un brano da La stanza di Jacob di Virginia Woolf
Non c’è dubbio che noi saremmo molto peggiori di quel che siamo, senza le nostre sorprendenti attitudini per l’illusione. A dodici anni, abbandonate le bambole e fracassati i trenini, la Francia, ma molto più probabilmente l’Italia, e quasi certamente l’India, attraggono l’esuberante facoltà d’immaginazione. Qualcuno ha zie che sono state a Roma, e tutti hanno uno zio di cui si è saputo, per ultimo – poveraccio – che si trova a Rangoon. Non ritornerà più. Ma sono le istitutrici che mettono in movimento il mito greco. Guarda come dev’essere una testa, dicono, e il naso, vedi, è dritto come una freccia; e i riccioli e le sopracciglia, tutto si addice a una virile bellezza, mentre le gambe e le braccia hanno linee che indicano un grado perfetto di sviluppo, giacché ai Greci il corpo importava quanto il viso. I Greci dipingevano frutti con tanta perfezione che gli uccelli venivano a beccarli. Prima si legge Senofonte, poi Euripide. E un giorno – per Dio, che data è quella – ciò che gli altri hanno detto acquista un senso. “Lo spirito greco”, i Greci così, e così, fino all’assurdità di affermare, di questo passo, che quel che è Greco si avvicina a Shakespeare. Il fatto è che, in ogni caso, siamo stati allevati in un’illusione.
Jacob, senza dubbio, pensava cose di questo genere, col “Daily Mail” spiegazzato in mano, le gambe allungate; il ritratto della noia.
“E’ la maniera in cui siamo stati allevati” seguitava a pensare.
Virginia Woolf
da La stanza di Jacob (edizione ne I Meridiani Mondadori a cura di Nadia Fusini)