“Vede signora”, le spiegava a voce bassa e rispettosa, “io amo i miei oggetti. Preferirei non separarmene piuttosto che venderli a chi non li apprezza, a chi non ha quella sensibilità così rara…”, e, con un respiro profondo, svolgeva un quadratino di velluto blu e lo stendeva sul banco di vetro con le punte pallide delle dita. Oggi era una scatolina. L’aveva tenuta da parte per lei. Non l’aveva ancora fatta vedere a nessuno. Una squisita scatolina smaltata, dai riflessi così delicati che sembrava cotta nella panna. Sul coperchio una creatura minuta se ne stava in piedi sotto un albero in fiore e una creatura ancor più minuta le circondava il collo con le braccia. Il cappello di lei, certo non più grande di un petalo di geranio, era appeso a un ramo; aveva nastri verdi. E sulle loro teste fluttuava una nube rosa che pareva un cherubino vigilante. Rosemary si sfilò i lunghi guanti. Se li toglieva sempre per esaminare oggetti simili. Si, le piaceva. Le piaceva moltissimo; era proprio una delizia. Doveva averla. E rigirando la scatolina cremosa, aprendola e chiudendola, non poté fare a meno di notare la grazia delle sue mani contro il velluto azzurro. Forse anche il negoziante, in qualche oscuro anfratto della sua mente, aveva avuto l’ardire di notarla: perché prese una matita, si sporse sul bancone e le sue dita pallide, esangui, strisciarono timidamente verso quelle rosee e lucenti, mentre mormorava dolcemente: “Mi permetterei di far notare alla signora i fiori sul corpetto della damina”.
dal racconto Una tazza di tè di Katherine Mansfield (in Tutti i Racconti,Tascabili Newton, edizione a cura di Maura Del Serra)

