2004
mercoledì, febbraio 25, 2004
Ernest Hemingway – da Morte nel pomeriggio
Quando Gallo aveva passato la quarantina, qualcuno gli chiese che cosa faceva per tenersi in esercizio e lui disse che fumava sigari avana. – Che cosa me ne faccio dell’esercizio, hombre? Che cosa me ne faccio della forza? Il toro fa tutto l’esercizio. Il toro ha tutta la forza! Io adesso ho quarant’anni, ma ogni anno i tori ne hanno quattro e mezzo e si avviano al quinto. Era un grande torero e fu il primo ad ammettere la paura. Fino al tempo di Gallo, si riteneva estremamente vergognoso confessare di aver paura, ma quando Gallo aveva paura lasciava cadere muleta e spada e scavalcava a capofitto lo steccato. Un matador non dovrebbe mai correre, ma Gallo era capace di correre, se il toro lo guardava in un certo modo; e quando lo chiusero in prigione disse che era meglio così: – Tutti noi artisti abbiamo giorni cattivi. Mi perdoneranno al primo giorno buono.
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martedì, febbraio 24, 2004
Attila Jozsef in Poeti ungheresi del ‘900 a cura di U. Albini
Mamma
Già da una settimana penso
Sempre e solo a mia madre, e a tratti indugio.
Con una cesta scricchiolante in grembo
frettolosa saliva in soffitta.
Ero ancora sincero a quel tempo,
strepitavo, pestavo i piedi:
lasciasse agli altri il bucato rigonfio,
portasse me in soffitta!
Salì, stese il bucato silenziosa,
senza sgridarmi, e neppure guardarmi:
la biancheria luminosa, frusciante
ruotava, volteggiava nell’aria.
Ora non piangerei, ma è tardi; adesso
Vedo com’era grande: nel cielo
fluttuano i suoi capelli grigi.
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martedì, febbraio 17, 2004
Alan Bennett – da Nudi e crudi
Casa Ransome era stata svaligiata. “Rapinata” disse Mrs. Ransome. “Svaligiata” la corresse il marito. Le rapine si fanno in banca; ma una casa si svaligia. Mr. Ransome era un avvocato e riteneva che le parole avessero la loro importanza. Anche se in questo caso era difficile trovare un termine preciso. Di solito un ladro sceglie, fa una cernita, prende un oggetto e ne lascia altri. C’è un limite a ciò che riesce a far sparire: per esempio, è raro che porti via una poltrona, ancor più raro un divano. Questi ladri, però, l’avevano fatto. Avevano preso tutto. I Ransome erano andati all’opera a sentire Così fan tutte (il Così, come Mrs. Ransome aveva imparato a chiamarlo). Mozart era fondamentale nel loro matrimonio; i Ransome non avevano figli e probabilmente non fosse stato per Mozart, si sarebbero divisi già da anni. Quando tornava a casa dallo studio Mr. Randsome faceva sempre il bagno, poi cenava. E dopo cena faceva un altro bagno, questa volta in Mozart. Mr. Randsome ci sguazzava, in Mozart, ci si tuffava; dal piccolo viennese si lasciava ripulire delle sozzure che aveva dovuto sopportare tutto il giorno al lavoro. Quella sera erano stati ai bagni pubblici, cioè al Covent Garden, dove seduto davanti a loro c’era il ministro dell’Interno. Anche lui era andato a fare un tuffo per lavarsi di dosso le preoccupazioni della giornata, preoccupazioni che di lì a poco, benché solo in forma di statistica, avrebbero annoverato anche i Randsome. Normalmente Mr. Randsome non condivideva il bagno serale con nessuno, giacchè Mozart gli arrivava personalizzato tramite una cuffia e un sofisticato impianto stereo scrupolosamente equalizzato che Mrs. Randsome non poteva toccare per alcun motivo. Secondo lei, i ladri erano venuti proprio per colpa dello stereo, che li aveva attirati. I furti di stereo sono all’ordine del giorno; i furti di moquette no. “Forse hanno preso la moquette per avvolgerci lo stereo” disse al marito. Mr. Randsome ebbe un brivido e ribattè che come imballaggio gli sembrava più plausibile la pelliccia, al che la moglie riattaccò a piangere.
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domenica, febbraio 15, 2004
Vejima Onitsura
Guarderò la luna
senza mio figlio sulle ginocchia
quest’autunno
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sabato, febbraio 14, 2004
Ennio Flaiano – da Diario degli errori
Il bello dell’innamorarsi è il principio. Ti sembra tutto nuovo. Dopo un anno non riesci a capire perchè tutto ti sembrava nuovo. Secondo te bisognerebbe innamorarsi ogni… diciamo ogni due anni. No, allora diventa un lavoro. Voi donne non amate mica il marito ma il matrimonio. Vi piace essere sposate come a noi uomini piace essere laureati, diplomati, specializzati. Io sono laureato in legge, per esempio. Io non amo mica la legge, amo la mia laurea.
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venerdì, febbraio 13, 2004
Joseph Roth – da La leggenda del santo bevitore
Anche il signore ben vestito sparì nelle tenebre. A lui era realmente toccato in sorte il miracolo della conversione. E aveva deciso di condurre la vita dei più poveri. E per questo vivrva sotto i ponti. Ma, tornando all’altro, costui era un bevitore, anzi un ubriacone. Si chiamava Andreas, e viveva alla giornata come molti bevitori. Tanto tempo era passato dall’ultima volta che aveva posseduto duecento franchi. E forse proprio per questo, perchè era passato tanto tempo, tirò fuori al fioco chiarore di uno dei rari lampioni che erano sotto i ponti, un pezzetto di carta e un mozzicone di matita, e scrisse l’indirizzo della piccola Santa Teresa e la somma di duecento franchi, che da quel momento le doveva. Salì per una delle scale che portano dalle rive della Senna al lungofiume. Là, lo sapeva, c’era un ristorante. Ed egli entrò, e mangiò e bevve in abbondanza, spendendo molti soldi, portandosi via anche un’intera bottiglia per la notte, che aveva intenzione di passare sotto il ponte, come al solito. Si scelse anche un giornale dal cestino della cartastraccia; non per leggerlo, ma per coprirsi. I giornali tengono caldo, come sanno tutti i vagabondi.
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giovedì, febbraio 12, 2004
Italo Calvino
Dal saggio “L’antilingua” in Una pietra sopra.
Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo preciso e senza una parola di troppo: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”. Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: “ Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara di essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante”.
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mercoledì, febbraio 11, 2004
Margaret Mazzantini da Non ti muovere
Un uccello si è posato accanto a me, improvviso, non l’ho visto arrivare. Il piumaggio di un sudicio colore tra il grigio e il verde, le zampe palmate strette intorno al ferro della balaustra, come piccole mani. E’ uno strano incrocio tra un martin pescatore e una cicogna nera. Il suo ventre si gonfia e si sgonfia sistematicamente. Deve aver retto la fatica di un volo difficoltoso per raggiungere questo trespolo galleggiante. Non è affatto mite, fa quasi paura. Scruta il mare con gli occhi rapaci orlati di pelle rossa, sembra cercare lo spazio per il suo prossimo volo. Ha un becco da uccello mitologico e qualcosa di umano nello sguardo. E perché, mi viene da pensare, una creatura così piccola accetta senza tregua le sfide che la natura le impone, mentre noi ci ritraiamo di fronte a uno spruzzo di mare, noi con le nostre scarpe, i nostri golf, perché siamo così privi di coraggio?
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Italo Calvino da Se una notte d’inverno un viaggiatore
I libri che da tanto tempo hai in programma di leggere, i libri che da anni cercavi senza trovarli, i libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento, i libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza, i libri che potresti mettere da parte per leggerli magari quest’estate, i libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale, i libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica e non chiaramente giustificabile.
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mercoledì, marzo 31, 2004
La recensione di Suzupearl
REQUIEM PER UN SOGNO di Hubert Selby Jr
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Durante uno dei suoi viaggi giunse col fratello a una locanda. «Era notte; da una finestra videro attorno al fuoco un gruppo di sconosciuti».
«Fra loro c’erano due donne».
«Indicò la maggiore e disse al fratello: ‘Vedi quella donna? Mi sposerò con lei’».
«Quando si conobbero, seppe che era nordamericana, maritata, che si chiamava Lloyd Osbourne e che viveva a San Francisco, California».
«Qualche anno dopo seppe che era diventata vedova».
«Non le scrisse; come emigrante attraversò l’Atlantico e poi, in un vagone di terza classe, il continente».
«Si sposarono e la portò nella sua Scozia». «Aveva allora trent’anni». Molti libri scrisse quello scozzese dal colpo d’occhio formidabile; Borges amava definirli «una tra le forme della felicità».
Robert Louis Stevenson
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martedì, marzo 30, 2004
Era nato in uno di quei luoghi – una cittadina in Ucraina – dove si vive circondati dall’Oceano della pianura. Fece le prime esperienze marinare; conobbe i facili amori delle città portuali; perse al gioco i denari avuti in prestito. Si trovò nell’impossibilità di restituirli. Era diventato scrittore; viveva in una casa a Londra, all’ultimo piano di un alto edificio. Imbarcarsi – per quasi vent’anni aveva navigato come mozzo, secondo ufficiale, capitano – aveva significato per lui tagliarsi fuori dal mondo, escludere ogni contatto con ciò che accadeva in terraferma. Così faceva anche quando scriveva. Ogni romanzo era per lui un nuovo imbarco.
Joseph Conrad
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lunedì, marzo 29, 2004
Truman Capote – da Colazione da Tiffany
Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell’appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano. Stampato con una certa eleganza formale, il biglietto diceva: Signorina Holiday Golightly, e sotto, in un angolo: in transito. Cominciò a perseguitarmi come una canzonetta: Signorina Holiday Golightly, in transito. Una notte, quando le due erano già passate da un pezzo, mi svegliai al suono della voce di Yunioshi che gridava giù per le scale. Poichè abitava all’ultimo piano la sua voce echeggiava per tutta la casa, esasperata e severa. “Signorina Golightly! Devo protestare!”. La voce che rispose dal basso, era sciocca di giovinezza e un pò divertita. “Oh tesoro, mi dispiace davvero. Ho perduto la chiave”. “Non potete suonare il mio campanello. Dovete, dovete assolutamente farvi fare una chiave.” “Ma le perdo tutte, sempre.” “Io lavoro, e ho diritto di dormire,” sbraitò Yunioshi: “Voi invece continuate a suonare il mio campanello…” “Oh, non inquietatevi, carissimo; non lo farò più. E se mi promettete di non arrabbiarvi,” la voce si faceva sempre più vicina, la ragazza stava salendo le scale, “potrei anche lasciarvi scattare le fotografie di cui abbiamo parlato”. Ero saltato giù dal letto e avevo socchiuso la porta. Sentivo il silenzio di Yunioshi, lo sentivo perchè era accompagnato da un cambiamento di ritmo nella respirazione più che palese. “Quando?” volle sapere. La ragazza rise. “Una volta o l’altra,” rispose, farfugliando lievemente. “In qualsiasi momento,” replicò lui, e chiuse la porta. Uscii sul pianerottolo e mi sporsi dalla balaustra, quel tanto per vedere senza essere visto. Era ancora sulle scale, ora aveva raggiunto il mezzanino, e i colori chiassosi dei suoi capelli da ragazzino, a ciocche fulve, venate di biondo albino e di giallo, riflettevano la luce della lampada. Era una sera calda, quasi estiva, lei indossava un abito nero, aderente e fresco, portava sandali neri e una collana di perle. Nonostante la sua elegante snellezza, aveva l’aria sana di chi vive di latte e burro e si lava con l’acqua e il sapone. Aveva le guance d’un rosa acceso, la bocca grande, il naso all’insù. Un paio di occhiali neri le cancellava gli occhi. Aveva un viso che, pur avendo superato la fanciullezza, non era ancora quello di una donna. Pensai che poteva avere qualsiasi età fra i sedici e i trenta; come scopersi in seguito mancavano due mesi al suo diciannovesimo compleanno.
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domenica, marzo 28, 2004
metropolis
1° quadro
Le piccole librerie continuano a chiudere. Ieri in un grande centro commerciale di Roma mi avvicino alla libreria (non quella interna al supermercato) attratto dal cartello: sconto 30% su tutti i libri. Bene mi dico ed entro. C’era una tristissima aria di smobilitazione anche se la libreria aveva molti più clienti del solito. E’ chiaro, penso, quando si fanno gli sconti la gente ne approfitta! Anch’io faccio la mia parte e ne prendo due che non avrei preso a prezzo intero. Arrivato alla cassa faccio la domanda che mi ronzava in testa: mica chiudete? La risposta è stata secca e dura: Si. Un’altra piccola libreria che chiude perchè non ce la fa a sostenere i costi di gestione e i perenni sconti al 15% del supermercato. Esco dal negozio sentendomi un pò in colpa: anch’io qualche volta ho acquistato al supermercato una novità e probabilmente con quel gesto ho contribuito a questa chiusura che mi rattrista tanto. Ma è colpa solo del supermercato e mia che ci ho comprato qualche novità? Oppure gli editori dovrebbero farsi l’esame di coscienza e fare qualcosa per abbassare il costo dei libri ed aumentare la qualità dei tascabili? E l’iva? E’ ancora troppo alta? Di questo passo resteranno solo tre o quattro megalibrerie al centro di Roma.
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martedì, marzo 23, 2004
Tahar Ben Jelloun – da “La scuola o la scarpa”
Come in ogni posto del mondo il primo giorno di scuola è un giorno di festa. Qui non è una festa come le altre. I ragazzi fanno baccano, urlano, si tirano i gessi. Si divertono. Per loro la scuola è una ricreazione, una curiosità. Accorrono per vedere se il maestro è in gamba. Io stesso mi chiedo se sono in gamba. Cosa vuol dire, qui? Essere gentile e al tempo stesso severo. E io non sono né troppo gentile né troppo severo. E’ possibile essere in gamba nel villaggio del nulla, dove non è stato sepolto un solo santo, dove non si è fermato nemmeno un profeta? Devo abituarmi all’idea che, per questi bambini, la scuola è come il circo che passa una volta all’anno. Che cos’è la scuola per una bambino che non ha da mangiare quando ha fame? Come spiegargli che è necessario passare per la scuola per non patire più la fame, un giorno? Ho distribuito agli allievi dei quaderni e delle matite arrivate dalla Francia, e delle cartelle arrivate dal Belgio. Sono trenta ragazzi, tra maschi e femmine. Vengono tutti dalla scuola coranica. Certi sanno già leggere e scrivere. Hanno gli occhi vivi e i corpi magri. Come me. Anche io sono alto e magro. Sono contento di portare i miei nuovi occhiali. Non solo vedo meglio, ma questi occhiali rendono più chiare le mie idee. Sono contento di tornare in questa pianura persa fra le colline e la sabbia. I ragazzi sono seduti per terra. Mi hanno detto che i tavoli e le sedie arriveranno entro il mese. Saranno un regalo dei canadesi. Per il momento, ci dobbiamo arrangiare alla meglio. E la lavagna? Sarà il regalo del falegname più ricco della città. La stiamo aspettando. Da sola, non arriverà. Bisogna andarla a prendere e trasportarla sul tetto del furgoncino del droghiere che viene ogni quindici giorni al villaggio.
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domenica, marzo 21, 2004
Achille Campanile – da Battista al Giro d’Italia
Cicerone inseguito da malintenzionati
Occorre far visita al palazzo Ducale come l’abbiam fatta noi, che ci siamo accodati a una comitiva che aveva il cicerone. Il cicerone mangiava veleno, affrettava il passo, andava a zigzag, per farci perder le sue tracce. E noi dietro. Bisbigliava all’orecchio dei clienti i nomi di Paolo Vecellio e Tintoretto, sforzandosi di no far giungere la sua voce fino a noi. Ci dava occhiate d’odio, col palese desiderio di strozzarci. Noi, tranquillissimi, gli eravamo sempre alle calcagna. Verde di rabbia, egli confidava ai clienti i segreti dei soffitti affrescati, raccomandando col gesto: “acqua in bocca”. Il suo giro è diventato vertiginoso, la sua voce un soffio. Non s’era mai visto un cicerone più riservato e veloce di questo. I turisti, sudati, ansanti, tristi, lo seguivano a passo di corsa. E noi dietro.
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giovedì, marzo 18, 2004
Citazione
Joseph Conrad, nato in Polonia, scrisse in inglese; Samuel Beckett, nato in Irlanda, scrisse in francese. Un altro autore, non meno illustre, sarebbe forse diventato un classico italiano, se non fosse stato scoraggiato da una decisione burocratica. Dopo avere scritto per cinque anni nella nostra lingua, e aver collaborato assai intensamente a un giornale di provincia, a trent’anni si era sottoposto a un esame, per essere abilitato a insegnare inglese nelle scuole secondarie del Regno d’Italia. L’esame ebbe luogo a Padova, dal 24 al 30 aprile 1912. Mancato insegnante nelle nostre scuole medie, il giovane scrittore si trasferì a Zurigo e a Parigi, dove avrebbe trascorso il resto della vita. Morì a sessant’anni.
James Joyce
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mercoledì, marzo 17, 2004
Federico Garcia Lorca
“..Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.
Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.
La grande maturità della tua intelligenza.
Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.
La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria…”
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martedì, marzo 16, 2004
Jack Kerouac – da Sulla strada
Poi volgemmo il viso al Messico con timidezza e meraviglia mentre quelle dozzine di sagome messicane ci osservavano di sotto la tesa segreta dei loro cappelli nella notte. Dietro di essi c’erano musiche e ristoranti aperti tutta la notte col fumo che filtrava dalla porta. “Ihi” sussurrò Dean a voce bassissima. “Tutto fatto!” Un funzionario messicano fece un largo sorriso. “Voi ragazzi tutti a posto. Andate pure. Bienvenuti in Mehico. Divertitevi. Attenti a soldi. Attenti guidare. Dico questo voi personalmente, sono el Rosso, tutti mi chiamano el Rosso. Mangiate bene. Non preoccupatevi. Tutto bene. Non difficile divertirsi in Mehico”. “Si” farfugliò Dean e via ce ne andammo nel Messico dall’altra parte della strada in punta di piedi. Lasciammo la macchina parcheggiata, e tutti e tre in fila ci incamminammo lungo la strada spagnola in mezzo alle fioche luci brune. Alcuni vecchi sedevano sulle sedie nella notte e parevano tanti ninnoli e idoli orientali. Nessuno in verità guardava verso di noi, eppure ognuno era conscio di tutto ciò che facevamo. Tagliammo a sinistra in una trattoria fumosa ed entrammo in mezzo alla musica delle chitarre che veniva da un juke box americano di vent’anni prima. Conducenti di tassì americani in maniche di camicia e giovanotti messicani con cappelli di paglia sedevano su sgabelli, divorando masse informi di tortillas, fagioli, tacos, e chissà cosa. Comprammo tre bottiglie di birra ghiacciata – la birra la chiamavano cerveza – per circa trenta centesimi messicani, ossia dieci centesimi americani l’una. Comprammo pacchetti di sigarette messicane a sei centesimi l’uno. Contemplavamo senza stancarci quella nostra meravigliosa moneta messicana che arrivava così lontano, e ci giocavamo, guardandoci intorno e sorridendo a tutti. Dietro a noi giaceva l’America intera e tutto quel che Dean e io avevamo precedentemente conosciuto della vita, e della vita sulla strada. Avevamo finalmente trovato la terra incantata alla fine del viaggio e non ci saremmo mai sognati quanto fosse grande quella magia.
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lunedì, marzo 15, 2004
Trilussa – La politica
Ner modo de pensà c’è un gran divario:
mi’ padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;
de tre fratelli, Giggi ch’è er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so’ monarchico, ar contrario
de Ludovico ch’è repubbricano.
Prima de cena liticamo spesso
pe’ via dei ‘sti princìpi benedetti:
chi vò qua, chi vò là… Pare un congresso!
Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so’ cotti li spaghetti
semo tutti d’accordo ner programma.
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domenica, marzo 14, 2004
Georges Simenon – da Tre camere a Manhattan
Combe aveva deciso di portarla a casa sua, e non osava farlo. Poco prima, uscendo dal Lotus, aveva pagato il conto; lei se n’era accorta ma non aveva detto niente. Quel gesto poteva significare tante cose. Che quella era la loro ultima passeggiata, per esempio, l’ultima, quantomeno, al di fuori della realtà. E forse era proprio per questo, per incamerare nella memoria un ricordo luminoso, che lei aveva voluto fare una passeggiata a braccetto con lui, in Central Park, dove un tiepido sole li avvolgeva negli ultimi sprazzi d’autunno. Kay prese a canticchiare con aria assorta la loro canzone il ritornello del piccolo bar. Ed ebbero entrambi la stessa idea: infatti, quando comincio’ a farsi sera e l’aria divenne più fresca, quando un’ombra più fitta li sorprese alle curve dei viali, si guardarono come per un tacito accordo e si diressero verso la Sesta Avenue. Non presero il taxi. Continuarono a camminare. Come se quello fosse il loro destino, come se non potessero o non osassero fermarsi. Da quando si conoscevano, e avevano l’impressione di conoscersi da tanto, la maggior parte del tempo l’avevano passata a camminare così, lungo i marciapiedi, sfiorando una folla che neppure vedevano. Adesso però si avvicinava il momento in cui sarebbero stati costretti a fermarsi, ma continuavano a ritardarlo con tacita complicità.
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sabato, marzo 13, 2004
Woody Allen – dal racconto Autoapologia in Effetti collaterali
Fra tutti i grandi uomini famosi, quello che avrei voluto essere io è Socrate. Non solo perchè era un grande pensatore, dato che di pensate discretamente profonde ne ho fatte anch’io – lo sanno tutti – anche se le mie vertono invariabilmente su una hostess svedese. No: quel che invidio al più saggio fra i greci è il coraggio di fronte alla morte. Lui con grande fermezza si mantenne fedele ai suoi principi e preferì morire al rinnegarli. Io, per me, non sono altrettanto impavido, e basta un rumore improvviso, come lo scappamento di una macchina, per gettarmi fra le braccia della persona cui sto parlando. Alla fine, la stoica morte di Socrate donò alla sua vita un autentico sgnificato; cosa che manca del tutto alla mia, anche se un’importanza, sia pur minima, riveste per l’ufficio delle imposte dirette.
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mercoledì, marzo 10, 2004
Citazione
Se gli uomini comprendessero meglio i pericoli che comporta l’uso di certe parole, i dizionari nelle vetrine dei librai sarebbero avvolti da una striscia di carta rossa con su scritto: “Esplosivo… maneggiare con cura”.
Andrè Maurois
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lunedì, marzo 08, 2004
Fernando Pessoa – da Il libro dell’inquietudine
Breve ombra scura di un albero cittadino, lieve rumore di acqua che cade nella fontana triste, verde dell’erba regolare (giardino pubblico sul far del crepuscolo): voi siete per me, in questo momento, l’universo intero, perchè siete il contenuto pieno della mia sensazione cosciente. Dalla vita non voglio altro che sentirla perdersi in queste sere impreviste, al suono di questi bambini estranei che giocano in questi giardini sbarrati dalla malinconia delle strade che li circondano, e incorniciati, oltre che dai rami alti degli alberi, dal vecchio cielo dove le stelle ricominciano.
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domenica, marzo 07, 2004
Luis Sepulveda – da Appunti andini in Patagonia Express
Quell’acquazzone minimo cade, bagna la terra che assetata assorbe l’acqua, e quasi subito le nubi svaniscono. Ma questo basta perchè in poche ore tutto il deserto si trasformi in un giardino infinito di fiori intensamente rossi. Le rose di Atacama riescono a vivere solo un paio d’ore, poi il sole le brucia e il vento spazza via i petali arsi. A parte quell’unico giorno di pioggia miracolosa, durante il resto dell’anno il sole picchia senza pietà, e la notte il freddo permette di ascoltare il silenzio: per millenni si sono spaccate quelle che un tempo erano rocce e ora sono sassi. Quel suono interminabile di pietre che si sgretolano a causa del violento sbalzo di temperatura è la migliore dimostrazione che anche il silenzio si può ascoltare.
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venerdì, aprile 30, 2004
Paul Gauguin da Noa Noa
Lasciare Papeete, allontanarmi dal centro europeo. Presentivo che vivendo la vita degli indigeni, con loro, nella boscaglia, a forza di pazienza, sarei giunto a vincere la diffidenza di quella gente e avrei saputo. Un ufficiale di gendarmeria mi offrì gentilmente la sua carrozza e una mattina me ne andai alla ricerca di una capanna. Mi accompagnava la mia Vahiné: si chiamava Titi (in tahitiano significa seno). Quasi inglese, parlava un po’ di francese. Quel giorno aveva messo il suo vestito più bello, un fiore all’orecchio secondo la moda dei Maori, e il cappello di filo di canna da lei stessa intrecciato era guarnito di fiori di paglia e di conchiglie arancioni. I capelli neri sciolti sulle spalle, orgogliosa di essere in carrozza, fiera della sua eleganza e d’essere la vahinè di un uomo che credeva importante e ricco, era veramente graziosa, e la sua vanità non aveva niente di ridicolo tanto la fierezza è congenita nei visi di questa razza. Della loro lunga storia feudale e della grandezza dei loro capi mantengono il ricordo in una incancellabile impronta d’orgoglio. Sapevo bene che il suo amore, interessato, per una mentalità strettamente europea aveva lo stesso valore della compiacenza venale di una prostituta. Ma io vi vedevo altro. Quegli occhi e quella bocca non potevano mentire. Per i tahitiani l’amore scorre nelle vene insieme al sangue, è talmente essenziale che, interessato o no, è sempre amore.
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giovedì, aprile 29, 2004
Philippe Delerm da La prima sorsata di birra
Il pacchetto delle paste della domenica mattina
Paste assortite, certo. Un grosso bignè al caffè, due cartellette alla fragola, un millefoglie. A parte una o due, sappiamo già a chi ciascuna è destinata, ma quale sarà quella in più per i ghiottoni? Snoccioliamo i nomi con calma. Dall’altra parte del bancone, la commessa, la pinza in mano, si orienta con sottomissione verso i tuoi desideri; non tradisce impazienza neppure quando deve cambiare vassoietto, il millefoglie non ci sta. E’ importante il vassoietto, con gli angoli smussati, i bordi rialzati. Rappresenta la base solida di un edificio fragile, dall’incerta sorte. “Basta così!” Allora la commessa immerge il vassoietto in una piramide di carta rosa, presto circondata da un nastro scuro. Mentre paghiamo, reggiamo il pacchetto da sotto, ma appena varcata la porta del negozio, lo afferriamo per il nastro tenendolo un po’ scostato. E’ la regola. Le paste della domenica devono essere portate come si tiene un pendolo. Rabdomanti di riti minuscoli, camminiamo senza arroganza, e senza finta modestia. Non è ridicola questa compunzione, questa serietà da re magi? Ma no. Se i marciapiedi domenicali hanno un sapore di passeggiata lenta, è merito del pacchetto sospeso: come dei porri che spuntano qua e là dalle borse della spesa. Con il pacchetto in mano, hai l’aspetto del professor Tornasole, proprio quello che ci vuole per salutare l’effervescenza del dopo messa e gli effluvi di scommesse sui cavalli, di caffè, di tabacco. Tranquille domeniche in famiglia, tranquille domeniche di una volta, il tempo oscilla come un ostensorio all’estremità di in nastrino scuro. Un po’ di crema pasticciera ha fatto appena una macchia in cima al bignè al caffè.
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mercoledì, aprile 28, 2004
La proposta de Il muro della Franci
da Le città invisibili di Italo Calvino
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martedì, aprile 27, 2004
Margaret Mazzantini da Il catino di zinco
Poggiava la tazzina del caffè sul davanzale, e rimaneva a godersi l’aria fresca sulla pelle fina del risveglio, con quell’aroma chiuso nella bocca e la lingua sazia, annerita. Di nuovo la vecchia abitudine: il piacere del primo caffè da assaporare sola, in santa pace, con la casa dietro le spalle che ancora dorme: una quiete furtiva, la sua, meravigliosa.
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La proposta di Suzupearl
Pierino Porcospino di Heinrich Hoffmann
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domenica, aprile 25, 2004
Ogni uomo ha la convinzione di una relativa immortalità.
Ennio Flaiano
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sabato, aprile 24, 2004
Nathaniel Hawthorne da La casa del tesoro
Un moralista potrebbe trovare in una soffitta vasti temi di astratta speculazione di saggezza. La soffitta è il limbo delle mode defunte: tutte le bagattelle del passato, tutto ciò che ha avuto pregio per una sola generazione, passa in soffitta quando quella generazione se ne va sottoterra; e non per esser conservato, ma per esser tolto di mezzo.
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giovedì, aprile 22, 2004
Nina Berberova da Il giunco mormorante
Nella vita di ognuno esistono momenti – quando la porta sbattuta all’improvviso e senza alcun visibile motivo di colpo si riapre, quando lo spioncino chiuso un attimo fa viene di nuovo aperto, quando un brusco “no” che sembrava irrevocabile si muta in “forse” -, momenti in cui il mondo intorno a noi si trasfigura, e noi stessi ci riempiamo di speranza come di nuovo sangue. E’ stata concessa una proroga a qualcosa di ineluttabile, definitivo; il verdetto del giudice, del dottore, del console, è stato rinviato. Una voce ci avverte che non tutto è perduto. E con gambe tremanti e lacrime di gratitudine passiamo nel locale adiacente, dove ci pregano di aspettare un poco prima di spingerci nel baratro. Così accadde anche a me quella sera, quando accanto a Ejnar facevo la fila aspettando l’autobus che avrebbe portato all’aeroporto Le Bourget i passeggeri in partenza per Stoccolma. Lui partiva, io restavo.
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mercoledì, aprile 21, 2004
“Quando vi sarete arricchiti l’anima
il più possibile,
con i libri, la riflessione, il dolore, la conoscenza
degli uomini,
la capacità d’interpretare sguardi, silenzi,
le pause nei grandi mutamenti,
il genio della divinazione e della profezia;
sicchè vi parrà a volte di tenere il mondo
nel cavo della mano;
allora, se per l’affollarsi di tanti poteri
entro il cerchio della vostra anima,
l’anima prende fuoco,
e nell’incendio dell’anima
il male del mondo illuminato e reso intelligibile –
siate grati se in quell’ora di visione suprema
la vita non v’inganna.”
Edgar Lee Masters
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martedì, aprile 20, 2004
dal cassetto dei ricordi
Nù scugnizzo
La Roma di Falcao aveva appena concluso il suo ciclo d’oro e stava iniziando l’era del Napoli di Maradona. Proprio in quel periodo mi misi insieme a M* una ragazza originaria di Napoli. Per quattro anni ho trascorso le vacanze di Natale e quelle estive dai suoi nonni dove io, romanista doc, ero circondato da decine di accesi tifosi del Napoli. Solo due persone della numerosa famiglia erano tifose di altre squadre. M* che era laziale, infatti ci siamo lasciati, e il nonno G* che teneva per la Juventùs. Nonno G* era praticamente il sosia di Eduardo, gli somigliava nella fisionomia, nelle espressioni e nel parlare. Un napoletano un po’ rassegnato e disfattista convinto che il Napoli non avrebbe mai vinto niente e che tutti i soldi spesi per fare la squadra erano sprecati. I suoi discorsi sul calcio finivano sempre con una frase del genere:”Vide a Juventùs chella si che è nà signora squadra…. A Napule sò sulo fanatici”. N*, suo genero e padre di M*, soffriva in silenzio ma negli anni successivi si sarebbe tolto delle belle soddisfazioni. Quando Maradona appariva in televisione, con l’aria un po’ arrogante ma accattivante, N* si rivolgeva a me dicendo compiaciuto:”E’ proprio nù scugnizzo” e mentre lo diceva il suo volto mostrava tutta la felicità e l’orgoglio di avere nella propria squadra il giocatore più forte del mondo. Un genio calcistico ma anche un ragazzo che Napoli vedeva come un suo figlio. In quel periodo mi capitò più volte di andare a vedere il Napoli di Maradona che garantiva uno splendido spettacolo calcistico. Il gruppo che andava allo stadio era composto da me e N*, i cugini P* e A* che veneravano San Diego, J* e suo figlio L*, rispettivamente zio e cugino inglesi di M*, che trascorrevano le vacanze in Italia. J* il classico anglosassone di poche parole divertito dalla confusione tutta italiana e L*, figlio di un inglese compassato e di una napoletana verace, che parlava un idioma italo-napoletano con inflessione inglese e le cui battute rallegravano la lunga attesa prima della partita. In macchina, nel tragitto per raggiungere lo stadio San Paolo, si fantasticava sul risultato della partita e si ascoltava la cassetta di Maradona. Il ritornello della canzone principale che cantavamo all’unisono recitava così: Maradona è megli’e Pelè, c’iammo fatto ‘o mazzo tanto pell’avè…Maradona pensace tu si mò nun succede nun succede cchiù. Maradona è megli’e Pelè e ce ne vonno ciento po’ fermà! Ogni partita del Napoli di Maradona era l’apoteosi di una storia d’amore che la città viveva intensamente durante tutta la settimana e che culminava con l’adorazione domenicale dell’idolo argentino pari a quella di un antico eroe ellenico. Vedere giocare Maradona era emozionante. Quando il pallone arrivava nella sua zona la gente sugli spalti tratteneva il respiro in attesa della magia che puntualmente arrivava. I tifosi si guardavano tra di loro estasiati con le facce che sembravano dire:”Ma cumme ‘a fatto”. All’uscita dello stadio il pubblico entusiasta continuava a parlare delle prodezze di Diego. Sono felice di aver visto giocare un campione di calcio come lui. Che cosa ha significato Maradona per Napoli lo può capire solo chi ci ha vissuto in quel periodo d’oro. A Maradona i napoletani hanno concesso tutto. Lo hanno venerato ed amato come un dio pagano, hanno battezzato i loro figli con il suo nome, lo hanno coccolato come un bambino anche se capriccioso, lo hanno difeso quando era indifendibile. Diego Armando Maradona li ha ricambiati dando a Napoli molto di più di una serie di vittorie sportive. Ha regalato a tante persone il sogno di una vita. Nessuno indosserà più la maglia numero dieci del Napoli.
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lunedì, aprile 19, 2004
Stephen King da On writing
Io sono nato nel 1947 e la televisione in casa nostra arrivò nel 1958. la prima cosa che ricordo di aver visto sul piccolo schermo fu Robot Monster, un film in cui un tizio con addosso un costume da scimmione e una boccia per pesci rossi sulla testa – Ro-Man, si chiamava – correva da tutte le parti cercando di uccidere gli ultimi superstiti di una guerra nucleare. La giudicai arte di notevole livello. Guardavo anche Highway Patrol con Broderick Crawford nella parte dell’impavido Dan Matthews, e One Step Beyond, condotto da John Newland, l’uomo con gli occhi più sinistri del mondo. C’erano Cheyenne e Sea Hunt, your Hit Parade e Annie Oakley; c’erano Tommy Retting, primo della lunga serie di amici di Lassie, Jock Mahoney in The Range Rider, e Andy Devine che gridava: “Ehi, Wild Bill, aspettami!” nella sua strana voce stridula. C’era un mondo intero di avventure in cui immedesimarsi, offerte in bianco e nero su un rettangolo largo quattordici pollici e sponsorizzato da marche che alle mie orecchie hanno ancora oggi un suono poetico. Ne ero estasiato. Ma la tv arrivò relativamente tardi in casa King e ne sono contento. A ben pensarci io appartengo a un gruppo abbastanza ristretto di privilegiati: l’ultimo drappello di romanzieri americani che imparò a leggere e scrivere prima di imparare a mangiarsi una razione quotidiana di telestronzate. Potrebbe non essere importante. D’altra parte, se state imboccando adesso la strada dello scrittore, non sarebbe forse una cattiva idea spellare il cavo del vostro televisore, avvolgerlo intorno a una punta metallica e reinfilare la spina nella presa. Vedete un po’ che cosa salta in aria e fin dove arriva. Così, per curiosità.
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sabato, aprile 17, 2004
Alessandro Baricco da Castelli di rabbia
Per terra, la terra è secca, e bruna, e dura. Se l’è bevuta il sole, per ore, cancellando una notte di acqua, e lampi, e boati. Finissero nel nulla, così, anche le paure. Sulla terra, poca polvere quasi immobile. Non c’è vento che se la porti via. La gente, con strana meticolosità, ha cancellato i segni degli zoccoli dei cavalli e i solchi delle ruote delle carrozze. Tutta la strada come un tavolo da biliardo di terra bruna.
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venerdì, aprile 16, 2004
India Knight da La mia vita su un piatto
Mi sento una formica. Avrei voglia di schizzare fuori dall’auto e di correre via. Ogni volta che questo mi succede, conto i Doni che ho ricevuto dal Cielo, così:
Sono una DONNA SPOSATA. Tutte le donne ambiscono al matrimonio O no?
Ho dei figli stupendi, sebbene abbiano il vizio di farmi saltare i nervi quasi in continuazione.
Faccio regolarmente del sesso… Be’, quasi…
Ho una famiglia estesa e complicata ma, tutto sommato, presente. E’ veramente incantevole, tipo irlandese, come va adesso. Cosa vuoi che siano alcuni problemi con le droghe e qualche isolato caso di cleptomania tra fratell(astr)i?
Tutti quanti si annoiano prima o poi. Meglio annoiarsi con un partner che da sole. O no?
I Doni che ho ricevuto dal Cielo mi rassicurano sempre meno di questi tempi, specialmente il numero cinque. Dovrò escogitarne di nuovi.
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giovedì, aprile 15, 2004
Diranno queste pagine se “l’eroe” della mia vita sono stato proprio io, o se invece tale appellativo non convenga meglio a qualcun altro.
Charles Dickens da David Copperfield
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mercoledì, aprile 14, 2004
Paul Auster da Città di vetro
Oggi, come mai prima: i barboni, gli spiantati, le vagabonde coi sacchetti della spesa, i miserabili e gli ubriaconi. Variano dal semplice indigente al relitto umano. Dovunque ti giri, te li trovi davanti, nei quartieri alti come nei bassifondi. Alcuni mendicano con una parvenza di orgoglio. Dammi questi soldi, sembra che ti dicano, e presto sarò di nuovo tra voi altri, correrò ogni giorno avanti e indietro come tutti quelli che lavorano. Altri hanno lasciato ogni speranza di abbandonare l’accattonaggio. Giacciono scomposti sul marciapiede con il cappello, o il bicchiere, o la scatola, senza nemmeno alzare gli occhi sul passante, troppo sfatti anche per ringraziare chi gli butta vicino una moneta. Altri ancora tentano di lavorare per il denaro che ricevono: i venditori di matite ciechi, gli alcolizzati che ti lavano il parabrezza dell’auto. Alcuni raccontano storie, solitamente tragici riassunti delle loro vite, come per dare ai benefattori qualcosa in cambio della loro gentilezza… anche solo in forma di parole. Altri hanno un autentico talento. Per esempio, oggi, il vecchio nero che ballava il tip tap facendo i giochi di destrezza con le sigarette… ancora dignitoso, senza dubbio un ex artista del vaudeville, in completo viola con la camicia verde e il cravattino rosso, la bocca irrigidita in un vago ricordo di sorriso teatrale. Ci sono anche i pittori coi gessetti e i musicisti: sassofonisti, chitarristi elettrici, violinisti. Occasionalmente si può anche incontrare un genio, come mi è capitato oggi:
Un clarinettista di età indefinibile, con in testa un cappello che gli nascondeva il volto, seduto a gambe incrociate sul marciapiede come un incantatore di serpenti. Davanti a lui c’erano due scimmiotte meccaniche, una con un tamburello e l’altra con un tamburo. Mentre la prima scuoteva e la seconda batteva, scandendo un bizzarro e infallibile ritmo sincopato, l’uomo improvvisava minime, infinite variazioni sullo strumento, con il corpo rigido che oscillava avanti e indietro mimando energicamente il ritmo delle scimmiette Eseguiva con nauturalezza e allegria dei motivi in minore animati e sinuosi, come per la gioia di essere insieme alle sue amiche caricate a molla, chiuso nell’universo che si era creato, senza mai alzare gli occhi. Continuava ininterrottamente, e alla fine la musica era sempre la stessa, ma più rimanevo ad ascoltarlo e più trovavo difficile andar via. Trovarsi dentro quella musica, essere attirato all’interno del cerchio delle sue ripetizioni: forse un luogo in cui finalmente è possibile sparire.
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martedì, aprile 13, 2004
Il mio amico Maigret (frasi, descrizioni e atmosfere)
Maigret aveva un modo tutto suo di salire i due piani del Quai des Orfèvres: con aria indifferente all’inizio della scalinata, là dove la luce dall’esterno arrivava più forte, poi con un atteggiamento sempre più grave via via che si addentrava nella penombra del vecchio palazzo, come se con la vicinanza le noie del lavoro gli calassero addosso.
Georges Simenon da L’amica della signora Maigret
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domenica, aprile 11, 2004
Cancelli roventi
esistenze sotterranee
mare blu cobalto.
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giovedì, aprile 08, 2004
Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati.
Gabriel Garcia Marquez
L’amore ai tempi del colera
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mercoledì, aprile 07, 2004
taccuino newyorkese
Cab 026
Il mio primo taxi newyorkese lo prendo all’aeroporto di Newark. Sono le nove di sera, mi metto in fila alla fermata dove c’è un ragazzo che gestisce con decisione le corse. Mi chiede dove sono diretto. Rispondo: “West New York”. Stacca da un blocco un foglietto giallo con le istruzioni del servizio taxi e scrive il costo della corsa nello spazio previsto: 32 dollari. Il mio cab è il numero 026. Il tassista è un ragazzo di colore sui cento chili e alto circa un metro e novanta. E’ ingrugnito. Gli dico l’indirizzo e subito si lamenta: “West New York è grande e non sarà facile trovare questa strada e poi l’indirizzo è impreciso”. Quindi blatera 2 o 3 cose che non capisco e parte. Trascorrono 5 o 6 minuti di assoluto silenzio. Cerco di sbloccare la situazione dicendogli che l’abitazione che cerco è vicino alla St. Mary Church. Non lo avessi mai fatto. Il tassista inizia con un lungo discorso contro le religioni e dice che i preti sono tutti cercatori di soldi e truffatori. In particolare ce l’ha con i telepredicatori che qui vanno tanto di moda. Torno sul discorso della strada e lui ribadisce che sarà difficile trovarla. Ormai il ghiaccio è rotto allora provo a chiedergli qualcosa sulla sua famiglia e sul lavoro. E’ sposato ed ha due figli, un maschio ed una femmina. Lavora dalle 14 alle 16 ore al giorno e quando io ripeto 14/16 ore? Lui esclama: “amico, qui siamo in America”. Quindi mi dice che qui tutti hanno debiti e che “se non hai credito non sei nessuno”. Ormai siamo in confidenza e quando ad un semaforo appena diventato verde uno gli suona da dietro, lui risponde sbracciandosi e imprecando. Sfrutto l’occasione per giocarmi la carta simme ‘e napule paisà e gli racconto come si guida in certe parti d’Italia. Questa cosa lo diverte molto. Siamo arrivati al bivio tra Union City e West New York. E’ il momento di chiedergli il nome; Cachemire, si chiama Cachemire. “Come la lana” dico senza pensare. Lui ridacchia. Chiediamo indicazioni ad un passante ma non ci è di aiuto. In una stradina c’è un’auto della polizia con il lampeggiante acceso. Cachemire scende per chiedere informazioni ma il poliziotto lo tiene a distanza con un gesto della mano. In terra c’è un uomo, forse ubriaco. Nemmeno il poliziotto ci è di aiuto perché mi dice Cachemire al suo ritorno “è di un altro distretto”. Dall’interno del taxi alzo il braccio in segno di ringraziamento e il poliziotto mi risponde con un cenno del capo. Con Cachemire ormai c’è un buon rapporto e mi rassicura: “ non preoccuparti che la troviamo questa strada”. Ci fermiamo ad un distributore di benzina notturno e Cachemire si rivolge al gestore con un eloquente: “ehilà compagnero”. Siamo in un quartiere ispanico. Nemmeno il benzinaio conosce la strada dove devo andare. Imbocchiamo un vicolo stretto e ci fermiamo all’altezza di una casa dove, sulla veranda, ci sono un ragazzo ed una ragazza che parlano. Loro finalmente sanno dov’è la strada e danno a Cachemire una lunga e dettagliata spiegazione. Io sono rimasto nel taxi che sta bloccando il traffico. Da dietro cominciano a suonare. Cachemire torna lentamente, si siede in macchina con calma poi di scatto tira il freno a mano esce nuovamente e con le braccia in fuori grida agli automobilisti in attesa: “un momento per favore”. Dopo aver gironzolato per qualche isolato chiediamo indicazioni ad un’altra pattuglia della polizia. Anche stavolta stiamo bloccando il traffico ma nessuno da dietro ci suona. E’ l’indicazione decisiva e troviamo la strada. L’indirizzo era giusto. E’ il momento di pagare la corsa e salutare Cachemire. “Sono 32 dollari” mi dice. Esattamente quello che mi ha scritto sul foglietto giallo il tizio all’aeroporto. Con tutti i giri che abbiamo fatto mi aspettavo una pesante maggiorazione. E invece no. Gli do 35 dollari dicendogli che è ok così ma lui dice di no. “Non posso altrimenti mi fanno la multa”…”Non posso prendere la mancia”. Io felice per essere giunto a destinazione (visto come si era messa la cosa) faccio ricorso al più classico volemose bene e gli dico: “ma chi lo viene a sapere?” Ci diamo la mano gli dico di salutare la famiglia da parte di un cliente italiano e lui risponde che gli ha fatto piacere conoscermi. Poi sale nel taxi, mi saluta ancora una volta con la mano e se ne va.
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martedì, aprile 06, 2004
Bruce Chatwin dal racconto Sulle orme dello Yeti in Che ci faccio qui?
Al tramonto andammo a trovare il Ger Lama. Era un santo viandante, arrivato dal Tibet ventotto anni prima. Era vissuto in caverne e capanne di mandriani, poi aveva persuaso la gente del villaggio ad aiutarlo a costruire un eremo. Era stato a Katmandu una volta, la prima e l’ultima. I monti e la solitudine, disse, erano essenziali per una vita di preghiera. Ci ricevette stando seduto a gambe incrociate in una piccola camera scarlatta, con fiori di loto dipinti sulle pareti. La sveglia, i libri e le immagini sacre erano a portata di mano. Un giorno, disse, sarebbe tornato nel Tibet, ma non sapeva se in questa vita o nell’altra. Ci benedisse a uno a uno con una sciarpa di garza bianca, e noi ce ne andammo, pieni di meraviglia.
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lunedì, aprile 05, 2004
Ernest Hemingway da Vero all’alba
“….Stavamo raggiungendo il fondo della sacca dei libri, ma restava ancora qualche tesoro nascosto, inclusi venti romanzi di Simenon in francese che non avevo ancora aperto. Se siete bloccati dalla pioggia mentre siete accampati in Africa, non c’è niente di meglio di Simenon. Con lui, non m’importava di quanto sarebbe durata. I Simenon buoni sono magari tre su cinque, ma quando piove un drogato della lettura si accontenta anche di quelli brutti, e io li avrei cominciati tutti, dividendo i buoni dai cattivi. Con Simenon non esistono vie di mezzo, e allora selezionai cinque o sei libri e scelsi le pagine che sarei stato felice di leggere, in modo da far ricadere tutti i miei problemi su Maigret. Mi sentii solidale con lui durante i suoi incontri con l’idiozia e con il Quai des Orfèvres, e provai grande soddisfazione per la sua sagacia e per la sua reale comprensione dei francesi, impresa che solo uno della sua nazionalità poteva compiere, dato che qualche legge oscura impedisce ai francesi di comprendere se stessi sous peine des travaux forcés à la perpétuité …..”
tratto da Brasserie Dauphine sito italiano su Georges Simenon.
http://www.brasseriedauphine.com/
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domenica, aprile 04, 2004
ringrazio Flavia per avermi autorizzato ad inserire il suo Il riccio di castagna nel blog.
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absinth83 – Il riccio di castagna
Un pomeriggio d’autunno un favoliere entrò in un bosco,dove tutto era silenzio.Il cielo era terso,gli alberi carichi di colore.
Sotto il tocco leggero del vento,le foglie cadevano ad una ad una, lentamente,quasi a voler salutare l’albero che le aveva accolte e nutrite per una stagione.
Planando dolcemente,toccavano terra…e mosse dal venticello,rotolavano qua e là,abbracciando le compagne già cadute.
Ad una ad una trovavano così il loro posto e si offrivano alla terra per diventare buon concime.
Il favoliere camminava adagio sul tappeto di foglie,incantato dai colori,quando fu incuriosito da qualcosa che si muoveva,proprio sotto una pioggia recente di foglie. Si muoveva…appena appena.
Il favoliere si chinò e con delicatezza scostò le foglie.
Spuntò fuori un riccio che piangeva,piangeva sconsolato.Egli lo prese tra le mani e gli chiese:
“Perché piangi?”
“Io non ho amici e se qualcuno mi si avvicina appena appena,per stringermi la mano,io lo pungo.E’ inevitabile”,gli rispose il riccio.”Ma no-ribatté il favoliere-no guarda…io ti ho preso nel palmo della mano, eppure non mi sono punto”.”Sei il primo…forse perché tu mi hai preso dalla parte del cuore”.
Fu così che il favoliere fece una scoperta sensazionale: i ricci, se sono presi dalla parte del cuore,non pungono.
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venerdì, aprile 02, 2004
Charles Bukowski da Post office
Tutte le sere era su per giù la stessa storia. Andavo giù in macchina per la costa in cerca di un posto dove mangiare. Volevo posti eleganti, non troppo affollati. Imparai a conoscerli, quei posti. Mi bastava, un’occhiata dall’esterno. Non si poteva avere un tavolo con vista sull’oceano a meno di esser disposti ad aspettare. Ma l’oceano si vedeva lo stesso, e c’era la luna, e ci si concedeva un po’ di romanticismo. Ci si godeva la vita. Ordinavo sempre un’insalata piccola e una bistecca grossa. Le cameriere ti facevano sorrisi deliziosi e ti stavano addosso. Ne avevo fatta di strada, dai tempi in cui lavoravo al macello, o da quando avevo attraversato il continente con una squadra di operai delle ferrovie, o dai tempi della fabbrica di biscotti per cani, delle notti passate sulle panchine, dei lavori da pochi cent in una dozzina di città della nazione. Dopo cena mi cercavo un motel. Dovevo girare un po’. Prima mi fermavo da qualche parte a comprare whiskey e birra. Evitavo i posti con la tv. Lenzuola pulite, docce calde, lusso. Una vita magica. E non mi annoiava.
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lunedì, maggio 31, 2004
Ernest Hemingway da Lettere 1917-1961
Lettera a Ivan Kashkin, 23 marzo 1939
Mi piacerebbe scrivere gratis ma se nessuno ti paga finiresti col morire di fame. Potrei fare molti quattrini andandomene a Hollywood o scrivendo merda ma voglio continuare a scrivere il meglio e il più sinceramente che posso finchè morirò. E spero di non morire mai.
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domenica, maggio 30, 2004
Stefano Benni da La compagnia dei Celestini
La cadillac gialla con interno verdolone procedeva lentamente sull’Autostrada Fantasma. Ogni tanto doveva fermarsi perchè l’asfalto era franato o ingoiato dai rovi. L’autostrada era chiusa da vent’anni, dopo il celebre ingorgo del 12 agosto. Era infatti accaduto che dopo la sua inaugurazione si erano succeduti ventuno ministri ai Lavori Pubblici. Ognuno di essi aveva costruito uno svincolo per la città natale, o per il feudo elettorale, o per il paese dove aveva amanti o parenti, e si era creato un impressionante intrico di raddoppi, viadotti, sottovie, trigallerie, tangenziali e riporti. Il ventiduesimo ministro, poco prima di quell’agosto, aveva aggiunto un’uscita per il paese dove la sorella aveva aperto un ristorante. Ma la deviazione aveva a tal punto incasinato il traffico che, in un giorno di punta, un milione di macchine erano rimaste bloccate e neanche gli elicotteri o la polizia stradale erano riusciti a districarle. Si era creato un circuito interno autobloccante. Dopo giorni di tentativi, le persone furono evacuate a piedi e si costruì una seconda autostrada parallela, su cui, sei anni dopo, le auto furono trasportate con un ponte aereo.
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sabato, maggio 29, 2004
Georges Simenon da Colpo di luna
Una profonda sensazione di pace, ecco che cosa provava veramente; ma era una pace triste, e non sapeva perchè. C’era in lui come un residuo di commozione che non aveva un oggetto preciso, e gli sembrava di essere lì lì per capire quella terra d’Africa che fino ad allora gli aveva suscitato solo un’esaltazione malsana.
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venerdì, maggio 28, 2004
Josè Saramago da L’uomo duplicato
Al contrario di quanto in genere si pensa, prendere una decisione è una delle decisioni più facili di questo mondo, com’è pienamente dimostrato dal fatto che non facciamo nient’altro che moltiplicarle durante tutto il santissimo giorno, però, e qui ci scontriamo con il busillis della questione, loro, le decisioni ci tornano sempre a posteriori coi loro problemucci privati, o, per intenderci, con le loro gatte da pelare, la prima delle quali è il nostro grado di capacità a mantenerle e la seconda il nostro grado di volontà per attuarle.
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giovedì, maggio 27, 2004
Charles Baudelaire da I fiori del male
La bella nave
Voglio raccontarti, o molle incantatrice, le bellezze diverse
che ornano la tua gioventù; voglio dipingere per te la
tua bellezza, in cui l’infanzia s’allea alla maturità.
Quando vai spazzando l’aria con la tua larga gonna,
sembri una bella nave che prende il largo, carica di tele, e il
suo rullìo segue un ritmo pigro, dolce e lento.
Sul tuo collo ampio e tondo e sulle tue spalle piene il tuo
capo si pavoneggia con strane grazie, e tu avanzi per la
tua strada con aria placida e trionfante, maestosa fanciulla.
Voglio raccontarti, o molle incantatrice, le bellezze diverse
che ornano la tua gioventù; voglio dipingere per te la tua
bellezza, in cui l’infanzia s’allea alla maturità.
Il tuo seno che avanza e che spinge la seta, il tuo seno
trionfante è un bell’armadio i cui pannelli curvi e luminosi
come scudi mandano lampi;
scudi provocanti, armati di punte rosa! Armadio dai dolci
segreti, pieno di cose buone, di vini, di profumi, di liquori,
delirio di cervelli e di cuori!
Quando vai spazzando l’aria con la tua larga gonna,
sembri una bella nave che prende il largo, carica di tela, e il
suo rullìo segue un ritmo pigro, dolce e lento.
Le tue nobili gambe, sotto i volani che sempre respingono,
tormentano i desideri oscuri e li provocano, simili a
due streghe che fanno girare un filtro nero in un vaso profondo.
Le tue braccia, che si prenderebbero gioco di ercoli precoci
sono, solidi emuli dei lucidi boa, per serrare ostinatamente – come
a volerlo imprimere nel tuo cuore – il tuo amante.
Sul tuo collo ampio e tondo, sulle tue spalle piene, il tuo capo
si pavoneggia con strane grazie, e tu avanzi per la tua strada
con aria placida e trionfante, maestosa fanciulla.
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mercoledì, maggio 26, 2004
un banano nel temporale;
il gocciolio dell’acqua nel catino
scandisce la mia notte
Matsuo Basho
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martedì, maggio 25, 2004
La recensione di Suzupearl
GIRLS di Nic Kelman
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Pietro Citati da L’armonia del mondo
Oggi conosciamo tutte le terre, tutti i mari, tutti i deserti, tutte le montagne, e forse fra poco conosceremo tutti gli astri. Quasi nessun angolo della terra è rimasto inesplorato: il mondo, come ha detto un poeta, è diventato smisuratamente piccolo. Eppure, cosa ci attira ancora, come ai tempi di Defoe e di Stevenson, in un’isola deserta che sta soltanto a settanta chilometri dalle nostre coste? Cosa ci spinge – non solo i bambini e i ragazzi, ma anche noi, coi capelli già macchiati di bianco o tutti bianchi – verso una roccia coperta da una rada vegetazione e popolata da capre selvatiche? L’isola di Montecristo è come l’isola del Tesoro, che Stevenson disegnò amorosamente sopra un foglio di carta, colorandola elaboratamente e accuratamente, inventando i nomi dei porti e dei monti – Isola dello Scheletro, Monte del Cannocchiale – prima di raccontarla in un libro. Essa è una creatura doppia, come tutti i luoghi mitici. Conosciamo la sua latitudine e la sua longitudine: navi ci portano, navi ci conducono via; essa occupa dunque uno spazio reale. Eppure, appena si avvicina, appena ne intravediamo la vetta e le rocce e intendiamo le grida assordanti dei gabbiani, ci sembra di entrare nel mondo di nondove. Sentiamo quello che sentì Ulisse recluso nell’isola di Calipso, Robinson sulla sua terra sconosciuta, Jim Hawkins sull’isola dove il capitano Flint aveva nascosto il tesoro. Quando vi abbiamo posto il piede, senza saperlo abbiamo fatto un balzo. La terra ha perso la sua curvatura; ed eccoci qui – fuori dallo spazio reale, in una pausa, in un limbo dello spazio reale. Non abbiamo più ansia né inquietudine: per le brevi ore del nostro soggiorno, sappiamo di essere sottratti alle leggi dell’appartenenza. Perciò le grida dei ragazzi, che ora risalgono il monte cercando di misurare, suddividere e contabilizzare il luogo, come fanno sempre i ragazzi, risultano, qui, così esatte e precise. Il mondo di nondove appartiene all’infanzia e all’adolescenza, la quale è la sola capace di viverci senza riserve.
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lunedì, maggio 24, 2004
La mattina alle quattro, l’estate,
il sonno d’amore dura ancora.
Sotto i boschetti svapora
l’odore della sera festeggiata.
Arthur Rimbaud
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domenica, maggio 23, 2004
Pedro Juan Gutiérrez da Lasciarsi dietro l’inferno in Trilogia sporca dell’Avana
Esco da un piccolo cinema in via dell’Industria, dietro il Capitolio. Ci danno vecchi film Il ponte sul fiume Kwai. Per un bel pò vado avanti a fichiettare la marcia. Cammino e fischio. Avevo sette anni quando quel film uscì in prima visione. Ne sono passati quaranta e sono ancora qui a fischiettare lo stesso motivo. Forse in nessun altro luogo al mondo come a Cuba si può essere allo stesso tempo se stessi e molte altre persone. Ma è difficile. Ognuno cerca di aggrapparsi a un suo spazio piccolo e maneggevole. E’ sconvolgente pensare che il mondo è così immenso. O che tu sei così piccolo.
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sabato, maggio 22, 2004
Alberto Moravia da Come ho scritto “Gli indifferenti” in L’uomo come fine e altri saggi.
Cominciai Gli indifferenti senza alcun piano preciso nè sul significato e i fini dell’opera che intendevo scrivere, nè sulla trama, nè sui personaggi, nè sull’ambiente. Cominciai e proseguii perchè per la prima volta presi gusto a scrivere. Fino allora non avevo che faticato. Mi parve ad un tratto di trovare il bandolo di una grossa matassa, tirai e quasi con stupore vidi che la matassa si svolgeva. In altre parole, all’inizio del lavoro, fui spinto a continuare non da una volontà pratica, ma da un senso di ritmo che per la prima volta si inseriva nelle parole e ne regolava la disposizione. Del resto scrivevo pochissimo ogni giorno e talvolta mi bastava di fissare un particolare, una frase.
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venerdì, maggio 21, 2004
Diceva di conoscere tutte le vie di Parigi, come il più esperto dei taxisti. In qualcuna delle infinite camere di quella capitale aveva dormito per pochi giorni, in altre per una settimana o un mese, ma in nessun posto gli era sembrato che il tempo volasse in fretta come durante l’anno e mezzo passato in Avenue Anatole France, appena oltre Place Clichy. Amava i bar frequentati sin dall’ora del caffelatte da “prostitute” con gli orpelli più volgari, e le strade dove “ogni bel culo lasciava una scia di profumo larga un metro”. Era arrivato a Parigi nel 1930, proprio quando, a causa della Grande Crisi, gli altri scrittori americani erano già partiti o stavano facendo le valigie.
Henry Miller
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Di lui un funzionario della polizia londinese scrisse, in un suo rapporto: “Quest’uomo vive in uno dei quartieri più poveri e dunque meno costosi di Londra. Ma niente di ciò sembra turbare quest’uomo e sua moglie. Il visitatore viene accolto nel più cordiale dei modi, e riceve l’offerta di tabacco, di pipe e di tutto quel che c’è. Comincia una conversazione varia e interessante, che fa apparire quel luogo misero più sopportabile. Alla fine ci si abitua, e si trova la compagnia di quel personaggio interessante e originale”.
Karl Marx
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giovedì, maggio 20, 2004
La proposta di Il muro della Franci
da Oceano mare di Alessandro Baricco
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Si battono per l’Idea, non avendone.
Ennio Flaiano
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mercoledì, maggio 19, 2004
Ettore Mo dal reportage Sul Birmania-Express, respirando sogni di libertà
Corriere della Sera del 4 aprile 2004
Siamo in Asia, dove sfrecciano i treni supersonici giapponesi, ma nessuno vuole mettere a disagio il Mandalay-Express, cenerentola delle ferrovie, che marcia a poco più di 40 all’ora. Intanto sono più di 30 le stazioni che frenano la sua corsa, un prezzo da pagare se vuole assolvere al meglio la sua funzione: che consiste in sostanza nel trasportare tanta povera gente in perenne migrazione da un villaggio all’altro in cerca di lavoro, o scaricarla nel termitaio delle sue superaffollate capitali, seguendo un processo di urbanizzazione forzata, che continua a creare forti scompensi sociali. Il convoglio è strapieno. Chi viaggia in prima ha il posto assicurato: garanzia non prevista per la classe turistica, che dispone di vagoni spartani con sedili rigidi di legno. Così gran parte dei passeggeri che hanno fatto la coda tutta la notte davanti agli sportelli per avere almeno il biglietto deve rassegnarsi a fare a piedi l’intero percorso: solo i più fortunati, o i più audaci, riescono a conquistarsi uno spazio esiguo nel corridoio per accovacciarsi e magari tirare un pisolino. Come ciò sia possibile in quel frastuono e con tutti quegli scossoni e sballottamenti, Dio solo lo sa. Ma nessuno protesta. Anzi, direi che dalla prima all’ultima carrozza (comprese quelle dei…signori) scorre una ventata di allegria. Il Mandalay-Express non è l’Orient-Express: ma lagnarsi che non vi sia un vagone ristorante è una sciocchezza. E’ continuo, e perfino logorante, il passaggio di venditori di cibo e bevande (le donne con le ceste sulla testa, in sorprendente equilibrio nonostante gli strappi della poderosa locomotiva) che si rincorrono da una vettura all’altra, “strillano” le proprie offerte: e c’è anche chi, armato di fornelli, cucina piatti caldi nel corridoio, inondando il treno di aromi. Non fosse per il caldo, che in certe ore è atroce, si ha quasi la sensazione di una scampagnata in comitiva. Dal finestrino si vedono campi d’erba gialla e secca: ma c’è anche il verde tenerissimo delle risaie e quello, più scuro, dei boschi. Ci sono, qui e là, piccoli villaggi da fiaba orientale, con case di legno sorrette da pali e, sullo sfondo, le cuspidi bianche degli stupa e qualche cupola dorata. Nelle stazioni, la sosta è breve: ma lo spettacolo della gente che scende e di quella che sta per salire, o è semplicemente lì per vivere la sceneggiata delle partenze e degli addii, è quello di un grande bazar o di una qualsiasi festa del calendario mistico buddista. Mi rendo conto di subire il fascino di tanto folclore esotico, ma ho davvero l’impressione di trovarmi di fronte, per un attimo, a un raro esemplare di umanità felice.
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martedì, maggio 18, 2004
Groucho Marx da O quest’uomo è morto o il mio orologio si è fermato
Ad Alistair Cooke (18 luglio 1957)
caro sig. Cooke,
nel ricevere la sua prolissa lettera, sono rimasto un pò deluso di non trovarvi alcun accenno ai soldi. Naturalmente io sono un artista e ho la testa nelle nuvole, e sono stato molto felice di essere invitato a partecipare, gratis o giù di lì, a Meet the press, a The Last Word, al City Center Theatre di New York, a due maratone televisive ecc.
Ma il mio manager, il sig. Gummo Marx, ha per i soldi una passione che sfiora il patologico, ed è per me fonte di costante imbarazzo. Pur tuttavia è mio fratello, e a scanso d’irritarlo, devo piegarmi ai suoi desiseri. Spero che lei e la sua incantevole moglie siate felici e allegri per quanto il clima lo permette; e che questo biglietto non ponga fine alla nostra fragile amicizia.
Saluti,
Groucho.
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lunedì, maggio 17, 2004
L’Omo e la Scimmia
L’Omo disse a la Scimmia:
- sei brutta, dispettosa:
ma come sei ridicola!
ma quanto sei curiosa!
Quann’io te vedo, rido:
rido nun se sa quanto!…
La Scimmia disse: – Sfido!
T’arissomijo tanto!
Trilussa
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domenica, maggio 16, 2004
Il mio amico Maigret (frasi, descrizioni e atmosfere)
La signora Maigret non vedeva il marito da quindici giorni e reclamava la sua presenza. Era il 23 luglio, un sabato. Il commissario riordinò le sue carte e avvertì Jean, l’usciere del Quai des Orfèvres, che probabilmente non sarebbe tornato prima di lunedì sera. Mentre stava per uscire, lo sguardo gli cadde sulla tesa della bombetta: era rotta da settimane e la signora Maigret gli aveva detto mille volte di comprarne un’altra. “Andrà a finire che ti faranno la carità per strada!…”. In boulevard Saint-Michel notò un cappellaio e cominciò a provarsi delle bombette, che erano toppo piccole.” Le assicuro che questa…” si ostinava a ripetergli quello sbarbatello del commesso. Per Maigret provarsi qualcosa era un vero supplizio.
Georges Simenon da La balera da due soldi
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sabato, maggio 15, 2004
Dacia Maraini da Voci
“Nella prassi del vivere quotidiano nella metropoli è di regola che chi abita porta a porta non sappia niente dell’altro… una società di isole rigorosamente separate da una fitta ipocrisia discrezionale fa sì che ogni famiglia si chiuda nel suo bunker linguistico culturale…” dove ho sentito questa voce? un sociologo dalla parlantina fluida, ma quando l’ho sentita? alla radio certamente, magari in un programma curato da me. Le voci si incrociano nella memoria, pretenziose, manierate, speculanti, ossessive. Mi piacerebbe dimenticarle, ma il mio orecchio ha una voracità animalesca e, come un maiale, grufola cacciando il naso fra i rifiuti sonori, mandando giù con disinvoltura frasi fatte, luoghi comuni, giudizi preziosi e citazioni dotte così come mi arrivano dai microfoni, aspettando poi che lo stomaco faccia le sue drastiche selezioni.
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giovedì, maggio 13, 2004
Siediti al sole. Abdica
e sii re di te stesso.
Fernando Pessoa
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mercoledì, maggio 12, 2004
Virginia Woolf da Gita al faro
La casa era abbandonata; la casa era deserta. Era stata lasciata come una conchiglia su una duna a riempirsi di aridi grani di sale ora che la vita l’aveva lasciata. Sembrava si fosse installata la lunga notte; i leggeri aliti di vento, che mordicchiavano, gli umidi fiati, che frugavano, sembravano aver trionfato. La casseruola si era arrugginita e la stuoia si era rovinata. Le rane si erano fatte strada. Pigramente, senza uno scopo, lo scialle ondeggiava avanti e indietro. Un cardo si insinuò tra le piastrelle nella dispensa. Le rondini fecero il nido nel salotto; il pavimento era ricoperto di paglia; l’intonaco cadeva a palate; le assi venivano messe a nudo; i topi portavano via una cosa o l’altra per rosicchiarla dietro i pannelli di legno. Farfalle maculate scaturivano dalla crisalide e andavano a morire contro i vetri della finestra. Papaveri si seminavano da soli tra le dalie; il prato ondeggiava di erba alta; carciofi giganteschi torreggiavano tra le rose; un garofano screziato fiorì tra i cavoli; mentre il battito gentile di una pianticella contro la finestra era diventato, nelle notti d’inverno, un forte rullare di robusti alberi e rovi che in estate riempivano di verde la stanza. Quale potere poteva ora impedire la fertilità, l’insensibilità della natura? La signora McNab sognando di una signora, di un bambino, di un piatto di minestra di latte? Quel sogno si era proiettato sulle pareti come una macchia di sole e era svanito. Lei aveva chiuso la porta a chiave; se ne era andata. Era troppo per la forza di una sola donna, aveva detto. Non mandavano mai nessuno. Non scrivevano mai. C’erano cose che marcivano nei cassetti – era una vergogna lasciarle andare così, diceva. La casa era ormai in rovina. Soltanto il raggio del Faro entrava un istante nelle stanze, dardeggiava il suo sguardo improvviso sul letto e sulla parete nelle tenebre invernali, guardava allo stesso modo il cardo e la rondine, il topo e la paglia. Nulla ora li fermava, nulla gli diceva di no. Che il vento soffiasse pure, che il papavero si seminasse da solo e il garofano si accoppiasse con il cavolo. Che la rondine costruisse in salotto; e il cardo si facesse strada tra le piastrelle, e la farfalla prendesse il sole sul chintz sbiadito delle poltrone. Che i vetri rotti e le porcellane giacessero sul prato nascoste dall’intrico dell’erba e delle bacche selvatiche. Poiché era giunto ora il momento, la pausa quando l’alba trema e la notte si ferma, quando una piuma, se si posa sulla bilancia, la farà scendere con il suo peso. Una sola piuma, e la casa, affondando, cadendo, si sarebbe capovolta e sarebbe precipitata negli abissi di tenebra. Nelle stanze in rovina i gitanti avrebbero fatto bollire le teiere; gli amanti avrebbero cercato rifugio giacendo sulle nude assi; e il pastore avrebbe custodito il suo pranzo tra i mattoni; e il vagabondo avrebbe dormito avvolto nel cappotto per tenere lontano il freddo. Allora il tetto sarebbe crollato; rovi e cicute avrebbero cancellato sentieri, gradini, finestre; sarebbero cresciuti in modo ineguale ma lussureggiante sul cumulo, e infine qualcuno, varcando i confini della proprietà per aver perduto la strada, avrebbe potuto dire soltanto per una rossa pianta di tritoma tra le ortiche, o un frammento di porcellana nella cicuta, che là un tempo qualcuno aveva vissuto; che c’era stata una casa.
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martedì, maggio 11, 2004
Per fare un prato occorrono un trifoglio ed un’ape
un trifoglio ed un’ape
e il sogno.
Il sogno può bastare
se le api sono poche.
Emily Dickinson
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lunedì, maggio 10, 2004
Nick Owen da Le parole portano lontano
Consigliare a ragion veduta
Una volta una donna andò da Gandhi e gli chiese di dire al figlio, un ragazzo in sovrappeso, di smettere di mangiare dolci. “Signora” rispose Gandhi, “torni fra tre settimane”. Sebbene sorpresa dalla richiesta, tre settimane dopo la donna tornò con il figlio. Gandhi guardò il ragazzo e gli disse: “Smetti di mangiare dolci”. Quando il ragazzo fu uscito, la madre chiese a Gandhi come mai non avesse detto la stessa cosa tre settimane prima. Gandhi rispose: “Tre settimane fa mangiavo dolci anche io”.
fonte primaria: Christina Hall
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domenica, maggio 09, 2004
Bruce Chatwin da Utz
Sugli scaffali più lunghi erano sistemati piatti, vasi, bricchi e zuppiere. C’erano scatole per il tè in grès rosso levigato do Johann Bottger, l’”inventore” della porcellana. C’erano boccali di Bottger con la montatura in argento dorato: teiere con cene alla Watteau; teiere col beccuccio a forma di testa d’aquila e teiere dipinte con pesci rossi, a imitazione dei modelli cinesi e giapponesi. Utz mi si avvicinò, repirando affannosamente alle mie spalle. “Belle, eh?”. “Belle” ripetei. Mi mostrò uno splendido esempio di Indianische Blumen e una ciotola a fondo turchee dipinta da Horoldt, con un riquadro raffigurante Augusto insediato sul trono come l’Imperatore della Cina. Mi mostrò le imitazioni fatte a Meissen del K’ang – hsi bianco e blu, la porcellana che il uo eroe Augusto aveva amato con tanta passione, e per la quale aveva svuotato i suoi forzieri a beneficio dei mercanti di Parigi e di Amterdam, fornendo così al suo ministro dell’industria, Graf Von Tschirnhaus, il pretesto per lamentare che “la porcellana è la bacinella in cui si raccoglie il sangue cavato alla Sassonia”. Tuttavia, a una zuppiera del Servizio dei Cigni era stato riervato un posto d’onore: una fantasia rococò su piedi formati da pesci intrecciati tra loro, i manici a forma di nereidi, il coperchio un alto groviglio di fiori, conchiglie, cigni e un delfino dagli occhi sporgenti – una vera mostruosità, non fosse stato per il virtuosismo della fattura.
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sabato, maggio 08, 2004
Il mio amico Maigret (frasi, descrizioni e atmosfere)
Davanti alla porta girevole Maigret fece per svuotare la pipa battendola sul tacco, ma poi con un’alzata di spalle se la rimise fra i denti: era la prima della giornata, la migliore.
Georges Simenon da I sotterranei del Majestic
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venerdì, maggio 07, 2004
Senza la parola, senza la scrittura dei libri, non c’è storia, non c’è concetto di umanità. E se qualcuno vuole cercare di racchiudere in una stanza solo la storia dell’umanità e farla sua può farlo solo collezionando libri.
Herman Hesse
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giovedì, maggio 06, 2004
Quindici uomini sulla cassa del morto
Yo-ho-ho, una fiasca di rum!
Robert Louis Stevenson – L’isola del tesoro
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mercoledì, maggio 05, 2004
Bontà
Bontà scivola premurosa e lieve per casa mia.
Madama Bontà, così gentile!
Le gemme rosse e azzurre dei suoi anelli fumano
nelle finestre, gli specchi
si vanno riempiendo di sorrisi.
Cosa c’è di più vero del grido di un bambino?
Il grido di un coniglio è forse più disperato
ma non ha anima.
Lo zucchero cura ogni male, così dice Bontà.
Lo zucchero è un fluido necessario,
i suoi cristalli un piccolo cataplasma.
Oh bontà premurosa
che soavemente ricomponi i cocci sparsi!
Le mie sete giapponesi, frenetiche farfalle,
tra un istante saranno forse infilzate su uno spillo,
anestetizzate.
E tu arrivi con una tazza di tè
tra spirali di vapore.
Lo zampillo del sangue è poesia,
impossibile arrestarlo.
Tu mi porgi due bambini, due rose.
Sylvia Plath
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martedì, maggio 04, 2004
Magie improvvisate
per due occhi vivaci
vestito da clown.
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lunedì, maggio 03, 2004
La recensione di Flavia
IO NON HO PAURA di Niccolò Ammaniti
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domenica, maggio 02, 2004
Oscar Wilde da Il delitto di Lord Arthur Savile
Gli attori sono esseri fortunati: possono scegliere tra tragedia o commedia, tra soffrire o gioire, ridere o piangere. Nella vita reale questo non accade: la maggior parte di noi è costretta a recitare una parte senza averne i requisiti adatti. Ai Guildenstern tocca la parte di Amleto e Amleto deve far ridere come se fosse il principe Hal. Il mondo è un palcoscenico, ma i ruoli sono mal distribuiti.
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sabato, maggio 01, 2004
da MARKS & CO., Booksellers
84, Charing Cross Road
London, W.C.2
a Miss Helene Hanff
14 East 95th Street
New York 28, New York
Usa
20 settembre 1950
Cara Miss Hanff,
è passato tanto tempo dalla nostra ultima lettera che spero lei non pensi che ci siamo dimenticati delle sue richieste. A ogni modo, abbiamo finalmente in libreria un Oxford Book of English Verse, stampato su carta d’India, con copertina originale in tela blu, anno 1905, dedica a inchiostro sulla prima pagina, è una copia usata ma in buono stato, prezzo 2 dollari. Abbiamo pensato che fosse meglio parlargliene prima di inviarglielo, caso mai lei avesse già acquistato il libro. Tempo fa ci chiese The Idea of a University di Newman. Le interesserebbe avere una copia della prima edizione? Ne abbiamo appena acquistata una con le seguenti caratteristiche: NEWMAN (JOHN HENRY, D.D.) Discourses on the Scope and Nature of University Education, Addressed to the Catholics of Dublin. Prima edizione, in ottavo, rilegata in vitello, Dublino, 1852. Qualche pagina un pò ingiallita dal tempo e macchiettata, am ottima copia con rilegatura in buono stato. Prezzo 6 dollari. Nel caso lei desideri i due libri, glieli terremo da parte fino a una sua risposta.
Cordiali saluti, sinceramente suo
Frank Doel
Per MARKS & CO.
Helene Hanff da 84, Charing Cross Road
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mercoledì, giugno 30, 2004
Richard Bach da Il gabbiano Jonathan Livingston
In capo a sei mesi, Jonathan aveva sei allievi, tutti esuli e reietti, ma pieni di passione. E curiosi di quella novità: volare per la gioia di volare!
Tutti loro riuscivano meglio nella pratica, però, che non nella teoria: più lesti a seguire gli esercizi che ad afferrarne l’arcano perchè celato in essi.
“Ciascuno di noi è, in verità, un’immagine del Grande Gabbiano, un’infinita idea di libertà, senza limiti” spiegava loro Jonathan, la sera, sulla spiaggia. “E il volo di precisione è un passo avanti verso l’espressione della nostra più vera natura. Noi dobbiamo lasciar perdere, scavalcare tutto ciò che ci limita. Ecco il perchè di questi nostri esercizi di volo rallentato, volo veloce, volo acrobatico…”
Ma a questo punto i suoi discepoli già dormivano, esausti dopo l’intensa giornata di voli. Essi amavano molto addestrarsi, godevano dell’ebrezza dell’aria, avevano una sete di cose nuove che, di lezione in lezione si faceva soltanto più forte. Ma nessuno di loro, neppure Fletcher Lynd, riusciva a capacitarsi che i voli del pensiero possano essere tanto reali quanto i voli nel vento e con le penne.
“Il vostro corpo, dalla punta del becco alla coda, dall’una all’altra punta delle ali,” diceva loro Jonathan, ancora, “non è altro che il vostro pensiero, una forma del vostro pensiero, visibile, concreta. Spezzate le catene che imprigionano il pensiero, e anche il vostro corpo sarà libero.”
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martedì, giugno 29, 2004
La recensione di Suzupearl
Survivor di Chuck Palahniuk
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Maria Bellonci da Tu vipera gentile
Tutte le vere alleanze coniugali sono congiure, anche quelle che sembrano chiaramente distese; anzi, quelle più delle altre, perchè non mostrano apparenti punti di cedimento. Congiure del cuore, della mente, dello spirito e dei sensi dirette a sconfiggere l’assalto dell’esistenza con mezzi risultanti da una circolazione di forze commiste maschili e femminili, di qualità quasi rituale.
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lunedì, giugno 28, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown: ho perso un libro della biblioteca
Lucy: l’hai perso? diamine sei un uomo finito!
Charlie Brown: ho cercato dappertutto, ma non lo trovo
Lucy: sei proprio un uomo finito
Charlie Brown: ho cercato, e cercato, e cercato
Lucy: sai una cosa Charlie Brown?
Charlie Brown: no cosa?
Lucy: sei un uomo finito! probabilmente la biblioteca penserà che hai rubato il libro
Charlie Brown: rubato? E perchè mai avrei dovuto?
Lucy: Già, ma loro cosa ne sanno?
Charlie Brown: rubato, misericordia
Lucy: perchè cosa ti aspetti che credano? Anche le biblioteche sono esseri umani! Ladro!
Charlie Brown: “impara a leggere”, ti dicono “Nulla vale un buon libro!” Poi ti fanno prendere in prestito i libri della biblioteca ma se gliene prendi uno vogliono la tua pelle! Io non ho mai detto che volevo imparare a leggere!!!! Adesso chiamerò la biblioteca al telefono e dirò che ho perso il loro libro. Adesso stacco il telefono e li chiamo! Adesso stacco il telefono, chiamo la biblioteca e dico che ho perso il libro. Adesso mi sento un verme… Stanotte ho sognato che quelli della biblioteca venivano a prendermi… Mi hanno legato e poi hanno cominciato a buttarmi dei libri sulla testa… poi quelli della biblioteca sono diventati agenti F.B.I. Mi hanno inseguito per vari stati… poi si è formata una folla di cittadini che mi rincorreva. Ho provato un certo sollievo svegliandomi.
Charlie Brown (scrive): Spettabile biblioteca, ho perso il vostro libro. Non riesco più a trovarlo. Intendo costituirmi non fate del male alla mia famiglia
Linus: l’hai poi trovato il libro Charlie Brown?
Charlie Brown: no
Linus: e cosa credi che succederà adesso?
Charlie Brown: vedi ogni volta che un uomo lotta contro un’istituzione è l’istituzione che tende a prevalere! Che ti succede?
Linus: le grandi verità mi turbano sempre!
Charlie Brown: trovato! Ho trovato il libro della biblioteca era nel frigorifiro!!!!
Linus: ottimo Charlie Brown
Charlie Brown: Trovato! Trovato! Ha Ha Ha Ha Ha Ha Trovato! Ha Ha Ha
Linus: un condannato che riceve la grazia è sempre uno spettacolo edificante
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domenica, giugno 27, 2004
Susanna Tamaro da Và dove ti porta il cuore
L’idea del destino è un pensiero che viene con l’età. Quando si hanno i tuoi anni generalmente non ci si pensa, ogni cosa che accade la si vede come frutto della propria volontà. Ti senti come un operaio che, pietra dopo pietra, costruisce davanti a sè la strada che dovrà percorrere. Soltanto molto più in là ti accorgi che la strada è già fatta, qualcun altro l’ha tracciata per te, e a te non resta che andare avanti. E’ una scoperta che di solito si fa verso i quarant’anni, allora cominci a intuire che le cose non dipendono da te soltanto. E’ un momento pericoloso, durante il quale non è raro scivolare in un fatalismo claustrofobico. Per vedere il destino in tutta la sua realtà devi lasciar passare ancora un pò di anni. Verso i sessanta, quando la strada alle tue spalle è più lunga di quella che hai davanti, vedi una cosa che non avevi mai visto prima: la via che hai percorso non era dritta ma piena di bivi, ad ogni passo c’era una freccia che indicava una direzione diversa; da lì si dipartiva un viottolo, da là una stradina erbosa che si perdeva nei boschi. Qualcuna di queste deviazioni l’hai imboccata senza accorgertene, qualcun’altra non l’avevi neanche vista; quelle che hai trascurato non sai dove ti avrebbero condotto, se in un posto migliore o peggiore; non lo sai ma ugualmente provi rimpianto. Potevi fare una cosa e non l’hai fatta, sei tornata indietro invece di andare avanti. Il gioco dell’oca, te lo ricordi? La vita procede pressappoco allo stesso modo. Lungo i bivi della tua strada incontri le altre vite, conoscerle o non conoscerle, viverle a fondo o lasciarle perdere dipende soltanto dalla scelta che fai in un attimo; anche se non lo sai, tra proseguire dritto o deviare spesso si gioca la tua esistenza, quella di chi ti sta vicino.
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domenica, giugno 20, 2004
Amici lettori la prossima settimana me la prendo di vacanza e non posterò con regolarità. Me ne vado un pò al mare dove spero di leggere molto. A tutti voi una buonissima settimana.
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Ennio Flaiano da Tempo di uccidere
Profonda bellezza di lei nel sonno. Soltanto nel sonno la sua bellezza si rivelava completamente, come se il sonno fosse il suo vero stato e la veglia una tortura qualsiasi. Dormiva, proprio come l’Africa, il sonno caldo e greve della decadenza, il sonno dei grandi imperi mancati che non sorgeranno finchè il “signore” non sarà sfinito dalla sua stessa immaginazione e le cose che inventerà non si rivolgeranno contro di lui. Povero “signore”. Allora questa terra si ritroverà come sempre e il sonno di costei apparirà la più logica delle risposte. Teneva un braccio sul ventre e la pochissima luce della notte si concentrava sull’argento dell’orologio che le avevo affibbiato al polso. Che cosa avrebbe fatto di quell’arnese testardo e avariato, lei che non sapeva leggerci? Anche se avesse saputo leggerci, quale tristezza il giorno non lontano che il meraviglioso tic-tac si fosse fermato: forse le sarebbe parso di cattivo augurio. Certo, un orologio era la cosa più assurda ch’io potessi constatare sulla pelle di quel braccio rotondo che poco prima avevo avuto attorno alla nuca. Il tempo è indivisibile come un sentimento. Che significa un anno, un mese, un’ora, quando la vera misura è in me stesso? Io sono antichissimo e mi reputo immortale, non per vincere il timore della morte, ma perchè ne vedo la prova in queste montagne e in questi alberi, negli occhi di questa donna che ritrovano i miei come dopo una lunga assenza.
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sabato, giugno 19, 2004
Pino Cacucci da Zihuatanejo, baia delle belle donne
articolo, La Stampa 12 giugno 2004
Ricordate il finale di “Le ali della libertà”? “Ci vediamo a Zihuatanejo” c’è scritto nel messaggio che Tim Robbins manda all’amico ergastolano Morgan Freeman, e riacquistata la libertà, questi si avvia versao il confine messicano dicendo tra sè: “Spero che il Pacifico laggiù. Sia azzurro…” Nella scena successiva, corona con il suo sogno camminando sotto il sole splendende su una spiaggia bianchissima, lungo la costa del Guerrero, un tempo famosa unicamente per la dorata Acapulco. Si è perso il conto dei film hollywoodiani la cui trama prevede la fuga finale in Messico. Varcare il Rio Grande e raggiungere l’altra sponda, dove lo chiamano Rio Bravo, era la meta di ogni fuggiasco, da quelli del Mucchio selvaggio ai moderni desperados di Getaway, e intanto, attori e registi approfittavano delle pause per concedersi ogni sorta di eccesso da Tijuana ad Acapulco, cominciando da Douglas Fairbanks ai tempi del muto, passando a Clark Gable, Bing Crosby e Rita Hayworth, e alla generazione successiva di star, da Elvis Presley a John Wayne, mentre John Huston si innamorava della terra tequilera mettendo su casa a Puerto Vallarta e chiudendo fuori Richard Burton e Liz Taylor, stufo marcio delle loro liti furibonde dopo averne visto sbocciare l’amore sul set de “La notte dell’iguana” ma stando alla larga anche da Ava Gardner, così straviziata da attirare stormi di paparazzi. Scappare in Messico, nella finzione come nella realtà, è da almeno una ottantina d’anni il chiodo fisso di Hollywood.
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venerdì, giugno 18, 2004
Andrea Camilleri da Il birraio di Preston
Diceva in sostanza la lettera aperta che “stavolta ai vigatèsi era d’uopo esser cortesi” e ascoltare, una volta tanto, le parole di un giornale montelusano. Sapeva benissimo l’autore dell’articolo, il direttore stesso Micio Cigna, “quanto i vigatèsi in occasion qualsivoglia avessero disdegnato consigli ed esortazioni che dal capoluogo Montelusa generosamente elargivansi ai fini di un civile progresso del sottoposto molo di Vigàta”. Ma, nel caso di cui nell’articolo si trattava, Micio Cigna li supplicava ad una doverosa attenzione. Era risaputo che in occasione dell’inaugurazione del nuovo teatro di Vigàta “dopo una discussione protratta nel tempo che talvolta fu assai accesa e vide onesti valentuomini l’un l’altro avventati, ma sempre nel comune e deciso proposito di offrire alla cittadinanza quanto di meglio darsi potesse nel campo, sempre opinabile, dell’arte” si era addivenuti, a maggioranza, alla rappresentazione di un’opera lirica sfortunatamente non da tutti conosciuta e apprezzata come Il birraio di Preston di Luigi Ricci, che “tanti successi ha mietuto in altri teatri d’Italia”. All’annunzio di questo spettacolo inaugurale – continuava Micio Cigna – “inconsueti malumori, maldisposti mormorii, non tanto sommessi propositi d’inconsulto rifiuto eransi messi in atto al fine di provocare un dissestato esito”. L’autore non intendeva minimamente addentrarsi “né sulle cagioni di tale stato d’animo” e meno che mai fornire un’analisi degli “alti valori dell’opera”, intendeva solamente fare appello alla “intelligenzia e civiltà” dei vigatèsi perché giudicassero il “valore vero” dell’opera solo dopo la rappresentazione “della medesima”. Non dimandava nient’altro ai vigatèsi il Micio Cigna: un giudizio “sia pur severo ma giusto”, come i vigatèsi del resto avevano saputo fare in altre occasioni “di ben più grave pondo”. La lettera aperta così concludeva: “Sempre il pregiudizio a danni porto e a inclementi fortune di gran lunga maggiori di quanto il giudizio assennato e di accorto concetto, sia pur esso negativo, avrebbe potuto condurre”.
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giovedì, giugno 17, 2004
Reiner Kunze in Nuovi poeti tedeschi
Il muro
Quando l’abbiamo abbattuto non immaginavamo
quanto fosse alto
dentro di noi
C’eravamo abituati
al suo orizzonte
E all’assenza di vento
Alla sua ombra nessuno
gettava ombra
E ora siamo qui
spogli di giustificazioni
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I loro volti
Margaret Mazzantini
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mercoledì, giugno 16, 2004
Peter Bichsel da Questo mondo di plastica
I lettori
Nel ristorante è appesa una grossa lavagna con i piatti del giorno. All’ora di pranzo arrivano i clienti, si fermano vicino alla porta, sollevano lo sguardo alla lavagna per scegliere il menu.
E in quella posizione, sembra che stiano pregando; il loro sguardo è come quello che il devoto volge all’altare. Se al posto della lavagna ci fosse un apparecchio televisivo guarderebbero in modo diverso. Se ne stanno lì, rapiti, e osservarli mi mette in imbarazzo. Ho l’impressione di coglierli in un’azione intima; mentre leggono appunto.
Una donna attende alla fermata dell’autobus. In mano tiene un libro piuttosto voluminoso anche se piccolo, molto sciupato, logoro; allunga il collo quasi a fondersi con esso e legge. E’ una donna molto giovane e anche molto bella. Legge. Di nuovo provo un certo disagio nel guardarla. Arriva l’autobus. Mentre sale continua a leggere, non smette. Sembra un monaco con il suo breviario.
Nella birreria che frequento i lettori sono pochi. Non leggono nemmeno il “Blick”, se lo raccontano. Si fanno delle gran chiacchere a cui partecipo anch’io, forse non sempre di buon grado, ma tant’è.
Uno dei miei compari si chiama Paul. Anche lui dice la sua; è uno di noi. Fa il posatore di binari. E’ molto giovane e non ha l’aria di uno che abbia dimestichezza con le lettere.
Per caso la conversazione cade sui liquori, sul Calvados e Paul dice: “Anche nei Tre camerati si beve Calvados”. Conosco bene il libro e l’autore a cui si riferisce, Erich Maria Remarque. Mi prende un colpo; non è possibile che l’abbia letto. “Lo hai letto?” gli chiedo e la risposta gli esce dalla bocca come un fiume in piena. Il suo autore preferito è Cechov. Mi domanda: “Hai letto Il Maestro e Margherita di Bulgakov?” Certamente, è uno dei libri più impegnativi che siano mai stati scritti, lungo e difficile.
L’ha comprato in libreria e l’ha pagato caro. “Come ci sei arrivato, chi te l’ha consigliato?” gli chiedo e lui risponde: “Veramente volevo prendere Charles Bukowski ma ho sbagliato. Dai,” dice, “io leggo anche fumetti, leggo tutto volentieri”. Poi aggiunge (ed è per questo che parlo di lui): “Ma tu hai frequentato le scuole giuste, è normale che conosca tutte queste cose; per me è solo un caso”. E’ davvero convinto che quelli che sono andati a scuola leggano. Non è vero. I lettori sono rari, e nessuno ha ancora imparato a scuola a leggere libri interi. Leggere è follia, proprio come avere fede.
Avrei dovuto capirlo subito, Paul ha proprio lo stesso sguardo di quelli che, accanto alla porta, sollevano gli occhi alla lavagna del menu.
Adesso di tanto in tanto, parliamo di libri; persino di Mozart (ascolta anche molta musica). Discuto con lui con un po’ di inibizione perché mi è superiore: è diventato un lettore da solo, senza scuola, senza insegnanti o modelli. Credo che non uno dei suoi professori fosse colto come lo è lui adesso; fosse andata così, la scuola per lui sarebbe stata diversa.
Dice “I libri che compro devono essere dell’edizione tal dei tali”. La casa editrice cui si riferisce è prestigiosa e raffinata. Questa non l’avevo ancora sentita, uno che compra libri facendo attenzione al marchio di fabbrica, quasi fossero alimenti o elettrodomestici. Mi sembra molto bello.
Sono proprio contento di averlo incontrato, bisogna che glielo dica, prima o poi. Perché ora facciamo parte della stessa banda, siamo lettori.
Poi dice una frase significativa: “Di tanto in tanto ho la sensazione di essere nato troppo tardi”. Questo mi riporta al periodo in cui, giovanissimo e senza alcuna guida, lessi Adalbert Stifter. Anch’io all’epoca, sentivo di essere nato troppo tardi. Forse è inevitabile che i lettori siano in ritardo sui tempi. Ma la cosa importante è che continuino a venire al mondo.
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martedì, giugno 15, 2004
sulle parole: il muro della franci
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Isabel Allende da Il mondo di Isabel Allende
A volte ho detto che scrivere un romanzo è come ricamare un tappeto con molti fili e colori, è un insieme di dettagli, una questione di pazienza. Io ricamo alla cieca, ma un giorno giro il tappeto e guardo il disegno al contrario. Con un po’ di fortuna, nell’incanto dell’insieme si perdono di vista i difetti. Un racconto, invece, è come lanciare una freccia, c’è una sola opportunità, devi avere la mano di un buon arciere: direzione, forza, velocità, buona mira. Quante migliaia di racconti hai letto e quanti ne ricordi? Tuttavia, per brutto che possa essere un romanzo, si può sempre dire di che cosa si tratta. Il romanzo si va dipanando a poco a poco, quasi da solo, e ti rivela i suoi misteri. Per un racconto devi sapere tutto quello che succederà prima di scrivere la prima riga, per dargli tensione e tono adeguati. Va letto tutto d’un fiato: se il lettore s’interrompe o lo lascia, il racconto non funziona. E’ più vicino alla poesia che al romanzo, non c’è né tempo né spazio, niente può essere di troppo o mancare, tutti i difetti si notano. Il romanzo si fa con un argomento solido, personaggi nitidi e pazienza. Il racconto è una questione di tono. Ci vuole ispirazione e buona fortuna.
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lunedì, giugno 14, 2004
Viviamo per vivere, non per prepararci a vivere.
Boris Pasternak
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I loro volti
Italo Calvino
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domenica, giugno 13, 2004
William Shakespeare da Amleto
Amleto – Ecco, ora guardate per quale spregevole arnese mi prendete: vorreste farmi cantare, vorreste dare ad intendere che conoscete i miei tasti, vorreste strapparmi l’intima essenza del mio segreto, vorreste trarre da me tutta la gamma delle mie note, dalla più bassa alla più alta. E c’è tanta musica, una voce così eccellente in questo piccolo organo, ma voi non sapete farlo parlare. Per il sangue di Cristo, credete che sia più facile cavar musica da me che da un piffero? Prendetemi per qualunque strumento vi garbi, ma per quanto mi solletichiate i tasti, non riuscirete a farmi cantare.
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sabato, giugno 12, 2004
Ian McEwan da La creatività non si insegna in Scrittura creativa
Era il 1970 e avevo appena conseguito la laurea in letteratura inglese. Nell’ultimo anno di università avevo iniziato a scrivere, ma volevo continuare a studiare. Il governo offriva una borsa di studio e io la ottenni per un anno. Non sapevo cosa volessi studiare davvero; poi lessi il programma di Norwich: insieme allo studio tradizionale della letteratura esisteva la possibilità di presentare per il diploma di fine anno un testo di fiction. Telefonai e mi dissero che il corso era stato chiuso perchè non avevano domande di iscrizione. Era settembre e mancavano solo tre settimane all’inizio dei corsi. Dissi che mi sarei iscritto e riaprirono il corso per me. Così incontrai gli scrittori inglesi Malcom Bradbury e Angus Wilson, gli organizzatori del corso. Molti studenti avevano chiesto di seguire la parte accademica, ma nessuno voleva fare la parte facoltativa sulla fiction. Quindi mi ritrovai in questa situazione incredibilmente fortunata: fui il loro unico studente. La maggior parte del lavoro consisteva nel leggere teorie letterarie e opere di altri scrittori, l’Ottocento, il romanzo americano.
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venerdì, giugno 11, 2004
Ken Follett da Un luogo chiamato libertà
Una nebbia calda di sudore e polvere di carbone riempiva la stiva soffocante della nave. Mack era in piedi su una montagna di carbone e maneggiava una larga pala a ritmo costante. Era un lavoro faticoso, brutale. Gli dolevano le braccia ed era fradicio di sudore, ma si sentiva soddisfatto. Era giovane e forte, guadagnava bene e non era schiavo di nessuno.
Faceva parte di una squadra di sedici scaricatori tutti impegnati a spalare, fra brontolii, imprecazioni e battute scherzose. Quasi tutti gli altri erano giovani e robusti contadini irlandesi: era un lavoro troppo duro per i delicati cittadini. Dermot, che aveva trent’anni, era il più vecchio del gruppo.
A quanto pareva, non poteva sfuggire al carbone. Ma era il carbone che mandava avanti il mondo. Mentre lo spalava, Mack pensava a come sarebbe stato utilizzato, a tutti i salotti di Londra che avrebbe riscaldato, alle migliaia di fuochi accesi nelle cucine, ai forni per il pane e alle birrerie che avrebbe alimentato. La città aveva una fame insaziabile di carbone.
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giovedì, giugno 10, 2004
I loro volti
Georges Simenon
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Haruki Murakami da A sud del confine, a ovest del sole
Il fiume scorreva rapido tra le rocce, formando ogni tanto delle piccole cascate. Altre volte sembrava volersi riposare, raccogliendosi in tranquille pozze d’acqua sulla cui superficie si rifletteva debolmente la pallida luce del sole. Il corso inferiore del fiume era attraversato da un vecchio ponte di ferro, così stretto che a stento poteva passarci una macchina. Quella nera armatura di metallo, cupa e inespressiva, era immersa nel silenzio gelido di febbraio. I clienti delle terme, i dipendenti della ryokan e i guardaboschi erano le uniche persone a usare quel ponte. Non incontrammo nessuno e, anche a voltarsi indietro più volte, non si scorgeva anima viva. Dopo aver mangiato qualcosa nella ryokan, attraversammo il ponte e cominciammo a camminare lungo il fiume. Shimamoto aveva il bavero della giacca di lana tirato su e la sciarpa avvolta al collo che le arrivava fin sotto al naso. A differenza delle altre volte era vestita in modo casual per poter camminare comodamente in montagna. Aveva i capelli raccolti, dei solidi scarponi ai piedi e una borsa di nailon verde a tracolla. Sembrava una studentessa di liceo. Sulla sponda del fiume affioravano qua e là sprazzi di neve bianchissima. Due corvi se ne stavano immobili, appollaiati sulla sommità del ponte a guardare il fiume sottostante. Ogni tanto emettevano i loro striduli versi che risuonavano come dei rimproveri. Riecheggiavano gelidi nella foresta spoglia, attraversavano la superficie del fiume e penetravano nelle nostre orecchie. Un sentiero stretto e sterrato si snodava lungo il fiume. Era impossibile sapere fin dove arrivasse né dove conducesse, ma era deserto e immerso in un silenzio assoluto. Intorno non si scorgeva nemmeno una casa. Si vedevano solo ogni tanto dei campi completamente spogli, nei cui solchi si era depositata la neve in linee bianche e ben distinte. C’erano corvi dappertutto e al nostro passaggio emettevano ripetuti e brevi versi, come per lanciare segnali di richiamo ai loro compagni. Anche se ci avvicinavamo, i corvi non scappavano via. Riuscivo a vedere il becco affilato, loro arma di difesa e il vivace colore delle zampe. “Abbiamo ancora tempo?” chiese Shimamoto. “Possiamo continuare a camminare ancora un po’?” Io guardai l’orologio e dissi: “Va bene, abbiamo ancora tempo. Penso che possiamo rimanere almeno per un’altra ora”.
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mercoledì, giugno 09, 2004
La proposta di Alkanette
Chi muore (Ode alla vita) di Pablo Neruda
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Ennio Flaiano, Taccuino 1955 da Diario Notturno
Era addetto a leggere articoli e racconti in un giornale letterario. Ricevette una lettera d’amore: non gli piacque ma, con qualche taglio e rifacendo la fine, poteva andare.
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martedì, giugno 08, 2004
La recensione di Suzupearl
RAGAZZE MORTE di Nancy Lee
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Eduardo De Filippo da Gli esami non finiscono mai
Guglielmo. Mia moglie è incinta. Io, adesso, vorrei sapere che gliene importa alla gente se mia moglie è rimasta incinta prima del matrimonio o dopo. Certe cose succedono indipendentemente dalla nostra volontà. Quattro mesi fa la cosa si tenne segreta, tant’è vero che non ne facemmo parola nemmeno con i parenti, e mi lusingai che in fondo nessuno avrebbe avuto interesse ad approfondire il fatto prendendosi la briga di calcolare il mese, il giorno, l’orario… Fu proprio mia suocera che disse: “ Va bene, non si tratta della fine del mondo. Quando nascerà il bambino o la bambina diremo che si è trattato di un settimino”. E il fratello di mia suocera, il medico, ci fece osservare che non avremmo potuto rimediare con il settimino, perché la ragazza era incinta di quattro mesi: mia suocera allora aggiunse: “Arrangeremo con il parto prematuro”. Gigliola è uscita di conti appena da cinque giorni, sta a momenti, e con tutto che la cosa fu tenuta segreta pure con i parenti, già mi arrivano lettere anonime piene di allusioni ironiche, di auguri per il prematuro lieto evento – prematuro sottolineato -, scherni, insulti. Ce n’è perfino una che dice precisamente: “Mentre ci congratuliamo ancora una volta per la riuscita manifestazione delle vostre nozze avvenute cinque mesi fa, vi facciamo tanti auguri per la nascita dell’erede che fra cinque sei giorni si dovrà verificare”, e chiude dicendo. ”Ccà nisciuno è fesso”. Ora non capisco perché la gente ha paura di rimanere fessa se finge d’ignorare una situazione innocente come la mia, e pensa invece di togliersi di dosso la fessaggine inviando una lettera anonima del genere. L’altra cosa che mi fa impazzire è quella di non potere assodare chi sarà stato l’indiscreto che ha messo in giro la voce. (Per un attimo rimane assorto). “La laurea non è che un pezzo di carta”… Povero papà, quanti consigli mi dava e quante cose mi diceva! Una volta mi disse: “Guglie’, figlio mio, ricorda e abbi per massima che nella vita incontrerai la rosa e la spina…” (Sopraggiunge Furio La Spina; Guglielmo lo scorge e resta per un attimo colpito da quella presenza ma si ricompone subito, salutando con calore il suo “fraterno” amico) Furio caro!
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lunedì, giugno 07, 2004
La recensione di Fulvia Leopardi
IL LATO SINISTRO DEL CUORE di Carlo Lucarelli
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Gigi Proietti da Prove per un libro
La parola. Bla bla bla.
Oggi parlano tutti e di tutto. Addirittura dei sentimenti. Ormai non ci si può neppure più innamorare senza leggere cosa dice prima l’esperto. A proposito di questo, io proporrei un minuto di silenzio… Qualche riga bianca nella tessitura del testo.
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domenica, giugno 06, 2004
John Steinbeck da C’era una volta una guerra
dallo scacchiere del Mediterraneo, 14 ottobre 1943
Il popolo italiano forse saluterà le truppe conquistatrici americane e britanniche in modo diverso a seconda delle varie regioni del paese, ma comunque gli italiani agiscono con un entusiasmo che rasenta la violenza. Una delle loro usanze mette i soldati un pò a disagio, finchè non ci si abituano. Grandi masse di gente stanno sui marciapiedi mentre le truppe marciano e semplicemente applaudono battendo le mani come se fossero a teatro. Ciò fa sì che le truppe marcino molto irrigidite, con un sorriso di disagio, mezzo soldati e mezzo attori. Ma questo battimani è la loro manifestazione più moderata. I soldati restano molto imbarazzati quando vengono travolti da uomini italiani che gli corrono incontro, li immobilizzano con abbracci e piazzano grandi baci con le labbra bagnate sulle loro guance, intanto che lanciano urletti. I soldati non se la sentono di respingerli, ma non sono abituati a essere baciati da uomini, perciò non possono che arrossire e cercare di svignarsela al più presto. Un terzo modo per dimostrare entusiasmo per essere stati conquistati è lanciare ogni genere di frutta o ortaggi di stagione alle truppe di occupazione. In Sicilia l’uva era matura e molti soldati hanno ricevuto in faccia un pesante grappolo d’uva lanciato con le migliori intenzioni del mondo. Il succo correva dentro le loro camicie e dopo una marcia di alcuni isolati le truppe erano ben bene inzuppate di succo d’uva, che tra l’altro attira maledettamente le mosche, e senza rimedio. Non si può mortificare questo entusiasmo impedendo i lanci dell’uva.
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sabato, giugno 05, 2004
Jean Marie Gourio da Silenzio!
Da quanto non avevo più comprato un libro? Più precisamente, quanti libri avevo comprato in vita mia? Ne avevo comprato almeno uno? Uno solo, piccolino? Un tascabile? Un mini-pocket? Un micro-pocket? Un libro piuma? Un’ombra? Avevo almeno cercato di acquistarne uno? Mi ero chinato qualche secondo su un titolo? Su una copertina nuova e brillante? Avevo mai posato con naturalezza lo sguardo su un libro in vetrina? Avevo mai sentito quel vento leggero che fanno le pagine quando le si sfoglia per farsi un’idea e farsi venire voglia? Ero entrato almeno una volta in una libreria? Diciamola tutta! Avevo memoria di essere passato davanti a una libreria? Quando? Dove? Si vede solo ciò che si ama! Potevo recitare a memoria la lista dei bistrò, ma delle librerie? Vedevo benissimo le tabaccherie, le edicole, i giornalai, le macellerie, le panetterie, le salumerie, i concessionari d’auto, i ristoranti, le sale da tè, i negozi di scarpe, i negozi di vestiti e le lavanderie, si, a palate, ma di librerie, neanche una! Non mi veniva in mente neanche uno straccio di vetrina. Neanche uno straccio di nome di negozio o di strada in cui avrei potuto dire che si trovassero dei libri.
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venerdì, giugno 04, 2004
Luna piena
oggi anche tu
vai di fretta.
Issa
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giovedì, giugno 03, 2004
Gao Xingjian da Una canna da pesca per mio nonno
Il corso del fiume è ormai inaridito, vi scorrono solo pietre, e tu cammini sulle pietre arrotondate dalla corrente del fiume, saltando da una all’altra, e vorresti veder scendere scrosciando l’acqua limpida, ma quando dalla montagna si rovesciava la piena travolgeva cielo e terra e arrivava dritta fino in città, e persino per attraversare la strada bisognava arrotolarsi i pantaloni fino alle cosce, e la gente sguazzava nella fanghiglia giallastra dove galleggiavano scarpe vecchie e cartacce strappate, e quando l’acqua si ritirava, rimanevano attaccate su tutti gli angoli dei muri tracce di fango giallastro che, dopo qualche giorno, seccato dal sole, formava una crosta che si staccava, come le scaglie di un pesce, un pezzo dopo l’altro. Era proprio questo il fiume dove il nonno mi portava a pesca, mentre adesso anche negli interstizi tra le pietre non passa neppure un filo d’acqua, e il letto del fiume è fatto tutto di massi immobili, che sembrano un gregge di montoni ebeti, attaccati gli uni agli altri come per paura di essere cacciati via, ed eccomi arrivato su una duna, dove si trova ancora un groviglio di radici di salice, gli alberi sono stati sicuramente tagliati di nascosto per costruire dei mobili, e più in là non cresce neanche un filo d’erba, e mentre resti là in piedi, ecco che affondi, e affondi fino alle caviglie, e allora ti metti a correre perché hai paura di continuare ad affondare fino ai polpacci, e poi alle ginocchia, e poi alle cosce, e potresti essere inghiottito e sepolto da questa duna che somiglia a una grande tomba, mentre la sabbia scricchiola minacciosa, come se volesse inghiottire tutto, ha già inghiottito le rive del fiume, e sta per inghiottire la città, e i ricordi della mia/tua infanzia, non ha certo buone intenzioni, e non capisco perché il nonno resta lì seduto e non scappa via, io credo si debba andar via al più presto, ho visto la duna di sabbia gonfiarsi davanti a me, e sotto il sole cocente è comparso un bambino con le natiche nude – io di allora – e quindi il nonno si è alzato in piedi, e le rughe sul viso si sono distese, ha preso nella mano il minuscolo pugno di me bambino, il nonno aveva indosso pantaloni incrociati e io, bambinetto nudo come un verme, mi sono messo a seguirlo saltellando.
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mercoledì, giugno 02, 2004
Il mio amico Maigret
(frasi, descrizioni, personaggi e atmosfere)
A sinistra c’era un panificio, a destra un negozio di vini con la vetrina dipinta di giallo. Il Picratt’s doveva indubbiamente fare un certo effetto, di notte, con quell’insegna al neon risultava contro le case vicine immerse nel buoi. Di giorno, invece, ci si sarebbe potuti passare davanti senza sospettare che fosse un locale notturno. Sulla facciata c’era appena lo spazio per una porta e una finestra, e nella luce livida di quella giornata piovosa le foto esposte avevano un che di lugubre, di equivoco. Era mezzogiorno passato. Maigret si stupì di trovare la porta aperta. Una lampadina elettrica era accesa all’interno, e una donna stava spazzando il pavimento tra i tavoli.
Georges Simenon da Maigret al Picratt’s
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martedì, giugno 01, 2004
Thomas Mann da La morte a Venezia
Così lo rivide, l’indescrivibile approdo, quell’abbagliante composizione di edifici fantastici che la Repubblica Serenissima offriva agli sguardi ammirati dei naviganti che si approssimavano: l’aerea meraviglia del Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri, le due colonne col leone e il santo, il fianco sfarzoso e splendente del tempio favoloso, lo scorcio dell’arco e dell’orologio coi Mori, e contemplando si disse che giungere a Venezia col treno, dalla stazione, era come entrare in un palazzo dalla porta di servizio, e che solo per nave, come aveva fatto lui questa volta, bisognava giungere nella più inverosimile delle città.
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venerdì, luglio 30, 2004
Rimbalzi
Ferruccio de Bortoli ricorda Tiziano Terzani sul “Corriere” di oggi
Tiziano Terzani: “L’inviato che portava i feriti sulle spalle” di Ettore Mo
le emozioni regalate da Tiziano Terzani a fralenuvole
buon fine settimana.
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Ieri è morto il giornalista e scrittore Tiziano Terzani. Mi piace ricordarlo con un brano tratto dal primo capitolo del suo libro Un indovino mi disse. Qualcuno ha definito Terzani come il nostro Chatwin. Ci lascia alcuni dei più bei libri che la letteratura di viaggio (e non solo) abbia prodotto ma anche spunti per riflettere sulla nostra esistenza, sul rapporto con gli altri, sui valori e sul significato della vita. Ciao Tiziano e grazie.
Tiziano Terzani da Un indovino mi disse
Benedetta maledizione
Una buona occasione nella vita si presenta sempre. Il problema è saperla riconoscere e a volte non è facile. La mia, per esempio, aveva tutta l’aria di essere una maledizione. “Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai”, m’aveva detto un indovino.
Era successo a Hong Kong. Avevo incontrato quel vecchio cinese per caso. Sul momento quelle parole m’avevano ovviamente colpito, ma non me ne ero fatto un gran cruccio. Era la primavera del 1976, e il 1993 pareva ancora lontanissimo. Quella scadenza però non l’avevo dimenticata. M’era rimasta in mente, un po’ come la data di un appuntamento cui non si è ancora deciso se andare o no.
1977…1987…1990…1991. sedici anni, specie se visti dalla prospettiva del primo giorno, sembrano tanti, ma, come tutti gli anni, tranne quelli dell’adolescenza, passarono velocissimi e presto mi ritrovai alla fine del 1992. Che fare? Prendere sul serio quel vecchio cinese e riorganizzare la mia vita, tenendo conto del suo avvertimento? O far finta di niente e tirare avanti dicendomi: “Al diavolo gli indovini e le loro fandonie”?
A quel punto avevo vissuto in Asia, ininterrottamente, per più di un ventennio – prima a Singapore, poi a Hong Kong, Pechino, Tokyo, infine Bangkok – e pensai che il miglior modo di affrontare quella “profezia” fosse il modo asiatico: non mettercisi contro, ma piegarcisi.
“Allora ci credi?” mi stuzzicavano i colleghi-giornalisti, specie quelli occidentali, gente avvezza a voler sempre un netto sì o no a tutte le domande; anche a quelle mal poste come questa. Uno non ha bisogno di credere alle previsioni del tempo per uscire di casa con l’ombrello in una giornata nuvolosa. La pioggia è una possibilità, l’ombrello una precauzione. Perché provocare la sorte se proprio quella ti fa un cenno, ti dà un suggerimento? Al tavolo della roulette quando il nero è uscito tre o quattro volte di seguito ci sono giocatori che, contando sulle probabilità statistiche, puntano allora tutto quel che hanno sul rosso. Io no. Ripunto sul nero. Non è in questo senso che la pallina mi ha fatto l’occhiolino?
E poi a me l’idea di non volare per un anno intero piaceva di per sé. Soprattutto come sfida. Pretendere che un vecchio cinese di Hong Kong potesse avere la chiave del mio futuro mi divertiva moltissimo. Mi pareva di fare un primo passo in un terreno ignoto. Ero curioso di vedere dove altri passi i quella direzione mi avrebbero portato. Se non altro mi avrebbero indotto a fare, per un po’, una vita diversa da quella di sempre.
Per anni ho viaggiato in aereo e, andando per mestiere nei posti più balordi del mondo dove sono in corso guerre, scoppiano rivoluzioni o accadono terribili disastri, mi è capitato ovviamente più di una volta di stare col fiato sospeso, di atterrare con un motore in fiamme o con un meccanico che all’ultimissimo momento riesce, a colpi di martello in una botola aperta fra i sedili, a far scendere il carrello che si rifiutava di uscire dalla pancia.
Avessi nel 1993 ignorato la profezia e avessi volato come niente fosse, lo avrei certo fatto con una dose in più di quella solita inquietudine che prima o poi prende tutti coloro – piloti compresi – che ha passato gran parte del loro tempo per aria; ma sostanzialmente avrei continuato nella mia routine: aerei, taxi, alberghi, taxi, aerei.
Quel divino avvertimento (già: “indovino”, “divino”, così simili?!) mi dava l’occasione, direi mi imponeva, di introdurre una variante nei miei giorni.
La profezia era la scusa. La verità è che uno a cinquantacinque anni ha una gran voglia di aggiungere un pizzico di poesia alla propria vita, di guardare al mondo con occhi nuovi, di rileggere i classici, di riscoprire che il sole sorge, che in cielo c’è la luna e che il tempo non è solo quello scandito dagli orologi. Questa era la mia occasione e non potevo lasciarmela scappare.
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giovedì, luglio 29, 2004
Virginia Woolf da Il volo della mente. Lettere 1888-1912
La cuffia della regina
Mio caro Thoby,
oggi pomeriggio Stella ed io siamo state al parco, con la speranza di intravedere Sua Maestà la Regina, che è a Londra per un ricevimento ufficiale. Tuttavia non l’abbiamo incontrata, e avevamo già perso ogni speranza di inchinarci innanzi a lei o di sventolarle il fazzolettino quando, mentre ci stavamo avviando verso Hyde Park Corner a prendere l’autobus per tornare a casa, abbiamo visto una folla immensa. La signorina Becca (Stella) ci ha pilotate fino al cancello dove sarebbe passata la Regina, e che brulicava di gente. Come siamo giunte, c’è stata una corsa con parapiglia generale, poliziotti che si sbracciavano per sgomberare la strada, cappelli che volavano, e poi ci sono passati davanti al trotto quattro bei cavalli. Questo è più o meno quanto siamo riusciti a vedere, la folla ci ha sommerse, e si è intravista soltanto la cuffia della Regina che andava su e giù, e i due Highlander. Dopo quest’emozione dovevamo riattraversare la strada. La povera Janet (Virginia) è stata quasi stritolata da quelle dame agitate (erano quasi tutte donnone campagnole) che si dirigevano anch’esse verso il marciapiede. Le carrozze e gli omnibus che erano stati costretti a fermarsi ora formavano una corrente più forte che mai, ed è stato col più grande sollievo, mio caro Herbert, che mi sono trovata arenata accanto al St George’s Hospital. Poi sono entrate nel parco tre o quattro magnifiche carrozze rosse e dorate, con dentro rossi e dorati gentiluomini, e signore vestite di bianco, con piume di struzzo, provenienti dal ricevimento, e lo spettacolo è finito. I più leali sudditi di Sua Maestà sono rimasti per strada, aspettando che ritornasse dalla passeggiata, ma mi dispiace dirti che neanche la prospettiva di un’altra visione del cocuzzolo della cuffia della regina è stata sufficiente ad impedire che Becca ed io facessimo cenno alla prima carrozza e ce ne tornassimo a casa per il tè. Tutto Green Park era pieno di folla, ed anche Hyde Park. La povera vecchietta è acclamata ovunque vada, e davanti a Buckingham Palace c’è sempre una folla vigile che aspetta per applaudire.
Arrivederci, il tuo affezionato
Sig. Goatus
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mercoledì, luglio 28, 2004
Una civiltà non crolla come un edificio, si direbbe molto più esattamente che si vuota a poco a poco della sua sostanza finchè non ne resta più che la scorza.
Georges Bernanos
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martedì, luglio 27, 2004
Rimbalzi
“segni del tempo” citazione di Aldo Busi da ilmurodellafranci
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Luigi Pirandello da Il fu Mattia Pascal
Del primo inverno, se rigido, piovoso, nebbioso, quasi non m’ero accorto tra gli svaghi de’ viaggi e nell’ebbrezza della nuova libertà. Ora questo secondo mi sorprendeva già un po’ stanco, come ho detto, del vagabondaggio e deliberato a impormi un freno. E mi accorgevo che… sì, c’era un po’ di nebbia, c’era; e faceva freddo; m’accorgevo che per quanto il mio animo si opponesse a prender qualità dal colore del tempo, pur ne soffriva.
“Ma sta’ a vedere,” mi rampognavo, “che non debba più far nuvolo perché tu possa ora godere serenamente della tua libertà!”
M’ero spassato abbastanza, correndo di qua e di là: Adriano Meis aveva avuto in quell’anno la sua giovinezza spensierata; ora bisognava che diventasse uomo, si raccogliesse in sé, si formasse un abito di vita quieto e modesto. Oh, gli sarebbe stato facile, libero com’era e senz’obblighi di sorta!
Così mi pareva; e mi misi a pensare in quale città mi sarebbe convenuto di fissar dimora, giacchè come un uccello senza nido non potevo più oltre rimanere, se proprio dovevo compormi una regolare esistenza. Ma dove? In una grande città o in una piccola? Non sapevo risolvermi.
Chiudevo gli occhi e col pensiero volavo a quelle città che avevo già visitate; dall’una all’altra, indugiandomi in ciascuna fino a rivedere con precisione quella tal via, quella tal piazza, quel tal luogo, insomma, di cui serbavo più viva memoria; e dicevo:
“Ecco, io vi sono stato! Ora, quanta vita mi sfugge, che séguita ad agitarsi qua e là variamente. Eppure, in quanti luoghi ho detto: – Qua vorrei aver casa! Come ci vivrei volentieri! -. E ho invidiato gli abitanti che, quietamente, con le loro abitudini e le loro consuete occupazioni, potevano dimorarvi, senza conoscere quel senso penoso di precarietà che tien sospeso l’animo di chi viaggia.”
Questo senso penoso di precarietà mi teneva ancora e non mi faceva amare il letto su cui mi ponevo a dormire, i varii oggetti che mi stavano intorno.
Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secondo le immagini ch’esso evoca e aggruppa, per così dire, attorno a sé. Certo un oggetto può piacere anche per se stesso, per la diversità delle sensazioni gradevoli che ci suscita in una percezione armoniosa; ma ben più spesso il piacere che un oggetto ci procura non si trova nell’oggetto per se medesimo. La fantasia lo abbellisce cingendolo e quasi irraggiandolo d’immagini care. Né noi lo percepiamo più qual esso è, ma così quasi animato dalle immagini che suscita in noi o che le nostre abitudini vi associano. Nell’oggetto insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l’accordo, l’armonia che stabiliamo tra esso e noi, l’anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi.
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lunedì, luglio 26, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Lucy si rivolge a Snoopy che sta dormendo sul tetto della sua cuccia.
Lucy: sei pigro lo sai? Sei sempre stato pigro fin da piccolo.
Snoopy: Non “piccolo”…”cucciolo”. Certa gente non riesce mai a essere precisa.
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I loro volti
Ennio Flaiano
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sabato, luglio 24, 2004
Buona domenica a tutti!
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La poesia è più o meno sempre la stessa, senza progresso nè regresso, anche se a volte bisogna aiutarla a camminare, davanti alla sfida globale impersonata dalla televisione… E’ più globale, come messaggio mediatico, Anna Karenina che finisce sotto il treno con un’intensità di scrittura scenica che nessuna televisione potrà mai rubare a Tolstoj.
Evgenij A. Evtushenko
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venerdì, luglio 23, 2004
Georges Simenon da Turista da banane
Stavano cominciando le ore rosse, quelle che precedono l’ora verde, e il cielo pareva più profondo, la natura più immobile e silenziosa. Rosso, di un rosso incomparabile, era il piccolo campanile di una chiesa, ed era vestita di rosso una bambina che avanzava camminando scalza sulla sabbia della strada tutta circondata da un alone purpureo che le faceva da aureola.
La macchina aveva già attraversato tre villaggi, e Donadieu non si era ancora mosso. Teneva la faccia nascosta tra le foglie secche del suo giaciglio, le mani sulla fronte bruciante. Era tutto impregnato dell’odore di Tamantéa, che si era spalmata il corpo di un olio profumato. Gli pareva di sentire ancora il ronzio della macchina, ma ormai quel rumore esisteva solo nella sua testa; allora, bruscamente, con uno sforzo violento, si alzò e si diresse verso l’ingresso della capanna che racchiudeva come in una cornice lo spettacolo del tramonto.
A terra, per la prima volta, c’erano bottiglie vuote e fogli di giornale. Dalla parte opposta al sole, il cielo era tutto soffuso di un color verde giada e la terra sembrava raffreddarsi, mentre i contorni degli oggetti si stagliavano con cruda nettezza.
Persino il mormorio della cascata aveva un che di gelido, e Donadieu si ricordò dello shock violento che aveva provato quando si era tuffato per la prima volta nell’acqua senza fondo dell’abisso, un’acqua così fredda, così perfettamente immobile che per un attimo aveva avuto paura di non riuscire a nuotare.
“Dica al governatore…”.
Sentiva il bisogno di compiere i gesti di tutti i giorni e, afferrate le lenze e la fiocina, si lasciò scivolare lungo il pendio e attraversò la strada come faceva sempre, dopo essersi guardato intorno, quasi temendo l’apparizione di un essere umano.
Dall’altra parte, sulla riva della laguna, era di nuovo nel suo regno. Posò a terra gli attrezzi e cercò la traccia scintillante dei pesci in mezzo ai coralli.
Ne vide di azzurri picchiettati di rosso, pesci perfettamente rotondi che non era mai riuscito a prendere, ma li guardò senza neanche muoversi, senza pensare alla pesca o ad altro.
Era là, in riva all’oceano, di fronte al sole che tramontava e che di lì a poco avrebbe toccato la linea dell’orizzonte, era là in piedi, eretto in tutta la sua statura, ben saldo sulle gambe robuste, e tuttavia provava un’angosciosa sensazione di inconsistenza, o forse di vuoto.
Si, di vuoto! Era completamente solo in quell’immensa, luminosa scatola multicolore dell’universo, solo e minuscolo, e si accingeva a fare dei gesti inutili, ad agitarsi senza scopo…
Era ossessionato da una visione ricorrente: quella di un tetto rosso in mezzo al verde…
Ce n’erano, laggiù lungo la strada, di tetti così, e c’erano piroghe tirate a riva sulla sabbia, e bambini nudi che giocavano, e cani che si accucciavano ai piedi degli uomini, e biancheria stesa ad asciugare su fili di ferro…
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giovedì, luglio 22, 2004
Rimbalzi
Gente di Milano (o giù di lì) di glittering
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Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Lucy: sai Charlie Brown, sono stufa di vedere la tua faccia.
Charlie Brown: cos’è che non va nella mia faccia?
Lucy: niente di particolare, ma…solo che è così…come dire…è così facciosa! Sai cosa manca alla tua faccia? Manca la personalità Charlie Brown…è una faccia-faccia!
Charlie Brown: quanta amarezza…dover affrontare la vita, con una faccia-faccia!
Lucy: la tua faccia non sarebbe così male se avesse un pò di personalità…ecco vedi? (indicando Snoopy) quella è una faccia con una personalità!
Charlie Brown: quella non è personalità…è pelo! Personalità…puah!…(rivolgendosi a Snoopy) Dice che io ho solo una faccia-faccia mentre tu hai personalità! Tu hai un grosso naso, ecco cos’hai! Un naso enorme e due stupide orecchione! Sigh…ma è sempre meglio che avere una faccia-faccia…
Linus: cosa c’è Charlie Brown?
Charlie Brown: c’è che tua sorella parla troppo. Dice che la mia faccia non ha personalità…e ha ragione…sono una nullità!
Linus: non darle retta, Charlie Brown…guarda me: se le avessi dato retta il mio sistema nervoso sarebbe già crollato (poi si mette il dito in bocca e abbraccia la sua coperta)
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mercoledì, luglio 21, 2004
Kinky Friedman da Elvis, Gesù e Coca Cola
Il mio umore solitario, ermetico, alla Emily Dickinson disinfrancata, si stava affermativamente trasformando in kafkiano. Avevo bisogno di un po’ di svago nella vita, che lo volessi o no. Ero seduto alla scrivania del loft un freddo pomeriggio burrascoso tentando di decidere se uccidermi o andare al bowling, quando squillarono i telefoni. Per un po’ lasciai che si dessero da fare. Non volevo si pensasse che ero solo, o affamato, o in cerca di lavoro. Diavolo, avrei potuto essere impegnato come un’ape operaia per il resto della vita a cercare questo documentario sugli imitatori di Elvis. Non mi dispiaceva sentir suonare i telefoni per un po’. Significava che qualcuno da qualche parte mi voleva. Ci si consola come si può. Il mio assetto telefonico era altrettanto interessante di una collezione di cimici in Uganda, ma era tutto quello che avevo al momento. Due telefoni rossi sulla scrivania, uno per ogni metà del mio cervello, erano collegati alla stessa linea. La cosa aveva scarso valore pratico ma quando suonavano insieme, il che succedeva sempre, ti sembrava di essere qualcuno. In camera da letto avevo un telefono stile principessa, leggermente effeminato, rosa pastello, che ultimamente mi aveva interrotto soltanto durante le rare occasioni di sonno o di sesso. Un giorno, quando fossi diventato milionario, avevo intenzione di mettere un telefono nel cesso.
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martedì, luglio 20, 2004
Paul Bahn e John Flenley da Ultimi giorni di Rapa Nui (trad. V. Piccolo)
Quella dell’isola di Pasqua è la storia di un risultato straordinario, seguito – come afferma Patrick Kirch – da una “spirale negativa di regressione culturale”. Una cultura unica e importante, che aveva messo in mostra un’incredibile continuità combinata all’inventiva e allo sviluppo, crollò sotto i colpi della distruzione ambientale e , forse, del sovrappopolamento. Come ha detto Kirch, la popolazione “superò temporaneamente e agilmente i suoi limiti e crollò in maniera devastante”.
A differenza degli abitanti delle altre isole, gli indigeni dell’isola di Pasqua non poterono fuggire su grandi canoe: distruggendo le foreste dell’isola, si erano preclusi i contatti col mondo esterno, ancor più di quanto li avesse già isolati la posizione geografica.
Molte isole della Polinesia primeggiavano per l’abilità in un particolare settore: alle Hawaii era il lavoro con le piume, alle Marchesi i tatuaggi, mentre la scultura su legno era importante in Nuova Zelanda (ma anche alla Hawaii e in altre zone). L’isola di Pasqua raggiunse grandi risultati non solo nella lavorazione del legno, nei tatuaggi, nel trattamento delle piume e nella lavorazione della tapa (i vestiti in gelsi da carta), ma anche nell’arte rupestre e nello straordinario fenomeno di Rongorongo. Tutti questi aspetti erano parte integrante della cultura di Rapa Nui. Ma gli sforzi della comunità vennero profusi interamente nella costruzione delle statue giganti e delle piattaforme, la più spettacolare coercizione che divenne poi malsana: “Arrivò a sottrarre così tanta forza che attività importanti come la coltivazione e la pesca vennero trascurate, e alla gente non rimase cibo a sufficienza. C’è un limite alla costruzione delle statue”.
Al giorno d’oggi gli abitanti dell’isola di Pasqua vivono tra le rovine dei grandi risultati ottenuti dai loro antenati. Mulloy interpretò il suo restauro dei monumenti come mezzo fondamentale per riaffermare l’identità e la dignità degli isolani.
Si avrebbe un colpo d’occhio meraviglioso, se le statue potessero venire nuovamente innalzate sulle loro piattaforme. Madre Natura, tuttavia, malgrado gli abusi cui è stata sottoposta sull’isola, prima o poi rivorrà indietro ogni cosa. Al di là delle possibilità di un’eruzione vulcanica, è inevitabile non solo che le statue si logoreranno, dissolvendosi nel terreno, consumate dal sole, dalla pioggia e dal vento, ma anche che, nel giro di pochi milioni di anni, le onde e i venti cancelleranno completamente l’isola dalla faccia della terra.
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lunedì, luglio 19, 2004
La recensione di Suzupearl
Sotto la pelle di Michael Faber
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William Shakespeare da Il mercante di Venezia
C’è una specie d’uomini che ha il viso impenetrabile come acqua di stagno e serba un ostinato silenzio, perché l’opinione della gente gli attribuisca saggezza, gravità, e profondità di pensiero: e par che dica: “Io sono il sire Oracolo, e quando schiudo le labbra, non si sente un cane abbaiare.” O mio Antonio, ne conosco di questi, che sono reputati saggi, solo perché non dicono nulla: ma io son certo che, se parlassero, sventurati gli ascoltatori.
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venerdì, luglio 16, 2004
fine settimana al mare. Buon sabato e domenica a tutti.
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Carlo Collodi da Le avventure di Pinocchio
Appena finite le mani, Geppetto sentì portarsi via la parrucca dal capo. Si voltò in su, e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in mano del burattino. “Pinocchio!… rendimi subito la mia parrucca!” E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, se la messe in capo per sé, rimanendovi sotto mezzo affogato. A quel garbo insolente e dirisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come non era stato mai in vita sua: e voltandosi verso Pinocchio, gli disse: “Birba d’un figliolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! E si rasciugò una lacrima.
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giovedì, luglio 15, 2004
Pablo Neruda
La poesia
Accadde in quell’età… La poesia
venne a cercarmi. Non so da dove
sia uscita, da inverno o fiume.
Non so come né quando,
no, non erano voci, non erano
parole né silenzio,
ma da una strada mi chiamava,
dai rami della notte,
bruscamente fra gli altri,
fra violente fiamme
o ritornando solo,
era lì senza volto
e mi toccava.
Non sapevo che dire, la mia bocca
non sapeva
nominare,
i miei occhi erano ciechi,
e qualcosa batteva nel mio cuore,
febbre o ali perdute,
e mi feci da solo,
decifrando
quella bruciatura,
e scrissi la prima riga incerta,
vaga, senza corpo, pura
sciocchezza, pura saggezza
di chi non sa nulla,
e vidi all’improvviso
il cielo
sgranato
e aperto,
pianeti,
piantagioni palpitanti,
ombra ferita,
crivellata
da frecce, fuoco e fiori,
la notte travolgente, l’universo.
Ed io, minimo essere,
ebbro del grande vuoto
costellato,
a somiglianza, a immagine
del mistero,
mi sentii parte pura
dell’abisso,
ruotai con le stelle,
il mio cuore si sparpagliò nel vento.
Traduzione R. Paoli
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mercoledì, luglio 14, 2004
Morley Christopher in La libreria stregata
Questo negozio è infestato dagli spettri della grande letteratura, suoi ospiti; noi non vendiamo falsità né scarti. Gli amatori di libri sono qui i benvenuti, nessun commesso verrà a mormorarvi nelle orecchie: – fumate pure – ma non lasciate cadere la cenere, prego!
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martedì, luglio 13, 2004
Il club di Groucho
”Non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri”
A un uomo nella mia posizione (orizzontale, al momento) può capitare di sentire strane storie sul proprio conto. Qualche anno fa si diceva che avessi bevuto champagne a go-go da una pantofola della Garbo: in realtà non era che un leggerissimo punch. E adesso dicono che non amo i cani. Roba da matti! Diamine, se ho un amico al mondo, è il mio danese, Bowser. Siamo inseparabili da anni.
L’unica ragione che gli impedito di venire con me a New York di recente è che non aveva i soldi per il treno. New York è molto malinconica, senza il mio cane. Tanto malinconica che quando vedo una ragazza con un bel cane nella hall di un albergo mi vengono le lacrime agli occhi e invito il cane a bere qualcosa al bar. Forse sono un vecchio stupido sentimentale.
Mia moglie dice che ho viziato Bowser, lasciandolo dormire in casa nel mio letto mentre io dormivo fuori nella cuccia. Ma lo rifarei.
Per buttar giù un danese dal mio letto ci vorrebbero un cuore e dei muscoli meno teneri dei miei. Negli otto anni che abbiamo passato insieme, Bowser e io non abbiamo mai litigato.
Non spendo per il suo guardaroba più di quanto spenda per quello di mia moglie, ma non mi ha mai chiesto un collare nuovo solo perché il cane del mio vicino Archie Mayo era più elegante.
Groucho Marx
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lunedì, luglio 12, 2004
James Joyce dal racconto I due galanti in Gente di Dublino (trad. A. Brilli)
La calda, grigia sera d’agosto era scesa sulla città e per le strade circolava un’aria tiepida e dolce, memore dell’estate, mentre una folla gaia e variopinta sciamava davanti ai negozi chiusi per il riposo domenicale. Dal sommo degli alti steli i lampioni splendevano simili a perle luminose sulla trama vivente che mutando senza soste di colore e di forma faceva ascendere nell’aria calda e grigia della sera un murmure incessante e monotono. Due giovani scendevano dalla collina di Rutland Square. Uno di essi stava appunto concludendo un lungo monologo, mentre l’altro, che camminava sull’orlo del marciapiede ed era costretto di tanto in tanto a porre il piede sulla strada per la screanzata invadenza del compagno, aveva l’aspetto di chi ascolti divertito. Era un individuo tarchiato e dal colorito acceso. Portava un berretto da marinaio buttato indietro sulla nuca e il discorso a cui tendeva l’orecchio gli faceva affiorare sul volto continui mutamenti espressivi che scaturivano dagli angoli del naso, degli occhi e della bocca. Scoppi sibilanti di riso si susseguivano in quel corpo convulso. A ogni istante gli occhi, che ammiccavano sornioni, si volgevano lesti verso il volto del compagno. Una volta o due si mise a posto il leggero impermeabile che portava sulla spalla come una cappa da torero. I pantaloni, le scarpe bianche di gomma, l’impermeabile buttato con indifferenza erano altrettanti emblemi di gioventù, ma il suo corpo tendeva a una rotonda pinguedine di vita, i capelli s’erano fatti radi e grigiastri e il volto, non appena vi si fosse spento ogni riverbero d’espressione, aveva un aspetto devastato. Quando fu certo che il racconto era finito, rise in silenzio per un mezzo minuto buono e disse: “Ah… Questa è bella!” La sua voce sembrava priva di nerbo e, per dar maggior vigore alle parole, aggiunse con brio: “Questa è proprio bella, è il colmo dei colmi!” Detto questo, assunse di nuovo un’aria seria e silenziosa. Aveva la bocca asciutta perché era stato a discutere tutto il pomeriggio in un’osteria di Dorset Street. La maggior parte considerava Lenehan una vera sanguisuga anche se, la grado questa reputazione, la sua abilità e la parlantina avevano sempre impedito agli amici di coalizzarsi per metterlo al bando. Aveva una sua audace maniera di inserirsi in un capannello di persone in un bar e di tenersene ai margini con vorace insistenza finchè non fosse incluso nella congrega. Era costui un vero e proprio accattone del divertimento, fornito di una bella scorta di barzellette, di rime e di indovinelli ed era inoltre insensibile a ogni sorta di sgarbo. Nessuno sapeva come facesse a risolvere l’arduo compito di tirare avanti, anche se il suo nome veniva associato in maniera indefinita all’equivoco mondo delle corse.
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domenica, luglio 11, 2004
Trilussa
La Violetta e la Farfalla
Una vorta, ‘na Farfalla
mezza nera e mezza gialla,
se posò su la Viola
senza manco salutalla,
senza dije ‘na parola.
La Viola, dispiacente
d’esse tanto trascurata,
je lo disse chiaramente:
- Quanto sei maleducata!
M’hai pijato gnente gnente
per un piede d’insalata?
Io sò er fiore più grazzioso,
più odoroso de ‘sto monno,
sò ciumaca e nun ce poso,
sò carina e m’annisconno.
Nun m’importa de ‘sta accanto
a l’ortica e a la cicoria:
nun me preme, io nun ciò boria:
sò modesta e me ne vanto!
Se sò fresca, per un sòrdo
vado in mano a le signore;
appassita, sò un ricordo;
secca, curo er raffreddore…
Prima o poi so’ sempre quella,
sempre bella, sempre bona:
piacio all’ommini e a le donne,
a qualunque sia persona.
Tu, d’artronne, sei ‘na bestia,
nun capischi certe cose…-
La Farfalla j’arispose:
- Accidenti, che modestia!
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sabato, luglio 10, 2004
Il tale rassomigliava i piaceri umani a un carcioffo, dicendo che conveniva roderne prima e inghiottirne tutte le foglie per arrivare a dar di morso alla castagna. E che anche di questi carcioffi era grandissima carestia, e la più parte di loro senza castagna.
Giacomo Leopardi da Zibaldone
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venerdì, luglio 09, 2004
Amici lettori, nei giorni scorsi ho letto un articolo di Erica Jong sul suo ultimo libro in cui ha raccolto e commentato alcuni brani degli scrittori che preferisce. E’ una abitudine che ho anch’io (ed altri blogger) ed è uno dei motivi per cui è nato a video spento. Mi associo al consiglio della scrittrice americana di tenere un taccuino così prezioso. Vi auguro un buon fine settimana e vi ringrazio per le vostre visite.
Erica Jong
E’ da qualche decennio che tengo alcuni taccuini di ispirazione, consolazione e meditazione – citazioni di altri scrittori che hanno risvegliato la mia sopita natura indomita, rinfocolato l’immaginazione e confortato nei momenti di impasse creativa. Frasi tratte dalle fonti più disparate, da Shunryu Suzuki a Samuel Johson, da Eudora Welty a Muriel Rukeyser. Dopo averle trascritte sul mio taccuino vi annoto accanto le mie riflessioni (…). “Riempi un taccuino, tesoro – diceva Mae West – e un giorno sarà lui a riempire te”. Scrivere significa rinascere, affermare il sé, l’anima e lo spirito creativo. E’ in questa disposizione che ho compilato Writing for your life, un libro che raccoglie le mie meditazioni quotidiane sulla scrittura. Mi spronano nei momenti di depressione e di tristezza, quando mi pare che tutti i miei sforzi siano vani. Vi consiglio vivamente di tenere un simile taccuino di fonti di ispirazione e commenti personali.
Dall’articolo intitolato Il taccuino segreto di Erica. Per non aver paura di volare. Pubblicato dal Corriere della Sera il 26/6/2004. Traduzione di Licia Vighi
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giovedì, luglio 08, 2004
Philippe Besson da E le altre sere verrai?
Dunque, da principio sorride. È un sorriso discreto, quasi impercettibile, di quelli che talora si formano sul viso senza che lo si decida, che appaiono senza che lo si voglia, e non sembrano legati a niente di particolare, e non è detto che si possano spiegare.
Ecco: è un sorriso da niente, che potrebbe essere spia della felicità. Quella contentezza che si sprigiona da lei potrebbe essere dovuta al fatto che indossa il vestito rosso a maniche corte che più le piace, le assottiglia la vita, le dà quella linea che sfoggiavano le americane delle réclame degli anni cinquanta.
In quel vestito si sente a proprio agio, ancora bella, ancora desiderabile. Ha la sensazione di essere leggera, pensa che un uomo, di preferenza Norman, potrebbe prenderla per i fianchi e sollevarla in aria senza sforzo.
Le piace sentirsi leggera: è una cosa che le ricorda la giovinezza.
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la proposta di wosiris
…
lascia passare il vento
senza domandargli nulla.
il suo significato è solo
essere il vento che passa
…
f. pessoa
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I loro volti
Fernando Pessoa
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mercoledì, luglio 07, 2004
Fernando Pessoa da Fantasie di interludio. Antologia personale
Dicono che fingo o invento
Tutto quel che scrivo. No.
Io semplicemente sento
Con l’immaginazione.
Non adopero il cuore.
Tutto quello che sogno o che mi accade,
Ciò che finisce o mi viene a mancare,
È come una terrazza
Che dà su qualcos’altro.
È quest’altro che è bello.
Perciò scrivo stando in mezzo
A quel che non è qui vicino,
Libero dal mio coinvolgimento,
Serio in ciò che non è.
Sentire? Che senta chi legge!
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martedì, luglio 06, 2004
Katharine Weber da La lezione di musica
Osservo il quadro e mi toglie il fiato. Lei me lo toglie. Questa mattina mi sono fatta forza per incontrare il suo sguardo e sostenerlo, poi sono scoppiata a piangere, travolta dalla sensazione di non essere io a guardare; bensì di essere osservata. Questo vuol dire essere conosciuto. Mi chiedo che cosa avrebbe pensato Vermeer del modo in cui valutiamo la veridicità delle fotografie e del fatto che teniamo la scrittura autobiografica in maggior considerazione rispetto alla narrativa perché pretende di raccontarci un’esperienza reale. Ma qual è la “reale” verità delle cose? La donna di Vermeer trasmette la sua realtà nella grazia, nella forza, nella nobiltà e nella bellezza – sono tratti umani, certo, ma Vermeer ne ha impregnato la stanza, gli oggetti, la luce. E’ amore per il reale quello che egli ha espresso, dipingendo una sottile tavola di quercia, qualcosa come 330 anni fa. Che cos’è la pittura se non l’arte di rappresentare il visibile attraverso l’invisibile? E’ un trucco. Non è nient’altro che un prodotto della mente umana. Una mente ha pensato per crearla, altre menti devono pensare per interpretarla.
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lunedì, luglio 05, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Lucy: non sono belle le nuvole? Sembrano grossi fiocchi di cotone… Potrei star qui tutto il giorno a guardarle passare… Con un pò di immaginazione, si possono vedere un mucchio di cose nella forma delle nuvole…
Linus: beh, quelle nuvole lassù mi sembrano la carta geografica dell’Honduras Britannica… Quella nuvola là somiglia un pò al profilo di Thomas Eakins, il famoso pittore e scultore… E quel gruppo di nuvole là in fondo mi dà l’impressione della lapidazione di S. Stefano ecco l’apostolo Paolo da una parte…
Lucy: uh huh… molto bene…. e tu cosa vedi nelle nuvole, Charlie Brown?
Charlie Brown: beh, io stavo per dire che ci vedo un’ochetta e un cavallino, ma ho cambiato idea!
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domenica, luglio 04, 2004
Il mio amico Maigret
(frasi, descrizioni, personaggi e atmosfere)
Era una di quelle domeniche come ne esistono solo nei ricordi d’infanzia: tutto era allegro, e fresco, dal cielo di un azzurro pervinca fino all’acqua che rifletteva, allungandole, le immagini delle case. Perfino i taxi erano più rossi o verdi degli altri giorni, e nelle strade vuote e sonore riecheggiavano anche i minimi rumori.
Georges Simenon da La chiusa n. 1
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sabato, luglio 03, 2004
Giorgio Bassani da Il giardino dei Finzi-Contini
Senonchè, improvvisamente, dal portone rimasto mezzo aperto, là contro il nero della notte, ecco irrompere nel portico una raffica di vento. E’ vento d’uragano, e viene dalla notte. Piomba nel portico, lo attraversa, oltrepassa fischiando i cancelli che separano il portico del giardino, e intanto ha disperso a forza chi ancora voleva trattenersi, ha zittito di botto col suo urlo selvaggio, chi ancora indugiava a parlare. Voci esili, gridi sottili, subito sopraffatti. Soffiati via, tutti: come foglie leggere, come pezzi di carta, come quelli d’una chioma incanutita dagli anni o dal e… Oh, Ernesto, in fondo, era stato fortunato a non poter fare l’università in Italia. Scriveva da Grenoble, che soffriva la fame, che delle lezioni del Politecnico, col poco di francese che sapeva, non gli riusciva di capire quasi niente. Ma felice lui, che soffriva la fame e temeva di non farcela a superare gli esami – quello di matematica, soprattutto! Io ero restato, e ancora una volta avevo scelto per orgoglio e aridità la solitudine, nutrendola di vaghe, nebulose, impotenti speranze, per me in realtà non c’era speranza, non c’era nessuna speranza. Ma chi può mai prevedere? Che cosa possiamo sapere di noi, e di ciò a cui andiamo incontro?
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venerdì, luglio 02, 2004
Laura Mancinelli da Persecuzione infernale
Ora, accadde una volta che un gruppo di amici, tutti piemontesi purosangue, decidesse di fare una bagna cauda alla moda antica, o quasi: teste d’aglio regolamentari, concessione alla cottura del latte, aggiunta di un pezzetto di burro, e una consona quantità di acciughe, opportunamente dissalate e diliscate. Ne risultò una salsa perfetta, vellutata e cremosa, come dev’essere una bagna cauda accettabile ai nostri palati delicati, e anche un po’ sofisticati, come vuole insomma la moda dei nostri tempi. Resta immutato l’afrore che per qualche giorno emana dalla pelle di chi l’ha mangiata.
Di questa bella compagnia faceva parte il Maestro, che anzi si compiacque di rimestare personalmente nella pentola di coccio in cui l’aglio bolliva col latte, e anche più tardi, quando a quella poltiglia densa vennero aggiunti l’olio, il burro e le acciughe: il momento più delicato della preparazione. Si, perché mescolando accuratamente e con somma perizia, da quell’insieme di ingredienti eterogenei e apparentemente contrastanti si doveva creare, e la parola in questo caso non è esagerata, la splendida salsa vellutata che è la bagna cauda. Fu un trionfo. Il Maestro fu applaudito a lungo e calorosamente. I commensali, in piedi intorno al tavolo, cominciarono a intingere larghi tranci di peperoni, rape violacee, bianchi cardi e cavoli verdognoli nel paiolo fumante, tenendo una fetta di pane nella mano sinistra come d’uso, per raccogliere le sgocciolature della salsa; e per tutta la sera continuò ininterrotto il coro degli elogi, come se avesse fatto tutto lui.
Fu quella stessa notte che cominciarono i problemi. “Saranno i peperoni? – si domandava l’insonne girandosi e rigirandosi nel letto. O troppe foglie di cavolo crudo?” Il cavolo era la verdura che preferiva intingere nella bagna cauda: per quella sua forma bitorzoluta capace di catturare una tale quantità di salsa… “O che il vino non fosse genuino?” Questo pensiero gli si fissò in mente come un chiodo. Era pur vero che proveniva dalla cantina di un amico, ma di un amico artigiano, e quel barbera nato e maturato sulle colline dell’Astigiano… Il suo pensiero ripercorse la storia: sempre ghibellini gli artigiani, fedeli all’imperatore e quindi sempre pronti a tradire e aggredire le città vicine fedeli al papa. E proprio in una città guelfa aveva avuto luogo la bagna cauda. Come aveva fatto a non pensarci? E se il vino fosse stato, non voleva pensare avvelenato, ma inquinato dagli umori ghibellini traspiranti dalle mura di una cantina astigiana? E quindi fosse diventato venefico per gli stomaci guelfi? In tal caso solo alcuni di loro si sarebbero sentiti male. Sarebbe stato un effetto venefico selettivo. Come i diserbanti. Forse qualcuno dei commensali voleva vederlo morto. Ma chi?
Cercò di togliersi subito da questo pensiero, dato che gli si era presentata alla mente una lista non breve di possibili, se non probabili, sospetti. “L’unica soluzione è aspettare domani: telefonerò a qualcuno dei commensali per sentire come sta”, disse tra sé.
Ma non ci fu un domani. Risvegliata verso le tre del mattino da un urlo selvaggio, sua moglie lo vide contorcersi nel letto aggrovigliandosi la trapunta sullo stomaco. Chiamò subito l’ambulanza. Al pronto soccorso non fu necessario spiegare nulla: quando la barella entrò nella sala della lavanda gastrica, i sanitari seppero subito sentenziare, quasi in coro:
- Abuso di bagna cauda -. E procedettero all’intervento.
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giovedì, luglio 01, 2004
guardo la luna:
nuvole se alzo gli occhi, se li abbasso
il sereno
Miura Chora
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I loro volti
Charles Bukowski
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martedì, agosto 31, 2004
la proposta della franci
I shall not live in vain.
If I can stop one heart from breaking,
I shall not live in vain;
If I can ease one life the aching,
Or cool one pain,
Or help one fainting robin
Unto his nest again,
I shall not live in vain.
Emily Dickinson
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Alexandre Dumas da Il Conte di Montecristo
Il vecchio era uno di quei tipi la cui conversazione, come sempre accade alle persone che hanno molto sofferto, contiene innumerevoli insegnamenti e presenta un interesse altissimo; ma non era una conversazione egocentrica: quel poveretto non parlava mai delle sue sventure. Dantès ascoltava le sue parole con ammirazione. Esse sfioravano idee che egli aveva già e cognizioni che facevano parte del suo bagaglio mentale di marinaio, o toccavano argomenti a lui sconosciuti e, come le aurore boreali che fanno chiaro ai marinai nelle latitudini australi, gli aprivano paesaggi nuovi e orizzonti insospettati, illuminati da bagliori fantastici. Egli comprese quale immensa fortuna sarebbe stata per un uomo intelligente seguire quella mente acutissima nelle altezze morali, filosofiche o sociali nelle quali era solita spaziare. – Dovreste trasmettermi un pò della vostra immensa cultura – disse all’abate – se non altro per non annoiarvi stando con me, perchè mi pare che per voi la solitudine debba essere preferibile a un compagno ignorante e rozzo come sono io. Se acconsentite alla mia proposta vi prometto di non pensare più alla fuga. L’abate sorrise. – Ahimè, la scienza umana è molto limitata e quando vi avrò insegnato la matematica, la fisica, la storia e le tre o quattro lingue vive che parlo, saprete quello che so io; e a insegnarvi ciò che io so non impiegherò più di due anni. – Pensate che in due anni potrei imparare tutto ciò che voi sapete? – Le applicazioni no, ma i principi si. Imparare non significa sapere. Ci sono gli eruditi e i dotti; i primi li fa la memoria, i secondi la filosofia. – Ma non si può imparare la filosofia? – La filosofia non s’impara; essa è l’amalgamarsi delle cognizioni acquistate con il genio che le applica; è la nube splendente sulla quale Cristo posò i piedi per risalire al cielo. – Io ho fretta di incominciare. Che cosa preferite insegnarmi? – Un pò di tutto.
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lunedì, agosto 30, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown è al telefono, Linus perplesso gli è accanto.
Charlie Brown: Pronto? Informazioni? Vorrei parlare con una certa ragazzina coi capelli rossi… No, il numero ce l’ho… Speravo che lei potesse suggerirmi qualcos’altro… Cosa le dico quando risponde al telefono?
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domenica, agosto 29, 2004
Se leggo un libro e tutto il mio corpo diventa così freddo che nessun fuoco può scaldarlo, so che è poesia. Se mi sento, materialmente, come se mi avessero levato la calotta cranica, so che è poesia. Per me, sono gli unici modi di riconoscerla. Ce ne sono altri?
Emily Dickinson
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sabato, agosto 28, 2004
Gianni Rodari
L’omino dei sogni
L’omino dei sogni
che buffo tipetto!
Mentre tu dormi
senza sospetto
ti si mette accanto al letto
e ti sussurra una parola:
“Vola!”
E tu non domandi nemmeno
“con che?”
Uno due tre:
sei nell’arcobaleno,
aggrappato ad un ombrello,
e scivoli bel bello
dal verde al rosso al giallo,
e a cavallo
del blu
scendi giù, giù, giù…
Ecco il mare:
finirai con l’affogare!
Ma l’omino è lì apposta,
all’orecchio ti si accosta,
e ti sussurra: “Presto!
Ecco i banditi! Scappa lesto lesto!.”
O cielo, i banditi,
di nero vestiti,
con la maschera sul viso
e un satanico sorriso
tra quei baffoni…
Ti puntano i tromboni
e pum!
fanno pum! Pum! Pum!
Tu scappi, sei ferito
al naso oppure al dito
e già ti manca il cuore,
sei preso, che orrore!
Macchè!
Non succederà nulla perchè
l’omino dei sogni
ti salva con una parola.
Ecco, ti trovi a scuola
e non sai la lezione.
Una nuova emozione!
Eppure l’hai studiata
alla perfezione!
possibile che già l’abbia scordata?
E’ colpa dell’ometto
bizzarro e malignetto
che mentre dormi si arrampica
sul tuo letto
e si diverte a farti sognare,
colare, scappare, disperare…
fin che la mamma viene
a scrollarti per bene
a svegliarti, ch’è tardi…
E tu ti svegli, guardi
dappertutto, però
l’omino dei sogni non lo vedi:
forse di giorno, sta sotto il comò!
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venerdì, agosto 27, 2004
di blog in blog
tutto inizia con un taccuino blu da il mestiere di scrivere
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giovedì, agosto 26, 2004
Pillola senza saggezza
: cosa si può fare per salvare l’Alitalia?
: chiamarla Aligiappone.
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Tutto può essere lo spunto per un libro, per cui attenti a diventare amici di uno scrittore, potreste ritrovarvi in un romanzo.
Paula Fox
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mercoledì, agosto 25, 2004
Pillola senza saggezza
: chi può aver rubato l”Urlo” di Munch?
: qualcuno che a casa non ha specchi.
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Colson Whitehead da Il colosso di New York
Le nostre strade sono calendari che contengono ciò che siamo stati e ciò che saremo domani. Ogni giorno, quando sul marciapiede cogliamo il nostro riflesso nelle vetrine, vediamo noi stessi nella città, ci cerchiamo nell’abbandono al ricordo di com’era quindici, dieci, quarant’anni fa, perchè i vecchi luoghi che ci hanno visto sono la prova del nostro passaggio. Un giorno la città costruita da noi scomparirà, e quando se ne andrà noi scompariremo con lei. Quando i palazzi cadono, anche noi crolliamo.
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martedì, agosto 24, 2004
Italo Calvino da Il barone rampante
Che Cosimo fosse matto, a Ombrosa s’era detto sempre, fin da quando a dodici anni era salito sugli alberi rifiutandosi di scendere. Ma in seguito, come succede, questa sua follia era stata accettata da tutti, e non parlo solo della fissazione di vivere lassù, ma delle varie stranezze del suo carattere, e nessuno lo considerava altrimenti che un originale. Poi, nella piena stagione del suo amore per Viola ci furono le manifestazioni in idiomi incomprensibili, specialmente quella durante la festa del Patrono, che i più giudicarono sacrilega, interpretando le sue parole come un grido eretico, forse in cartaginese, lingua dei Pelagiani, o una professione di Socinianesimo, in polacco. Da allora, cominciò a correre la voce: – Il Barone è ammattito! – e i benpensanti soggiungevano: – Come può ammattire uno che è stato matto sempre? In mezzo a questi contrastanti giudizi, Cosimo era diventato matto davvero. Se prima andava vestito di pelli da capo a piedi, ora cominciò ad adornarsi la testa di penne, come gli aborigeni d’America, penne d’upupa o di verdone, dai colori vivaci, ed oltre che in testa ne portava sparse sui vestiti. Finì per farsi delle marsine tutte ricoperte di penne, e ad imitare le abitudini di vari uccelli, come il picchio, traendo dai tronchi lombrichi e larve e vantandoli come gran ricchezza. Pronunciava anche delle apologie degli uccelli, alla gente che si radunava a sentirlo e a motteggiarlo sotto gli alberi: e da cacciatore si fece avvocato dei pennuti e si proclamava ora codibugnolo ora barbagianni ora pettirosso, con opportuni camuffamenti, e teneva discorsi d’accusa agli uomini, che non sapevano riconoscere negli uccelli i loro veri amici, discorsi che erano poi d’accusa a tutta la società umana, sotto forma di parabole. Pure gli uccelli s’erano accorti di questo suo mutamento d’idee, e gli venivano vicino, anche se sotto c’era gente ad ascoltarlo. Così egli poteva illustrare il suo discorso con esempi viventi che indicava sui rami intorno. Per questa sua virtù, molto si parlò tra i cacciatori d’Ombrosa d’usarlo come richiamo, ma nessuno osò mai sparare sugli uccelli che gli si posavano vicino. Perchè il Barone anche adesso che era ridotto così fuori di senno continuava a incutere una certa soggezione: lo canzonavano, sì, e aveva spesso sotto i suoi alberi un codazzo di monelli e fannulloni che gli davano la balia, però veniva anche rispettato, ed ascoltato sempre con attenzione. I suoi alberi ora erano addobbati di fogli scritti e anche di cartelli con massime di Seneca e Shaftesbury, e di oggetti: ciuffi di penne, ceri da chiesa, falciuole, corone, busti da donna, pistole, bilance, legati l’un l’altro in un certo ordine. La gente d’Ombrosa passava le ore a cercar d’indovinare cosa volevano dire quei rebus: i nobili, il Papa, la virtù, la guerra, e io credo che certe volte non avessero nessun significato ma servissero solo ad aguzzare l’ingegno e a far capire che anche le idee più fuori del comune potevano essere le giuste.
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lunedì, agosto 23, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Lucy: perchè non mi chiami mai “carina”?
Schroeder: cosa?
Lucy: perchè non ti rivolgi mai a me dicendo “ciao, carina”?
Schroeder: perchè non trovo che tu sia molto carina.
Lucy: odio le ragioni!
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domenica, agosto 22, 2004
Con i viaggiatori, bisogna agire come con i salmoni, bisogna catturarli appena hanno risalito il fiume, quando il sapore della loro avventura, come l’acqua salata, è ancora attaccato alla loro pelle.
Rudyard Kipling da I profumi dei viaggi
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sabato, agosto 21, 2004
Charles Bukowski da Una birra al bar dell’angolo in Musica per organi caldi
Non so quanti anni siano passati, se quindici o venti. Me ne stavo a sedere a casa, era una calda sera d’estate e mi sentivo spento. Uscii dalla porta e mi ritrovai in strada. L’ora di cena era già passata per un mucchio di famiglie, che ora si erano piazzate davanti ai loro televisori. Mi incamminai lungo il boulevard. Dall’altra parte della strada c’era un bar di quartiere situato in un vecchio edificio di legno dipinto di verde e di bianco. Entrai. Dopo una vita intera passata nei bar, questi avevano perso per me qualunque attrattiva. Quando avevo voglia di bere qualcosa, andavo in un negozio di liquori, facevo i miei acquisti e poi tornavo a casa a bermeli in solitudine. Entrai e mi sedetti su uno sgabello lontano dalla folla. Non ero a disagio, mi sentivo semplicemente fuori posto. Ma se mi veniva voglia di uscire, era quello l’unico posto dove potevo andare. Nella nostra società, la maggior parte dei locali interessanti o è contro la legge o è troppo caro. Ordinai una bottiglia di birra e mi accesi una sigaretta. Non era che uno dei tanti bar del quartiere. Gli avventori si conoscevano tutti. Raccontavano barzellette sporche e guardavano la TV. C’era un’unica donna, lì dentro, vecchia, vestita di nero, con in testa una parrucca rossa. Aveva al collo una dozzina di collane e continuava a accendersi la sigaretta. Cominciai a provare una certa nostalgia per la mia stanza e decisi di tornarci appena fnita la birra.
(trad. M.G. Castagnone)
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venerdì, agosto 20, 2004
Il diario di Marcello
Un pò di pane e un pò di salame dentro, nella vetrinetta di un bar. Per un romano è una pagnottella, per un milanese è un “sànguis”. Per un dongiovanni è un panino gravido. Per un giovanotto è un toast e per una ragazza è una tartina. Per un borghese sposato è un panino imbottito. Per un purista è un tramezzino, per un nostalgico è un tra i due, per il padrone del bar è un club sandwich. Ma sempre pane e salame è. Che pò pò di soggetto si è perso Pirandello!
Marcello Marchesi
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giovedì, agosto 19, 2004
Czeslaw Milosz da Il cagnolino lungo la strada
Innamorarsi
Avviene all’improvviso o gradualmente, dove si pone il “già”? Mi sono innamorato di una scimmietta di pezza. Di uno scoiattolo di compensato. Di un atlante di botanica. Di un rigogolo. Di una donnola. Di una martora in un’illustrazione. Del bosco che costeggia a destra la strada per Jaszuny. Dei versi di chissà quale poeta. Di esseri umani i cui nomi ancora oggi mi commuovono. E ogni volta l’oggetto amato era avvolto in una fantasia a, soggiaceva, come in Stendhal, a una “cristallizzazione”. Fa paura pensare al contrasto esistente fra l’oggetto, nudo tra le cose, e le favole di cui lo rivestiamo. Si, mi sono innamorato spesso di qualcosa o di qualcuno. Solo che innamorarsi non vuol dire essere capace di amare. E’ un’altra cosa.
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mercoledì, agosto 18, 2004
Ieri la nuotatrice sedicenne Federica Pellegrini ha vinto la medaglia d’argento nei 200 stile libero alle Olimpiadi di Atene. E’ un risultato storico per lo sport italiano perchè viene a oltre trent’anni dall’ultima medaglia olimpica di una nuotatrice: Novella Calligaris. Umberto Saba ha scritto una poesia dedicata ad una nuotatrice pensando sia a i momenti di gloria che a quelli più difficili così presenti nello sport come nella vita. A Federica Pellegrini auguro di vincere l’oro alle prossime olimpiadi sperando che tutti i riflettori che si sono accesi su di lei non interferiscano negativamente con la sua vita di sportiva e di donna.
Campionessa di nuoto
Chi t’ha veduta nel mare ti dice
Sirena.
Trionfatrice di gare allo schermo della mia vita umiliata appari
dispari.
A te mi lega un filo, tenue cosa
infrangibile, mentre tu sorridi,
e passi avanti, e non mi vedi. Intorno
ti vanno amiche numerose, amici
giovani come te; fate gran chiasso
tra voi nel bar che vi raccoglie. E un giorno
un’ombra mesta ti scendeva – di, un attimo! -
dalle ciglia, materna ombra che gli angoli
t’incurvò della bella bocca altera,
che sposò la tua aurosa alla mia sera.
Umberto Saba
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martedì, agosto 17, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown: pensi mai al futuro Linus?
Linus: oh, si … sempre.
Charlie Brown: come pensi che vorresti essere da grande?
Linus: vergognosamente felice!
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lunedì, agosto 16, 2004
Luis Sepulveda dal racconto Papà Hemingway riceve la visita di un angelo in Le rose di Atacama
Una mattina, a Venezia, presi un motoscafo per andare all’aeroporto. Era inverno e la luce dell’alba tingeva la città di colori vaghi, quasi irreali. L’acqua dei canali, liscia come uno specchio, sembrava reclamare per le ferite che le venivano inflitte dall’imbarcazione e all’improvviso, nel riflesso di quella Venezia ancora addormentata, scorsi la sagoma di un vecchio che rimuginava il silenzio dell’alba, l’unico modo per accettare l’impossibilità di un amore verso una donna molto, troppo giovane, e non per un pregiudizio disfattista o una frode morale, ma per salvare la capacità d’amare di quella donna. Dal motoscafo rivissi tutta la trama di Di là dal fiume e tra gli alberi e osservai papà Hemingway allontanarsi con l’anziano personaggio verso altre zone della laguna per tirare avanti con la caccia alle anatre, un pretesto fantastico per un così sapiente romanzo d’amore. Nei Caraibi l’ho ritrovato in tutti i pescatori dagli “occhi azzurri e invitti”, azzurri non per sangue anglosassone, ma tinti così dal mare e dalle disgrazie. Lo saluto ogni giorno e ogni giorno papà Hemingway mi risponde insegnandomi che il mestiere di scrivere è un lavoro da artigiano. Lo saluto e gli dico che i suoi consigli sono come comandamenti per me: “Smetti di scrivere solo quando sai come continua la storia. Ricorda che si possono scrivere eccellenti romanzi con parole da venti dollari, ma che c’è più merito a scriverli con parole da venti centesimi. Non dimenticare che il tuo mestiere è solo una parte del tuo destino. Una riga di meno non cambia la pelliccia della tigre, ma una parola di troppo ammazza qualunque storia. La tristezza si risolve al bar, mai nella letteratura”.
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sabato, agosto 14, 2004
Amici lettori, buon ferragosto a tutti!
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Non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno l’invoca, la primavera l’invidia e tenta puerilmente di guastarla (estate, 1957).
Ennio Flaiano da Diario degli errori
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venerdì, agosto 13, 2004
Rimbalzi
“la forza dei ricordi” da ilmurodellafranci
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Un dolce profumo -
ma da quale fiore?
Boschetto estivo.
Taigi
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giovedì, agosto 12, 2004
Ogni quattro anni i Giochi Olimpici restaurati danno l’occasione alla gioventù mondiale di un incontro felice e fraterno nel quale si cancellerà poco a poco questa ignoranza in cui vivono i popoli per quel che concerne gli uni e gli altri: ignoranza che acutizza gli odi, aumenta i malintesi e precipita gli avvenimenti nel senso barbaro di una lotta senza mercè.
Pierre de Coubertin
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mercoledì, agosto 11, 2004
Josè Saramago da Il racconto dell’isola sconosciuta
Da quando il viaggio verso l’isola sconosciuta è cominciato non si è ancora visto l’uomo al timone mangiare, dev’essere perchè sta sognando, sta solo sognando, e se nel sogno gli venisse voglia di un pezzo di pane o di una mela, sarebbe pura invenzione, niente di più. Le radici degli alberi stanno già penetrando nell’ossatura dell’imbarcazione, fra poco non serviranno più queste vele issate, basterà che il vento soffi la caravella verso la meta. E’ una foresta che naviga e si mantiene in equilibrio sopra le onde, una foresta dove, senza sapere come, hanno cominciato a cantare gli uccelli, dovevano essere lì nascosti e all’improvviso hanno deciso di uscire allo scoperto, forse perchè le messi sono ormai mature e bisogna mieterle. L’uomo, allora, bloccò la ruota del timone e scese nel campo con la falce in mano, e fu solo dopo aver tagliato le prime spighe che vide un’ombra accanto alla propria ombra. Si svegliò abbracciato alla donna delle pulizie, mentre lei lo abbracciava, confusi i corpi, confuse le cabine, non si sa se a babordo o a tribordo. Poi, poco dopo il sorgere del sole, l’uomo e la donna andarono a dipingere sulla prua dell’imbarcazione, da un lato e dall’altro, a lettere bianche, il nome che ancora bisognava dare alla caravella. Verso mezzogiorno, con la marea, L’Isola Sconosciuta prese infine il mare, alla ricerca di se stessa.
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martedì, agosto 10, 2004
Sentiva l’odore dei rami di pino sotto di sè, l’odore degli aghi schiacciati e quello più acuto della resina dei rami recisi (…) Questo è l’odore che mi piace. Questo è il trifoglio appena tagliato, la salvia calpestata quando uno cavalca dietro a un armento, il fumo della legna e delle foglie che bruciano l’autunno. E’ l’odore della nostalgia.
Ernest Heminghway da Per chi suona la campana
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lunedì, agosto 09, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Lucy: sei debole, sei mediocre, sei stupido, sei…
Charlie Brown: ehi!, un momento! Sono solo le otto… stai cominciando un pò presto, no?
Lucy: non posso farci nulla, Charlie Brown… hai tanti difetti che ci vuole un giorno intero per elencarli.
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sabato, agosto 07, 2004
Amici lettori, buona domenica.
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Ricordare Tiziano Terzani
Enrico Mentana, nel Tg5 di ieri, ha intervistato Oriana Fallaci sul successo del suo libro autointevista venduto insieme al Corriere della Sera: 500.000 copie in meno di un giorno. L’intervista di Mentana mi ha ricordato il libro di Terzani Lettere contro la guerra, scritto subito dopo l’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, anche in ripsosta alla presa di posizione della Fallaci con il suo La rabbia e l’orgoglio. Riporto un breve brano della lettera di Terzani alla Fallaci contenuta nel libro, come ulteriore ricordo di Tiziano nella settimana della sua scomparsa.
Tiziano Terzani da Lettere contro la guerra
Siamo fortunati noi, Oriana. Abbiamo poco da decidere e, non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente. Ma questo ci impone anche grandi responsabilità come quella, non facile, di andare dietro alla verità e di dedicarci soprattutto “a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia”, come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attacchi in America.
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venerdì, agosto 06, 2004
Enzo Biagi da Un giorno ancora
Ricordo la piccola signora che faceva la direttrice nella casa di Cechov. Aveva un volto tondo e mite e un sorriso sfumato. Saliva le scale con fatica agitando il ventaglio. Aveva perso il marito e l’unico figlio a Stalingrado. La sua vita era ormai chiusa là dentro: parlava del dottor Anton Cechov come di una persona che le apparteneva. “Questo calamaio” raccontava “glielo regalò una vicina. Era povera e lui la curò rifiutando il compenso.” Innaffiava le pianticelle della stanza da letto, aggiustava le lenzuola con le cifre che la madre dello scrittore aveva ricamate, spolverava la lumiera di porcellana azzurra. Mi disse: “Prima di chiudere gli occhi mormorò: “Ich sterbe” – Io muoio”; parlò in tedesco. Ma noi russi sappiamo morire”. Così, una mattina di agosto, andai a cercare, lungo una breve via dal selciato sconnesso, l’edificio grigio che ospitava, durante l’inverno, la famiglia Tolstoj. Nel parco, dove querce e lecci distendono larghe ombre, insetti dorati ronzavano tra le foglie. Attorno era silenzio. Tutto è rimasto come allora e nelle stanze si respira un senso di sicurezza borghese: la macchina da cucire nell’alloggio delle domestiche, una bicicletta nel ripostiglio, il bigliardino per gli svaghi serali; nella camera dei ragazzi c’è il mappamondo, un cavallo a dondolo di cartapesta maltrattato, il primo libro di lettura con qualche figurina colorata. All’attaccapanni è appeso il cappotto foderato di pelliccia che lo scrittore indossava per andare a passeggio, accompagnato da un barboncino nero, sulla neve morbida, e le tarme insidiavano il vecchio pastrano. La tavola, nella sala da pranzo, è sempre apparecchiata per undici; al posto di riguardo sedeva la moglie e attorno i figli.
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giovedì, agosto 05, 2004
Thomas Stearn Eliot
Zia Helen
Miss Helen Slingsby, mia zia rimasta zitella,
abitava una piccola casa presso una piazza elegante
servita da domestici in numero di quattro
ora quando morì vi fu silenzio in cielo
e silenzio alla fine della strada.
Vennero chiuse le imposte, l’imprenditore funebre
si pulì i piedi – sapeva bene che cose di quel genere
erano già accadute prima. Ai cani fu ampiamente provveduto.
Ma poco dopo morì anche il pappagallo.
La pendola di Dresda
continuò a ticchettare sulla sporgenza del caminetto,
e il valletto in livrea si sedette sul tavolo da pranzo
con la seconda domestica sulle ginocchia –
quella che quando
la padrona era in vita aveva sempre tenuto
un contegno irreprensibile.
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mercoledì, agosto 04, 2004
Il club di Groucho Marx
”Non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri”
Caro Goody,
solo due righe per avvisarti che il 28 settembre sarò al Savoy Plaza.
Ho una cosetta da discutere con i miei fan dell’ufficio tasse. Sembra che desiderino avere il mio autografo – sopra un assegnino.
Non mi fermerò a New York per molto, otto o nove giorni al massimo, poi dovrò precipitarmi a verificare la sveltezza e la professionalità con cui l’architetto e i suoi accoliti stanno gettando… non le fondamenta della casa dei miei sogni, ma gli ultimi avanzi del mio conto in banca. Churchill, quand’era muratore, avrebbe potuto far tutto molto più in fretta. Ogni volta che questi fanno andare gli arnesi (a me non capita da anni) mi mandano un conto di mille dollari. Melinda viene a New York con me. Anche lei ha delle faccende da sbrigare. Le faccende consistono in Panama game, Damn Yankees e tutti gli altri musical del momento.
Affettuosi saluti a entrambi,
Groucho
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martedì, agosto 03, 2004
Francesco Gazzè da Il terzo uomo sulla luna
Centolibri
La giovane Caterina S. ereditò dalla nonna Giovanna una piccolissima libreria in pieno centro storico, che la stessa nonna aveva gestito di persona per oltre cinquant’anni. La leggenda narrava che l’insegna del negozio avrebbe dovuto riportare la scritta “CENTROLIBRI” e che invece per un errore grossolano della ditta incaricata all’installazione fu inciso”CENTOLIBRI” in chiaro su un elegante pannello di legno scuro agganciato con gusto sopra la vetrina. Superato lo sconforto iniziale, a nonna Giovanna pensò che quel curioso incidente avrebbe potuto dar corpo a un’idea interessante. Decise di non rendere pubblico il malinteso e di tenersi l’insegna sbagliata, sovvertendo completamente la strategia commerciale prevista in origine: quella libreria avrebbe venduto solo cento libri scelti, fino a esaurimento scorte. Così Caterina, un lunedì d’inverno, aprì timidamente il negozio alle nove in punto e cominciò a contare i libri che erano rimasti da vendere: 21. La nonna aveva trovato 79 acquirenti in cinquant’anni. Non male. Quindici anni più tardi Caterina era una donna sposata e il marito l’aiutava in negozio per piazzare gli ultimi 14 libri rimasti. In tanti entravano nella libreria, ma quasi tutti ne uscivano scuotendo la testa e commentando con sarcasmo: le opere disponibili, infatti, erano senza dubbio di grande qualità, ma apparivano ormai anacronistiche, fuori moda. Trascorsero ancora dieci anni. Caterina aveva una figlia e ancora 8 libri invenduti. Il locale si presentava sostanzialmente vuoto: solo una fila corta di pagine ingiallite s’affacciava sulla strada attraverso il vetro opaco, e della scritta in legno non sbucavano fuori che poche lettere attraverso i muschi dell’umidità. Finchè non arrivò un giorno tiepido di primavera, parecchi anni dopo. La donna aveva preparato una lettera di cessione dell’attività alla figlia, con tutte le clausole ben elencate come aveva fatto la nonna quasi cinquant’anni prima. All’interno della libreria restavano addossati l’un l’altro come due anziani fratelli soltanto un panchetto sbilenco di legno marcio e sopra di esso un libercolo quasi ammuffito di una decina di pagine, il quale da solo quasi appannava la vetrina con una specie di respiro. Era giunta l’ora più calda di quel pomeriggio quando un giovane uomo di brutto aspetto arrestò la sua passeggiata proprio di fronte a una bizzarra esposizione disperata, incuriosito dal titolo in copertina: “CENTOLIBRI, di Giovanna S.”. Si soffermò ancora qualche secondo lì davanti prima di entrare, palpandosi il portafogli nella tasca.
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lunedì, agosto 02, 2004
Ricordare Tiziano Terzani
Ciao Tiziano da mestiere di scrivere
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Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Sally: mi serve aiuto per i compiti. Perchè non me li fai tu mentre io sto seduta a guardare la tv?
Charlie Brown: cosa ti aspetti di imparare facendo così?
Sally: come manipolare il prossimo
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giovedì, settembre 30, 2004
la poesia
Mario Luzi
Secondo nostra lege
Divergono talora
legittimità e giustizia,
il cuore umano
ecco si tortura.
Non da “super”, da uomini
per uomini
legiferare è difficile,
difficilmente il giusto si cattura,
un grumo che rimorde
al fondo dell’anima perdura;
lo so, nella specie di ordine e di forma
l’arbitrio e il prepotere
sono duri a tollerarsi.
Il paragone
nostro non ha fine:
che restino il giusto
e il legittimare avvinghiati
fra loro fortemente, sempre.
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ipse dixit
Leggo di sera, seduto davanti alla tivù, dopo averne abbassato l’audio. Non solo romanzi ma anche quotidiani e riviste. Poi, però, qualche libro me lo porto a letto, e allora lì la cosa si fa seria. Perchè è come portarsi a letto una donna: visto che è con la sua immagine che mi addormento.
Andrea Camilleri
da “Il Corriere della Sera Magazine” del 9/9/04
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mercoledì, settembre 29, 2004
di blog in blog
un nuovo blog sui libri kooblog
un gioco proposto da il muro della franci
oriana fallaci intervista oriana fallaci: la recensione di fulvia leopardi
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il brano
Inoue Yasushi da Il fucile da caccia
“Avendo un certo interesse per la caccia, recentemente mi è capitato di leggere, sulla rivista dell’Associazione venatoria, la Sua poesia Il fucile da caccia. Non sono un uomo di cultura, e le raffinatezze della poesia mi sono estranee. Anzi, a esserle sincero, era forse la prima volta nella mia vita che leggevo dei versi e, a costo di sembrarle scortese, devo confessarle che anche il Suo nome non mi era noto, ma leggere Il fucile da caccia mi ha dato un’emozione che non provavo da tempo”. La lettera cominciava più o meno così, e nello scorrere queste prime righe mi tornò in mente la mia poesia, che avevo ormai quasi dimenticato: e al pensiero che fosse infine arrivata la lettera di protesta da un cacciatore, e non uno da poco, non potei fare a meno di provare per un attimo una certa apprensione; ma procedendo nella lettura capii che il contenuto della lettera era completamente diverso da quello che mi aspettavo. Ciò che vi era scritto oltrepassava i confini della mia immaginazione. Il tono era improntato, dalla prima all’ultima parola, a una cortesia impeccabile, ma lo stile estremamente composto denotava la stessa sicurezza e freddezza evidenti nella calligrafia. “Cosa penserebbe se le dicessi che il personaggio descritto nella sua poesia Il fucile da caccia potrei essere io? Ho il sospetto che per un caso lei abbia notato la mia figura allampanata, di spalle, da qualche parte nel villaggio ai piedi della montagna, mentre mi recavo a cacciare sul sentiero di Amagi all’inizio di novembre. Il mio setter a chiazze bianche e nere, addestrato per la caccia ai fagiani, il Churchill avuto in dono dal mio venerato maestro che vive a Londra, e perfino la mia pipa preferita sembrano aver catturato la Sua attenzione, la qual cosa mi onora più di quanto sappia dirle. Ma soprattutto mi onora, e insieme mi confonde, che abbia ritenuto il mio povero stato d’animo, così lontano da ogni altezza spirituale, argomento di poesia. Posso dirle di avere finalmente compreso lo straordinario potere intuitivo di quella speciale creatura che è un poeta.” Dopo aver letto fino a questo punto, mi sforzai di ricordare l’immagine di quel cacciatore, incrociato per un attimo, un mattino di cinque mesi prima, in un piccolo villaggio termale ai piedi del monte Amagi, nella penisola di Izu, mentre passeggiavo lungo uno stretto sentiero in mezzo a un bosco di criptomerie. Eppure, a parte la sfocata sagoma, stranamente solitaria, di un uomo di spalle, del cacciatore che tanto aveva colpito la mia immaginazione non riuscivo a ricordare altro. Era un signore alto, di mezz’età, ma a parte questo nulla di più, né i suoi lineamenti né altri particolari del suo aspetto, mi riaffiorava alla mente.
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martedì, settembre 28, 2004
il brano
Robert Louis Stevenson da Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde
Dopo colazione stavo passeggiando tranquillamente attraverso il cortile; respiravo con piacere l’aria piuttosto fredda, quando venni assalito nuovamente dalle indescrivibili sensazioni preannuncianti la metamorfosi; ebbi appena il tempo di rifugiarmi nel mio gabinetto, e già ero nuovamente in preda alle passioni di Hyde. Occorse una doppia dose in tale circostanza per tornare a essere Jekyll. Ma, ahimè, sei ore dopo, mentre sedevo tristemente davanti al camino, venni ripreso dagli spasmi, e dovetti riprendere la pozione. In breve, a partire da quel giorno, soltanto con uno sforzo continuo e solo sotto lo stimolo della pozione riuscii a riassumere l’aspetto di Jekyll. A tutte le ore del giorno e della notte ero assalito dal brivido premonitore: soprattutto se dormivo, o anche soltanto se sonnecchiavo sulla mia poltrona, mi risvegliavo sempre nelle sembianze di Hyde. Sotto la minaccia di un tal destino continuamente incombente e poi l’insonnia debole di mente e di corpo, ossessionato da un unico pensiero: l’orrore dell’altro me stesso. Ma, quando dormivo o quando gli effetti della medicina si attenuavano, cadevo senza transizione (poiché gli spasmi della metamorfosi si facevano sempre più deboli) in potere di un fuoco d’immagini tutte terrificanti, di un animo pieno d’odio senza motivo, di un corpo che non pareva abbastanza forte per sopportare quelle furiose energie di vita. La potenza di Hyde pareva crescere, insomma, con la debolezza di Jekyll. E certamente l’odio che li divideva era d’uguale intensità da tutt’e due le parti. Per Jekyll era istinto vitale. Aveva compreso tutt’intera la deformità di quella creatura che spartiva con lui alcuni fenomeni della coscienza e con la quale era vincolato sino alla morte: e, oltre a tali legami di comunanza, che costituivano la parte più sciagurata del suo dolore, Jekyll pensava adesso a Hyde, con ogni energia della sua vita, come a un essere non soltanto demoniaco ma inorganico. Questo lo straziava soprattutto; che la melma del fondo profferisse grida e voci; che la polvere amorfa gesticolasse e peccasse; che quello che era morto e informe usurpasse le funzioni della vita.
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lunedì, settembre 27, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown sta sul suo letto sotto le coperte
Charlie Brown: Napoleone parlava del “coraggio alle due di mattina”. Scott Fitzgerald disse: “In una notte buia dell’anima, sono sempre le tre del mattino”. Ma quando uno si deve alzare alle sette, e ancora non ha fatto il tema per oggi… Le sei e cinquantanove è il peggior momento del giorno!
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domenica, settembre 26, 2004
dal cassetto dei ricordi
la mela stregata del luna park che mamma mi comprava dopo un lungo tira e molla. Morsicare quella mela era un’impresa. Il bastoncino, il più delle volte, si spezzava e la mela ti finiva addosso o in terra. Se invece riuscivi ad aprirti un varco con il primo morso, lo zucchero caramellato si attaccava ferocemente ai denti. Il secondo morso era per i più temerari. Non ricordo di averne mai mangiato una intera.
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ipse dixit
Quando scrivo non penso a priori allo stile. Lo stile dipende dalla materia che tratto.
Doris Lessing
da “Il Messaggero” del 14/9/04
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sabato, settembre 25, 2004
incipit
Un giorno, ero già avanti negli anni, in una hall mi è venuto incontro un uomo. Si è presentato e mi ha detto: “La conosco da sempre. Tutti dicono che da giovane lei era bella, io sono venuto a dirle che la trovo più bella ora, preferisco il suo volto devastato a quello che aveva da giovane”. Penso spesso a un’immagine che solo io vedo ancora e di cui non ho mai parlato. E’ sempre lì, fasciata di silenzio, e mi meraviglia. La prediligo fra tutte, in lei mi riconosco, m’incanto.
Marguerite Duras da L’amante
trad. Leonella Prato Caruso
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venerdì, settembre 24, 2004
la poesia
Paris at night
Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia.
Jacques Prévert
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giovedì, settembre 23, 2004
il club di Groucho
ovvero “non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri”
Caro Freddie,
non è male essere di nuovo sposati, aparte il fatto che non riesco a smettere di fare la corte alla sconosciute. Naturalmente prima o poi mi stancherò – intorno all’epoca del mio prossimo divorzio, immagino. Chissà, con un pò di pazienza potrei diventare il nuovo Tommy Manville. Per piacere non far caso a quello che ho appena scritto, sto guardando tantissima televisione estiva e non sono sicuro che non mi abbia mentalmente disturbato. Comunque mi mancate, tu e la creatura in calzamaglia nera, e spero di vedervi in un futuro non troppo lontano. Anche Eden manda i suoi saluti a te, a Portland, e al grande crogiolo chiamato New York.
Baci,
Groucho.
da Le lettere di Groucho Marx – Adelphi ed.
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mercoledì, settembre 22, 2004
Amici lettori, fino a venerdì posterò la sera. La prima novità che ho preso è l’economico Pennac di “Grazie”. Va a finire che li compro tutti e spendo le famose 114 euro. Solo che le sto auto-rateizzando.
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il brano
Franz Kafka da Lettera al padre
Giustamente hai rivolto il tuo disprezzo alla mia attività di scrittore. Qui davvero mi ero allontanatoautonomamente da te di un bel pezzo, anche se questo ricordava un pò il verme che, calpestato sulla coda da un piede, la abbandona e la trascina di lato con la parte anteriore. Un pò di sicurezza ce l’avevo, potevo tirare un sospiro di sollievo, e il disprezzo che naturalmente provavi per il mio scrivere mi era eccezionalmente benvenuto. La mia vanità e il mio amor proprio soffrivano naturalmente per il modo, ormai celebre per noi, con cui salutavi l’arrivo dei miei libri: “Mettilo sul comodino!” (perlopiù giocavi a carte quando arrivava un libro); ma in fondo esso sortiva un effetto benefico, perchè quella formula suonava per me come: “Adesso sei libero!”. Naturalmente era un’illusione, non ero o, nel più favorevole dei casi, non ero ancora libero. Scrivevo di te, scrivendo lamentavo quello che non potevo lamentare sul tuo petto. Era un addio da te, intenzionalmente tirato per le lunghe, soltanto che, per quanto imposto da te, andava nella direzione da me determinata. Ma quanto era poco, tutto ciò! Vale la pena di parlarne soltanto perchè si è verificato nella mia vita; altrove non sarebbe minimamente degno di nota e comunque soltanto perchè ha to la mia vita, nell’infanzia come presagio, poi come speranza e dopo ancora, spesso, come disperazione, e mi ha dettato alcune piccole decisioni, se si vuole, ancora informate alla tua persona.
trad. Francesca Ricci
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martedì, settembre 21, 2004
ipse dixit
I libri scritti prima dell’undici settembre erano pieni di terroristi che prendevano in mano un aereo con passeggeri – ostaggi. Poi entrava in azione l’agente della Cia o della Fbi. Tutto alla fine si risolveva sia pure dopo grande trambusto. Il crollo delle due torri è stato un evento troppo iperrealistico e grottesco per la fantasia di un romanziere. Nessuno – prima di quella data – avrebbe potuto inserire il crollo di due grattacieli come elemento in un romanzo. Lo scrittore sa che, se mette in azione il pericolo estremo, deve trovare il modo di affrontarlo. Ora mi sembra che la fantasia non abbia più terreno su cui alimentarsi: la storia atroce di tre anni fa ha fatto terra bruciata.
Ken Follett
da “Il Messaggero” del 12 Settembre 2004
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lunedì, settembre 20, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown: capisco perchè ti piace tanto il calcio, Lucy…. La corsa… la fantasia del palleggio… E’ anche un vero gioco di squadra… costruire uno schema di gioco perfetto dev’essere molto gratificante…
Lucy: a me piace solo prendere a calci le cose.
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domenica, settembre 19, 2004
l’haiku
luna piena d’autunno:
bellissima semplicemente, perfettamente
chiara
Miura Chora
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la pillola senza saggezza
Due fidanzati di 18/20 anni al reparto libri di un supermercato romano
Lei: perchè non ti compri un libro?
Lui: E mica me balla er tavolo a casa.
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sabato, settembre 18, 2004
il brano
Isabel Allende da Paula
Nelle lunghe ore di silenzio mi si affollano i ricordi, tutto mi è accaduto nello stesso istante, come se la vita intera fosse una sola immagine inintellegibile. La bambina e la giovane che fui, la donna che sono, la vecchia che sarò, tutte le tappe sono acqua della stessa impetuosa corrente. La mia memoria è come un mural messicano in cui tutto accade simultaneamente: le navi dei conquistatori in un angolo mentre l’Inquisizione tortura gli indio in un lato, i liberatori che galoppano con le bandiere insanguinate e il Serpente Piumato di fronte a un Cristo sofferente fra le ciminiere fumiganti dell’era industriale. Così è la mia vita, un affresco molteplice e variabile che solo io posso decifrare e che mi appartiene come un segreto. La mente seleziona, esagera, tradisce, gli avvenimenti si sfumano, le persone si dimenticano e alla fine rimane solo il percorso dell’anima, quei rari momenti di rivelazione dello spirito. Non interessa ciò che mi è accaduto, ma le cicatrici che mi segnano e mi distinguono. Il mio passato ha poco senso, non vedo ordine, chiarezza, propositi nè cammini, solo un viaggio alla cieca, guidata dall’istinto e da eventi incontrollabili che deviarono il corso del mio destino. Non ci fu calcolo, solo buoni propositi e il vago sopsetto che esista un disegno superiore che determina i miei passi. Finora non ho condiviso il mio passato, è il mio ultimo giardino, su cui non si è affacciato neppure l’amante più intruso. Prendilo, Paula, forse ti servirà a qualcosa, perchè credo che il tuo non esista più, si è perso in questo lungo sonno e non si può vivere senza ricordi.
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venerdì, settembre 17, 2004
in giro per librerie
I libri costano troppo e la cosa mi fa più rabbia in un periodo come questo in cui escono molte novità. Sarebbe bello comprarle tutte, e leggerle tutte, ma non è possibile né l’una né l’altra cosa. Così, nel tempo libero, gironzolo per le librerie in attesa che uno di quei libri-novità mi chiami più forte di un altro. Non che a casa non abbia da leggere ma una novità è una novità. Ieri sera, pioggia romana di fine estate; libreria Feltrinelli a Galleria Colonna e poltroncina con alcune novità da assaggiare: Baricco, Toni Morrison, Sepulveda, Simonetta Agnello Hornby, Susan Vreeland, Bob Woodward, Doris Lessing, Daniel Pennac. Se li avessi acquistati tutti avrei speso 114 euro. Senza contare quei cinque sei economici nuovi. L’alternativa supermercato è sempre lì a fare l’occhiolino anche a chi come me ama acquistarli in libreria. Comunque domenica mattina si replica: tour delle librerie del centro. Nel frattempo potrebbe uscire qualche altra novità a 19 euro.
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la poesia
Eh sì, il Naviglio
è a due passi, la nebbia era più forte
prima che lo coprissero…
Ma quello
che hanno fatto, distruggere le case,
distruggere quartieri, qui e altrove,
a cosa serve? Il male
non era
lì dentro.
Giovanni Raboni
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giovedì, settembre 16, 2004
ipse dixit
Una delle prime e più nobili funzioni delle cose poco serie è di gettare un’ombra di diffidenza sulle cose troppo serie.
Umberto Eco da Diario minimo
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dal cassetto dei ricordi
quel cestino di vimini legato ad una corda che nonna calava dal quarto piano. Nonno da sotto ci metteva dentro il pane o qualcosa che si erano dimenticati di prendere. Il cestino serviva per non risalire a casa. Poi nonno se ne andava a giocare a bocce e nonna tirava su lentamente il cestino. Per me bambino quel gesto era un gioco divertente. In quel cestino trovavo due caramelle di zucchero; una all’arancia e una al limone.
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mercoledì, settembre 15, 2004
il brano
Dario Fo da Manuale minimo dell’attore
Se vi volete divertire, potete leggere gli articoli di linciaggio che Gozzi e Ferrari (due esimi letterati veneziani) scrivevano contro il teatrante Goldoni. Ci sarebbe da collezionare volumi interi di libelli masticati con fiele ed estratto di veleno che accademici hanno sparato a grandine contro la gente che scrive per il palcoscenico. Lo stesso Shakespeare si prese caterve d’insulti da eruditi con l’anello al dito mignolo e la voglia d’alloro sulle natiche. Lo chiamavano “scuotiscene”, “sproloquiatore insensato”, “inanellatore di vetri colorati”… Lo stesso fecero con Moliere. Insulti inauditi si beccò Euripide da quel reazionario, se pur colmo di talento, di Aristofane.
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martedì, settembre 14, 2004
di blog in blog
la proposta di alkanette – Pessoa
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il brano
Bruce Chatwin dai Taccuini in Le vie dei canti
Miami, Florida.
Sull’autobus che va dal centro alla spiaggia c’era una signora vestita di rosa. Avrà avuto come minimo ottant’anni. Aveva i capelli di un rosa brillante ornati di fiori rosa, il vestito rosa, le labbra rosa, le unghie rosa, la borsetta rosa, gli orecchini rosa e, nella sporta, dei pacchetti di Kleenex rosa. Nelle zeppe di plastica trasparente delle scarpe due pesci rossi galleggiavano pigramente nella formaldeide. Ero troppo preso dai pesci rossi per notare il nanerottolo con gli occhiali cerchiati di corno che mi sedeva accanto. “Posso domandarle, signore, “ disse con voce stridula “ a quale delle virtù lei dà il valore più alto?”. “Non ci ho mai pensato” risposi. “Un tempo io credevo all’empatia,” disse “ma di recente mi sono convertito alla compassione”. “Mi fa piacere”. “Posso domandarle, signore, qual è la sua occupazione attuale?”. “Studio archeologia”. “E’ davvero sorprendente, signore. Anch’io lavoro in quel campo”. Era un topo di fogna: i suoi amici lo calavano nel condotto principale sotto gli alberi di Miami Beach con un metal-detector! Là cercava i gioielli finiti per sbaglio giù per i gabinetti. “Non è, creda, un lavoro privo di gratificazioni”.
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lunedì, settembre 13, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Sally sta scrivendo un tema sulle vacanze estive.
Sally: “Le mie vacanze estive”. Mentre l’autunno si avvicina, ci chiediamo: “Dov’è andata l’estate?” Torna la solita risposta…. A Ramengo!
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domenica, settembre 12, 2004
di blog in blog
la guerra del soldato (il paradosso dello spettatore) da continua a correre
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la poesia
Hermann Hesse
Scricchiolio di un ramo spezzato
Ramo spezzato e scheggiato,
che ormai pende anno dopo anno
e asciutto scricchiola al vento il suo canto,
senza più fogliame nè scorza,
spelato, scialbo, di lunga vita,
di lunga morte stanco.
Secco risuona e tenace il suo canto,
caparbio risuona e in segreto angoscioso
ancora per tutta un’estate,
per tutto un inverno ancora.
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sabato, settembre 11, 2004
ipse dixit
Each man reads his own meaning into New York.
Meyer Berger
da “Quotable New York – A literary companion”
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venerdì, settembre 03, 2004
una settimana di vacanza
Amici lettori, domani parto per l’Isola d’Elba. Mare, sole, gastronomia elbana e le mie letture. Un saluto a tutti e a presto.
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ipse dixit
Scrivere per me è trascendere. Le idee arrivano all’improvviso e nei luoghi più improbabili. Ogni cosa autentica arriva come un dono.
Josè Saramago
da “Il Messaggero” del 25/7/04
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giovedì, settembre 02, 2004
il brano
Roald Dahl da Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra
Se, in quei giorni, da Trafalgar Square v’incamminate per Charing Cross Road, dopo pochi minuti, sul lato destro della via, avreste incontrato un negozio che alla sommità della vetrina recava la scritta: William Buggage – Libri rari. Se poi sbirciavate nella vetrina stessa, avreste constatato che le pareti erano tappezzate di libri dal soffitto al pavimento; e se a questo punto avreste spinto la porta e foste entrati, avreste subito sentito il lieve odore di vecchio cartone e foglie di tè che pervade gli interni di tutte le botteghe londinesi di libri usati. Quasi sicuramente avreste trovato anche due o tre clienti: figure silenziose e spettrali, in soprabito e cappello floscio, intente a rovistare fra le serie di volumi di Jane Austen o Trollope, di Dickens o George Eliot nella speranza di trovare una rara prima edizione. Sembrava non ci fosse mai nessun impiegato a tener d’occhio i visitatori; e in effetti se qualcuno, invece di sgraffignare un libro e uscirsene tranquillamente, voleva pagare, doveva dirigersi verso una porta sul retrobottega con la scritta: UFFICIO – SI PAGA QUI. Se foste entrati da quella porta, avreste trovato sia Mr William Buggage sia la di lui assistente Miss Muriel Tottle seduti alle rispettive scrivanie, entrambi assorti e indaffarati. Mr Buggage sarebbe stato chino su un prezioso mobile di mogano massiccio del XVIII secolo, e Miss Tottle, a pochi passi, assisa a un tavolo un pò meno imponente ma altrettanto elegante: uno scrittoio Regency dal ripiano di pelle verde sbiadita. Sulla scrivania di Mr Buggage avreste scorto immancabilmente una copia del “Times” di Londra di quel giorno, oltre al “Daily Telegraph”, al “Manchester Guardian”, al “Western Mail” e al “Glasgow Herald”. Poco discosto, e sempre a portata di mano, avreste notato anche l’ultima edizione del Who’s Who, rossa, massiccia e coperta di didate. Sullo scrittoio di Miss Tottle ci sarebbero state una macchina da scrivere elettrica e una scatola semplice ma molto graziosa, contenente carta da lettere e buste nonchè una quantità di graffette, cucitrici e altri oggetti di cancelleria. Di quando in quando, ma non troppo spesso, entrava dal negozio un cliente che porgeva il volume prescelto a Miss Tottle, la quale controllava il prezzo scritto a matita sul risguardo e incassava il denaro traendo il resto, se necessario, da un angolo del cassetto sinistro dello scrittoio. Mr Buggage non degnava neppure di un’occhiata le persone che entravano e uscivano, e se qualcuno faceva una domanda a rispondere era sempre Miss Tottle. Nè Mr Buggage nè Miss Tottle sembravano preoccuparsi minimamente di quello che succedeva in negozio. A dire il vero, Mr Buggage era del parere che se qualcuno avesse rubato un volume, ebbene buon per lui. Sapeva benissimo che tra i libri allineati sugli scaffali non c’era una sola prima edizione di valore.
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mercoledì, settembre 01, 2004
Pillola senza saggezza
: le edicole hanno esaurito in poche ore i volumi di storia allegati gratuitamente al Corriere della Sera, la Repubblica e Il Giornale.
: la cultura non ha prezzo.
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Quel che si scrive con fatica, si legge con facilità.
Nikolaj Zukovskij
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domenica, ottobre 31, 2004
il post di Campanile
La “Belle Epoque”
La luce elettrica comincia ad entrare nelle case. Un tale si presenta agli sportelli della società e chiede che gli mandino subito a casa un operaio per un guasto. L’impiegato: “Oggi non possiamo; manderemo appena ci sarà possibile.” “Oh, per me mandi pure fra tre o quattro mesi, non m’importa.” “E perchè diceva ‘subito’?” “Perchè ho il contatore che non segna; ora che vi ho avvertito, mandate l’operaio quando volete.” L’operaio viene mandato immediatamente.
Achille Campanile
da Trattato delle barzellette
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sabato, ottobre 30, 2004
di blog in blog
“Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”
dal Piccolo principe
la riflessione della franci
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quattro righe
O dignità del potere, o apparenze ad esso legate, quanto spesso con la vostra scorza e con le vostre vesti strappate la reverenza agli sciocchi e vincolate lo spirito dei più saggi alle vostre false sembianze!
William Shakespeare
da Misura per misura – personaggio di Angelo
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Pillola senza saggezza
: I governanti europei hanno firmato la Costituzione dell’Unione.
: Ma non garantiscono che sarà sana e robusta.
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venerdì, ottobre 29, 2004
la poesia
Thomas Stearns Eliot
Mattino alla finestra
Sbattono piatti da colazione nelle cucine del seminterrato,
E lungo i marciapiedi che risuonano di passi
Scorgo anime umide di donne di servizio
Sbucare sconsolate dai cancelli che danno sulla strada.
Ondate brune di nebbia levano contro di me
volti contorti dal fondo della strada,
Strappano a una passante con la gonna inzaccherata
Un vacuo sorriso che s’ala leggero nell’aria
E lungo il filo dei tetti svanisce.
trad. Roberto Sanesi
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giovedì, ottobre 28, 2004
ipse dixit
Cercare di scrivere qualcosa che abbia un valore permanente comporta un impegno a tempo pieno, anche se la scrittura vera e propria occupa solo alcune ore al giorno. Si può paragonare lo scrittore a un pozzo. I pozzi, come gli scrittori, possono essere di vario tipo, ma l’acqua deve essere buona, e anziché svuotare il pozzo del tutto e poi aspettare che si riempia di nuovo, bisogna tirare su l’acqua un po’ per volta, con regolarità, senza prosciugare la falda.
Ernest Hemingway
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mercoledì, ottobre 27, 2004
il brano
Fernando Pessoa da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares
E’ una regola della vita che si possa (anzi, si debba) imparare da tutti. Ci sono cose della serietà della vita che possiamo imparare da ciarlatani e da banditi, ci sono filosofie che gli stolti possono insegnarci, ci sono lezioni di fermezza e di legge che provengono dal caso e da coloro che fanno parte del caso. Tutto è in ogni cosa. In certi momenti chiarissimi delle mie riflessioni come quando, di primo pomeriggio, mi aggiro osservando le strade, ogni persona mi porta una notizia, ogni casa mi offre una novità, ogni manifesto ha per me una notizia. La mia silenziosa passeggiata è una conversazione continua, e tutti noi, uomini, case, pietre, manifesti e cielo, siamo una grande moltitudine amica che fa a gomitate con le parole nella grande processione del destino.
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martedì, ottobre 26, 2004
la mia new york in bianco e nero
l’ingresso posteriore di un pub a Downtown
(foto akio, giugno 2000)
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il brano
Joe R. Lansdale da L’anno dell’uragano
Le onde arrivavano rumorosamente sulla spiaggia, e l’aria notturna era sorprendentemente pesante per quell’ora. Densa com’era, sembrava appendersi al petto nudo e sudato di ‘Lil’ Arthur John Johnson. Inspirare quell’aria ed espirarla era un po’ come risucchiare cotone e spingerlo nuovamente fuori. Diede un cazzotto alla traversina con tutta la sua forza; era la centesima volta che lo faceva, quella notte. Colpita dal suo pugno destro, la traversina si mosse nella sabbia. La percosse con un gancio destro, le rifilò un diretto destro devastante, mettendoci dentro tutta la sua corporatura da un metro e ottanta per novanta chili. La traversina si piegò all’indietro, fu scalzata dalla sabbia, ricadde sulla spiaggia. Arthur fece un passo indietro e distese davanti a sé le ampie mani nere, esaminandole alla luce della luna. Erano logore, ma sostanzialmente integre. Andò al bagnasciuga, s’accovacciò e le cacciò in acqua, lasciando che l’oceano le lavasse. Il sale non bruciava nemmeno. Aveva mani di cuoio. Le strofinò insieme, assicurandosi che l’acqua di mare le ricoprisse completamente. Raccolse l’acqua con le mani a coppa, se la passò sulla faccia, sopra la testa rasata di forma ogivale. Erano mesi che lo faceva, assieme a molti altri esercizi da pugile, indurendosi mani e faccia con il lavoro e l’acqua salmastra. Si diceva che il tipo con cui doveva combattere, quel McBride, avesse pugni come rasoi, pugni che tagliavano attraverso i guanti e laceravano la carne. ‘Lil’ Arthur tirò un altro respiro, e questo non era pieno solo dell’odore d’acqua marina e pesci morti, ma anche di fogna, perché i liquami erano regolarmente scaricati nel Golfo, al largo, e spesso tornavano a riva galleggiando in mucchi marroni o di un nero verdastro, piú un’infinità di colori intermedi. ‘Lil’ Arthur prese la pala e scavò un’altra buca nella sabbia, ci piantò di nuovo la traversina, le compresse la sabbia attorno, tornò al lavoro. Questa volta bastarono due cazzotti per farla saltar su. Ripeté il lavaggio delle mani e della faccia, poi raccattò la traversina, se la piazzò sulla larga spalla destra e si mise a correre lungo la spiaggia. Quando ebbe percorso un bel pezzo di spiaggia, si mise la traversina sull’altra spalla, e tornò indietro sempre correndo. Nonostante l’aria densa, non si sentiva affatto il fiato corto. Prese in considerazione l’idea di piantare di nuovo la traversina e di ricominciare a darci dentro, ma decise che era piú importante riposarsi. Raccolse la pala e, con la traversina in spalla, s’avviò verso la capanna della sua famiglia ai Flats, un quartiere noto anche come la Città dei Negri.
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lunedì, ottobre 25, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Lucy: non puoi restare attaccato a quella coperta per sempre Linus! Che cosa farai quando avrai dieci anni! O venti! O trenta?
Linus: non essere sciocca… nessuno arriva a quell’età!
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Pillola senza saggezza
: l’assassino del secondo libro di Faletti chiama le sue vittime con i nomi dei Peanuts
: ho un secondo motivo per non leggerlo
: e qual’è il primo motivo?
: sono fermo a pagina 386 del suo primo libro
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domenica, ottobre 24, 2004
il post di Flaiano
Tra pochi anni avremo un milione di studenti universitari. Questo fa pensare a un milione di laureati ogni anno. Il che significa l’intera massa qualificata tra un decennio. La cronaca dovrà registrare fatti di questo genere: lite tra dottori per futili motivi – O anche: Uccide tre dottori piombando sul marciapiedi. E infine: Falso analfabeta smascherato. (1970)
Ennio Flaiano da Diario degli errori
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sabato, ottobre 23, 2004
due righe
Siamo rimasti a casa a scrivere, a consolidare i nostri io distesi.
Sylvia Plath
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venerdì, ottobre 22, 2004
vita da fate
Le Fate sono complicate per natura e il loro comportamento è regolato da un codice morale molto lontano dal nostro. La maggior parte di questi piccoli esseri, quali che siano le loro dimensioni, il loro aspetto e il loro carattere, possiede poteri nascosti e può a suo piacimento distribuire la buona e la cattiva sorte. Quindi, quante più cose sappiamo sul conto delle Fate, tanto maggiori sono le probabilità di uscire incolumi da un incontro con loro. Quando si ha a che fare con le Fate è di capitale importanza trattarle con attenzione e riguardo. E’ fin troppo facile offenderle e guai a chi si prende delle libertà.
da Fate di B. Froud, A. Lee, D, Larkin trad. G. Bona
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giovedì, ottobre 21, 2004
la poesia
Charles Simic
Tre fotografie
Avrei potuto essere quel ragazzo
in quella vecchia foto del liceo
che ho trovato da un rigattiere,
la faccia schietta cerchiata di nero.
In un’altra c’era una veduta del Brooklyn Bridge
e il tetto di un casermone con i piccioni in volo
e ragazzi con lunghi pali
che li inseguono nel cielo di temporale.
Nella terza vidi un vecchio in ginocchio
con la bocca piena di spilli
davanti a un’altra donna in bianco senza testa.
Non avevo soldi ed era l’ora di chiusura.
Nell’incertezza fiutai la strada
verso l’uscita nel buio della sera.
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mercoledì, ottobre 20, 2004
ipse dixit
Per chi si scrive un romanzo? Per chi si scrive una poesia? Per persone che hanno letto certi altri romanzi, certe altre poesie. Un libro viene scritto perché possa essere affiancato ad altri libri, perché entri in uno scaffale ipotetico e, entrandovi, in qualche modo lo modifichi, scacci dal loro posto altri volumi o li faccia retrocedere in seconda fila, reclami l’avanzamento in prima fila di certi altri.
Italo Calvino da Una pietra sopra
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martedì, ottobre 19, 2004
di blog in blog
abitudini di scrittori (Elkann e Simenon) da mestierediscrivere
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il brano
Enzo Biagi da L’albero dai fiori bianchi
Mi commuove Cechov, la scrittura casta, i sentimenti che parlano sottovoce. Poi sono cresciuto in una terra dove la cosa che più offende un uomo è una parola: voltagabbana. La girandola non ci piace. Siamo per le conversioni sofferte, non declamate. Il peccatore sta in fondo alla chiesa e si batte il petto: non sale sul pulpito. Altro esempio: ho conosciuto William faulkner; e lo preferivo a Hemingway. Ero andato quasi in pellegrinaggio a vedere la sua casa, Garfield Avenue, nel profondo Sud: Oxford, Mississippi. Cadeva a pezzi; credo avesse finito di pagarla con il Nobel. Marcivano il patio, lo steccato dei cavalli. La cassetta della posta era arrugginita. Avevano messo su un piccolo museo: c’era la sua fotografia in tenuta da cacciatore, marsina rossa, pantaloni e cravatta bianchi, guanti di pelle chiara. Non c’è molta iconografia su di lui: né di quando lavorava e si ubriacava a Hollywood, né quando litigava con la moglie e si sbronzava nella soffocante cittadina che gli ha suggerito tante storie. “Per scrivere” diceva “mi basta un po’ di pace e una cassa di whisky.” Credo che per la gente Ernest Hemingway, “Papa” come lo chiamavano gli intimi, abbia contato molto di più. Ho davanti un album di fotografie: tra i tori di Dominguin, o a pescare al largo di Key West, o a sbevazzare con Fidel Castro a Cuba, o in giro per i bistrò di Parigi con Gary Cooper, o nella solitudine di Torcello, con i pensieri tristi, gli amori impossibili e tante bottiglie di valpolicella. C’era in Hemingway qualcosa che mi ricordava D’Annunzio; le pose, le sfide, la vita eroica. Una istantanea lo ritrae mentre lavora; torso nudo, braghe corte, in piedi, davanti al leggio. Mi faceva venire in mente una vecchia stampa, tetrarca che compone “Chiare, fresche, dolci acque”, stessa scena. Un’ostentazione pensavo: ma la mia visione romantica è sbagliata. Garcia Marquez dice che soffriva di banali disturbi da sedentario, emorroidei, lui che aveva esplorato le verdi colline d’Africa e visto da vicino le nevi del Kilimangiaro. Per scrivere, del resto, ognuno segue la propria liturgia: Fellini mi raccontò che Simenon doveva avere davanti certe risme di una carta speciale, una caraffa di tè, alcune matite bene appuntite. E in mente un profumo, il verso di una canzone, un muro con un cartellone, una portineria, un volto.
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lunedì, ottobre 18, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown: Salve Shermy
Shermy: Salve, Charlie Brown
Charlie Brown: Pare che farà ancora più freddo
Shermy: già pare proprio…
Charlie Brown: Beh, finchè c’è vita c’è speranza
Shermy: la prudenza non è mai troppa
Charlie Brown: ecco una vera conversazione da adulti.
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domenica, ottobre 17, 2004
il mio amico Maigret
descrizioni, personaggi, atmosfere
“Che ne direbbe di venire a mangiare qualcosa da noi, così, senza cerimonie?” Il buon Lucas aveva probabilmente aggiunto: “Mia moglie ne sarebbe felicissima, glielo assicuro”. Povero Lucas! Non era vero. Sua moglie, che si agitava per un nonnulla e considerava un martirio avere ospiti a cena, l’avrebbe sicuramente subissato di rimproveri. Avevano lasciato insieme il Quai des Orfévres verso le sette, mentre il sole splendeva ancora, si erano diretti verso la Brasserie Dauphine e si erano sistemati nel loro angolo. Avevano bevuto un primo aperitivo con lo sguardo fisso nel vuoto di chi ha appena finito di lavorare. Poi pensando ad altro, Maigret aveva fatto tintinnare una moneta sul piattino per richiamare l’attenzione del cameriere e chiedergli il bis.
Georges Simenon da Maigret e l’affittacamere
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sabato, ottobre 16, 2004
la poesia
Dalla mia stanza
sento lo zampillo.
Un dito della pergola
e un raggio di sole,
segnalano il luogo
del mio cuore.
Se ne vanno le nuvole
nel vento d’agosto. Io,
sogno di non sognare
dentro lo zampillo.
Federico Garcia Lorca
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venerdì, ottobre 15, 2004
il club di Groucho
ovvero “non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri”
Ricordo anche il giorno in cui mio figlio Arthur, che all’epoca aveva sette anni, rifiutò di guardare il nostro primo film di successo, The Cocoanuts, perché non c’erano sparatorie. La cosa mi depresse, non tanto perché non gli era piaciuto il film quanto perché temevo che da grande avrebbe fatto il critico.
Groucho Marx
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giovedì, ottobre 14, 2004
un film da salvare
Sogni (Konna yume wo mita) di Akira Kurosava, 1990.
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Pillola senza saggezza
: Berlusconi ha detto che, prima di uscire dal suo ufficio di Palazzo Chigi. si preoccupa sempre di spegnere la luce.
: La sinistra non potrà più dire che la lascia accesa per far vedere che sta lavorando.
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il brano
Mark Twain da Gli amori di Alonzo Fitz Clarance e Rosannah Ethelton
Alonzo Fitz Clarance, in una deliziosa veste da camera di seta blu, con polsini e risvolti di raso cremisi, accuratamente trapuntati, era seduto nel suo comodo ed elegante salottino. Aveva di fronte gli avanzi della colazione; il piccolo tavolo di servizio, raffinato e costoso, aggiungeva un fascino equilibrato alla grazia alla bellezza e alla ricchezza dell’arredamento consueto della stanza. Nel caminetto ardeva un fuoco allegro.
Una violenta raffica di vento fece sbattere le finestre e una grande ondata di neve vi si infranse contro con un suono da rovescio, per così dire. Il bel giovane scapolo mormorò:
“Vuol dire che oggi non si esce. Be’, ne sono contento, ma che fare per gli ospiti? Mia madre sta abbastanza benem zia Susan sta abbastanza bene; ma quelle sono sempre qui, come i poveri. In un giorno così tetro si ha bisogno di interessi nuovi, di qualche novità per affilare la lama ottusa della prigionia. E’ detto con molta grazia, ma non significa nulla. Nessuno vuole affilare la lama della prigionia, si sa, anzi vuole il contrario.
” Lanciò uno sguardo alla graziosa pendola francese sulla mensola del caminetto.
“Quella pendola va ancora male. Quella pendola non sa quasi dire l’ora, e quando lo fa, mente, il che equivale alla stessa cosa. Alfred!”
Non ci fu risposta.
“Alfred!… Un buon domestico, ma poco attendibile, come l’orologio.
” Alonzo toccò il pulsante di un campanello elettrico a muro. Attese un momento e lo toccò di nuovo, attese un altro po’ e disse:
“Le batterie sono sicuramente guaste. Ma ora che ho iniziato, voglio scoprire che ore sono.” Si diresse verso un tubo portavoce sul muro, si schiarì la gola e chiamò: “Mamma!”, e lo ripetè due volte.
“Non serve. Anche la batteria della mamma è guasta. Non posso raggiungere nessuno al piano di sotto, questo è chiaro. Si sedette a una scrivania in palissandro e, posato il mento sullo spigolo sinistro, parlò quasi si rivolgesse al pavimento: “Zia Susan!”
Rispose una voce bassa e piacevole: “Sei tu, Alonzo?”.
“Si, sono troppo pigro e comodo per andare al piano di sotto; sono allo stremo, e sembra che non riesca a trovare aiuto.”
“Dio mio, cosa c’è che non va?”
”Un bel po’ di cose, te lo assicuro!
”Oh, non tenermi in ansia, caro! Cosa c’è?”
”Voglio sapere che ore sono.”
”Abominevole ragazzo, che colpo mi hai fatto prendere! Tutto qui?”
”Tutto, sul mio onore. Calmati. Dimmi l’ora e abbi la mia benedizione.”
”Le nove e cinque in punto. Non costa niente, tienti la tua benedizione.”
”Grazie, non mi avrebbe impoverito, zietta, e non avrebbe arricchito te da poter vivere senz’altri mezzi.”
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mercoledì, ottobre 13, 2004
Pillola senza saggezza
: l’Europarlamento ha bocciato la nomina di Rocco Buttiglione a commissario europeo.
: non mi pare che lui l’abbia presa con filosofia.
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ipse dixit
Cento colpi di spazzola rappresenta il maggior successo internazionale della letteratura italiana degli ultimi anni dopo Il nome della rosa di Umberto Eco. Cercheremo di vendere il nuovo libro di Melissa nel migliore dei modi. Anche perché le numerose traduzioni all’estero del primo ci hanno dato soddisfazioni non solo in termini di vendite. In Italia Melissa ha goduto dello straordinario e ampio favore del pubblico. Meno, però, di quello della critica. Fuori d’Italia invece l’hanno ricoperta di elogi anche i recensori più severi.
Elido Fazi (editore)
da “Lo Specchio della Stampa” del 2/10/04
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il brano
Ernest Hemingway da Addio alle armi
Non risposi, rimanevo sempre imbarazzato dalle parole sacro, glorioso, sacrificio e dall’espressione invano. Le avevo udite anche in piedi sotto la pioggia e quasi fuori di portata dalle mie orecchie, quando solo le parole strillate forte riuscivano ad arrivare, e le avevo lette in proclami incollati ai muri sopra altri proclami, molte volte oramai, e non avevo trovato niente di sacro e le cose gloriose non portavano nessuna gloria, e i sacrifici in realtà avvenivano come nei mattatoi di Chicago: con la differenza che qui la carne andava in sepoltura. Erano molte le parole che non sopportavo più di sentire, e solo i nomi dei paesi avevano ancora dignità, e certi numeri, certe date.
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martedì, ottobre 12, 2004
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parole per ricordare da il mestiere di scrivere
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la poesia
Nel bosco c’è un uccello, il suo canto vi ferma
e vi fa arrossire.
C’è un orologio che non suona.
C’è un acquitrino con un nido di bestie bianche.
C’è una cattedrale che scende e un lago che sale.
C’è una piccola carrozza abbandonata nel bosco ceduo, o che scende per il sentiero correndo, infiocchettata.
C’è una compagnia di piccoli attori in costume, intravisti sulla strada attraverso le prime piante
del bosco.
C’è infine, quando si ha fame e si ha sete,
qualcuno per scacciarvi.
Arthur Rimbaud
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lunedì, ottobre 11, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Lucy: Cosa vi scrivete tu e il tuo amico di matita?
Charlie Brown: Lui mi parla del suo paese e io gli parlo del nostro…
Lucy: ma allora siete due spie!!
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domenica, ottobre 10, 2004
la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo
adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948
articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
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sabato, ottobre 09, 2004
il brano
Nel post di ieri ho consigliato gli appunti di lettura di Teejay su Canne al vento di Grazia Deledda (premio Nobel per la letteratura nel 1926). Il brano di oggi è tratto da questo romanzo pubblicato nel 1913. Le Canne al vento del titolo sono gli uomini piegati dal vento a suo piacimento fino a spezzarli come sintetizza questo dialogo tra due dei protagonisti:
Ester: Perchè la sorte ci tronca così come canne?
Efix: Siamo proprio come le canne al vento.
Ester: Si va bene, ma perchè questa sorte?
Efix: E il vento perchè? Dio solo lo sa.
Grazia Deledda da Canne al vento
Era caduto di là, nella valle della morte. Donna Ester lo trovò così, quieto, immobile sotto il panno: fermo fermo. Lo scosse, lo chiamò, e accorgendosi ch’era morto e che lo avevano lasciato morire solo, si mise a piangere forte, con un gemito rauco che la spaventò. Cercò di calmarsi, ma non poteva; era come un’anima che piangeva entro di lei contro la sua volontà: allora andò e chiuse il portone perchè qualcuno non la sorprendesse a disperarsi così sul servo morto e la gente non s’accorgesse che l’avevano lasciato morire solo, mentre per la famiglia era un gran giorno di festa.
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venerdì, ottobre 08, 2004
i nobel 2004 per la pace e per la letteratura
letteratura: Elfriede Jelinek
pace: Wangari Maathai
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gli appunti di lettura di Teejay: Canne al vento di Grazia Deledda.
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il brano
Umberto Eco da L’isola del giorno prima
Perché Roberto rievoca Casale per descrivere i suoi primi giorni sulla nave? Certo, c’è il gusto della similitudine, assediato una volta e assediato l’altra, ma a un uomo del suo secolo chiederemmo qualcosa di meglio. Caso mai della similarità dovevano affascinarlo le differenze, feconde di elaborate antitesi: a Casale era entrato di sua scelta, affinché gli altri non entrassero, e sulla Daphne era stato gettato, e anelava solo uscirne. Ma direi piuttosto che, mentre viveva una storia di penombre, riandava a una vicenda di azioni convulse vissute in pieno sole, in modo che le rutilanti giornate dell’assedio, che la memoria gli restituiva, lo compensassero di quel suo pallido vagabondare. E forse c’è altro ancora. Nella prima parte della sua vita Roberto aveva avuto solo due periodi in cui aveva appreso qualche cosa del mondo e dei modi di abitarlo, intendo i pochi mesi dell’assedio e gli ultimi anni a Parigi: ora stava vivendo la sua terza età di formazione, forse l’ultima alla fine della quale la maturità sarebbe coincisa con la dissoluzione, e stava cercando di congetturarne il messaggio segreto vedendo il passato come figura del presente.
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giovedì, ottobre 07, 2004
vita da gnomi
Il matrimonio è una semplice cerimonia (eccetto tra i nobili). A mezzanotte sotto l’albero natale della sposa, la giovane coppia, assistita dai parenti stretti e dagli amici si promette reciproca eterna fedeltà. Questo avviene sempre con la luna piena. Se la luna sparisce, dietro una nuvola, facendo in tal modo cadere l’oscurità sulla gaia cerimonia, gli gnomi indossano cappelli luminosi con una piccola appendice piena di lucciole, assicurando così la luce per qualche ora. Questi cappelli si tramandano da generazioni e si indossano soltanto in queste occasioni. Dopo la cerimonia, la ricorrenza e la data memorabili vengono scolpite su una pietra ornamentale. Quindi i partecipanti alla festa si riuniscono nella casa della giovane coppia, dove la pietra viene solennemente murata. (La casa nuova è stata ammobiliata anni prima). Dopo un pranzo di nozze, gli sposini partono per la luna di miele. Il viaggio di nozze è stato discusso molto in anticipo, con gli animali utilizzati per trasporto e sicurezza personale – oche selvatiche, cigni, cicogne… volpi, lontre e in Siberia i lupi ognuno fa la sua parte. La coppia in luna di miele trascorre le notti nelle cavità dei tronchi d’albero, nelle tane dei conigli o nei nidi disabitati dagli uccelli. Durante il viaggio di ritorno va in visita al Palazzo e porge i suoi omaggi al re e alla regina che sono lieti di conoscere per nome i loro sudditi.
Wil Huygen da Gnomi (trad. Maria Duca Buiton)
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mercoledì, ottobre 06, 2004
due righe
Spero che tutte le ragazze più belle di Parigi vengano al mio funerale.
Léo Malet
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il brano
William Shakespeare da Re Lear
Lear – Tu pensi che sia un gran male questa tempesta rissosa che ci infradicia sino alla pelle; è così per te; ma dov’è insediato un male più grave, il minore non si sente nemmeno. Tu fuggiresti un orso; ma se la fuga ti portasse verso il mare ruggente, andresti incontro alle fauci dell’orso. Quando l’animo è sgombro, il corpo è delicato; ma questa tempesta che ho nell’animo toglie ai miei sensi ogni altro sentimento tranne quello che vi pulsa dentro, l’ingratitudine filiale! Non è come se questa bocca dilaniasse questa mano perché le porta il cibo? Ma la mia punizione colpirà nel segno. No, non piangerò più. Chiudermi fuori in una notte come questa? O Regan, Goneril! Il vostro buon vecchio padre, il cui cuore generoso vi ha dato tutto… Oh! Ma questa via conduce alla pazzia; debbo evitarla! Di questo basta.
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martedì, ottobre 05, 2004
ha detto di…. Bruce Chatwin
Era uno straordinario narratore di favole, inesauribile come Sheherazade … sembrava avere divorato tutti i testi esoterici possibili ed era un vero e proprio zingaro, un imitatore straordinario – la sua versione della signora Gandhi era davvero perfetta – e un viaggiatore di primissima categoria.
Salman Rushdie
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parole, parole, parole
manfrìna
[var. dial. di monferrina; 1869]
s. f.
1 (sett.) Ballo piemontese,
monferrina: ‘ballare, suonare la
manfrina’.
2 (est.) Storia insistente e
noiosa, spec. ripetuta allo scopo
di ottenere qlco.: ‘è sempre la
solita manfrina’ | Messinscena per
attirare l’attenzione, coinvolgere
o convincere qlcu.: ‘Tommaso …
ci si mise in mezzo, facendo tutta
una manfrina, … per farsi dar
retta’ (PASOLINI).
dallo ZINGARELLI
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quattro righe
Non ho ritratti recenti, ma sono piccola come lo scricciolo, ho i capelli arditi come il riccio della castagna, e gli occhi hanno il colore dello sherry che l’ospite lascia in fondo al bicchiere.
Emily Dickinson
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lunedì, ottobre 04, 2004
ipse dixit
I romanzi trattano sempre di differenze tra la gente. Il punto non è dire che non ci sono differenze tra noi. Ci sono e alcune importanti devono essere mantenute. Non credo proprio che le differenze razziali debbano essere rese uniformi in una sorta di stereotipo generale. Il problema non sono le differenze, ma le gerarchie. Io cerco di fare il possibile affinché l’emancipazione dalle gerarchie del linguaggio si realizzi attraverso ciò che scrivo e con l’attenzione di chi legge.
Toni Morrison
da “Il Messaggero” del 10/9/04
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Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Lucy: vuoi sentire una cosa romantica? Se tu mi regalassi una rosa, io prenderei un petalo e lo stirerei fra le pagine di uno dei miei libri… Non sarebbe romantico?
Schroeder: non si può stirare un petalo di rosa fra le pagine di un giornalino!
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domenica, ottobre 03, 2004
di blog in blog
Shining di Stephen King: la recensione di fulvia leopardi
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dal cassetto dei ricordi
more than a woman dei Bee Gees ballata con la mia fidanzatina. Io avevo tredici anni, lei dodici. Eravamo a Londra in gita con la scuola. Innamorati persi, come sanno esserlo due ragazzini a tredici anni. Risentirla, significa pensare a quella bambina a cui ho dato il primo bacio.
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il mio amico Maigret
descrizioni, personaggi, atmosfere
La signora Maigret non aprì bocca: fece solo un gran sospiro quando, alle sette del mattino, il marito uscì di casa dopo aver ingollato il caffè senza neanche accorgersi che era bollente. Era tornato all’una, con poca voglia di parlare. E adesso se ne andava con un’espressione ostinata. Mentre percorreva i corridoi della Questura, percepì con chiarezza, nello sguardo dei colleghi che incrociava, degli ispettori e perfino degli uscieri, una curiosità mista a una certa ammirazione, forse anche un filo di commiserazione. Ma strinse la mano a tutti, così come aveva baciato in fronte la moglie; poi, appena entrato nel suo ufficio, attizzò il fuoco nella stufa e stese su due sedie il cappotto fradicio di pioggia.
Georges Simenon da Una testa in gioco
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sabato, ottobre 02, 2004
incipit
Mi fermai davanti al ristorante e parcheggiai, appongiandomi un attimo al sedile per pensare. Charlene mi aspettava già dentro, voleva parlarmi. Ma perchè? Non la sentivo da sei anni: chissà per quale motivo si era fatta viva proprio una settimana dopo che mi ero ritirato a vita solitaria nei boschi. Uscii dal furgone e mi avviai verso il ristorante. Alle mie spalle l’orizzonte inghiottiva gli ultimi bagliori del tramonto e lame di luce color rame attraversavano il parcheggio bagnato. Soltanto un’ora prima un breve temporale aveva inzuppato ogni cosa, rinfrescando la serata estiva che la luce morente del crepuscolo rendeva quasi irreale. In cielo intanto era comparsa la luna. Mentre camminavo la mia mente era affollata da vecchie immagini di Charlene. Era ancora bella e intensa? In che modo il tempo l’aveva cambiata? E cosa avrei dovuto pensare di quel manoscritto che mi aveva menzionato – un antico documento ritrovato in Sudamerica e di cui non vedeva l’ora di parlarmi?
James Redfield da La profezia di Celestino
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venerdì, ottobre 01, 2004
il post di Flaiano
Come leggere un libro
La disattenzione è il modo più diffuso di leggere un libro, ma la maggior parte dei libri oggi non sono soltanto letti ma scritti con disattenzione. Oppure con un’attenzione che fa parte dell’intesa autore-lettore. Si legge come si fuma, per tenere occupate le mani e gli occhi. Libri già cominciano a trovarsi abbandonati sui sedili dei treni. Sono stati letti per abitudine, per noia, per orrore del vuoto e di se stessi. Tra i vizi, la lettura, come diceva Valere Larbaud è il vizio impunito, ma in certi casi smettere di leggere come di fumare può evitare gravi conseguenze. Si può anche leggere un libro per sospetto e invidia. In questo caso il libro è troppo attraente, si pensa che avremmo potuto scriverlo addirittura noi e guadagnare fama e denaro. Bisognava soltanto pensarci. Si tratta di libri che ottengono grande successo, i “meglio-venduti”. Di solito centrano un falso problema, una situazione di moda, un punto di interesse e di attualità. Si fanno leggere, ansiosamente, con rabbia, e infine per poter continuare a dubitarne, ma anche per tentare di scoprire il segreto della loro gradevolezza. Dopo un paio d’anni, molti di questi libri, quando uno se li ritrova negli scaffali, ha voglia di buttarli via. Il fatto è che sono diventati brutti anche esteriormente, non hanno saputo invecchiare bene. Anzi, sono la prova che la bellezza di un libro come oggetto non può prescindere dal suo contenuto. Non c’è infatti sopruso maggiore di un libro stupido rilegato lussuosamente. Il terzo modo di leggere un libro è il più semplice, ma è proprio dei grandi lettori. Si acquista con l’età, l’esperienza, oppure è un dono che si scopre in se stessi, da ragazzi, con la rivelazione delle prime letture. Si tratta di non abbandonare mai “quel” libro, di lasciarlo e riprenderlo, di “andarci a letto”. Ma poiché questo modo è suggerito soltanto dai grandi autori, col tempo si resta circondati soltanto da ottimi libri. E si diventa perfidi, si arriva a capire un libro nuovo ad apertura di pagina, a liberarsene subito. E se invece il libro convince, a lasciarlo per qualche tempo sempre a portata di mano, sul tavolo o sul comodino, poiché la sua sola vista procura un vero piacere, né si teme di finirli presto: lo scopo di questi libri è infatti di essere riletti, di farsi riprendere quando tutto va male, quando ci sembra che la verità possa esserci confermata non da quello che succede intorno a noi, ma da quello che è nelle pagine di un libro. Tutti i grandi libri sono stati letti e continuano ad essere letti così. E’ più esatto dire che non si tratta di leggerli, ma di abitarli, di sentirseli addosso. Facendone il conto, ognuno trova che i suoi si riducono ad un centinaio, largheggiando. E molti di essi hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza.
Ennio Flaiano da Frasario essenziale per passare inosservati in società
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martedì, novembre 30, 2004
la poesia
Ascoltate!
Se accendono
le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?
Vladimir Majakovskij
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lunedì, novembre 29, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown: Litigate ancora tu e Linus?
Lucy: No, la mia filosofia me lo vieta. Seguo principi filosofici che affondano le radici nel mare del tempo… concetti vietati all’uomo comune… Una dottrina rivoluzionaria ferocemente osteggiata nel corso dei secoli… “Vivi e lascia vivere!”
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domenica, novembre 28, 2004
il mio amico Maigret
descrizioni, personaggi, atmosfere
I suoi occhi si erano fatti piccoli, la bocca minacciosa, le mani strette a pugno erano affondate nelle tasche. Era il Maigret solitario, scontento, ripiegato su di sè, ostinato, che non si curava di apparire ridicolo.
Georges Simenon da All’Insegna di Terranova
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sabato, novembre 27, 2004
ipse dixit
La parola abbaglia e inganna perchè mimata dal viso. Ma le parole nere sulla pagina bianca sono l’anima messa a nudo.
Guy de Maupassant
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venerdì, novembre 26, 2004
una riga
Milano. Il Duomo gocciola verso l’alto.
Marcello Marchesi
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giovedì, novembre 25, 2004
il brano
Luigi Pirandello da L’umorismo in Saggi, poesie e scritti vari
Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico. “Signore, signori! Oh! Signore, forse, come gli altri, voi stimate ridicolo tutto questo; forse vi annojo raccontandovi questi stupidi e miserabili particolari della mia vita domestica: ma per me non è ridicolo, perché io sento tutto ciò…” Così grida Marmeladoff nell’osteria in Delitto e castigo del Dostojevski, a Raskolnikoff tra le risate degli avventori ubriachi. E questo grido è appunto la protesta, dolorosa ed esasperata d’un personaggio umoristico contro chi, di fronte a lui, si ferma a un primo avvertimento superficiale e non riesce a vederne altro che la comicità.
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mercoledì, novembre 24, 2004
la mia new york in bianco e nero
androne dell’Empire: il tabellone con i nomi degli inquilini.
(foto akio, giugno 2000)
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martedì, novembre 23, 2004
il brano
Francisco Coloane da Capo Horn
Il sole riverberava sui pascoli di erba coiron come su un mare grigio giallastro, leggermente increspato dalla lieve brezza del mattino estivo. Al galoppo sul suo cavallo sauro, il giovane avanzava lungo i dolci declivi degli avvallamenti. German Vasquez non aveva mai provato, così intensa come quel mattino, la sensazione di ebbrezza vitale che veniva dalla prateria, dal cielo azzurro e luminoso, dal sole splendente e, soprattutto, dal vigoroso galoppo di Chico, un bell’esemplare di sauro, altezza normale, tre zampe bianche e una stella sulla fronte. Una specie di “pony”, dalla galoppata distesa ed elastica, in cui si lanciava con piacere ma tranquillamente, senza la smania nervosa tipica dei puledri della sua età domati da poco. La leggera sella inglese gli permetteva di sentire il movimento dei muscoli sulla groppa di quell’animale giovane, imprigionato dalle gambe vigorose del cavaliere, e tra l’uomo e la bestia scorreva un fluido di sensibilità vitale, quasi fossero nati insieme per galoppare verso i luminosi orizzonti delle pianure fuegine. Ogni tanto il cavaliere si fermava sull’alto di una collina, si alzava sulle staffe, scrutava il panorama in lontananza, accarezzava la fluttuante criniera del sauro e riprendeva il galoppo. “Nonostante tutto”, pensava, “questa Terra del Fuoco non è poi così dura, D’inverno la neve ricopre ogni cosa, ma l’estate, per quanto breve, è piena di luce; il sole è vero sole e non quella sorta di fanale giallastro che solca stancamente la pianura.” Si sentì attratto da quella terra. Chi vi è nato, o ci ha vissuto a lungo, torna sempre laggiù a far riposare le sue ossa al termine dell’esistenza. Gli tornò alla memoria il celebre caso del vecchio Mackenzie, carrettiere della tenuta Herminita, che, avendo ereditato una notevole fortuna in Scozia, aveva appeso le redini al chiodo per tornarsene in patria a godere le sue ricchezze; ma in capo a due anni era ricomparso nella terra del Fuoco, per finire i suoi giorni vagando nelle pianure orientali dell’isola, con due cavallini bianchi come la sua barba. Lui si era trasferito lì dalla città di Punta Arenas diversi anni prima per lavorare come “jackeruse”. Da lavorante di città, imberbe e inutile, si era trasformato in un uomo robusto, profondo conoscitore di quella natura selvaggia. Era caposquadra in seconda della sezione Rio Raro, cinquantamila ettari di pianura dove pascolavano circa trentamila pecore. Il nome del luogo era dovuto a una strana conformazione prodotta dall’attività erosiva del mare. In effetti, nel mezzo della pampa, nell aprte dove era meno prevedibile, scorreva un singolare canale o sorta di fiume incassato tra le rocce: era l’Atlantico che penetrava nella pampa, zigzagando per chilometri e chilometri. Durante la bassa marea il canale si prosciugava. Mettendo una rete all’imboccatura si potevano catturare grosse quantità di branzini. Con l’alta marea, le foche lo risalivano inseguendo i banchi di pesci, ed era un singolare spettacolo sentirle sbuffare nel cuore della pampa, mescolandosi ai belati delle pecore. In certe notti di luna piena, quando i branchi di foche si spingevano sulla terra, con le loro teste lucenti e i baffi gocciolanti, assumendo sembianze a metà tra un cane e un essere umano, il luogo acquisiva un aspetto fantastico. Nonostante non fosse mai accaduto nulla di straordinario nelle sue acque né lungo le rive, Rio Raro veniva evitato da mandriani e pastori; la piattezza del luogo, la presenza della stretta lingua di oceano nella pampa, i piccoli di foca che ogni tanto venivano su a curiosare, trascinandosi sull’erba, davano infatti l’impressione di qualcosa non proprio normale, e chi passava di lì avvertiva una vaga sensazione di inquietudine.
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lunedì, novembre 22, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Lucy: di nuovo scoraggiato eh Charlie Brown? Lo sai cosa non va? E’ che tu sei tu!
Charlie Brown: e allora cosa ci posso fare?
Lucy: non pretendo di suggerirti una terapia… mi limito a diagnosticare il male.
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domenica, novembre 21, 2004
c’est la vie
Domenica mattina ore 10 e 30. Un signore distinto, sopra i sessanta, ben rasato, ben pettinato, abito grigio ed impermeabile ben portati, entra nel bar e chiede dov’è il latte. Il barista gli indica il frigorifero. Il signore distinto chiede se c’è scremato. Il barista risponde di no. Il signore distinto si avvicina alla cassa e dice: “si paghi anche un cognac”. Poi va al bancone e lo manda giù con due sorsi decisi. Ed io sono lì, fermo al secondo morso del cornetto integrale al miele.
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sabato, novembre 20, 2004
il brano
William Shakespeare da Macbeth
Macbeth – Per quell’arte che professate, vi scongiuro, comunque riusciate a saperlo, rispondetemi; doveste anche scatenare i venti e far farli battagliare contro le chiese; dovessero le onde tempestose frantumare e ingoiare le navi; dovesse sparire il grano spigato e gli alberi essere travolti; dovessero i castelli crollare sulla testa dei loro guardiani, e le cime di palazzi e piramidi franare sino alle fondamenta; dovessero i germi preziosi della vita disperdersi tutti in una volta, finchè la distruzione venga a nausea, rispondete a quello ch’io vi domando.
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venerdì, novembre 19, 2004
il club di Groucho
ovvero “non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri”
Ho un’amica che è sposata con un tale di nome Hal, il quale non dorme da quando erano in luna di miele. Ha provato ad aiutarlo con l’ipnotismo e leggendogli ad alta voce le cronache parlamentari, ma lui, testardo, insiste ad usare i propri metodi, anche se falliscono puntualmente. Questo non significa che i suoi rimedi siano tutti inefficaci; certo che no. Però alcuni sono decisamente pericolosi. Specie se usati tutti insieme. Una sera, mentre giocavo a chemin de fer, con sua moglie, osservai Hal che si preparava per andare a letto. Quella sera aveva deciso di provare il metodo F-z: pastina in brodo bollente, un bagno alla senape, tre aspirine, paraorecchi e mascherina nera. Il mattino seguente, esausto dopo una notte insonne, si trascinò nel soggiorno dove sua moglie e io eravamo ancora intenti a giocare. Avevo dimenticato Hal e i suoi rimedi contro l’insonnia, così quando vidi apparire quella sagoma mascherata pensai fosse un rapinatore. Estrassi come un fulmine il revolver e gli sparai. Non mi ha ancora perdonato oggi.
Groucho Marx
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giovedì, novembre 18, 2004
di blog in blog
la recensione di fulvia leopardi : Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti
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ipse dixit
Mi sono sempre ripetuta che gli scrittori non hanno sesso. Eppure spesso mentre lavoro penso: questo posso descriverlo solo perché sono una donna. Anche se poi a questa specificità è difficile dare dei contorni precisi. Forse siamo più attente ai particolari. O forse siamo più sensibili ai problemi civili che oggi per noi sembrano diventati un’ossessione. Una conseguenza di troppi anni dedicati a piccole vicende chiuse.
Angeles Mastretta
Dal “Corriere della Sera” dell’8/9/2004
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mercoledì, novembre 17, 2004
il racconto
Vittorio Gassman da Mal di parola
Intermittenza
Era un bel caffè confortevole, frequentato da artisti e intellettuali, caldo di quella dialettica, quei confronti, quel fervore che in quegli anni davano lustro a tutta la città, facendone un centro della cultura autentica: che sempre equivale a una mescolanza dell’ingegno con la gioia di vivere. Da anni dunque Sandro e un gruppo dei suoi amici frequentavano quotidianamente quel luogo, ed esso forniva a tutti loro il perfezionamento della formazione, vuoi culturale, vuoi esistenziale. Grande perciò fu lo sconcerto di Sandro quando una mattina (faceva spesso una capatina di buon’ora al caffè) trovò la porta sprangata e un bigliettino d’avviso: “CHIUSO PER RESTAURI”. Dopo qualche mese il locale riaprì, trasformato in accordo coi nuovi tempi. Spariti i divanetti di velluto, i tavolini con il ripiano di marmo; c’era un bancone di formica versicolore , sgabelli cromati, luci al neon, perfino un televisore sul fondo. Alcuni degli amici, i più intransigenti, espressero il loro sdegno e cessarono di frequentare il locale; Sandro e gli altri tennero duro, ma si sentivano spaesati, sapevano di non essere più i padroni della situazione, la leadership era passata ai giovani rampanti coi giubbotti, che sempre più numerosi determinavano lo stile del bar e il tono delle conversazioni. Un altro cartello apparve dopo due o tre anni: “CHIUSO PER LAVORI”, diceva. Ma stavolta il cambiamento fu più radicale, il caffè diventava – come tanti altri – una banca. “Meglio una banca che un supermarket”, tentò di consolarsi Sandro: che, con alcuni amici, un po’ malinconicamente, vi aprì un conto corrente. Se non altro, faceva due chiacchiere con il vicedirettore , che ogni tanto gli offriva un caffè al bar dell’angolo. Quanto al gruppo, si era fatalmente diradato: alcuni per il semplice motivo che non avevano soldi da mettere in banca; altri perché nel giro degli anni erano scomparsi. Il grande dialogo si era ridotto a qualche casuale chiacchierata fra tre o quattro sopravvissuti. Nell’autunno successivo l’istituto bancario si mise al passo con la tecnologia e automatizzò tutte le strutture. Fra i clienti spiccavano ormai gli yuppies in doppiopetto gessato; il personale si era ridotto (sparito fra gli altri il vicedirettore), a favore dei congegni meccanizzati. L’inettitudine a usarli eliminò un altro paio di amici, con Sandro ne rimase uno solo. E se uscendo dalla banca volevano prendere un caffè, finivano per accontentarsi della macchinetta installata accanto al portone blindato: il baretto sull’angolo, con gli edifici intorno, era diventato un supermarket. Mesi dopo, una curiosa convergenza di carichi e impulsi sui terminali mise in tilt l’intero sistema elettronico della banca, scatenando un violentissimo incendio che distrusse lo stabile, e che molti sospettarono avesse carattere doloso. Tra le vittime, l’unico amico rimasto a Sandro: riportò ustioni multiple e naturalmente sparì dalla circolazione. Un po’ per curiosità, un po’ per abitudine, Sandro non rinunziò alla quotidiana passeggiata nei pressi della banca distrutta. Scrutava i muri dissestati, anneriti dalle fiamme, e si affacciava sulla gran buca che era rimasta. Diceva anche qualche parola a mezza voce: la pratica del silenzio a cui era ridotto accelerava i sintomi di un mite rimbambimento. “Che ci faranno qui, adesso?” E a tratti fantasticava di scorgere, dal fondo della voragine, riemergere le forme dei divanetti di velluto, il marmo dei tavolini… Forse presto avrebbe riudito – nonostante il clamore della metropoli – il fervido, meraviglioso suono delle conversazioni di un tempo.
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martedì, novembre 16, 2004
la poesia
Eugenio Montale
Il repertorio
Il repertorio
della memoria è logoro: una valigia di cuoio
che ha portato etichette di tanti alberghi.
Ora vi resta ancora qualche lista
che non oso scollare. Ci penseranno i facchini,
i portieri di notte, i tassisti.
Il repertorio della tua memoria
me l’hai dato tu stessa prima di andartene.
c’erano molti nomi di paesi, le date
dei soggiorni e alla fine una pagina in bianco,
ma con righe a puntini… quasi per suggerire,
se mai fosse possibile, ‘continua’.
Il repertorio
della nostra memoria non si può immaginarlo
tagliato in due da una lama. E’ un foglio solo con tracce
di timbri, di abrasioni e qualche macchia di sangue.
Non era un passaporto, neppure un benservito.
Servire, anche sperarlo, sarebbe ancora la vita.
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lunedì, novembre 15, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Schroeder si esercita al pianoforte mentre Lucy gli volta le spalle poggiata al piano
Lucy: cosa succede se ti eserciti per vent’anni e poi non diventi ricco e famoso?
Schroeder: la gioia è quella di suonare.
Lucy: vuoi scherzare!
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domenica, novembre 14, 2004
incipit giallo
La signora Bantry stava sognando. I suoi piselli odorosi avevano appena vinto il primo premio all’esposizione dei fiori. Il curato, vestito dei sacri paramenti, distribuiva i premi in chiesa. Sua moglie andava in giro in costume da bagno: ma quel fatto, che se fosse accaduto nella realtà non avrebbe mancato di scandalizzare i fedeli parrocchiani, pareva, come succede spesso nei sogni, non desse minimamente nell’occhio ai presenti.
Agatha Christie da C’è un cadavere in biblioteca
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sabato, novembre 13, 2004
un film da salvare
Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, 1951.
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ipse dixit
Penso che gli scrittori facciano bene a non parlare del proprio lavoro. Scrivono per essere letti e non dovrebbero essere necessarie nè spiegazioni nè disquisizioni. Sicuramente nei libri c’è molto più di quel che si nota a una prima lettura, ma non sta allo scrittore nè spiegarlo nè organizzare gite guidate nelle zone impervie del suo lavoro.
Ernest Hemingway
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venerdì, novembre 12, 2004
vita da gnomi
Gli gnomi hanno un loro modo segreto di prevedere il tempo, basato sull’oscillazione cosmica. Non è affatto strano per loro predire con molto anticipo la pioggia o il bel tempo, inverni rigidi o miti. A parte questo, comunque, usano il nostro sistema per misurare il tempo. Alcuni hanno orologi d’argento o d’oro. L’orologio a cucù, appeso in tutte le case degli gnomi, è il regalo di nozze tradizionale che riceve lo sposo il giorno del suo matrimonio. Uno gnomo tiene il conto degli anni attraverso la crescita di una quercia, che è stata piantata il giorno della sua nascita. (Se invece, nello stesso giorno, è stato piantato un tiglio nei dintorni, fa lo stesso).
Wil Huygen da Gnomi (trad. Maria Duca Buiton)
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giovedì, novembre 11, 2004
di blog in blog
D’Annunzio proposto da amenidubbi
Paul Ginsborg, Garton Ash e Che fare? da kooblog (un blog di libri)
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il brano
Georges Simenon da La Marie del porto
Aveva trentacinque anni! Era un uomo! Spavaldo, di solito! Si credeva più forte, più furbo degli altri! Possedeva un grande caffè a Cherbourg, un cinema, una barca, un’automobile che lo aspettava alla porta…
E se ne stava là, un po’ troppo rosso in viso, senza sapere come fare per interrogarla a proposito di un ragazzo! Sogghignando, disse con voce falsa:
“Mi prenderai come paggetto?”
Lei approfittò dell’occasione per farla finita.
“Le ho già chiesto di non darmi del tu…”.
“E lui? Ti dà del lei?”.
La Marie taglio corto:
“Questo non la riguarda!”.
La fronte gli si imporporò. Fece uno sforzo per trattenersi, ma mormorò tra i denti:
“Ehi, bambina mia…”.
“Non sono la sua bambina…”.
“Comunque, potrebbe almeno essere educata con i clienti…”.
“I clienti non devono occuparsi degli affari delle cameriere…”.
Dorchain alzò gli occhi e li guardò, prima uno poi l’altra, attonito, chiedendosi se si sarebbero avventati uno contro l’altra azzuffandosi come cane e gatto. Ma la Marie, prudente si era avvicinata alla porta del caffè e, riprendendo il solito tono indifferente, disse:
“Non ha più bisogno di niente?”.
Chatelard evitò di guardare il compagno, di cui indovinava l’espressione ironica, e uscì brontolando.
“A domani!… O a un altro giorno… Non so ancora quando verrò…”.
trad. di Gabriella Luzzani
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mercoledì, novembre 10, 2004
la mia new york in bianco e nero
un lustrascarpe di Brooklyn
(foto akio, giugno 2000)
foto già postate su NYC
l’ingresso posteriore di un pub a Downtown
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il brano
Daniel Pennac da Grazie!
Siamo a teatro, noi in platea, lui sul palcoscenico.
Quando si alza il sipario lui è di schiena, in controluce, di fronte a un’altra sala dirimpetto a noi che lo applaude fragorosamente. Lo vediamo profilarsi come un’ombra cinese nell’alone abbagliante dei riflettori e ringraziare l’altra sala che lo acclama.
Grida:
– Grazie!
Indossa uno smoking.
Una lucina rossa lampeggia in alto sopra la sua testa.
Si sgola, per sovrastare l’entusiasmo del pubblico:
– Grazieee!
Con le due mani brandisce un trofeo agitandolo come uno shaker.
– Grazie!
Gli applausi raddoppiano.
Raddoppiano i ringraziamenti.
– Grazie! Grazie!
Una luce sempre più cruda rende la sua ombra iridescente. La lucina rossa continua a lampeggiare. Il pubblico lo acclama, fischia, batte i piedi, un’ovazione incredibile. E lui:
– Grazie! Grazie! Grazie! Grazie!
Il trofeo deve essere pesante; abbassa un braccio e se lo sistema nell’incavo del gomito.
– Grazie, siete davvero… Grazie…!
Con la testa inclinata di lato, la mano alzata, aspetta che cali l’entusiasmo della folla.
– Grazie, vorrei… Graz… gra…
Tenta con la mano di placare il frastuono.
– Per favore, vorrei…
Rimane a lungo immobile, con il braccio alzato, finché la lucina rossa non cessa di lampeggiare. L’entusiasmo si smorza, e anche la lucina.
– Per fav…
Sembra stanco. La testa è inclinata dal lato in cui pesa il trofeo. La mano alzata sembra sul punto di ricadere.
– Grazie…
Le luci si abbassano. La sua sagoma sfuma fino a confondersi con il buio completo che cala insieme al silenzio.
Buio.
Silenzio.
Si sente solo qualche colpo di tosse, lo scricchiolio di qualche poltrona, che pian piano diventano i nostri colpi di tosse, gli scricchiolii delle nostre poltrone…
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martedì, novembre 09, 2004
metropolis
2° quadro
Roma, centro storico. Domenica mattina.
Primo freddo con l’ombrello in tasca. La banda della Marina suona motivetti swing in Piazza Montecitorio. Il pubblico applaude, ballicchiando. I giapponesi fanno le foto. C’è la fila per visitare la Camera dei Deputati. Le campane di S. Maria in Aquino sovrastano la banda musicale. Scavi! E’ severamente proibito: avvicinarsi ai cigli degli scavi; avvicinarsi all’escavatore in funzione; sostare presso le scarpate; depositare materiale sui cigli. Non si risponde nei riguardi dei trasgressori di eventuali danni a persone o cose. Ai cavalli delle botticelle hanno messo le mantelline. Panini caldi, bibite, gelati, hot dog, e ciambelle in Piazza della Minerva. Si aprono gli ombrelli. Largo di Torre Argentina: gli aristogatti giocano spensierati tra le rovine dell’Antica Roma. Gli ispettori dell’Atac indossano il cappellone e vanno in giro a far multe. Gli americani seduti al bar mangiano un hamburger sorseggiando cappuccino con schiuma e cacao. Rallentare! Lavori in corso. Autocarri in manovra. Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori. Afro, la memoria del colore. Biciclette a noleggio ti sfiorano scampanellando. Puzza di cacca di cavallo. Cacca di cavallo. Pioggerellina. Odore di Mc Donald’s. Mc Donald’s. Piccioni infastiditi. Due biciclette, una grande e una piccola, legate insieme al palo di un cartellone pubblicitario. La pubblicità è quella del film Io, Robot. Telefoni cellulari. Cartoni abitati. Ristorante cinese. Ristorante, pizzeria. Immigrati sparsi, oggi vendono ombrelli. Fontane sparse e fontanelle a ciclo continuo. Interruttore elettrico generale. Usare solo in caso di emergenza. Scooteroni sfrecciano e fanno lo slalom tra i passanti. Mucchi di sampietrini. Speaker’s corner improvvisato: un ragazzo legge una storia. Spettatori: due. I turisti fanno i filmini. I turisti comprano i cappellini della Ferrari. Menù turistico. Area pedonale. Babele di lingue. La libreria Feltrinelli è affollata. Quanti lettori, la domenica. I posti fissi delle forze dell’ordine. Picasso e la sua epoca. Lunghe file di motocicli parcheggiati. Cambio. Change. Exchange. Wechsel. Panini in movimento. Negozi aperti, commessi assonnati. Rent me and go. Un mare di persone in Via del Corso. Caldarroste! Le auto con il contrassegno per il centro storico fanno le corse con i taxi. Elemosine. Strisce pedonali inutili. Vetrina in allestimento. Banchetti della lotteria con i corni appesi. Ambulanze sfrecciano strillando. La fila alla toilette della galleria. Divieto di affissione ART. 663 C.P.. Seguono le affissioni. Sconti fino al 50%. Il gruppo di continuità di un ambulante rumoreggia monotono. Un gruppo di giapponesi in cerca di pizza. Segui la stella a 30 mt. sulla destra è gia Natale!
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lunedì, novembre 08, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Piperita Patty: Mi vuoi più bene di quanto te ne voglio io, Ciccio?
Charlie Brown: Non so… Tu mi vuoi più bene di quanto te ne voglio io?
Piperita Patty: Non facciamo giochi da innamorati, Ciccio!
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domenica, novembre 07, 2004
la poesia
Trilussa
Er cane moralista
Più che de prescia er Gatto
agguantò la bistecca de filetto
che fumava in un piatto,
e scappò, come un fulmine, sur tetto.
Lì se fermò, posò la refurtiva
e la guardò contento e soddisfatto.
Però s’accorse che nun era solo
perchè er Cagnolo der padrone stesso,
vista la cena, j’era corso appresso
e lo stava a guardà da un muricciolo.
A un certo punto, infatti, alzò la testa
e disse ar Micio: – Quanto me dispiace!
Chi se pensava mai c’eri capace
d’un’azzionaccia indegna come questa?
Nun sai che nun bisogna
approfittasse de la robba artrui?
Hai fregato er padrone! proprio lui
che te tiè drento casa! Che vergogna!
Nun sai che la bistecca c’hai rubbato
peserà mezzo chilo a ditte poco?
Pare quasi impossibbile ch’er coco
nun te ciabbia acchiappato!
Chi t’ha visto? – Nessuno…
- E er padrone? – Nemmeno…
- Allora, – dice – armeno
famo metà per uno!
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sabato, novembre 06, 2004
ipse dixit
Se noi perdiamo il senso dell’ordine delle cose non funzioniamo. Quando ero giovane frugavo dentro di me e cominciavo a perdere il senno. Allora ho cominciato a scrivere e ho scaricato le mie ansie nei personaggi. E’ stata la mia cura. Sono 30 anni che scrivo e tengo a bada così i miei demoni.
Patrick Mc Grath
da Specchio della Stampa del 16/10/04
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venerdì, novembre 05, 2004
due righe
Ho seguito un corso di lettura rapida. Ho letto “Guerra e Pace” in venti minuti. E’ un libro sulla Russia.
Woody Allen
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giovedì, novembre 04, 2004
il racconto
Virginia Woolf
Lunedì o martedì
Pigro e indifferente, scrollando via lo spazio dalle ali con disinvoltura, sicuro della sua direzione, l’airone passa sopra la chiesa, sotto il cielo. Bianco e lontano, assorto in se stesso, senza posa copre e scopre il cielo, si muove e resta. Un lago? Cancella le sue rive! Una montagna? Oh, perfetta – il sole è oro sulle sue pendici. Ora sparisce, ed ecco le felci, o piume bianche, per sempre, per sempre. Desiderare il vero, attenderlo, laboriosamente distillare poche parole, sempre desiderare – (si leva un grido a sinistra, un altro a destra. Ruote che tracciano strade divergenti. Omnibus che si ammassano in conflitto) – sempre desiderare – (l’orologio assicura con dodici colpi netti che è mezzogiorno; la luce sparge scaglie d’oro; i bambini sciamano) – sempre desiderare il vero. Rossa è la cupola; monete pendono dagli alberi; su dai comignoli si arrampica il fumo; abbaiare, vociare, un grido ‘ferro da vendere’ – e la verità? Convergenti verso un punto piedi di uomini e piedi di donne, incrostati di nero o d’oro – (tempo nebbioso – Zucchero? No, grazie – la repubblica del futuro) – il caminetto lancia dardi di luce e arrossa la stanza, ma non le figure scure con i loro occhi lucenti, mentre fuori un carro scarica, Miss Thingummy beve un tè al suo tavolo, e la vetrina protegge i mantelli di pelliccia. Ondeggiante, leggera come una foglia, ammucchiata negli angoli, soffiata tra le ruote, schizzata d’argento, a casa o non a casa, raccolta, sparsa, frantumata in singole scaglie, spazzata su, giù, strappata, affondata, radunata – e la verità? Ora accanto al fuoco ricordare sulla bianca tavola di marmo. Da abissi di avorio le parole sorgendo spargono la loro nerezza, sbocciano e penetrano. Caduto il libro; nella fiamma, nel fumo, nelle scintille improvvise – o viaggiando, la tavola di marmo sollevata in volo, e al di sotto minareti e mari dell’India, mentre lo spazio corre azzurro e le stelle splendono – la verità? O qui, nella prossimità appagante? Pigro e indifferente l’airone ritorna; il cielo vela le sue stelle; poi le scopre.
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mercoledì, novembre 03, 2004
ipse dixit
Il teatro di Eduardo è vivo, vitale, rappresentato dappertutto a vent’anni di distanza dalla sua morte. Un segno di buona fortuna. Non mi domandate del futuro, prossimo o remoto che sia. Non posso sapere, né prevedere. Le opportunità che il teatro di Eduardo offre a chi vuole avvicinarglisi sono molte e hanno tanti livelli. Nulla, in Eduardo, è casuale. Lui al caso non lasciava niente, ogni elemento di un testo ha la sua ragion d’essere, ogni battuta va a segno secondo uno schema preciso che risponde all’idea di partenza, al progetto iniziale del drammaturgo. I personaggi, tutti, hanno un compito, quello voluto dall’autore, non parlano né agiscono mai a vuoto, o per ornamento.
Luca De Filippo da Finchè c’è teatro Eduardo sarà vivo
articolo pubblicato su Il Messaggero a venti anni dalla morte di Eduardo De Filippo (31/10/04)
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martedì, novembre 02, 2004
il brano
Vi dico oggi, amici miei, che nonostante le difficoltà e le frustrazioni del momento, io ho ancora un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano. Io ho un sogno che un giorno questa nazione si solleverà e vivrà nel vero significato del suo credo:”Consideriamo queste verità come evidenti: tutti gli uomini sono creati uguali.” Io ho un sogno , che un giorno, sulle rosse colline della Georgia, i figli di chi fu schiavo e i figli di chi li teneva in schiavitù potranno sedersi insieme al tavolo della fratellanza. Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato deserto, soffocato dall’ingiustizia e dall’oppressione, verrà trasformato in un’oasi di libertà e giustizia. Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno in un paese dove non saranno giudicati dal colore della loro pelle, ma dal contenuto del loro carattere. Io ho un sogno, oggi. Ho un sogno che un giorno lo stato dell’Alabama, retto dal Governatore che ora strilla dalle labbra parole di opposizione e di annientamento, verrà trasformato in un posto dove i ragazzini e le ragazzine nere potranno prendere per mano i ragazzini e le ragazzine bianche e comunicare insieme come fratelli e sorelle.
Io ho un sogno, oggi.
Martin Luther King
dal discorso conosciuto come I have a dream
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lunedì, novembre 01, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown sta parlando con Linus
Charlie Brown: Sono sempre stato criticato. Fin dall’inizio! Fin dal giorno stesso che sono nato… Hanno detto che non ero adatto per la parte!
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giovedì, dicembre 23, 2004
Buone feste! a video spento torna il 3 gennaio
Auguri a tutti i lettori di a video spento. A rileggerci nel 2005!
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Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Schroeder: pretendi sempre che la gente faccia proponimenti per il nuovo anno! Perchè dobbiamo fare proponimenti proprio il 1° gennaio? Cosa c’è di male nel 16 maggio o nel 23 settembre? Perchè il 1° gennaio?
Lucy: suona meglio!
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mercoledì, dicembre 22, 2004
la mostra
Degas: classico e moderno
Le ho girato intorno. Ne ho ammirato la figura intera ed i dettagli e quando ho posato lo sguardo sul nastrino di stoffa che le tiene legati i capelli, ho immaginato Degas che lo poggiava e faceva il nodo con delicatezza. E lì rimarrà nel tempo. La scultura della Ballerina di quattordici anni vale, da sola, il prezzo del biglietto. Lei se ne sta lì al centro della sala, con la testa alta, in mezzo ai dipinti di tutte le altre ballerine. Ed è meravigliosamente bella.
“Anche il mio cuore ha qualcosa di artificiale, le ballerine lo hanno cucito in un sacchetto di satin rosa, un po’ sciupato, come le loro scarpette di danzatrici”.
Eccomi davanti alle altre ballerine. Lo sguardo da intruso di Degas diventa il mio. Un dietro le quinte così vero. Un reality show che quelli della tivù se lo sognano. Le ballerine nelle loro sale prove: gli esercizi, le pause, lo sconforto, la fatica, la malinconia. Nella lezione di danza ci si entra; un rettangolo di 38X88 centimetri che grazie ad un uso spettacolare della prospettiva sembra continuare al di là del muro. E poi la prova di balletto, le tre ballerine nella classe di danza, le ballerine in rosa e verde, le tre ballerine in blu, le quattro ballerine in scena. E senti i rumori, il piano che suona, il fruscio dei tutù, il bisbiglio di un dialogo rubato, lo scricchiolio del parquet. L’intensità del contenuto è pari all’emozione che trasmette. Peccato per i riflessi delle luci che oscurano qualche quadro che ha i vetri nella cornice. Le piccole sculture di ballerine sono a decine e in tutte le posizioni: arabesque, grande arabesque, ballerina che saluta, che s’infila una calza, che si osserva i piedi, ballerina a riposo con le mani sui fianchi, che avanza, con il tamburello, in posizione di quarta in avanti.
“E’ il movimento delle cose e delle persone che distrae e persino consola. Se le foglie non si agitassero come sarebbero tristi gli alberi, e noi pure”.
La silhouette della stiratrice affascina per la semplicità del suo gesto. Il ritratto della donna seduta accanto al vaso di fiori è una vera e propria esplosione di colore che dai fiori ti arriva agli occhi e al cuore. Nei nudi di donna, dipinti e disegnati, si legge una sorta di ossessione per il movimento e per la posizione dei corpi.
“Non voglio vedere altro se non il mio angolo e penetrarlo religiosamente. L’arte non si espande, si concentra”.
Incisore, disegnatore, fotografo oltre che scultore e pittore. Degas è desideroso di sperimentare e lo fa senza parsimonia. Il percorso della mostra lo descrive bene e, se possibile, lo esalta.
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martedì, dicembre 21, 2004
sette righe
Il nostro tempo è come un orologio impazzito dove le lancette non riescono più a segnare l’ora esatta. La vita procede anche nei momenti più bui, è signora di tutto anche della nostra storia. Dobbiamo essere capaci di aprirci ai valori veri dell’esistenza minacciata dai colpi dell’egoismo perché c’è sempre qualcosa che ci ripaga al di là delle perdite e delle sofferenze.
Mario Luzi
da Il Tempo del 9/11/04
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lunedì, dicembre 20, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Charlie Brown: 19 dicembre
Linus: E’ molto bello da parte tua scrivere per me a Papà Natale, Charlie Brown…
Charlie Brown: sono lieto di farti un piacere, Linus… Come cominciamo, “Caro Papà Natale?”.
Linus: Si, ma non sarebbe meglio calcare un pò più la mano? Come ti sembra “O Potentissimo?”.
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domenica, dicembre 19, 2004
il mio amico Maigret
descrizioni, personaggi, atmosfere
Alle nove meno dieci una fresca e sorridente signora Maigret, fragrante di saponetta, tirò le tende della camera da letto lasciando entrare un sole scintillante. Erano sposati da poco, e lei non si era ancora abituata alla vista di un uomo addormentato, con le punte dei baffi rossicci che fremevano, i folti capelli arruffati e la fronte che si corrugava quando ci si posava una mosca. Rideva. Rideva sempre quando gli si avvicinava la mattina con una tazza di caffè in mano, e lui la guardava con occhi incerti e un pò infantili. Era una ragazzona bianca e rossa, come se ne vedono solo nelle pasticcerie o dietro i banconi di marmo dei lattai, una ragazzona piena di vitalità che sapeva passare giornate intere nell’appartamentino di boulevard Richard-Lenoir senza annoiarsi un attimo. “A che pensi, Jules?”. A quell’epoca non lo chiamava ancora Maigret, ma eveva già per lui quella sorta di rispetto che le era proprio, lo stesso che aveva di sicuro nutrito per il padre, lo stesso che avrebbe nutrito per un figlio, se ne avesse avuto uno. “Penso…”.
Georges Simenon da La prima inchiesta di Maigret
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sabato, dicembre 18, 2004
il post di Flaiano
Quel gattino che nella nota incisione siede sulla spalla di Edgar Poe, quell’altro gatto che consolava lo spleen di Baudelaire, quei gatti zuccherati di Colette (che aveva finito per assomigliare a una gatta col fiocco al collo), quei gatti polemici di Léautaud, anche lui vecchio gattone pieno di croste, sono arrivati a Roma. Non c’è scrittore o scrittrice che non abbia il suo gatto o che non stia pensando di allevarne uno. L’altra sera io e Maccari incontriamo un gatto tanto insolente che: “Diamogli una pedata” dice Maccari; “c’è il caso che sia il gatto di uno scrittore”. E rivolto al gatto che ci guardava spavaldo: “Vergogna! Và a prendere i topi”.
Ennio Flaiano
da Diario degli errori
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venerdì, dicembre 17, 2004
la mia new york in bianco e nero
venditore di granite a canal street
(foto akio, giugno 2000)
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giovedì, dicembre 16, 2004
ipse dixit
Nella sua forma più pura, la poesia è come il polline delle api. Ecco la mia idea della poesia. Il miele della poesia è dappertutto. E’ negli scritti del National Geographic, quando un concetto è assolutamente chiaro e bello; è nei film; è dappertutto, perché ciò che noi chiamiamo ‘poesia’ ha un significato davvero universale. Poesia è quando qualcosa suona in maniera particolare. Forse non sempre possiamo definirla poesia, ma quel che sperimentiamo in determinati momenti ‘è’ poesia. E’ qualcosa che ha a che fare con la verità e il ritmo e la fede e la musica. Da ragazzino ero completamente affascinato da questa materia. Me ne innamorai nel momento stesso in cui ne feci la conoscenza. Quando m’imbattevo in qualcosa che era espressa in modo particolare, mi sentivo capace di abbracciare il cosmo intero. Non soltanto il mio cuore: ogni cuore ne veniva coinvolto, e la solitudine svaniva e mi sembrava di essere l’unica creatura triste nell’ universo. E questo dolore era… giusto! Non solo era giusto, ma mi permetteva di raggiungere il sole e la luna. Più tardi mi dedicai alla musica pop perché capii che in quella sfera meglio avrei potuto manifestare tali sensazioni. Scrivere non mi bastava più: io la poesia volevo viverla.
Leonard Cohen
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mercoledì, dicembre 15, 2004
il brano
Fedor Dostoevskij da Le notti bianche
Conosco anche le case. Quando cammino ho l’impressione che ogni casa mi corra incontro, mi guardi con tutte le sue finestre e mi dica: “Buon giorno, come state? E anch’io, grazie a Dio, sto bene e nel mese di maggio mi aggiungeranno un piano”, oppure “Come state? Domani cominceranno a ripararmi”, oppure: Per poco non sono bruciata! Che spavento!”, ecc. Ho le mie case preferite, ho tra loro amiche intime; una addirittura è intenzionata a farsi curare quest’estate da un architetto. Verrò a trovarla appositamente ogni giorno, perché non me la curino male, Dio la protegga!… Non dimenticherò mai l’episodio accaduto ad una bellissima casetta, color rosa chiaro. Era di pietra, così graziosa che sembrava guardarmi con tanta affabilità, ma fissava le sue goffe vicine con tanta alterigia da far rallegrare il mio cuore, quando mi capitava di passarle accanto. Ecco che la settimana scorsa, ad un tratto, passo per la strada e, non appena ho dato uno sguardo all’amica, sento un grido lamentoso: “Mi pitturano di giallo!”. Malfattori! Barbari! Non hanno risparmiato nulla: né le colonne, né i cornicioni, e la mia amica è diventata gialla come un canarino. Per questa ragione mi è venuto quasi un attacco di bile, e finora non ho avuto la forza per rivedere quella poveretta, tutta sfigurata, dipinta con il colore dell’impero celeste.
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martedì, dicembre 14, 2004
il brano
Oscar Wilde da L’importanza di chiamarsi Ernesto
Cecily – Non devi ridere di me, tesoro, ma è sempre stato un mio sogno infantile, quello di amare qualcuno che si chiamasse Ernest.
(Algernon si alza, e si alza anche Cecily.)
C’è qualcosa, nel nome di Ernest, che ispira una grande fiducia. Non posso che compiangere tutte quelle povere donne sposate il cui marito non si chiami Ernest.
Algernon – Ma, bambina mia cara, sarebbe a dire che non potresti amarmi se il mio nome fosse un altro?
Cecily – Per esempio?
Algernon – Oh, qualsiasi altro nome. Algernon, per esempio…
Cecily – Ma a me Algernon non piace.
Algernon – Beh, mio piccolo, dolce, adorabile tesoro, proprio non vedo che cosa potresti dire contro Alegernon. E’ tutt’altro che un brutto nome. Anzi, è un nome alquanto aristocratico. Una buona metà dei tizi che finiscono davanti alla Corte dei Fallimenti si chiamano Algernon. Ma seriamente, Cecily…
(Le si avvicina.)
…se il mio nome fosse Algy, tu non potresti amarmi?
Cecily (alzandosi) – Potrei rispettarti, Ernest, potrei ammirare la tua personalità, ma temo che non sarei in grado di darti per intero la mia devozione.
Algernon – Ehm! Cecily!
(Prendendo il cappello)
Il vostro parroco, qui, suppongo, è molto pratico di tutti i riti e le cerimonie della Chiesa?
Cecily – Oh, si. Il reverendo Chasuble è uomo di grande cultura. Non ha mai scritto un libro, quindi puoi immaginarti quante cose conosce.
Algernon – Devo vederlo subito per un importantissimo battesimo… Voglio dire, per una questione importantissima.
Cecily – Oh!
Algernon – Non starò via per più di una mezz’ora.
Cecily – Considerando che siamo fidanzati dal 14 febbraio, e che ti ho conosciuto oggi per la prima volta, mi pare molto brutto che tu mi lasci per un periodo di nientemeno che mezz’ora. Non si potrebbe far venti minuti?
Algernon – Sarò di ritorno in un batter d’occhio.
(La bacia ed esce di corsa per il giardino)
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lunedì, dicembre 13, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Linus: quando sarò grande voglio essere un famoso filantropo!
Charlie Brown: Devi avere molto denaro per essere un grande filantropo…
Linus: Sarò un grande filantropo con i soldi di qualcun altro!
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domenica, dicembre 12, 2004
la poesia
Deposi la maschera e mi vidi allo specchio…
Ero il bimbo di tanti anni fa.
Non ero affatto cambiato…
E’ questo il vantaggio di sapersi togliere la maschera.
Si è sempre il bimbo,
il passato che fu
il bimbo.
Fernando Pessoa
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sabato, dicembre 11, 2004
ipse dixit
Spoon River l’ho letto da ragazzo avrò avuto 18 anni. Mi era piaciuto, e non so perchè mi fosse piaciuto, forse perchè in questi personaggi si trovava qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perchè non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare.
Fabrizio De Andrè
da una intervista del 1971 di Fernanda Pivano ripubblicata ieri dal Venerdì di Repubblica.
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venerdì, dicembre 10, 2004
il club di Groucho Marx
ovvero “non mi interessa far parte di un club che mi accetta fra i suoi membri”
3 gennaio 1949
Cara Sylvia,
finalmente ho terminato l’omino di pan di zenzero. Non avrei dovuto mangiarlo, ma era la sua vita contro la mia. L’ultima cosa che ho mangiato è stata il piede, che mi ha preso in contropiede. Tu non ci crederai, Sylvia, ma mentre mi scendeva nell’esofago mi ha dato un calcio. Pensa un po’ in che razza di mondo viviamo, non ci si può più fidare nemmeno di un omino di panpepato. Ti auguro un felicissimo 1949 e spero che farai buona provvista di zenzero per il prossimo Natale.
Il tuo pseudo-zio
Groucho
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giovedì, dicembre 09, 2004
la pinacoteca impossibile
Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde.
Vasilij Kandinskij
autore: Vasilij Kandinskij
titolo: Improvvisazione con forme fredde
anno: 1914
tecnica: Olio su tela
dimensione: 119 x 139
proprietà: Galleria Tret’jakov, Mosca.
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mercoledì, dicembre 08, 2004
la mia new york in bianco e nero
washington si beve una cola
(foto akio, giugno 2000)
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martedì, dicembre 07, 2004
il brano
George Orwell da La fattoria degli animali
Gli animali ebbero la loro prima colazione, poi Palla di Neve e Napoleon li chiamarono ancora a raduno. “Compagni” disse Palla di Neve “sono le sei e mezzo e abbiamo davanti a noi una lunga giornata. Oggi cominceremo la raccolta del fieno. Ma vi è un’altra cosa che dobbiamo subito fare.” I maiali rivelarono allora che durante gli ultimi tre mesi essi avevano imparato a leggere e a scrivere da un vecchio sillabario che era appartenuto ai figli del signor Jones e che era stato gettato nelle immondizie. Napoleon si fece portare un barattolo di vernice bianca e uno di vernice nera e si avviò verso il grande cancello che si apriva sulla strada maestra. Poi Palla di Neve (perché Palla di Neve aveva la miglior calligrafia), preso un pennello tra le zampe, cancellò Fattoria padronale sull’alto del cancello e, in sua vece, vi dipinse: fattoria degli animali. Era questo il nome che la fattoria doveva da quel momento portare. Fatto ciò, tornarono ai fabbricati della fattoria, ove Palla di Neve e Napoleon fecero portare una scala a pioli che venne appoggiata contro il muro di fondo del grande granaio. Essi spiegarono che, con lo studio dei tre ultimi mesi, i maiali erano riusciti a concretare i principi dell’Animalismo in Sette Comandamenti. Questi Sette Comandamenti sarebbero stati scritti sul muro; avrebbero così formato una legge inalterabile secondo la quale tutte le bestie della fattoria degli Animali avrebbero dovuto vivere da quel momento per sempre. Con qualche difficoltà (perché non è facile per un maiale tenersi in equilibrio su una scala a pioli) Palla di Neve si arrampicò e si pose al lavoro, con Clarinetto qualche gradino più in basso che gli reggeva il barattolo della vernice. I Comandamenti furono scritti su un muro incatramato, a grandi lettere bianche che si potevano leggere a distanza di trenta metri. Eccone il testo:
I SETTE COMANDAMENTI
1) Tutto ciò che va su due gambe è nemico.
2) Tutto ciò che va su quattro gambe o ha ali è amico.
3) Nessun animale vestirà abiti.
4) Nessun animale dormirà in un letto.
5) Nessun animale berrà alcolici.
6) Nessun animale ucciderà un altro animale.
7) Tutti gli animali sono eguali.
Tutto ciò era scritto molto accuratamente e, salvo qualche accento e un “tutto” con una t sola, anche l’ortografia era corretta. Palla di Neve li lesse ad alta voce a beneficio degli altri. Tutti gli animali annuirono in segno di assenso e i più intelligenti cominciarono subito a imparare i Sette Comandamenti a memoria.
Trad. Bruno Tasso
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lunedì, dicembre 06, 2004
Charles M. Schulz e i suoi Peanuts
Tema d’inglese: “Il vero significato del Natale”
Sally: Per me, Natale è la gioia di ricevere.
Charlie Brown: Vuoi dire “dare”… Natale è la gioia di dare…
Sally: Non ho la minima idea di cosa stai dicendo!
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domenica, dicembre 05, 2004
dal cassetto dei ricordi
la volta che ho volato su un ultraleggero. Un giorno intero a preparare l’aereo senza sapere se poi avremmo potuto decollare a causa del vento. Quel velivolo così spoglio che sembrava fatto con i pezzi del meccano. La piccola tanica di benzina posata nel suo alloggiamento a vista, sopra la mia testa. Due strumenti due. Il decollo stentato, il volo a cento metri da terra, il panorama dell’Argentario, il senso di precarietà. L’emozione di quei dieci minuti passati in un lampo. L’atterraggio rimbalzante frenando con i piedi.
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sabato, dicembre 04, 2004
ipse dixit
L’incantesimo liberatore di cui dispone la fiaba non parla della natura in forma mitica, ma accenna alla sua complicità con l’uomo liberato. L’uomo adulto avverte questa complicità solo a sprazzi, cioè nella felicità; al bambino, invece, essa si mostra direttamente nella favola, rendendolo felice.
Walter Benjamin
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venerdì, dicembre 03, 2004
c’est la vie
Cioccolato: il decalogo dell’assaggio
di Robert Linxe
Maison du Chocolat, Parigi
1) L’aspetto deve essere marrone acceso, leggermente brillante
2) né troppo scuro né troppo scolorito
3) si degusta tra i 18 e i 20 gradi
4) grazie alla sua finezza, non deve scricchiolare sotto i denti ma fondere in bocca
5) una buona degustazione si fa a piccoli morsi
6) non deve mai essere acido, o acre o astringente
7) i profumi associati al cioccolato non devono coprire la persistenza del cacao, che necessita di equilibrio
8)deve rimanere a lungo in bocca per una migliore degustazione
9) tutte le materie prime e soprattutto la copertura devono essere di qualità indiscutibile
10) freschezza assoluta
da Specchio della Stampa del 20/11/04
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giovedì, dicembre 02, 2004
il brano
Ennio Flaiano da L’occhiale indiscreto
Il superfluo illustrato
In un paese come il nostro, dove gran parte della popolazione non può dirsi che viva comodamente, affermare che amiamo la vita comoda potrebbe sembrare una gratuita manifestazione di cinismo; e invece riteniamo che sia un atto di fede nell’avvenire. E così vorremmo che l’intendessero i nuovi catoni che già si sono affannati a indicare sconci o a chiedere addirittura l’intervento delle autorità contro le iniziative private che tendono a risollevare un poco il tono della nostra vita quotidiana. Si, noi amiamo la vita comoda: e ci fa piacere che anche lo Stato sia della nostra opinione. Difatti, una bella notizia del genere è proprio lo stato a darcela, oggi, annunciando che dal 1 agosto sarà ripreso il servizio delle carrozze-letto sulla linea Roma-Firenze. Ripetiamo, potrà sembrare cinismo che ci rallegriamo per questa inaspettata e sontuosa notizia. Sappiamo che molta gente non potà usufruire delle carrozze letto, che si escogiteranno i soliti trucchi per la vendita abusiva dei biglietti. Qualcuno non mancherà di notare che reduci e sfollati seguiteranno a viaggiare con mezzi di fortuna, e invocheranno una maggiore giustizia ferroviaria. Sia d’accordo; ma lasciate che in questa terra di circoli viziosi, almeno un circolo venga interrotto, anche se a beneficio di pochi. Di rimbalzo ne avremo beneficio tutti. Se lo Stato si preoccupa del superfluo è segno che sono in vista provvedimenti a favore del necessario. Un anno fa ai romani sarebbe sembrato inutile ottimismo sperare in quella ripresa che poi si è verificata. Chiedevamo pasta, luce, gas, telefoni e trasporti e avemmo invece subito una cosa che non sembrava necessaria, la libertà di esprimersi. Poi avemmo anche la luce, il gas, l’acqua, i telefoni e i trasporti e persino la pasta. Accettiamo, dunque, il ritorno dei “comforts” della vita nell’ordine curioso col quale ci vengono elargiti: l’essenziale è che ritornino tutti. In questo senso, l’idea di Maria Antonietta, che suggeriva di dare “brioches” al popolo che non aveva pane, può sempre essere difesa (29 luglio 1945).
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mercoledì, dicembre 01, 2004
la mia new york in bianco e nero
manifestanti contro l’esecuzione di gary graham.
(foto akio, giugno 2000)
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ipse dixit
Tutto ciò che non è autobiografico è plagio.
Pedro Almodovar
da La Stampa del 2/10/04
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