che io commetta qualche errore”.
…
“La casa è un luogo della mente. Quand’è vuota, diventa irrequieta. Si anima di ricordi, visi e luoghi e momenti passati. Immagini amate riemergono, disobbedienti, a rispecchiare quel vuoto. Allora, quale risentito stupore, e quante ricerche pressochè inutili. E’ una situazione ridicola. E’ un essere ridicolo che cerca di ottenere un sorriso anche dall’ombra più familiare e affettuosa. Comico e senza speranza, lo sguardo diretto alle profondità del passato è sempre rivolto verso l’interno”.
…
Gli alberi attorno a Noon Square si fecero più grandi alla luce smorzata del crepuscolo. L’oscurità uscì silenziosa fuori dai tronchi che si ispessivano, fuse tra loro le sottili ringhiere di ferro che circondavano le case e dilagò rapidamente nei giardini, annerendo l’erba e rubando i colori ai fiori.
…
“La nonna si svegliò, accantonò il libro, si tolse gli occhiali e restò là, seduta, a rigirarseli in mano. Disse: “Quanto hai intenzione di restare, Anastasia?” Anastasia indietreggiò, stupefatta. “Bè, per sempre, nonna”.
…
“In un grande negozio di Grafton Street si fermò, indecisa, a guardare due ragazze che sceglievano una collana. Loro alzarono lo sguardo e la videro, e lei finse di aspettare qualcuno. La gente entrava nel negozio, lei se ne stava lì ferma a osservare, e dopo un pò si rese conto che cercava con insistenza il viso di sua madre. Poi ebbe l’impressione che fosse entrata, con il suo solito cappellino nero, e si dirigesse verso la scala a passi rapidi e precisi. Era serena e i suoi occhi avevano quell’aria limpida che riservava agli sconosciuti. Riesco perfino a vederle la schiena. E guardò quel drso snello e diritto scomparire su per la scala. Pensò: E’ andata al reparto abbigliamento. E senza esitare vi si precipitò”.
…
(trad. Ada Arduini, Bur ed.)
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mercoledì, agosto 03, 2005
incontro con l’autore
Michael Nyman autore del cd The Piano Sings
Non una parola. Arriva e si mette subito a disposizione dei fotografi che ne esaltano il narcisismo. Uno showman. Michael Nyman è un compositore di successo, ne è consapevole e se ne compiace. E’ a Roma per presentare una raccolta delle colonne sonore che ha scritto tra il 1993 ed il 2003, eseguite al solo piano. Il cd s’intitola The Piano Sings. Le esecuzioni dal vivo non sono particolarmente coinvolgenti. Un leggero sussulto quando esegue il brano del film Lezioni di Piano di Peter Greenaway (“Lezioni di piano” è di Jane Campion, non di Peter Greenaway
; ringrazio l’anonimo per la correzione. Ero convinto fosse di Greenaway! aggiornamento del 15/8/05). Accanto a me c’è una signora che ha l’aria di essere un’insegnante di musica o una pianista. I suoi commenti sono molto tecnici e severi. Non mi sento di darle torto. Non tanto per la qualità dei brani quanto per l’esecuzione. Di questa ora con Nyman mi sono piaciuti i calzini che indossava e i dieci minuti in cui si è dato in pasto ai fotografi. Un vero show culminato con Nyman che fotografa i fotografi ed il pubblico.
Roma, 9 giugno 2005 Spazio Feltrinelli Galleria Colonna
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martedì, agosto 02, 2005
il club di Groucho
(ovvero non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri)
Poi c’è la coppia che a mezzanotte si alza per andarsene, ma che arriva solo fino alla porta di casa. E’ praticamente impossibile buttarli fuori: come gli avanti di una squadra di rugby che non riescano a fare gli ultimi tre metri. Verso le dodici, il marito guarda l’orologio e con voce molto sorpresa esclama:
“Mezzanotte! Andiamo, piccola. Domattina mi devo alzare presto: ho un appuntamento”.
Voi vi precipitate a tirar fuori i soprabiti dall’armadio per accelerare la partenza degli ospiti. Ma vi illudete! La porta, pesante e muta, non desidera altro che spalancarsi al suono di allegre risate e di festosi arrivederci. Ma niente da fare: questi due sono di quelli che godono a stare sulla soglia. Durante il pranzo o in salotto quasi non hanno aperto bocca, ma all’ultimo momento scoprono di avere un mucchio di cose da raccontare! La moglie ha scovato un nuovo istituto di bellezza e descrive con vivaci particolari il metodo seguito da quel salone per fare la permanente: è un metodo rivoluzionario e sembra che faccia miracoli con i capelli lisci. Questo monologo va avanti per circa dieci minuti. Ecco il momento buono! Strisciate di sghembo verso la porta e l’aprite.
“Allora, buona notte. Speriamo di rivederci presto”.
Non siate sciocchi: li state vedendo in quel momento e continuerete a vederli per un’altra ora o giù di li. Non hanno ancora dato inzio ai preliminari della partenza. Ora il marito chiude la porta e dice:
“A proposito, vi ho parlato della partita di pesca che stiamo per fare? Andremo su un nuovo lago, dove pescano solo gli indiani, e voi sapete che gli indiani sono pescatori di eccezione!”
Voi dite:
“E’ strano che per gli indiani la pesca sia un’eccezione. Forse, è perchè non vogliono bagnarsi i mocassini”.
E’ una frase senza senso ma distrae la loro attenzione e vi offre il destro di aprire astutamente la porta con il piede. Nel frattempo, quei due si sono infilati i soprabiti e stanno a loro agio come due scarafaggi in un tappeto. In effetti, la gelida aria della sera risulta piacevole per Mr. e Mrs. Izaak Walton attacca a parlarvi di una nuova ricetta di salmone in insalata che ha scovato mentre sventrava un divano di crine in soffitta. Per esaurire questo argomento ci vogliono quindici minuti. Ora l’ingresso si è riempito di un vasto assortimento di lepidotteri, coleotteri e altri insetti notturni, attirati dalle luci accese. Verso le due i Walton cominciano a scaricarsi e, dopo qualche altro giro di arrivederci, riuscite finalmente a spingerli fuori della porta. E qui comincia realmente la vostra fatica. Vi occorrà quasi un’ora, e l’aiuto degli altri ospiti, per sbarazzarvi della fauna notturna alata o strisciante che ronza nel vostro ingresso. Più tardi, nel cuore della notte, quando la casa sarà immersa nel silenzio, sentirete intorno al letto il battito riposante delle ali di pipistrelli.
Groucho Marx da Memorie di un irresistibile libertino (ed. Bur La Scala trad. Argia Micchettoni)
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lunedì, agosto 01, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy sta parlando con Piperita Patty
Lucy: il segreto dell’amore è eliminare i rivali. E’ tutto qua… elimina i rivali e l’altra persona vorrà bene a te! Io ho buttato il piano di Schroder nel tombino… adesso che lui mi ami è solo questione di tempo… magari un cinquecento anni!
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venerdì, settembre 30, 2005
il post di Flaiano
“Senti”, mi dice R. “stamane racconto a mia moglie di aver sognato che stavo sposando un’altra donna e che si faceva il pranzo di nozze in una bella trattoria di campagna, tra amici. Sai che cosa mi ha domandato mia moglie? Mi ha domandato: “C’ero io alla festa?”.
“No” le rispondo.
“Succede sempre così” ha concluso mia moglie rabbuiandosi “io non ho mai diritto a divertirmi!”.
Ennio Flaiano da Diario notturno (Adelphi editore)
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giovedì, settembre 29, 2005
ipse dixit
Il romanzo è un’epopea soggettiva, in cui l’autore chiede il permesso di trattare il mondo alla propria maniera. Si tratta dunque solo di stabilire se egli abbia una maniera; il resto viene da sé.
Johann Wolfgang Goethe
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mercoledì, settembre 28, 2005
la mostra
Alfredo Jaar al MACRO
Oltre alle opere di Wesselmann, il Museo di Arte Contemporanea di Roma ospita una installazione di Alfredo Jaar intitolata: Che cento fiori sboccino. L’artista, di origine cilena che lavora e vive a New York, si è ispirato al “Movimento dei cento fiori” promosso da Mao Tse Tung in Cina negli anni ’50 e che avrebbe dovuto essere un punto d’incontro tra gli intellettuali per proporre critiche costruttive alla rivoluzione e suggerire nuove forme d’arte e creatività. Il movimento aveva per motto un’antica poesia cinese:
Che cento fiori sboccino,
che cento scuole di pensiero
si confrontino.
La critica alla dittatura fu feroce e Mao come lo aveva voluto così decretò la soppressione del movimento. A quel periodo si rivolge l’opera di Jaar che attraverso le sue opere d’arte ha denunciato gli avvenimenti più drammatici degli ultimi anni avvenuti in Ruanda, Angola, Sud Africa, Vietnam, Brasile e Cile. Genocidi, emergenze umanitarie, oppressioni politiche e sfruttamento economico.
“Let one hundred flowers bloom” (2005) è un’opera costituita da venticinque vasche di zinco, nove aspiratori elicoidali, un sistema di condizionamento, un sistema di irrigamento, un sistema di illuminazione, cento fiori, terra e videoproiezione. E’ una sorta di “giardino ideale” contenente cento piante e fiori di vari tipi. Le piante sono sostenute dalle fonti della vita, la luce e l’acqua, ma sono sottoposte a continue variazioni termiche ottenute dai potenti condizionatori d’aria e ventilatori che rappresentano le fonti di distruzione. Come recita la didascalia “l’opera è una metafora e uno spunto per riflettere sul rapporto tra il mondo della cultura, quale luogo di coesistenza delle diversità e tutte quelle forze che tendono al controllo, alla repressione e all’omologazione”. Dell’opera fa parte un video che riprende per un’intera giornata la tomba di Antonio Gramsci al cimitero cattolico di Roma. E’ un omaggio alle idee dell’intellettuale italiano a cui Jaar dedica l’opera.
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martedì, settembre 27, 2005
shakespeare
Macbeth
Chi può essere lucido e stupito, calmo e furioso,
leale e neutrale, nello stesso momento? Nessuno:
la foga del mio violento affetto
ha sopravanzato la prudente ragione. – Qui giaceva Duncan,
l’argentea pelle adorna dei purpurei ricami del suo sangue;
e le ferite aperte come una breccia nella natura
perchè vi facesse il suo distruttivo ingresso la rovina.
E lì i suoi assassini,
immersi nei colori del loro mestiere, i pugnali
sconciamente imbracati di sangue raggrumato.
Chi, avendo un cuore per amare,
e in quel cuore coraggio,
avrebbe potuto trattenersi dal rendere quell’amore manifesto?
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lunedì, settembre 26, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Schroeder: perchè continui a parlare del nostro matrimonio? Non ci sarà mai! A questo mondo ci sono almeno un milione di ragazze che sposerei piuttosto che te!
Lucy: ti stancheresti di loro…
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domenica, settembre 25, 2005
in punta di blog
the young sea gull Ernesto di ritaM
sembra di essere nella fiaba di pollicino, se seguo le briciole, prima o poi arrivo a casa. una impronta di pensieri di carta
professione: docente alle elementari. il primo giorno di scuola di azucena
una storia ha i suoi luoghi e i suoi tempi, e non li puoi barattare.. Una storia… la storia di alkanette
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sabato, settembre 24, 2005
un pò di emily
Questa è la mia lettera al mondo
che non ha mai scritto a me -
le semplici cose che la natura
ha detto – con tenera maestà.
Il suo messaggio è affidato
a mani che non posso vedere -
Per amore di lei – amici miei dolci -
con tenerezza giudicate – me.
Emily Dickinson
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venerdì, settembre 23, 2005
il club di Groucho
(ovvero non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri)
A James A. Linen, editore della rivista Time (4 gennaio 1952)
Caro sig. Linen,
la fotografia sulla copertina di Time ha cambiato la mia vita da così a così. Se prima passavo le ore a giocare a golf e a braccare le ragazze, ora inganno il tempo bighellonando intorno alla più grossa edicola di Beverly Hills e vendendo copie del numero del 31 dicembre a prezzi competitivi. Decisamente la foto di copertina non non mi rende giustizia (temo che nessun obiettivo sia mai riuscito a catturare la mia intima bellezza), comunque i miei seguaci sono così fanatici che comprano qualsiasi cosa rassomigli anche solo remotamente al sottoscritto. Ieri, nonostante la pioggia, ho fatto tredici dollari. E’ una somma esentasse, dal momento che rubo le copie quando il proprietario dell’edicola è a pranzo. La prego, riutilizzi presto la mia foto, e la prossima volta prometto di darle la metà di tutto quello che riesco a tirar su.
Cordialmente,
Groucho Marx
ps. oltre a Henry James, leggo anche il “St Louis Sporting News”.
da O quest’uomo è morto, o il mio orologio si è fermato – Einaudi ed. trad. Stefan Kanfer
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giovedì, settembre 22, 2005
la mia new york in bianco e nero
el pollo supremo: una catena di fast food molto diffusa nei quartieri ispanici (notare il gesto eloquente del pollo).
(foto akio, giugno 2000)
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mercoledì, settembre 21, 2005
l’anniversario
Vent’anni fa moriva Italo Calvino (18 settembre 1985). Su indicazione del mestiere di scrivere vi segnalo la pagina celebrativa della Rai e ci aggiungo il link a questo articolo di Mirella Serri su la stampa web da cui ho estratto i ricordi di Aldo Nove e Silvia Balestra.
Il sentiero dei nidi di ragno è stata la lettura dei miei 19 anni. Poi sono entrato in conflitto con il mito di Calvino. Andavo avanti, pagina dopo pagina, leggendolo in contemporanea con Fenoglio che preferivo di gran lunga. Passato ai libri successivi lo trovavo sempre troppo algido e distante. Oggi faccio mea culpa di un giudizio sommario e sicuramente lapidario. Però mi autoassolvo: a volte essere faziosi aiuta a scrivere e a sopravvivere. Vorrei rileggerlo e cominciare dalla fine: da quello splendido abbecedario di stile essenziale che sono le Lezioni americane.
Aldo Nove
Tutto comincia con un piatto di lumache rifiutato. Simbolo di impensabile disubbidienza da parte del Barone rampante. Che spasso. Avevo 11 anni, vivevo a Grottammare vicino Ascoli Piceno quando mi cimentavo con il racconto in cui aleggiava un’aria di rivolta che mi conquistava. Pensavo a certe liti familiari tutte consumate a tavola e pensavo forse di rifugiarmi anch’io sugli alberi e di guardare il mondo dall’alto. La storia di Cosimo Piovasco di Rondò è indimenticabile, non puoi non ammirarla per l’efficacia stilistica e per le immagini.
Silvia Ballestra
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martedì, settembre 20, 2005
il brano
Folletti
Un folletto è uno spirito etereo della natura, che ama danzare liberamente e suonare strumenti a corda. I folletti vivono sottoterra, o a volte dentro, oppure sopra l’acqua (preferibilmente una sorgente), o a volte anche nell’aria (o nei rami di grandi alberi). Di tanto in tanto assumono l’aspetto di un animale. Non sono malevoli di natura, ma a volte i loro scherzi hanno avuto serie conseguenze (per esempio, gente smarrita nelle paludi), ma non lo fanno con intenzione. Ci sono folletti maschi, femmine e asessuati. La maggior parte ha le ali.
Grandezza: dai 10 ai 30 cm.
Intelligenza: usata scaltramente, ma buona.
da Gnomi di Wil Huygen Rizzoli ed. – trad. Maria Duca Buitoni
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lunedì, settembre 19, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Sally: Ha! Tu non credevi che io potessi essere citata, e invece si!
Charlie Brown: Non capisco di cosa stai parlando…
Sally: Della recita scolastica! Del programma dove tutti vengono citati! Vedi? Ci sono i nomi di tutti i bambini che hanno recitato e di tutti gli adulti che hanno collaborato per le scene, il rinfresco e tutto quanto…
Charlie Brown: e dove saresti tu?
Sally: Come, dove sarei io? Leggi le ultime righe e vedrai…
Charlie Brown (legge il programma): “Lo spazio non consente di elencare tutte quelle persone meravigliose che hanno offerto all’occorrenza il loro tempo e il loro lavoro”.
Sally: Caspita, non dirmi che non sono abbastanza importante da essere citata.
Charlie Brown: Ne sono assolutamente convinto!
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domenica, settembre 18, 2005
la pinacoteca impossibile
Addio paese ospitale, paese splendido, patria della libertà e della bellezza! Si, i primitivi questi ignoranti hanno insegnato molte cose ai vecchi uomini civili, fornendo loro molte conoscenze nonchè istruendoli nell’arte del vivere in modo felice.
Paul Gauguin
autore: Paul Gauguin
titolo: Femmes de Tahiti
anno: 1891
tecnica: Olio su tela
dimensione: 69 x 91 cm
proprietà: Paris, Musee d’Orsay
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sabato, settembre 17, 2005
la poesia
Costantino Kavafis
Mare mattutino
Fermarmi qui! Mirare anch’io questa natura un poco.
Del mare mattutino e del limpido cielo
smaglianti azzurri, e gialla riva: tutto
s’abbella nella grande luce effusa.
Fermarmi qui. Illuso di mirare
ciò che vidi davvero l’attimo che ristetti,
e non le mie fantasime, anche qui,
le memorie, le forme del piacere.
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venerdì, settembre 16, 2005
il post di Marcello Marchesi
Questa è l’epoca delle materie di nuovo tipo. L’epoca della plastica. Memoria di plastica, classe di plastica, raccomandato di plastica. Sembra pesante è leggera, sembra cedevole è resistentissima. Insomma è l’epoca di tutto ciò che sembra ma non è. Similpelle, vinilpelle, Coccinelle.
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giovedì, settembre 15, 2005
di blog in blog
scrittura creativa
chi prevarrà tra la Sig.ra Ispirazione e la Sig.ra Concentrazione?
Oggi va così… di ilallallero
fotografia
la didascalia della foto recita così: “Gli uomini sono donne con le palle!”. Il mio commento: “quanto è buona la rosetta calda con un paio di fette di mortadella. Cibo da principi”. La risposta di rita: “Esatto akio, la famosa “Rosetta con la mortazza”, una coppia perfetta!
”.
Sweet-smelling Tie di ritaM
musica
per sapere tutto su Woody Guthrie “il padre putativo di Bob Dylan” (un post un po’ lungo da stampare e leggere con calma)
Spirito libero di Masso57
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221B Baker Street
uno scaffale della biblioteca di Holmes e Watson
(foto akio, dicembre 2004)
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mercoledì, settembre 14, 2005
dal comodino al blog
Banana Yoshimoto da L’abito di piume
saltapagina
…
Il mio paese sembrava esistere aggrappato ai lembi di terra risparmiati dal fiume…
…
Durante gli anni in cui avevo vissuto a Tokyo, il bar della nonna – che comunque era sempre stato piuttosto strano sin dai tempi dell’apertura – era peggiorato ulteriormente. Non che fosse sporco, la patina del tempo però non l’aveva affatto migliorato: era semplicemente diventato veccho. Ovunque imperava una confusione anomala. Un’infinità di tazze decorate con ossessionanti motivi a fiorellini di cui la nonna faceva collezione, tende di pizzo con degli orribili disegni, enormi soprammobili etnici in bella mostra sui davanzali… Un vero pugno in un occhio. Per non parlare della miniserra che occupava metà del locale in cui la nonna si dilettava a coltivare orchidee. Già in passato avevo pensato che ce ne fossero troppe, adesso però i vasi erano dappertutto.
…
In quel ricordo c’era qualcosa che assomigliava alla mano di chi mi aveva aiutata a venire al mondo… o meglio, una forza in grado di sollevarmi ancora più in alto, una luce bianca che commuoveva senza far provare compassione, ciò che avevo ricevuto in dono dalle mie ave, la sensazione vivida di quando prendi in braccio un neonato… in quel ricordo c’era un calore che era sintesi di tutto questo.
…
“Queste sono cose che non faccio a comando, tu però sei una ragazza così sincera, talmente sincera che mi sento comunque di darti un consiglio: circondati solo di persone che ti vogliono davvero bene. Sai, a questo mondo purtroppo c’è molta gente che se anche non è nata aprofittatrice, lo diventa alla prima occasione. Se mai ti capiterà di perdere la testa per qualcuno, ricordati di non dedicargli mai tutto il tuo tempo. Sei una ragazza molto seria e purtroppo hai la tendenza a buttarti a capofitto nelle cose”.
…
Ero felice di essermi fatta un nuovo amico. A Tokyo avevo sempre dato la priorità all’amore, tanto da non avere più desiderio di dedicarmi alle amicizie. Gli amici li incontravo nei ritagli di tempo e al massimo ci scambiavo due parole. Invece, i momenti che trascorrevo nel suo ristorante improvvisato, mangiando quei ramen precotti preparati con cura, erano una specie di conforto per me. Quando nel buio attraversavo l’ultima stradina e vedevo la sua lanterna, sentivo soffiare un’aria fresca, come rigeneratrice. Anche nelle notti senza vento, quella vista riusciva comunque a tranquillizzarmi. Di quando in quando mi era capitato di incontrarci studenti, gente squattrinata oppure tipi con la faccia triste, tutte persone che avevano bisogno del tepore di quel piccolo rifugio.
…
I vestiti della mamma erano tutti in ordine, impilati per bene, esattamente come li avevo visti l’ultima volta. Sentii una leggera fitta al cuore, seguita però anche da una piacevole nostalgia. Tanto da arrivare a sorridere involontariamente. Aprii l’armadio rosa con gli animaletti colorati che usavo da bambina e cominciai a rovistare nei suoi cassetti, praticamente in trance. Fintanto che non trovai un vecchio paio di guanti da maschietto con una fantasia bianca e rossa.
…
Pensai che la gentilezza disinteressata delle persone, le loro parole spassionate, fossero come un abito di piume. Avvolta da quel tepore, finalmente libera dal peso che mi aveva oppresso fino a quel momento, la mia anima stava fluttuando nell’aria con grande gioia.
…
(Feltrinelli, traduzione di Alessandro Giovanni Gerevini).
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martedì, settembre 13, 2005
appunti di lettura
L’abito di piume di Banana Yoshimoto
Hotaru torna a casa da Tokyo e finisce per dormire nel retro del caffè della nonna in una specie di magazzino. Ha speso tutte le sue energie in quella storia finita che l’ha riportata a casa. Intorno a lei ora c’è la natura, i ricordi d’infanzia, un padre new age, Rumi la sorella mancata, i pomodori mangiati appena colti, silenzi che parlano, un ristorante senza licenza, il vecchio armadio della madre, la dea della stazione degli autobus, il sogno di pattinare sul ghiaccio, un’immagine meravigliosa che le ballonzola nella mente dal passato, il posto del cheese cake, i ramen di Otake, un regalo sotterrato e “un vecchio paio di guanti da maschietto con una fantasia bianca e rossa”. La leggerezza del titolo è quella in cui si sente avvolta Hotaru in questo suo ritorno a casa. La stessa leggerezza ce l’ha la scrittura della Yoshimoto che nella postfazione dice:
“Ho l’impressione che sia un romanzo uscito dalla penna di qualcun altro e pertanto mi sento libera di dire che penso trasmetta molta tranquillità. Non credo sia un romanzo strepitoso, il contenuto poi non è gran che, qua e là però ci sono dei passaggi che mi piacciono molto. Trovo che sia una storia molto simile a una favola. Mi farebbe piacere se qualcuno che sta affrontando un brutto momento la leggesse e riuscisse ad alleviare le proprie sofferenze, senza pensare di trovarci dei messaggi particolari”.
Non so se è un romanzo che allevia sofferenze ma si legge con interesse e piacere assaporandolo in un paio di sere (127 pagine, 10 euro – Feltrinelli ed. trad. di Alessandro Giovanni Gerevini).
A Hotaru, sia Rumi che il padre chiedono “perchè non resti? Ma che torni a fare a Tokyo?”
“La verità è che, se va avanti così, nella migliore delle ipotesi mi ritrovo a gestire il caffè della nonna, oppure a lavorare in un asilo nido. O peggio ancora mi tocca sposarmi un maestro di sci con la mamma a carico. Tutte cose che non dipenderebbero dalla mia volontà, che non avrei scelto di fare io in prima persona”.
Quello che sceglierà di fare Hotaru è quello che avrei fatto anch’io. Domani ne posterò alcuni brani.
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lunedì, settembre 12, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy: cosa hai fatto della foto che ti ho dato?
Schroeder: l’ho buttata via!
Lucy: con le tue mani?
Schroeder: certo
Lucy: ha toccato la mia foto!
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domenica, settembre 11, 2005
i will never forget 9/11
One belongs to New York instantly, one belongs to it as much in five minutes as in five years.
Thomas Wolfe
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sabato, settembre 10, 2005
gli incipit del televideo rai (pag. 769)
(visto che pago il canone)
Luis Sepulveda da Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (Guanda editore)
Il cielo, che gravava minaccioso a pochi palmi dalle teste, sembrava una pancia d’asino rigonfia. Il vento, tiepido e appiccicoso, spazzava via alcune foglie morte e scuoteva con violenza i banani rachitici che decoravano la facciata del Municipio. I pochi abitanti di El Idilio, e un pugno di avventurieri arrivati dai dintorni, si erano riuniti sul molo e aspettavano il loro turno per sedersi sulla poltrona portatile del dottor Rubicundo Loachamin…
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londra: sguardi digitali
look right
(foto akio, dicembre 2004)
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venerdì, settembre 09, 2005
la poesia
George Gordon Byron
Vi è un piacere dei boschi inesplorati
e un’estasi delle deserte spiagge,
vi è una compagnia che nessuno può turbare
presso il mare profondo, e una musica nel suo ruggito;
non amo meno l’uomo ma più la natura
dopo questi colloqui dove fuggo
da quel che sono o prima sono stato
per confondermi con l’universo e lì sentire
ciò che mai posso esprimere nè del tutto celare.
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giovedì, settembre 08, 2005
il post di Flaiano
Non credere che scrivere mi piaccia, mi spaventa. E’ così difficile. Di tutto ciò che ho scritto ci saranno sì o no tre pagine che non mi disgustano. Tutta una vita per tre pagine! Poche, no! Il guaio è che non sono nemmeno una di seguito all’altra. Se non scrivessi, mi piacerebbe fare il rilegatore di libri.
Ennio Flaiano
(da una intervista di Carlo Mazzarella del 1959 ripubblicata da Bompiani ed.)
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mercoledì, settembre 07, 2005
l’iniziativa
le illystories
Sono dei mini libri gratuiti, ognuno con un racconto, che trovate in distribuzione presso gli illy caffè. In questa collana sono stati pubblicati i racconti di scritture giovani 2005 (di cui ha parlato alice) ma anche una serie di racconti con il viaggio per tema tra cui In volo di Dacia Maraini e …Un pò morire di Marcello Fois. E’ una iniziativa interessante. Non so se farà vendere più caffè ma so che è piacevole sorseggiare un caffè, leggere e portarsi via uno di questi libretti di racconti. Sono anche dei piccoli e preziosi oggetti da collezionare, ben impaginati e con ottime grafiche in copertina. Di seguito vi lascio il testo di Davide Longo che è all’inizio dei racconti di scritture giovani 2005 e in cui si ritroveranno molti di quelli a cui piace leggere e scrivere seduti al tavolino di un caffè.
Libro, donna, caffè, amen
di Davide Longo
Il mio caffè preferito sta sotto i portici di Torino. E’ una stanza con due pareti di vetro e ci passano davanti studenti con borse di lana e poche preoccupazioni. I tavolini sono piccoli, i giornali del giorno prima. Al banco ci sono bustine d zucchero normale e un mazzo di carte. Ci vado soprattutto se piove. Mi siedo all’angolo, leggo e di tanto in tanto controllo dalle vetrate che la vita fuori somigli ancora a quella che ricordo. Il libro che più amo lo lessi seduto in quel caffè. erano molti anni fa e non pioveva. Adesso è logoro e sta nella mia stanza dei libri belli, sopra una mensola traballante che comprai per due soldi e ne valeva uno soltanto. Quel che c’era in quelle pagine lo cerco ancora oggi: risposte sottintese e roba che arriva dal passato. E poi coraggio, parecchio coraggio e colline, partenze, visi splendidi nella luce di un fuoco e inevitabilmente saluti, lei che parte e si sporge al finestrino, lui fermo sulla banchina stretto alla sua sigaretta. La donna che amo somiglia a quel libro. Adesso prepara una minestra di farro in cucina, ma un tempo viaggiò e forse tornerà a farlo. E’ alta e magra. Talvolta siedo con lei nel bar sotto i portici e ce ne stiamo zitti a leggere. Lei preferisce libri lontani e brevi, profumati come tisane, Io bicchieri di vino rosso fermo e pagine di legno. I libri sembrano una cosa misteriosa e invece sono come i Caffè e le persone. I Caffè chiudono, i libri finiscono, le persone dicono basta. E’ solo questione di storie. Si entra nei Caffè per togliersi dal freddo e dalla strada Si entra nei libri e nelle storie d’amore per lo stesso poco nobile motivo: la salvezza. Chi conosce i Caffè conosce i libri e le persone. Chi conosce i libri conosce le persone e così via. – Smette di piovere – dice sempre la donna che amo dopo che ce ne stiamo a leggere in silenzio. Le sorrido e alzo le spalle che non m’importa. Lo faccio da qualche anno e lei sta al gioco. La gente intorno ride dei fatti suoi o sta seria. Qualcuno come voi legge un libretto che non s’aspettava di trovare, consuma un caffè e le pagine sotto le dita. Aspetta un amore da consumare quella notte. Spera una vita che non consumi l’amore.
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martedì, settembre 06, 2005
la mia parigi in bianco e nero
l’ingresso al metrò di abbesses nel cuore di montmartre
(foto akio, maggio 2002)
ps. ieri sera raiuno ha trasmesso il favoloso mondo di amélie…
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lunedì, settembre 05, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy: Charlie Brown, voglio domandarti qualcosa… Tu pensi che io sia scorbutica?
Charlie Brown: Si, penso che tu sia molto scorbutica.
Lucy: Beh, a chi interessa quello che pensi tu?!
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domenica, settembre 04, 2005
dante in pillole
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense.
Dante Alighieri
La Divina Commedia
Inferno, V, 100-107
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sabato, settembre 03, 2005
la libreria
“il corsaro” in via macerata a roma
L’ho scoperta in occasione della presentazione del romanzo di Andrea D’Agostino. Ci si deve venire appositamente ma ne vale la pena. Si trova in un quartiere popolare in via di (lenta) riqualificazione in una viuzza dove puoi trovarci dal cinema a luci rosse alle persone fuori del portone di casa che chiaccherano seduti sulle sedie della cucina. E’ una libreria a gestione familiare che con coraggio rappresenta uno dei punti di forza da cui può partire quella lenta riqualificazione. L’ingresso è bellissimo con il nome scolpito manualmente nel legno dell’insegna. E’ uno di quei luoghi dove tornare ogni tanto per scovare qualche perla ma anche per respirare un’ atmosfera unica. Un luogo per chi ama il libro come oggetto non solo da leggere ma da conservare, tramandare, sfogliare, cercare, toccare, riciclare, curiosare, osservare e amare. In un luogo così vedi vivere vecchi libri con il prezzo scritto in copertina che ti fa prima sorridere e poi emozionare: 350 lire. Le vecchie copertine delle edizioni degli Oscar Mondadori, dell’Einaudi, della Bompiani, della Rizzoli. Due pareti con scaffali spartani in legno stile ikea: da una parte i libri nuovi dall’altra l’usato. C’è anche una saletta con altri cavalletti ricolmi di libri usati che in più funge da piccolo ufficio. La dimensione umana di una libreria è sempre più rara. Luca “Il Corsaro”, in attesa della presentazione, è seduto accanto al padre. Guarda gli scaffali e gli chiede: “abbiamo venduto il Coelho?” Già, in una libreria così, il proprietario sa esattamente dov’è ciascun libro; con uno sguardo trova una edizione tascabile del 1975. La mattina quando tira su la serranda apre una libreria non solo un negozio che vende libri.
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venerdì, settembre 02, 2005
il club di Groucho
(ovvero non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri)
Se un rubinetto gocciola, non c’è speranza – meglio gettare la spugna. Non c’è nessuno al mondo che riesca a riparare un rubinetto che non tiene. Il rubinetto nel mio bagno gocciola da otto anni e in questo periodo centinaia di idraulici e meccanici hanno visitato il mio bagno per studiarlo. Tutti prescrivono lo stesso rimedio – una nuova rondella. Dunque viene messa una nuova rondella – cinque centesimi per rondella e otto dollari e trentacinque per il lavoro. Funziona perfettamente per quel giorno, ma la notte, giusto quando sto per volare fra le braccia di Morfeo, il consueto plop-plop del rubinetto mi risveglia di scatto. Una certa bella signora che abitava vicino a Zanesville, nell’Ohio, pensava di aver risolt questo problema. Una sera, prima di andare a letto, inchiodò una mela selvatica al rubinetto. Sfortunatamente Grunion, il figlio di nove anni, l’aveva vista fare ciò e durante la notte, quando tutto era tranquillo, s’introdusse furtivamente nel bagno e rubò la mela selvatica. Più tardi quella sera la signora concluse che un rubinetto che non tiene dava meno disturbo di un Grunion con il mal di pancia e abbandonò il progetto.
Groucho Marx da Grouchismi ed. Oscar Mondadori
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giovedì, settembre 01, 2005
la pinacoteca impossibile
René Magritte
“…la psicanalisi consente di interpretare solo ciò che si può interpretare, io mi sforzo di dipingere solo immagini che evocano il mistero del mondo…”
autore: René François-Ghislain Magritte
titolo: Les amants
anno: 1928
tecnica: Olio su tela
dimensione: 54 x 73
proprietà: New York, Richard S. Zeisler Collection
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lunedì, ottobre 31, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Linus: … e la notte di Halloween il “Grande Cocomero” sorge dall’orto dei cocomeri… e reca doni a tutti i bimbi buoni del mondo!
Charlie Brown: sei pazzo!
Linus: d’accordo, tu credi in Babbo Natale e io credo nel “Grande Cocomero”… secondo me, non importa in cosa credi, quando hai la fede!
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sabato, ottobre 29, 2005
amici lettori, torno lunedì. Vi lascio una ricca selezione di post che mi sono piaciuti negli ultimi giorni.
di blog in blog
Non ho scuse per spiegare perché non sono un altro di Juan Calzadilla proposto da mosette
la segnalazione di milla52: Confessioni di una maschera di Yukio Mishima
in punta di blog
i problemi di biancheria intima di ilalla
siamo libri da aurorainblù
Luigino l’ambulante di aretha
coppie di aretha
candele di alkanette
il melograno di rita
il fausto di alice avallone
il palau de la musica catalana di piccolo fiore
“Rosa e Marta” sarebbe stato un buon titolo per questo post! di dolt
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venerdì, ottobre 28, 2005
Scott Adams e il suo Dilbert
the boss: Mi dica cos’ha realizzato quest’anno, in modo che lo possa mettere nel suo curriculum.
dilbert: le invenzioni che ho fatto l’anno scorso, quelle che lei riteneva inutili, hanno fatto guadagnare milioni di diritti sulle licenze!
the boss: così in pratica quest’anno non ha combinato nulla!
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giovedì, ottobre 27, 2005
trilussa
La Violetta e la Farfalla
Una vorta, ‘na Farfalla
mezza nera e mezza gialla,
se posò su la Viola
senza manco salutalla,
senza dije ‘na parola.
La Viola, dispiacente
d’esse tanto trascurata,
je lo disse chiaramente:
- Quanto sei maleducata!
M’hai pijato gnente gnente
per un piede (cesto) d’insalata?
Io so’ er fiore più grazzioso,
più odoroso de ‘sto monno,
so’ ciumaca (avvenente) e nun ce poso,
so’ carina e m’annisconno.
Nun m’importa de ‘sta accanto
a l’ortica e a la cicoria:
nun me preme (non m’interessa), io nun ciò boria:
so’ modesta e me ne vanto!
Carlo Alberto Salustri, Trilussa
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mercoledì, ottobre 26, 2005
la pinacoteca impossibile
autore: Edgar-Germain-Hilaire Degas
titolo: Ècole de danse
anno: 1873 circa
tecnica: Olio su tela
dimensione: 48.3 x 62.5 cm
proprietà: Corcoran Gallery of Art, Washington
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martedì, ottobre 25, 2005
il brano
Bartleby lo scrivano di Herman Melville
“Avrei preferenza di no”.
“Preferenza di no?” gli feci eco, alzandomi in grande eccitazione, e attraversando la stanza d’un balzo. “Come sarebbe a dire? Cosa vi prende? Voglio che m’aiutiate ad esaminar codesto foglio, prendetelo,” e glielo gettai.
“Avrei preferenza di no”, diss’egli.
Lo guardai impietrito. Il suo volto era smunto e composto, gli occhi grigi tranquilli e velati. Non un segno di turbamento lo animava. Fossevi stata, nei suoi modi, la minima traccia d’inquietudine, collera, impazienza o impertinenza; in altre parole, fossevi stato in lui alcun tratto d’odinaria umantà, senza meno l’avrei cacciato di forza dai miei uffici. Ma, per come stavano le cose, non mi sarebbe parso altrimenti che cacciar dalla porta il mio pallido busto in gesso di Cicerone. Rimasi a scrutarlo per qualche attimo, mentre egli continuava a scrivere, indi tornai a sedermi al mio scrittoio. Tutto ciò è molto strano, pensavo. Qual è la miglior cosa da fare? Ma avevo fretta di sbrigare il mio lavoro. Decisi di trascurare l’accaduto, per il momento, rinviando la sua considerazione ad un momento di tranquillità. Così, chiamato Nippers dall’altra stanza, lo scritto venne rapidamente controllato. Alcuni giorni dopo, Bartleby terminò la stesura di quattro prolissi documenti, il quadruplicato d’una settimana di testimonianze raccolte in mia presenza nell’Alta Corte di Cancelleria. Divenne necessario esaminarli. Trattavasi di una causa importante, ed una grande accuratezza era indispensabile. Avendo tutto predisposto, chiamai dalla stanza attigua Turkey, Nippers e Ginger Nut, intendendo metter le quattro copie in mano ai miei quattro impiegati, mentre io avrei dovuto legger l’originale. Di conseguenza, Turkey, Nippers e Ginger Nut avevano preso posto in una fila di seggiole, con in mano ciascuno il proprio documento, quando chiamai Bartleby perchè s’unisse a quest’interessante gruppo.
“Bartleby! Presto, sto aspettando”.
Udii il lento stridere della sua sedia sul nudo pavimento, e presto egli apparve sostando all’ingresso del suo eremo.
“Cosa si comanda?” disse in tono mansueto.
“Le copie, le copie,” diss’io in tutta freta. “Dobbiamo esaminarle. Ecco…” e gli allungai il quarto dei quadruplicati.
“Avrei preferenza di no,” diss’egli e silenziosamente sparì dietro il paravento. Per alcuni istanti fui trasformato in una statua di sale, in piedi alla testa della mia colonna di assisi impiegati. Riprendendomi, mi mossi verso il paravento, e gli chiesi ragione dell’inusitata condotta.
“Perchè vi rifiutate?”
“Avrei preferenza di no”.
Con chiunque altro sarei andato su tutte le furie; bandita ogni altra chiacchera, l’averi senza scrupoli cacciato via. Ma v’era qualcosa in Bartleby che, non soltanto stranamente mi disarmava, ma puranco, in modo assai sorprendente, mi toccava e sconcertava. Presi a discutere con lui.
“Queste sono le vostre copie che dobbiamo esaminare. Vi risparmio del lavoro, giacchè le controlleremo tutte in una volta sola. E’ l’usuale pratica. Ogni copista è tenuto a collaborare nell’esame della sua copia. Non è forse così? Non parlate? Rispondete!”
“Avrei preferenza di no,” rispose con voce flautata.
(traduzione di Gianni Celati, Feltrinelli ed.)
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lunedì, ottobre 24, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy: lo sai cos’è l’amore?
Schroeder: Amore, s.m. sentimento di affetto vivo, trasporto dell’animo verso una persona o una cosa; profonda tenerezza; devozione.
Lucy: sulla carta, è bravissimo…
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domenica, ottobre 23, 2005
taccuino newyorkese
stavolta il taccuino me lo ha fatto sfogliare la lettura di questo post di icio.
colazione a time square
Ore 6 e 20 del mattino. Prendo il 159 local. Il Lincoln Tunnel è libero e il bus corre che è una bellezza. In un caffè del Porth Authority Terminal compro un lievito farcito alle mele ed un caffè black, no sugar e by walk. Con il mio sacchetto mi dirigo verso Time Square per fare colazione in strada. La piazza più trafficata del mondo alle sette del mattino è piacevolmente deserta. Pochi passanti schivano il camion che pulisce la strada con un potente getto d’acqua. In un cantiere gli operai tutti bardati lavorano a pieno ritmo. Mi fermo sotto il cartellone luminoso dell’indice Nasdaq. Dal sacchetto tiro fuori il “cornetto” alle mele e sorseggio il caffè che è ancora bollente. Buongiorno New York.
(24 giugno 2005)
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sabato, ottobre 22, 2005
senza musica
Luciano Ligabue
L’odore del sesso
Si fa presto
a cantare
che il tempo
sistema le cose
si fa un po’
meno presto
a convincersi
che sia cosi’
io non so
se e’ proprio amore
faccio ancora confusione
so che sei
la piu’ brava
a non andarsene via
forse ti ricordi
ero roba tua
non va piu’ via
l’odore del sesso
che hai addosso
si attacca qui
all’amore che posso
che io posso
e ci siamo mischiati
la pelle le anime
le ossa
ed appena finito ognuno
ha ripreso le sue
tu che dentro
sei perfetta
mentre io mi vado stretto
tu che sei la piu’ brava
a rimanere mania
forse ti ricordi
sono roba tua
Non va piu’ via
l’odore del sesso
che hai addosso
si attacca qui
all’amore che posso
che io posso
Non va piu’ via
l’odore del sesso
che hai addosso
si attacca qui
all’amore che posso
che io posso
ti dico solo
non va piu’ via davvero
non va piu’ via
nemmeno se
non va piu’ via
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venerdì, ottobre 21, 2005
il club di Groucho
(ovvero non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri)
Dopo trent’anni passati a Hollywood, piano piano e a malincuore sono giunto alla conclusione che dal punto di vista sociale sono una frana. Mi sono finalmente convinto di avere la maggior parte di quegli acciacchi che, stando ai caroselli televisivi, si possono guarire in ventiquattr’ore. Solo così riesco a spiegare l’esistenza ritirata che ho condotto in una città che è famosa per le sue follie e per la sua spensieratezza. Credo di non essere mai riuscito a conquistarmi un posto nelle colonne mondane dei giornali. Oh, il mio nome appare frequentemente in alcuni articoli, ma di solito ciò accade quando viene annunciato uno spettacolo televisivo al quale prenderò parte, o quando si parla di qualche mio progetto teatrale. Le cronache cinematografiche non hanno mai citato il mio nome in occasione di feste come la seguente:
Mr. e Mrs. Basil Metabolism hanno offerto a trecentosessanta coppie un garden party per festeggiare il ritorno di Steve Gwendolyn dal Perù. Un tendone di raso copriva tutta la superficie del giardino, e a ogni coppia venivano offerti una piscina in miniatura e un barilotto di champagne. I fotografi di Life, cui era stata concessa l’esclusiva dell’avvenimento, tenevano gli obiettivi puntati di preferenza sulle stelline che indossavano i bikini più microscopici. Alle undici è stata organizzata una divertente vendita all’asta, e la figlia della padrona di casa è stata venduta a un commerciante di auto usate il quale ha dichiarato scherzosamente di volerla scambiare con una Rolls Royce nuova. Verso l’una Kim e Frankie sono venuti a rallegrare la festa affascinando i presenti con le arie di Burl Ives. Verso le tre alcuni cannoni hanno sparato ragazze nude fra le braccia di quei fortunati che erano senza compagna. L’orgia ebbe finalmente termine quando i primi raggi di sole apparvero dietro le colline.
Groucho Marx da Memorie di un irresistibile libertino (Rizzoli ed.)
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giovedì, ottobre 20, 2005
la mia parigi in bianco e nero
cafè au petit montmartre
(foto akio, maggio 2002)
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mercoledì, ottobre 19, 2005
cinque righe
Da giovane mi sarebbe piaciuto avere il volto magnifico di Liz Taylor. Ora sono così contenta della mia faccia di tolla, perchè l’ha fatta mia madre, è il ricordo di lei più bello che mi ha lasciato. Ed ora in giro ci sono così tante brutte facce.
Alda Merini
dal Corriere della Sera del 28/7/05
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martedì, ottobre 18, 2005
gli incipit del televideo rai (pag. 769)
(visto che pago il canone)
Italo Calvino da Se una notte d’inverno un viaggiatore (Mondadori editore)
Stai per cominciare a leggere un nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’istinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: “No, non voglio vedere la televisione!” Alza la voce, se no non ti sentono: “Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!” Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso….
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lunedì, ottobre 17, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown: così tu pensi che il mondo migliori? Beh, se hai tanta fiducia nel mondo, com’è che stai aggrappato a quella coperta?
Linus: touché!
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domenica, ottobre 16, 2005
il mio amico Simenon
Maigret indossò il soprabito, si mise la bombetta in testa spingendola in avanti e qualche minuto dopo camminava per le strade della cittadina con le mani infilate nelle tasche, nella cortina di pioggia. Spinse la porta del suo ufficio i cui muri erano ricoperti di annunci amministrativi. Arricciò il naso a causa della brillantina dell’ispettore Méjat, un odore dolciastro che dieci pipe non riuscivano a dissipare. Su una sedia era seduta una vecchietta dal viso raggrinzito, con un berretto sul capo e in mano un enorme ombrello vandeano che gocciolava sul pavimento. C’era una lunga striscia d’acqua, che sembrava lasciata da un cane.
“Che c’è?”
brontolò Maigret, oltrepassando il divisorio e chinandosi sul suo unico ispettore.
“E’ per lei. Vuole parlare solo con lei”.
“Come con me? Ha fatto il mio nome?”
“Ha chiesto del commissario Maigret”.
Georges Simenon da Maigret e la casa del giudice
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sabato, ottobre 15, 2005
metropolis: roma
voci di un mercato rionale
andiamo!
tre euro al sacco! Dottore, tre euro.
pesce fresco… E’ troppo bbbono… apri l’occhi!
(una cliente)… quanto era fresco… quanno era vivo!
dù chili d’aranci n’euro
forza signora
daje! un chilo de pimidororo n’euro
quale je piace d’abbacchio? questo?
comprate sta mortadella bella… dicaaa…
tutto fresco fresco
che belle noci… daje…
a roma e dintorni sò n’euro e quarantatrè… lascia quarcosa de mancia? anzi nò, me scusi a signò… sò dodici euro e quarantatre
io c’iavevo nà bella Balilla foderata de pelle d’anguilla
a signò je devo dà un centesimo e va beh mo dai a prossima vorta
stamattina belle banane a n’euro
daje guarda che bella robbetta a n’euro
dieci e venti! dieci e venti!
daje… tutto a mille lire… daje mille lire…
artro? signora? vole artro?
signore! venitele a vedè! tutta Roma ne parla! le ciabatte benedette dar Papa!
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venerdì, ottobre 14, 2005
Reg Smythe ed il suo ANDY CAPP
Andy: Che cosa orribile la vecchiaia, non ti lascia nemmeno la forza di metterti il cappotto sulle spalle per uscire di casa!
Flo: Dai, amore, non essere così pessimista. Non sei ancora ridotto proprio così male.
Andy: Ma che cavolo hai capito? Io stavo parlando di te!!
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giovedì, ottobre 13, 2005
ipse dixit
Scrivo libri forti, intensi, eccitanti anche. Mi piace spaventare e anche eccitare, mi piace emozionare, mi piace commuovere, voglio le lacrime, voglio entrare dentro a chi mi legge. Voglio che il lettore non dimentichi ciò che ha letto, voglio lo sogni la notte, voglio che un mio romanzo rimanga il più possibile. Non mi piacciono i libri che leggi a letto, di sera, prima di andare a dormire. Non amo i libri che conciliano il sonno. Un libro deve tenerti sveglio, piegarti.
Isabella Santacroce
dal quindicinale Stilos dell’11 ottobre 2005
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mercoledì, ottobre 12, 2005
una domenica in giardino
casa fungo dei nani
(foto akio, ottobre 2005)
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martedì, ottobre 11, 2005
il brano
Dacia Maraini dal racconto In volo (illystories ed.)
Ada torna a cacciare il naso nel libro. Ma non riesce a leggere perchè l’aereo si è messo a fare salti da canguro. Il suo sguardo va al finestrino. Fra un mucchio di nuvole bitorzolute intravede una mezza luna dai contorni incerti. Non è la luna di Conrad e delle isole del Pacifico, di cui sta leggendo. I napoletani hanno smesso di ridere a voce alta. C’è una tensione nell’aria che tiene tutti silenziosi e aggrappati ai braccioli. Ada lancia uno sguardo di sguincio al suo vicino che continua a mangiare patatine fritte con l’aria tranquilla. Quando finalmente sbucano sopra le nuvole e l’aereo torna a volare quieto, una hostess dai capelli decolorati stretti in una coda di cavallo, si china a posarle il vassoio della cena sul tavolinetto pieghevole. Ada è costretta a chiudere il libro. Davanti ha una vaschetta di plastica colma di lasagne bisunte, un piattino quadrato su cui giace una fettina di carne dal colore violaceo. Un dolce alla crema, bianco, segnato da una N di cioccolata. Non ha fame, non mangerà. Riprende il libro e lo apre dove aveva messo il segno. Proprio in quel momento il vicino dai capelli radi le si rivolge con molta gentilezza, chiedendole se veramente non ha intenzione di mangiare la sua cena. No, risponde lei. E lui, sempre più umile e garbato, la prega di potere approfittare delle sue lasagne e del suo dolce. Ada lancia uno sguardo sul vassoio vuoto del vicino. La vaschetta delle lasagne è pulita come se fosse stata lavata col sapone. Non c’è più traccia del dolce con la N di cioccolata in rilievo. Il bicchiere di vino rosso è stato bevuto fino all’ultima goccia. Fa un piccolo cenno di ammirazione per quell’appetito sorprendente e gli cede volentieri la sua cena. L’uomo prende a mangiare con voracità.
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lunedì, ottobre 10, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy: Vedi questi libri da colorare? Attenzione! Non ho tempo per colorare tutto io, capisci? Devi sfogliare i libri e colorare tutti i cieli d’azzurro… così non lo dovrò fare io…
Linus: Proprio il sogno della mia vita… vice-coloratore di libri!
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domenica, ottobre 09, 2005
un pessoa ogni tanto
La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde, arpe, timpani e tamburi. Mi conosco come una sinfonia.
Fernando Pessoa da Il libro dell’inquietudine
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sabato, ottobre 08, 2005
in punta di blog
la piccola città di osso di seppia
once upon a time -Anni ’50 dall’album di famiglia di ritaM
barcellona, eccola qui immortalata! La torre Agbar fa capolino… di piccolo fiore
una poesia di luigi perrella
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venerdì, ottobre 07, 2005
il post di totò
Sono un uomo della foresta, nel mangiare mi accontento di poco. A me mi bastano due banane, qualche nocciolina, un’aragosta, ma piccola, un pollo lesso, un pollo alla cacciatora con qualche animella, un budino alla guardia di finanza, formaggio, dolce e caffè. Sono vegetariano.
Antonio de Curtis in arte Totò
da Parli come badi Rcs libri
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giovedì, ottobre 06, 2005
lisbona: sguardi digitali
Elevador da Glória (collega piazza Restauradores al quartiere di Bairro Alto)
(foto akio, giugno 2003)
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mercoledì, ottobre 05, 2005
ipse dixit
Un racconto è un atto d’amore. Si dice: “Io questa storia te la posso dettagliare dai vent’anni precedenti all’avvenimento a quelli successivi, dal colore dei capelli a quello dello smalto”. Oppure si dice: “il lavoro sporco lo faccio io, tu siediti e leggi il concentrato”.
Valeria Parrella
dal quindicinale Stilos del 5 luglio 2005
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martedì, ottobre 04, 2005
il brano
Bruce Chatwin da Il vicerè di Ouidah
I da Silva si misero in posa sulla scalinata della cattedrale per la fotografia che facevano ogni anno. Agostinho-Ezekiel da Silva si occupava del rituale. Era un distinto signore di ottantanove anni, somigliante a un uccello: uno dei quattro superstiti nipoti del Fondatore e Capo della famiglia. Aveva la pelle tesa sul cranio calvo e lucente e la sua bocca sdentata era una O perfetta. In silenzio dava istruzioni con un bastone dal pomo d’argento: i vecchi dovevano sedersi sulle sedie, i giovani stare in piedi sugli scalini e i loro genitori riempire lo spazio tra gli uni e gli altri. Lo aiutavano a comporre il gruppo due ragazzini magri, di nome Modeste e Pierre, che avevano un bel da fare a sistemare le signore.
“Mettez-vous là, madame!”.
“Bougez, madame!”.
“Ne bougez pas, madame!”.
Ma le signore continuavano ad agitarsi, a discutere, aiutandosi coi gomiti a spingere le loro sorelle da parte. E gli uomini non si comportavano meglio. Lo zio Procopio, flautista del Conservatorio di Dakar in pensione, stava recitando la sua “Ode in morte della repubblica del Dahomey”. Gustave, l’intellettuale, gli disse di star zitto. Africo da Silva stava descrivendo il suo distributore di benzina. Karl-Heinrich diceva che nel Togo i treni arrivavano in orario, mentre il vecchio Zéférino, che faceva il medium, riferiva la conversazione avuta, durante una seduta spiritica, con suo fratello, il colonnello Tigré da Silva, in esilio nei parigini Champs-Elysées: come al solito il colonnello stava sorseggiando champagne, mangiandosi con gli occhi le ragazze. Il fotografo si disperava. Era un giovanotto di nome Cyriaque Cabochichi, con la testa rapata che sembrava una zucca, la pelle così nera da avere riflessi blu. Esercitava la professione con la massima serietà. Sul dorso della sua spolverina arancione senza maniche appariva un agnello rosso con la scritta “Foto Studio Agnew Pascal”. In piedi dietro il cavalletto, mezzo nascosto sotto il telo nero, faceva segni con tutte e due le braccia a Modeste e Pierre perchè spingessero le signore dalle due estremità verso il centro, per farle stare nel quadro della sua vecchia macchina fotografica. L’eccitamento dei due ragazzini crebbe. Spingevano i sederi delle signore, davano delle pacche, dei pizzicotti. Ma le signore non ci facevano caso: la loro attenzione era rivolta al Tempio del Pitone, dove un turista europeo era intento a fotografare il féticheur. Il vecchio stava ritto su una gamba sola, con uno straccio blu intorno alla vita, un’espressione di assoluto disprezzo, la testa del pitone che sfregava il suo capezzolo sinistro e la coda avvolta a spirale intorno alla sua ernia ombelicale. Il sole al tramonto creava ombre rosso sangue e dorava gli orli frastagliati delle foglie di papaia. “La luce se ne sta andando” piagnucolò Cyriaque Cabochichi, e ciò fece rinsavire le signore. Niente avrebbe potuto privarle delle loro fotografia. Con un accordo impensabile un minuto prima, si girarono di fianco come per ballare un congra e la larghezza del gruppo si restrinse. Papa Agostinho si sistemò sulle ginocchia una fotografia di Dom Francisco. Yaya Felicidade, la moglie numero uno, cercò di controllare un seno ribelle. Gustave inclinò la bombetta. Procopio arricciò il baffo. Modeste alzò la bandiera di satin verde della Société Brésilienne du Carnaval, e le signore protesero la bocca verso la macchina fotografica: fra le labbra brillò l’oro e il bianco dei denti. In alto i primi pipistrelli mangiafrutta volavano verso sud-est. C’era un odore di guaiave e di urina. Cyriaque Cabochichi tolse il coperchio all’obiettivo e lo rimise al suo posto.
trad. Marina Marchesi – Adelphi editore
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lunedì, ottobre 03, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Piperita Patty: Pronto, Ciccio? Qui è Piperita Patty… Come va? Ho bisogno di un favore Ciccio… Oggi abbiamo una partita, ma ci mancherà un giocatore, e quindi…
Charlie Brown: Vuoi che io giochi per la tua squadra?
Piperita Patty: No, voglio solo sapere se puoi prestarci il tuo guantone…
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domenica, ottobre 02, 2005
taccuino campagnolo di un cittadino metropolitano
Dopo la vendemmia. Nella piccola cantina il vino appena vendemmiato non ribolle nei tini ma nelle damigiane. Questo si che è il profumo dell’autunno. Quel succo torbido diventerà così limpido da far pensare ad una magia. Sulle mensole, l’imbottigliato degli anni precedenti fa bella mostra di sè. Sa che sta per giungere la sua ora. Accosto delicatamente la porticina di legno per non disturbare il lavorìo della natura. Mi dirigo verso i filari ormai spogli. Qua e là qualche grappolo ritardatario dice: “Prendimi! prendimi! Non ho fatto in tempo a diventare vino ma sulla tua tavola porterò allegria, colore, profumo e dolcezza. Non ti deluderò”. Grappoli bianchi, grappoli neri. E in testa quella poesia imparata da bambino a cantilena. Oggi ha un altro sapore. Un altro valore.
La nebbia a gl’irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’esuli pensieri,
Nel vespero migrar.
Giosuè Carducci, San Martino.
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sabato, ottobre 01, 2005
di blog in blog
poesia
il pessoa proposto da mosette con in più una splendida foto.
cinema
la bestia nel cuore: il film. La fanta-recensione di alkanette
fotografia
un balcone affollato dove banchettano… una foto di fleurs
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dal cassetto dei ricordi
in viaggio con zorro (per il vetro sporco si ringrazia trenitalia)
(luglio 2005)
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mercoledì, novembre 30, 2005
la signora di bloomsbury
sabato, 12 aprile 1919
Rubo questi minuti a “Moll Flanders” che non ho finito ieri, secondo la mia tabella di marcia, perchè ho ceduto al desiderio di interrompere la lettura e andarmene a Londra. Ma ho visto Londra, e in particolare la prospettiva di bianche chiese e palazzi dall’Hungerford Bridge, con gli occhi di Defoe. Ho visto con i suoi occhi le vecchie fiammiferaie; e la ragazza infangata che costeggiava il marciapiede in St. James Square mi è sembrata uscita da “Roxana” o da “Moll Flanders”. Grande scrittore senza dubbio, per essere così presente, per imporsi a me dopo duecento anni. Grande scrittore; e pensare che Foster (E.M.) non ha mai letto i suoi libri! Foster mi ha fatto un cenno di saluto dalla biblioteca, mentre mi avvicinavo. Ci siamo scambiati una stretta di mano molto cordiale; eppure ho sempre l’impressione che lui si ritragga un pò davanti a me, perchè sono una donna, una donna intelligente, una donna al passo coi tempi. Sentendo questo gli ho ordinato di leggere Defoe e l’ho lasciato lì; e sono andata a prendermi un altro pò di Defoe, avendo già comprato un volume lungo la strada da Bickers.
****
domenica, 13 aprile 1930
Leggo Shakespeare appena finito di scrivere. Quando ho la mente spalancata e arroventata. Allora è sorprendente. Non sapevo quanto fosse prodigiosa la sua tensione, la sua velocità, la sua padronanza delle parole finchè non le ho sentite superare e battere in modo schiacciante le mie; sembra che partiamo alla pari e poi lo vedo scattare in avanti e fare cose che io non potrei mai immaginare neppure nella più folle esaltazione e tensione mentale. Perfino i drammi meno conosciuti sono scritti a un ritmo che supera la velocità massima di chiunque altro; e le parole piovono così rapide che non si arriva a raccoglierle. Sentite questa: “Upon a gather’d lily almost wither’d (Tito Andronico, atto III, scena I). (Mi è capitata sotto gli occhi per puro caso). Evidentemente la scioltezza e l’agilità del suo spirito erano tali che egli poteva far rifulgere qualunque idea gli venisse in mente e lasciar cadere sbadatamente una pioggia di fiori inavvertiti come questo. Perchè allora altri dovrebbero tentare di scrivere? Questo non è neppure “scrivere”. In realtà potrei dire che Shakespeare è addirittura al di là della letteratura, se sapessi cosa intendo dire.
Virginia Woolf
da Diario di una scrittrice (Minimum fax editore, trad. Giuliana De Carlo)
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martedì, novembre 29, 2005
la perla in libreria
Virginia Woolf
Diario di una scrittrice
E’ uno dei libri che mi accompagnerà durante il periodo natalizio e oltre; lo terrò lì, a portata di mano. Ventisette anni nella vita, nelle letture e nella scrittura di Virginia Woolf raccolti in un libro che uscì nel 1953 a cura del marito Leonard e che da pochi giorni è stato ripubblicato in Italia. (Minimum fax editore, 463 pagine; 12,50 euro). Oggi vi lascio un saltapagina e domani posterò due brani: nel primo Virginia descrive un “gustoso” incontro con lo scrittore E. M Foster e nel secondo esprime la sua “venerazione” per Shakespeare.
saltapagina
E’ il giorno dopo il mio compleanno; infatti ho trentott’anni, be’, non dubito di essere molto, ma molto più felice di quanto non fossi a ventotto; e più felice oggi di ieri, essendo giunta questo pomeriggio all’idea di una nuova forma per un nuovo romanzo.
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La settimana prossima, se mi va bene, penso di comiciare “La camera di Jacob”. (Scrivo questo per la prima volta). E’ la primavera che ho intenzione di descrivere; tanto per buttar giù un appunto: quest’anno a malapena si notano le foglie sugli alberi, giacchè sembra non se ne siano mai andate del tutto, mai quel nero ferreo dei tronchi di castagno, sempre qualcosa di morbido e di sfumato, quale non ricordo di aver mai visto in vita mia.
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Vediamo se riesco a dire ciò che provo leggendo Don Chisciotte dopo cena… Soprattutto che scrivere, a quei tempi, era narrare storie per divertire gente seduta intorno al fuoco, senza alcuno dei nostri artifici per piacere. Siedono là, le donne con la rocca, gli uomini contemplativi; e la gioiosa, fantasiosa, dliziosa favola è narrata loro, come a grandi bambini.
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Non sono convinta che il mio libro vada a gonfie vele. E se uno tra i miei infiniti mutamenti di scrittura è ostile alla materia trattata? Oppure il mio stile rimane invariato? Secondo me muta di continuo. Ma nessuno se ne accorge.
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Nulla da registrare, solo un intollerabile attacco della mia smania di scrivere.
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Raramente pervasa come sono dall’amore per l’umanità, a volte mi sento triste per i poveri che non leggono Shakespeare, e per la verità ho provato una specie di democratica e generosa ipocrisia allOld Vic, quando hanno dato l’Otello e i poveri, uomini donne e bambini, l’hanno avuto tutto per sè. Tanto splendore e tanta miseria. Scrivo per farmi passare la smania, dunque poco importa se scrivo assurdità. Per la verità ogni interferenza nelle normali proporzioni delle cose mi mette a disagio. Conosco troppo bene questa stanza – troppo bene questo panorama – e tutto mi appare sfocato perchè non posso camminarci dentro.
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Dovrei essere immersa nella lettura dell’Ulisse, preparare la mia arringa pro e contro. Ne ho lette 200 pagine finora – neppure un terzo – e mi ha divertita, stimolata, affascinata, interessata per i primi due o tre capitoli. Sino alla scena del cimitero; e poi sono rimasta confusa, annoiata, irritata e delusa da questo liceale a disagio, che si gratta i foruncoli.
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E’ stata la più bella, e non soltanto la più bella, ma la più incantevole estate del mondo. Ancora, benchè soffi il vento, è così chiara e smagliante; e le nuvole sono opalescenti; i lunghi granai all’orizzonte color topo, i pagliai oro pallido. Da quando abbiamo il terreno i miei sentimenti per Rodmell sono cambiati. Comincio a mettervi le radici, a parteciparvi. E se guadagno un pò alzerò la casa di un piano. Ma le notizie di “Orlando” sono nere. Credo che venderemo un terzo di quanto abbiamo venduto di “Gita al Faro” prima che uscisse: nessun libraio ne compra più di una dozzina o mezza dozzina di copie. Dicono che è inevitabile. Nessuno vuole biografie. Ma è un romanzo, dice la signorina Ritchie (la venditrice).
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Ogni desiderio di esercitare l’arte dello scrivere mi ha totalmente abbandonato. Non riesco neppure a immaginare come potrei fare; cioè, per essere precisa, non riesco a piegare la mia mente in direzione di un libro; no, e nemmeno di un articolo. Non è lo scrivere, ma il lavoro di costruzione che sfianca.
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Io e Isherwood c’incontrammo sulla porta. E’ un ragazzino scatenato, dagli occhi d’argento vivo: rimasto piccolo, come un fantino. “Quel giovanotto”, disse W. Maugham, “ha in mano l’avvenire del romanzo inglese”. Entusiasta. Nonostante lo spirito di Max e la sua eccentricità, di cui si rende perfettamente conto e che non calpesta per nulla, fu una serata in superficie, e ne ebbi la prova accorgendomi di non riuscire a fumare il sigaro che avevo portato con me.
(traduzione Giuliana De Carlo)
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lunedì, novembre 28, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown sta scrivendo la lettera a Babbo Natale
Caro Papà Natale, eccoci di nuovo qui! Ci sono tante cose che vorrei, ma metterle per iscritto mi imbarazza un pò. Sarebbe molto più facile a voce. Pensi che potremmo cenare insieme una di queste sere?
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domenica, novembre 27, 2005
holmes&watson
Una delle caratteristiche più straordinarie di Sherlock Holmes era quella di arrestare l’attività del cervello per proiettare tutti i suoi pensieri su cose più dilettevoli e leggere ogniqualvolta si convinceva che ogni ulteriore sforzo intellettivo non avrebbe portato a nessun vantaggio. Ricordo che per tutta la durata di quel memorabile giorno, si dedicò a una monografia sui Mottetti Polifonici di Lasso che aveva cominciato a scrivere. Per parte mia, non possedevo quella sua facoltà di astrazione e quella mi apparve, perciò, una giornata interminabile.
Arthur Conan Doyle dal racconto L’avventura dei piani Bruce-Partington
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faccia da filosofo
Demostene
(busto esposto ai Musei Capitolini di Roma)
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sabato, novembre 26, 2005
di blog in blog
Donne dagli occhi grandi di Angeles Mastretta
il saltapagina di azucena
Io sono Charlotte Simmons di Tom Wolfe
la recensione di fulvia leopardi
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ipse dixit
Quando scrivo non voglio cambiare il mondo, ma solo scrivere un racconto, una storia che abbia significato ed importanza. E’ un pò deludente invece quando andiamo in libreria a constatare che gli Harry Potter sono tutti uguali al primo. Non mi piace vedere scritto in copertina “questo è il nuovo Doyle”, per carità non sono ancora morto. Non voglio consegnare ogni anno l’ennesimo libro ma pretendo che quel libro abbia importanza e significato, non che ripeta un clichè.
Roddy Doyle
da Stilos del 25/10/05
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venerdì, novembre 25, 2005
Scott Adams e il suo Dilbert
the boss: Buon rapporto… ma aggiunga una nota che dica che la microrobotica è una tecnologia senza sbocchi.
Dilbert: Ma è l’esatto contrario della mia tesi! Se l’aggiungo, tutto il rapporto sarebbe una perdita di tempo confusa e senza senso.
the boss: va bene lo stesso. Non lo faremo vedere a nessuno.
Dilbert: E’ una soluzione di compromesso?
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giovedì, novembre 24, 2005
la poesia
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,
mi salutasti – per entrar nel buio.
Eugenio Montale
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mercoledì, novembre 23, 2005
la pinacoteca impossibile
Giorgio Morandi
autore: Giorgio Morandi
titolo: Natura morta
anno: 1918
tecnica: Olio su tela
dimensione: 71,5 x 61,5
proprietà: Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo
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martedì, novembre 22, 2005
il brano
Paul Collins dal racconto 121 anni di solitudine
Eravamo come tanti universi paralleli, per noi esistevano soltanto i libri, e io imparai a conoscere i miei molto bene. La biblioteca aveva rilevato quasi tutta la raccolta di “Notes and Queries” da un unico proprietario: i volumi sono disseminati delle sue correzioni e note bibliografiche, vergate in un vecchio inchiostro brunito. E’ la tipica grafia filiforme dei pennini vittoriani, e al confronto i miei appunti a biro sembravano l’opera di uno zotico. Ma sapere che un altro aveva già percorso quella strada oscura e dimenticata mi rassicurava. Verso il 1880, tuttavia, mi accorsi che il suo tratto diventava sempre pù incerto e le note meno frequenti, finchè un giorno non cessarono del tutto. Sfogliai un volume intero senza trovare traccia di quella calligrafia così suggestiva; anche il volume seguente era pulito. Mi tolsi le cuffiette del walkman e rimasi seduto, immobile, per un istante. I volumi erano sul tavolo, inesorabilmente muti; alzai gli occhi e guardai le nuvole fuori dalle finestre. Il mio silenzioso compagno era morto. E – lo so, è assurdo – mi si strinse il cuore, non sapevo nemmeno come si chiamava, ed era morto cento anni prima che io nascessi. Ciò che mi colpiva di più, mentre ero immerso nella lettura di “Notes and Queries” – mi capita sempre quando leggo un libro di storia -, era il pensiero quasi costante che non siamo soli; che il nostro cammino è già stato percorso da altri, e che il loro tempo è finito molto prima che cominciasse il nostro.
traduzione di Roberto Serrai
dalla pubblicazione permanente Adelphiana del 29/7/05 sul sito http://www.adelphiana.it
per leggere tutto il racconto e stamparlo (pdf)
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lunedì, novembre 21, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown: ecco qua! Questo tipo di cibo per cani non dà nessun fastidio. Basta versarlo nella scodella, aggiungere un pò d’acqua e rimestare!
Snoopy: preferirei valere un pò di fastidio.
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domenica, novembre 20, 2005
taccuino newyorkese
tentata vendita
Sulla 42esima strada mi fermo a guardare le vetrine di un negozio di elettronica. C’è la videocamera PC1 della Sony a 699 dollari. Da noi costa il doppio. Il commesso all’interno del negozio nota il mio interesse (e desiderio) e mi viene incontro. “Hay”, mi dice. “Nice? Isn’t it? Gli confermo che è bella e lui con un tono quasi all’italiana “How much? In your country?” Non ho intenzione di comprarla quindi gli dico la verità. Lui insiste lungamente, mi spiega le meravigliose qualità della videocamera, mi conferma che non è ntsc ma pal color e insiste con decisione per farmela prendere. La tentata vendita dura una decina di minuti; lì, fuori dal negozio anche se lui prova a convincermi in tutti i modi ad entrare per provarla. Il furbasto ha capito che la carta di credito mi brucia in tasca. Lo saluto e mi dirigo verso una caffetteria dove per soddisfare la mia voglia di consumismo mi prenderò un muffin e un succo di mele.
(22 giugno 2000)
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sabato, novembre 19, 2005
in punta di blog
i bambini e il sesso di alkanette
drop of rain, pensiero e foto di ritaM
l’erba delle rondini di ossidiseppia
di blog in blog
rifrazione di carlo molinaro proposta da azucena
l’aforisma di victor hugo proposto da mosette
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venerdì, novembre 18, 2005
Quino e la sua Mafalda
Mafalda: Mamma! Tu hai messo in castigo Nando perchè ha scritto sul muro?
la madre: Si, Perchè?
Mafalda: Perchè noi giovani di casa vogliamo libertà di stampa. Ecco perchè!
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giovedì, novembre 17, 2005
la mia parigi in bianco e nero
il ritrattista nascosto
(foto akio, maggio 2002)
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mercoledì, novembre 16, 2005
ipse dixit
Quanto più felice il delirio dello scrittore mio seguace quando, senza starci punto a pensare, solo col modico spreco di un po’ di carta, seguendo l’ispirazione del momento, traduce prontamente in scrittura tutto quanto gli passa per la testa, anche i sogni.
Erasmo da Rotterdam da Elogio della follia
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martedì, novembre 15, 2005
il post di Flaiano
Signore e signori, la trasmissione è stata sospesa per ragioni tecniche. Tra qualche giorno, sopita l’ultima minaccia, riprenderemo i nostri giochi di società, che danno alla nostra vita nazionale quel senso di vivacità che tanto ci lusinga. Cercheremo di venire incontro ai più sciocchi, agli esibizionisti di ogni tendenza, terremo qualche processo piccante, pubblicheremo le vostre memorie, compreremo calciatori ungheresi. L’essenziale è arrivare con fiducia alla prossima estate; dopodichè, riaperti i concorsi di bellezza, i premi letterari, i festival e le danze, potremo affermare a fronte alta che all’estero ci invidiano la nostra allegria.
Ennio Flaiano da La solitudine del satiro
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lunedì, novembre 14, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy: Cosa vuol dire che ti sgrido troppo? Oggi ti ho sgridato solo tre volte.
Linus: Tre volte è troppo. La razione giornaliera raccomandata è di due!
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domenica, novembre 13, 2005
gli incipit del televideo rai (pag. 769)
(visto che pago il canone)
Paolo Cognetti da Manuale per ragazze di successo (Minimum fax editore)
C’è stata una curva della strada e il sole ha smesso di battere dritto sul parabrezza. Mi sono tolta le scarpe coi tacchi, ho appoggiato i piedi nudi sul cruscotto, me li sono scottati subito sulla plastica nera rovente. Ora li tengo a mezz’aria e non so decidere che cosa farne. Nicola ha schiacciato con il pollice sull’accendisigari, io sprofondo ancora nel sedile senza trovare una posizione comoda. Fa sempre più caldo, e sarà anche peggio più tardi.
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sabato, novembre 12, 2005
in punta di blog… da lemanisulcuore
Ti leggo seduto in un gradino ad elemosinare pensieri imbrogliati ubriachi di me, nella terra macchiata di vernice colorata.
tutto il post di rita
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venerdì, novembre 11, 2005
il post di Woody
Gli astronomi parlano di un pianeta abitato chiamato Quelm, così distante dalla terra che un uomo viaggiando alla velocità della luce impiegherebbe sei milioni di anni per arrivarci, anche se stanno progettando una nuova superstrada che accorcerà il viaggio di due ore. Dato che la temperatura su Quelm è di milletrecento gradi sottozero, i bagni sono proibiti e gli alberghi sono o chiusi o adesso fanno spettacoli dal vivo. A causa della sua lontananza dal centro del sistema solare, la gravità su Quelm è inesistente e organizzare una cena con ospiti seduti richiede una gran mole di preparativi. In aggiunta a tutti questi ostacoli, su Quelm non c’è ossigeno che consenta la vita per come la conosciamo, e le creature che esistono trovano difficile guadagnarsi da vivere senza un secondo lavoro. Secondo la leggenda, comunque, molti miliardi di anni fa l’ambiente non era così orribile – o almeno non peggio di Pittsburg – ed esisteva la vita umana. Questi umani – simili agli uomini in tutto tranne forse per un grosso cespo d’insalata dove di solito c’è il naso – erano filosofi. Come filosofi dipendevano molto dalla logica e credevano che se la vita esisteva, qualcuno doveva averla creata, e andavano cercando un uomo tatuato coi capelli scuri che indossava una giacca alla marinara. Quando nulla si materializzò, abbandonarono la filosofia e si diedero alle vendite per corrispondenza ma le tariffe postali aumentarono e loro perirono.
Woody Allen
da Senza piume (a cura di Daniele Luttazzi Bompiani ed.)
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giovedì, novembre 10, 2005
la poesia
Lettore, qualche volta hai respirato
con ebbrezza, lentamente assaporandolo,
il grano d’incenso che in una chiesa si spande
o da un sacchetto il muschio inveterato?
Profondo, magico incanto con cui ci ubriaca
nel presente tornato intatto il passato!
Così l’amante sopra un corpo adorato
coglie il fiore squisito del ricordo.
Charles Baudelaire
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mercoledì, novembre 09, 2005
londra: sguardi digitali
svendita di cd alla virgin piccadilly
(foto akio, dicembre 2004)
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martedì, novembre 08, 2005
il brano
Carolyn Slaughter da L’amante indiano (Corbaccio ed.)
Nell’attimo in cui arrivammo nel Mediterraneo, riacquistai il mio equilibrio. Cominciai a percepire di nuovo la bellezza del mare e a sentire l’antica parentela che mi legava a esso. Ricordavo il modo in cui correvamo alla spiaggia dei bambini, vicino a Porthcawl, la mattina presto, quando nessuna orma – nè di un piede nè di una zampa – l’aveva segnata. Aspettavo che Jack scendesse con Gareth per costruire castelli di sabbia, noi tre – io in un costume di lana che mi pizzicava orribilmente tra le gambe, e loro due che correvano scalciando nella sabbia. Mi seppellivano sotto la sabbia lasciandomi fuori solo il viso, e poi mi ficcavano in bocca un panino per vedere se riuscivo a mangiarlo senza intaccare la liscia coltre di sabbia. Ai vecchi tempi salpare alla volta dell’India voleva dire trascinarsi per tutta la rotta che doppiava il Capo di Buona Speranza, invece di accorciare per il Canale di Suez, scendere il Mar Rosso, superare la Mecca fino a Aden. Il viaggio di andata fu incantevole. Ci capitarono lunghe giornate sognanti con soltanto il palpito costante dell’oceano che ci spingeva verso il mare d’Arabia. A Porto Said dei ragazzini si tuffavano per raccogliere le monetine, e quando abbassavamo un cestello con dentro dei soldi, lo riempivano di arance, uva nera, banane, ananas, datteri, piccoli fichi viola, tanto più gustosi di quelli secchi di casa nostra. Una volta nel cestino venne su un camaleonte, e ci interessò moltissimo vedere quello strano tipetto darwiniano; un sopravvissuto dell’età della pietra. L’imbarcazione era, oh, fantastica, adagiata sull’acqua, come un magnifico albergo bianco su una collina azzurra. Aveva qualcosa di monumentale. Anche l’India è così, e immagino che una volta fosse così anche l’impero. Papà, con la sua Voce Liberale, insisteva che era già tutto finito al volgere del secolo: L’idea imperiale è morta, diceva stancamente, la razza imperiale è debole e corrotta fino al midollo. Certamente non lo si sarebbe detto del “Vicerè dell’India” che, elegante come un cigno, scivolava sull’oceano verso la sua affascinante destinazione, signore delle acque, muovendosi all’apice della gloria.
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lunedì, novembre 07, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy: nessuno mi chiama mai “carina”
Linus: beh, devi ammettere senz’altro che non sei quello che si dice una “bellezza sconvolgente”…
Lucy: certo che lo ammetto! A me basta essere una “carineria sconvolgente”!
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domenica, novembre 06, 2005
la mia new york in bianco e nero
da solo nel metrò
(foto akio, giugno 2000)
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sabato, novembre 05, 2005
un pessoa ogni tanto
Andai a passeggiare nel giardino
senza sapere se aveva fiori:
così passeggia nella vita
chi ha o non ha amori.
Fernando Pessoa
dalle Quartine di gusto popolare
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venerdì, novembre 04, 2005
Reg Smythe ed il suo ANDY CAPP
Flo: tesoro, la colazione è pronta!
Andy: tesoro? Eh… Eh!
Flo: come hai dormito?
Andy: bene…
Flo: anch’io. Ho fatto un sogno bellissimo! Pensa, ho sognato che mi hai regalato un orologio per il mio compleanno!
Andy: davvero? Bene. Fai una cosa… Torna a dormire e vedi di sognare dove sono andato a prendere i soldi per regalarti l’orologio!
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giovedì, novembre 03, 2005
incontro con l’autore
Radu Mihaileanu regista del film Vai e vivrai e autore del libro omonimo
Grazie a Rita per avermi segnalato che c’era questa presentazione.
Lo scrittore Marco Archetti fa brillantemente da moderatore mostrando tutta la sua ammirazione per l’autore. Mihaileanu è un personaggio interessante, un pò logorroico e che appena può fa una battuta; come dice Archetti: “E’ un ebreo. E’ condannato all’umorismo”. E’ vestito tutto di nero: scarpe polacchine in pelle, calzini, pantalone, maglietta girocollo, giacca, chioma riccia e pizzetto. La traduttrice fatica a stargli dietro mentre gesticolando racconta la storia del film. L’Africa degli anni ’80 in cui la siccità e la carestia costringono le popolazioni di 26 paesi a rifugiarsi in Sudan per usufruire degli aiuti umanitari. Tra i rifugiati ci sono gli etiopi di religione ebraica che non devono rivelare la loro religione nel Sudan musulmano. Un gruppo di questi etiopi ebrei affronta il viaggio per Gerusalemme e a loro una madre cristiana affida il proprio figlio. Il film, premio del pubblico a Berlino, racconta 17 anni della vita di questo bambino africano e cristiano che cresce in una famiglia israeliana di sinistra e che vive nella speranza di ritrovare la sua vera madre. Mihaileanu dice che voleva solo raccontare questa storia ma poi si è accorto che trattava vari temi: dal razzismo all’identità, dalla religione al meticciato, all’amore materno. Mihaileanu parla in francese ma capisce bene l’italiano e quando Archetti chiede a che ora devono finire, lui dice in italiano: “facciamo tardi fino alla colazione!”. Le donne sono protagoniste assolute del film e del libro (in cui ci sono molti più personaggi e storie). Oltre alla madre naturale e a quella adottiva altre due donne faranno da madre al protagonista. Per Mihaileanu la donna ha un ruolo fondamentale e nel film l’ha usata come metafora: “più spazio alle donne e alle madri per salvare il pianeta”. Archetti sottolinea il ruolo della madre adottiva che in una scena lecca la faccia al figlio per difenderlo da chi a scuola lo vuole emarginare. Archetti racconta il loro primo incontro al Festival della letteratura di Mantova, con Mihaileanu che avrebbe voluto andare in discoteca invece che partecipare alle cene ufficiali. Tra gli scrittori che lo hanno maggiormente influenzato cita Gunther Groos, Gore Vidal, Eli Wiesel e (rullo di tamburi) Groucho Marx (con questa citazione mi ha conquistato). Tra i registi ammira Bergman, Tarkovskji, Wells e Chaplin. Da bambino preferiva i cartoni animati della Warner a quelli Disney, “perché erano contro la morale dell’epoca”. Mentre lo dice si accarezza ripetutamente il pizzetto. Una ragazza del pubblico si rammarica per come è stato tradotto il titolo che nell’originale è Vai, vivi e diventa. Un signore dell’enturage di Mihaileanu dice che hanno dibattuto molto su questo punto e che il compromesso tra contenuto e esigenze comunicative è stato Vai e vivrai. Resto perplesso. L’originale ha un senso più completo e non stona affatto, anzi. Il vai simboleggia lo sradicamento dalla propria terra e dalla madre naturale, il vivi riguarda l’adolescenza, il primo amore e la scoperta di un’altra cultura, mentre il diventa è il simbolo della maturazione come essere umano. Dunque Vai, vivi e diventa (alla faccia del marketing). Di Mihaileanu mi ha colpito il suo senso dell’umorismo a cui attribuisce un valore quasi assoluto: “La nostra vita dura un secondo. L’umorismo è l’arma più efficace che abbiamo per frantumare quel secondo e ampliarlo. E per combattere la barbarie”. Andrò a vedere il film.
Spazio Feltrinelli Largo Colonna Roma, giovedì 27 ottobre 2005 ore 18
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mercoledì, novembre 02, 2005
ipse dixit
Si scrive soprattutto nella testa e senza sosta.
Rosa Montero
(da Incontri, Rai News 24 ritrasmesso da Raitre il 27/9/05)
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martedì, novembre 01, 2005
il brano
Muriel Spark da Gli anni fulgenti di Miss Brodie (Adelphi ed.)
Parlando con le ragazze della Marcia Blaine, i ragazzi erano rimasti dall’altro lato delle biciclette con le mani sul manubrio, il che erigeva tra i sessi una barriera protettiva e creava l’impressione che i ragazzi potessero dileguarsi da un momento all’altro.
Le ragazze non potevano togliersi il panama perché i cancelli della scuola erano ancora in vista ed essere a capo scoperto andava contro il regolamento. Certe infrazioni in merito alla posizione del cappello venivano tollerate dalla quarta liceo in su, purché nessuna lo portasse sulle ventitré. Ma esisteva pur sempre una serie di sottili varianti alla regola che imponeva la falda all’insù sulla nuca e all’ingiù sulla fronte. E le cinque ragazze, vicinissime l’una all’altra per via dei maschi, portavano il cappello ciascuna con una precisa differenza.
Queste ragazze formavano il gruppo della Brodie. Le chiamavano così ancor prima che la direttrice desse loro quel nome, con scherno, quando all’età di dodici anni erano passate dalle inferiori alle superiori. Già allora si riconoscevano subito come allieve di Miss Brodie, essendo ampiamente informate su una quantità di argomenti estranei, come diceva la direttrice, al programma curriculare e di nessuna utilità per la scuola in quanto tale. Si venne a sapere che le ragazze avevano sentito parlare dei “gruppi di Oxford” e di Mussolini, dei pittori del Rinascimento italiano, dei vantaggi per la pelle delle creme detergenti e del tonico di amamelide rispetto alla semplice acqua e sapone, e che conoscevano il termine “menarca”; avevano ascoltato la descrizione della casa londinese dell’autore di Winnie Pooh, della vita amorosa di Charlotte Brontë e dei trascorsi sentimentali della stessa Miss Brodie. Erano al corrente dell’esistenza di Einstein e delle argomentazioni di chi metteva in discussione la veridicità storica della Bibbia. Conoscevano i rudimenti dell’astrologia ma non la data della battaglia di Flodden né la capitale della Finlandia. Tutte le ragazze di Miss Brodie, eccetto una, contavano sulle dita come la loro insegnante, con risultati più o meno corretti.
Ancora a sedici anni, in quarta liceo, quando dopo la scuola si attardavano fuori dal cancello e si erano ormai adattate al regime ortodosso, conservavano l’inequivocabile marchio Brodie ed erano famose in tutta la scuola, vale a dire guardate con sospetto e scarsa simpatia. Ma non mostravano il minimo spirito di squadra e anche tra loro avevano ben poco in comune, a parte la perdurante amicizia con Jean Brodie. Quest’ultima insegnava sempre alle inferiori ed era tenuta in gran sospetto.
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venerdì, dicembre 30, 2005
buon fine settimana di capodanno. a rileggerci martedì 3 gennaio.
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Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Schroeder: Pretendi sempre che la gente faccia proponimenti per il nuovo anno! Perchè dobbiamo fare proponimenti proprio il 1° gennaio? Cosa c’è di male nel 16 maggio o nel 23 settembre? Perchè il 1° gennaio?
Lucy: Suona meglio!
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giovedì, dicembre 29, 2005
dall’edicola al blog
Claudio Magris da Nelle vene del Cile
Incantevole Valparaiso, “porto della nostalgia”, come si intitola il vecchio romanzo di Salvador Reyes; aria marina di grandi orizzonti lontani e di attracchi familiari, vie che si inerpicano piene di luce e adornate da bizzarri dipinti sulle case, come se la città e la sua vita quotidiana fossero una mostra, in cui l’arte è integrata ariosamente nell’esistenza. Anche qui regnano i colori – quelli mutevoli del mare, a seconda sia vicin o lontano, increspato, terso o irato; quelli delle colline, delle finestre, dei tetti, delle insegne di trattorie di pesce, amabili tappe e soste nell’opaco viaggiare del vivere. Sempre i colori, alfabeto e sillabario del mondo, ma questi non sono i colori assoluti e spietati della Valle della Morte o del Deserto di Sale, bensì quelli caldi, temperati e amabili della vita, del rione di casa. Poco distante Isla Negra, la famosa casa di Pablo Neruda, meta di pellegrinaggi obbligati e devoti in omaggio al vate nazionale e progressista. Ai piedi della scoscesa scogliera, il mare vicinissimo è di una bellezza insostenibile, possenti onde blu notte che si rompono in spume di neve. Anche la casa del poeta, aperta e protesa sui flutti come un bastimento, è bella e ancor più affascinanti ed enigmatiche sono le polene che egli collezionava, con i loro occhi spalancati su incombenti e indecifrabili catastrofi e i loro seni al vento nella veste fluttuante, sirene di un aldilà marino. Questo, che sarebbe ed è un bel museo, è una falsa casa, studiata – anche quando Neruda vi abitava – non tanto per vivere quanto per venir messa in mostra quale scenario di un’esibita vitalità. Ad esempio quella barca incollata a terra, a pochi metri sopra il livello del mare, in cui Neruda, dicono, offriva agli amici e ai visitatori l’aperitivo, è un pò imbarazzante. Una casa può diventare un museo dopo la morte del suo illustre abitatore, chiunque egli sia; la casa di Dostoevskij a San Pietroburgo è quella in cui egli viveva e scriveva, non un prematuro museo postumo. Se si vuole andare sino in fondo nell’inevitabile falsificazione che fa di ogni vita una’automessinscena, bisogna avere il coraggio di d’Annunzio; il Vittoliale è fasullo, pacchiano e di pessimo gusto, ma lo è in una misura grandiosa, che gli toglie ogni ingenua pretesa “poetica” e lo trasforma in una denuncia e autodenuncia, in una autolesiva beffa della straripante volgarità sempre più vittoriosa. Ma d’Annunzio sapeva quanto precario e di seconda mano fosse il suo ostentato “vivere inimitabile”, mentre Neruda, intitolando Confesso che ho vissuto la sua autobiografia, sembra avere l’ingenuità di ostentare una vita passionalmente genuina e muscolosamente compiaciuta dei propri gagliardi peccati, considerati un attestato di pienezza vitale. Neruda ha scritto splendide poesie d’amore e di impegno civile; il suo Canto General è un grande epos di rivolta e liberazione, più che mai necessario in questo continente. Ma confessare orgogliosamente di aver vissuto è un pò retorico, in una condizione umana universale la cui verità sta piuttosto nelle parole di Montale, quando diceva di aver vissuto al cinque per cento e pregava gli amici di non aumentare, nella scritta della sua pietra tombale, la dose.
(pubblicato sul Corriere della Sera il 27/12/05)
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mercoledì, dicembre 28, 2005
il post di campanile
Con le parole a due o più significati si ottengono degli
Apparenti controsensi
Lo stetto di Messina è uno stretto largo.
Il lago Maggiore è minore (del lago di Garda).
Largo Goldoni, a Roma, è un largo stretto.
Vi dirò di più: un largo si chiama largo proprio perchè è stretto, se no si chiamerebbe piazza.
La pioggia bagna, no? Be’, proprio perchè bagna, secca. Se non bagnasse, non seccherebbe.
“Perchè sei seccato?” “Perchè mi sono bagnato”.
Fenomeno interessante: una pioggia seccante.
Un adagio che corre su tutte le bocche.
Achille Campanile da Trattato delle barzellette (Bompiani ed.)
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sabato, dicembre 24, 2005
Amici lettori, torno mercoledì 28 dicembre. Auguri di Buon Natale.
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Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy: Ciao! Sono passata a ringraziarti ancora per la stola di visone che mi hai regalato a Natale.
Schroeder: Non ti ho regalato una stola di visone a Natale!
Lucy: Lo so BENE!
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venerdì, dicembre 23, 2005
Reg Smythe ed il suo ANDY CAPP
Flo: ciao mamma. Sta attenta per favore!
Mamma: ciao, Flo.
Flo: mi dà veramente pensiero… alla sua età non dovrebbe andare in bicicletta.
Andy: oh, non direi, fa più stragi di innocenti con la bocca che con la bici, non trovi?
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giovedì, dicembre 22, 2005
calvino
Non fissarti sui rumori del palazzo, se non vuoi restarci chiuso dentro come in una trappola. Esci! scappa! spazia! Fuori del palazzo si estende la città, la capitale del regno, del tuo regno! Sei diventato re non per possedere questo palazzo triste e buio, ma la città varia e screziata, strepitante, dalle mille voci!
La città è sdraiata nella notte, acciambellata, dorme e russa, sogna e ringhia, macchie d’ombre e di luci si spostano ogni volta che si gira su un fianco o sull’altro. Ogni mattina le campane suonano a festa, o a martello, o a stormo: mandano messaggi, ma non puoi mai fidarti di quello che veramente ti vogliono dire: coi rintocchi a morto ti arriva, mescolata dal vento, una musica da ballo eccitata; con lo scampanio festoso uno scoppio d’urla inferocite. E’ il respiro della città che devi ascoltare, un respiro che può essere rotto e ansimante o placido e profondo. La città è un rombo lontano in fondo all’orecchio, un brusio di voci, un ronzio di ruote. Quando nel palazzo tutto è fermo, la città si muove, le ruote corrono le vie, le vie corrono come raggi di ruote, i dischi ruotano nei grammofoni, la puntina gratta un vecchio disco, la musica va e viene, a strappi, oscilla, giù nel solco rombante delle vie, o sale alta col vento che fa girare le ventole dei camini. La città è una ruota che ha per perno il luogo in cui tu stai immobile, ascoltando. La città d’estate passa attraverso le finestre aperte del palazzo, vola con tutte le sue finestre aperte e con le voci, scoppi di riso e di pianto, fragore di martelli pneumatici, gracidio di radioline.
E’ inutile che ti affacci al balcone, a vedere i tetti dall’alto non riconosceresti nulla delle vie che non hai più percorso dal giorno dell’incoronazione, quando il corteo procedeva tra bandiere e addobbi e schieramenti di guardie e tutto già allora t’appariva irriconoscibile, lontano.
Italo Calvino da Un re in ascolto in Racconti per “I cinque sensi” (Collezione Meridiani Mondadori)
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mercoledì, dicembre 21, 2005
roma: sguardi digitali
decoro urbano 2 (le persone che non ardischino)
(foto akio, luglio 2005)
decoro urbano1 (ovvero non fare il mondezzaro)
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martedì, dicembre 20, 2005
dal comodino al blog
La resa dei conti di Saul Bellow (Oscar Mondadori)
Tommy Wilhelm non si accorge che di errori continua a commetterne. Sbaglia ad affidarsi al dottor Tamrin (“il perturbatore dell’immaginazione”) per il suo investimento in borsa. Sbaglia a credere che il dottor Adler (il padre) alla fine correrà in suo aiuto. Sbaglia a dare la colpa di tutti i suoi guai a quella moglie ingrata che non fa che chiedere, chiedere, chiedere. Sbaglia a restare immobile in attesa degli eventi.
saltapagina
“Una persona può stancarsi di esaminare continuamente se stesso e di cercare di correggersi. Si può passare tutta la seconda metà della vita a riparare gli errori della prima metà”.
***
Era tipico di Wilhelm. Dopo aver pensato, esitato, e lottato con se stesso, invariabilmente sceglieva la strada che innumerevoli volte aveva respinto. Una decina di queste decisioni formavano la storia della sua vita.
***
Dai troppa importanza ai tuoi problemi” disse il dottore. “Non dovresti farne il centro della tua esistenza. Uno dovrebbe concentrarsi soltanto sui veri guai: malattie mortali, disgrazie…” Tutto il tono e l’espressione del vecchio parevano dire: Wilhelm non cominciare, risparmiami. Ne ho il diritto.
***
Un tempo aveva fatto l’attore – no, non proprio l’attore, la comparsa – e sapeva che cosa volesse dire recitare. Inoltre fumava il sigaro, e quando un uomo fuma il sigaro e porta il cappello ha un vantaggio sugli altri: è più difficile capire di che umore è.
***
Andò nella sala da pranzo che era diretta da un austriaco e dove si mangiava all’europea. La pasticeria soprattutto era eccellente. Nel pomeriggio, Wilhelm si faceva spesso portare un caffè con lo strudel. Appena entrò vide la piccola testa del padre in fondo alla veranda assolata e udì la sua voce precisa. Fu con una strana sensazione di rischio che Wilhelm attraversò la sala. Al dottor Adler piaceva star seduto in un angolo della veranda da cui, attraverso Broadway, si vedevano l’Hudson e il New Jersey. Sull’altro lato della strada c’era una cefeteria supermoderna con colonne di mosaico dorato e viola. Il secondo piano era occupato da una scuola per detective, uno studio dntistico, un salone di bellezza, un club e una scuola ebraica. Il vecchio stava spargendo lo zucchero sulle fragole. I bicchieri d’acqua disegnavano piccoli anelli luminosi sulla tovaglia bianca, sebbene il sole fosse coperto da una leggera foschia. Era prima estate, e la lunga finestra era semiaperta, sul vetro c’era una tarma; il mastice s’era rotto e lo smalto bianco delle cornici era tutto screpolato.
***
E’ che non sono più abituato a New York. Per uno che c’è nato è abbastanza strano, no? Una volta era così rumorosa di notte, e poi tutto qui è così faticoso. Come il posteggio alternato. Devi uscire di corsa alle otto per cambiare di posto all’automobile. E dove la metti? Se tardi un minuto te la portano via a rimorchio. Poi degli imbecilli ti mettono dei foglietti pubblicitari sotto il tergicristallo e quando li vedi da lontano ti piglia un accidente perchè credi di aver preso una multa. Quando ti danno una multa non puoi neanche discutere. Il tribunale ti dà sempre torto e il comune ci vuole guadagnare.
***
… tu lo sai papà. Intendeva dire che suo padre sapeva che profonda crisi stava attraversando; quanto dovesse arrabattarsi per trovare il danaro; e che non poteva riposare perchè se si fermava sarebbe stato schiacciato e tutti i suoi obblighi lo avrebbero distrutto. Non poteva fermarsi. Pensò: “Il danaro! Quando ne avevo, io colavo danaro. Mi salassavano continuamente. Avevo emorragie di danaro. Ma ora se n’è andato quasi tutto e dove posso trovarne ancora?. Disse: “A dire il vero, papà, sono stanco morto.
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lunedì, dicembre 19, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown: voglio chiederti una cosa. C’è qualche libro per migliorare se stessi che raccomanderesti?
Lucy: per te? Ti andrebbe una cosetta in ventiquattro volumi?
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domenica, dicembre 18, 2005
ipse dixit
John (Lennon) veniva da una tradizione letteraria. Aveva letto l’opera omnia di Winston Churchill, che tenevano a casa. Il secondo nome di John era Winston. Era, come me, un grande amante di Lewis Carroll, e molto di quel materiale si ritrova nei nostri lavori. Si intuisce come Lucy in the sky with diamonds possa essere ispirata ad Alice. E se ci pensate Eleonor Rigby – come molti dei miei lavori – è quasi dickensiano. Sto leggendo di Charles Dickens “Casa desolata”, e ho appena terminato “Piccola Dorrit”. Prima ancora avevo letto “Il nostro comune amico”, ma quello che mi piace di più è “Nicholas Nickleby”.
Paul Mc Cartney
dall’Almanacco dei libri di Repubblica del 17/12/05 tratto dal Telegrafh da Marzia Porta
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sabato, dicembre 17, 2005
un pò di emily
Nessun romanzo che egli compri
può tanto incantare un uomo
quanto la lettura
di quello suo individuale -
E’ proprio della finzione – diluire
a plausibilità il romanzo
nostro – se è così piccolo
che ci si può credere – non è vero!
Emily Dickinson
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venerdì, dicembre 16, 2005
il post di Flaiano
Un ragazzo del quartiere stava scrivendo qualcosa col gesso sotto la mia finestra. Incuriosito, scesi le scale, uscii in strada e in punta di piedi mi avvicinai all’epigrafista, che non si era accorto della mia presenza. A grossi caratteri egli aveva scritto: Viva Pickw…, allorchè si volse e, riconoscendomi, sorrise. Sorridendo anch’io, gli chiesi se non intendesse per caso scrivere: Viva Pickwick. Mi rispose di sì. Ottenuta questa confessione, non potei frenare oltre la mia collera e pensando a suo padre – di certo un galantuomo che desidera impartirgli una giusta educazione – gli detti un terribile scappellotto.
Ennio Flaiano da Diario notturno (Adelphi ed)
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giovedì, dicembre 15, 2005
il foglietto
Del viaggio amo tutto: sognarlo, programmarlo, viverlo e riviverlo. Due macchine fotografiche e un taccuino. La macchina fotografica con la pellicola per le foto “d’autore” e quella digitale per catturare centinaia di dettagli e curiosità. Il taccuino per gli appunti da poter rileggere ogni tanto. Il viaggio dei sogni? Ma che domanda… tutte le isole della Polinesia Francese! Me ne basterebbero anche un paio: le Marchesi (Nuku Hiva e Hiva Oa), Rangiroa e Tahiti. Che dite? Sono quattro? Bando all’avarizia! Non era un sogno?
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mercoledì, dicembre 14, 2005
dal cassetto dei ricordi della suzu
Mia sorella tra qualche giorno lascia l’astronave madre. Spero di non reagire male. Spero che si trovi bene, e cercherò di organizzarmi in modo da poterla andare a trovare spesso.
Mia sorella per me rimarrà sempre quella bimbetta con gli occhiali grandi, la coda e la frangetta, che quando incontro al mattino le bimbe orientali che vanno a scuola mi viene in mente.
Lei con la magliettina di Lady Oscar, io con quella di Pinocchio. Piccole, sul divano arancione della casa anni ‘70 e il mangiadischi rosso.
grazie alla suzu per avermi autorizzato di estrapolare questo brano da un suo post.
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martedì, dicembre 13, 2005
il brano
Elio Vittorini da Conversazione in Sicilia
Uscimmo e ritornammo a camminare, tra muri d’orti, verso un’altra casa del giro di mia madre, e svoltammo in una strada che correva sotto alla prima, in discesa. Di faccia c’era, oltre gli spazi della valle, la montagna irsuta di neve; e da un lato erano piccole case che, nei loro orti, sorgevano contro il cielo e la montagna lontana; dall’altro, al sole, splendente e pur spento, erano anditi di abitazioni scavate nella roccia sotto le casupole e gli orti di più sopra. Gli orti erano minuscoli; apparivano, più sopra, tra tetto e tetto, come recipienti con verdure; e per la strada c’erano capre infingarde al sole; nell’aria fredda c’era musica di zampogne con tintinnio di campane da capre. Era una piccola Sicilia ammonticchiata, di nespoli e tegole, di buchi nella roccia, di terra nera, di capre, con musica di zampogne che si allontanava dietro di noi, e diventava nuvola o neve, in alto.
Domandai a mia madre:
- Che malattia ha quell’uomo?
- Come gli altri, – mia madre rispose. – Qualcuno ha un pò di malaria. Qualcuno ha un pò di tisi.
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lunedì, dicembre 12, 2005
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Charlie Brown: tu pensi che mio padre non capisca niente di automobili? Ieri ha sentito uno strano rumore metallico che veniva dal motore
Linus: non dirmi che ha fermato la macchina e sistemato il guaio…
Charlie Brown: no, ha alzato il volume della radio per non sentire più il rumore!
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domenica, dicembre 11, 2005
shakespeare
Potrà mancar soggetto alla mia Musa
finchè respiri tu, che infondi al
verso
il tuo dolce argomento, troppo in su
perchè a carte volgari si conceda?
A te dà grazie, se alcunchè di mio
ti sta di fronte degno che si legga:
e chi su te mai non saprebbe scrivere
se l’invenzione illumini tu stesso?
Sii la decima Musa, più sublime
di quelle antiche nove oggi invocate,
e in chi s’ispira a te nascano ritmi
eterni, a vivere in tempi lontani.
Se quest’età ipercritica
m’approva
mia è la fatica, solo tua la lode.
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sabato, dicembre 10, 2005
di blog in blog
cinema
La seconda notte di nozze di Pupi Avati
la recensione di azucena
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ipse dixit
Il romanzo americano è finito, a meno che gli scrittori non la smettano di pubblicare questi libri autoriflessivi, e tornino nelle strade per conoscere e raccontare le storie vere del nostro paese.
Tom Wolfe
da La Stampa del 13/11/2004
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venerdì, dicembre 09, 2005
Reg Smythe ed il suo ANDY CAPP
Andy: Hai dei soldi cara? Devo comparire in tribunale per disturbo della quiete pubblica… Saranno le solite due sterline o sette giorni…
Flo: Ooooh, ottimo! Insisti per i sette giorni, tesoro… hanno appena portato via il divano da riparare.
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giovedì, dicembre 08, 2005
il brano
Barry Lopez da Artico, l’ultimo paradiso (Mondadori ed)
Nessuna estate è abbastanza lunga per cancellare l’inverno. L’inverno torna sempre. Cerchi di acquisire la sensazione delle proporzioni di una vita piena, una vita che affronta tutto. Un animale muore. Tu fronteggi due fondamentali interrogativi filosofici: che cos’è la morte e qual’è la natura di un animale? Ti addormenti nella tundra estiva nella luce che inonda ogni cosa. Ti svegliano le voci degli uccelli… pivieri e zigoli di Lapponia. A pochi centimetri dal tuo occhio, un ciuffo intenso di fiori azzurri. Qualche centimetro più in là, un papavero ondeggia sotto il peso d’un calabrone. Nel cielo, i cumuli sono voluttuosi come frutti dell’estate. Ti rotoli su te stesso e abbracci la terra. Un’uria nera sorvola il ghiaccio bianco e poi sparisce sullo sfondo dell’acqua scura.
(traduzione di Roberta Rambelli)
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mercoledì, dicembre 07, 2005
la pinacoteca impossibile
“La pittura è il mio mestiere. Cioè è il mio mestiere ed il mio modo di avere rapporto con il mondo. Vorrei essere appassionato e semplice, audace e non esagerato. Vorrei arrivare alla totale libertà in arte, libertà che, come nella vita, consiste nella verità.”
Renato Guttuso
autore: Renato Guttuso
titolo: Caffè Greco
anno: 1976
tecnica: Olio su tela
dimensione: 282 x 333
proprietà: Ludwig Museum, Colonia
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martedì, dicembre 06, 2005
Ieri non sono potuto andare all’incontro che il poeta giapponese Kikuo Takano ha tenuto presso la libreria Croce di Roma per presentare il libro L’infiammata assenza (Edizioni del Leone). Ringrazio Rita per le preziose segnalazioni (anche se ancora non sono riuscito a sfruttarle ma se ti va continua a mandarmele, grazie). Vi lascio una poesia di Takano tratta dalla raccolta Nel cielo alto (Oscar Mondadori, 7,40 euro – a cura di Paolo Lagazzi e Yasuko Matsumoto).
la poesia
Kikuo Takano
Spogliata vorrei
Spogliata vorrei la mia anima
come camminare scalzo sulla spiaggia
se penso all’altra sponda della vita
se penso a te, sopra ogni altra cosa.
Spogliato vorrei il mio desiderio.
Alla voce che mi chiama mi fermo
se vedo brillare le fronde dell’olmo,
se incontro te, sopra ogni altra cosa.
Spogliate vorrei le mie parole
se dico al tramonto una cosa indicibile nel mio cuore,
se solo a te l’affido.
Spogliato vorrei il mio pensiero
nell’incessante movimento dell’anima,
se con la mano sento una cosa grande,
se tocco la tua, sopra ogni altra cosa.
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lunedì, dicembre 05, 2005
a video spento festeggia la nascita di Giorgia!!! Benvenuta! Auguri a mamma Nicla, papà Icio e zia Odilia.
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Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts
Lucy: vedi quell’edificio? E’ la biblioteca. Se vuoi prendere a prestito un libro, basta che tu vada là dentro e dica quale vuoi, e loro te lo lasciano portare a casa!
Linus: gratis?
Lucy: assolutamente gratis!
Linus: viene da chiedersi cosa ci sia sotto!
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domenica, dicembre 04, 2005
in punta di blog
cibo per la mente di alkanette
memorie di un clown di masso57
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gli incipit del televideo rai (pag. 769)
(visto che pago il canone)
Anita Rau Badami da Il passo dell’eroe (Marsilio editore)
A Toturpuran erano soltanto le cinque di una mattina di luglio, ma tutte le tracce della notte erano scomparse. Il sole si stava gonfiando, arroventandosi sull’orizzonte del mare. Le onde fremevano contro la sabbia e lasciavano linee ricurve di spuma dorata che si asciugavano quasi istantaneamente. Lungo tutta la spiaggia c’erano i pescatori che trascinavano a riva le barche…
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sabato, dicembre 03, 2005
ipse dixit
Hemingway mi ha insegnato a scrivere come si parla. E non mi sembra mica poco.
Fernanda Pivano
da L’intervista di Alain Elkann su La7 del 3/12/05
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venerdì, dicembre 02, 2005
il club di Groucho
(ovvero non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri)
Parlo per esperienza personale. Ai miei tempi ho incontrato centinaia di persone che mi hanno detto: “Ehi, imbecille, quand’è che la smetti con il cinema e ti trovi un lavoro?” E se questo è vero per me, dev’essere certamente vero per decine di altri con un talento perfino inferiore al mio. Questo metodo si può applicare anche ad altri campi. Sono sicuro che molti politici vengono sconfitti alle elezioni perchè la gente ha avuto la possibilità di vedere che aspetto hanno. La prossima grande vittoria politica sarà ottenuta da quel partito abbastanza furbo da non avere un capolista.
Groucho Marx da O quest’uomo è morto, o il mio orologio si è fermato (a cura di Stefan Kanfer, Einaudi ed)
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giovedì, dicembre 01, 2005
la mia new york in bianco e nero
empire
(foto akio, giugno 2000)
dedicato a milla per la sua avventura che inizia domani
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